Sgarbi dubita della vittoria elettorale del centrodestra e Ferrara scommette sul Pd

Collegato col salotto televisivo di Veronica Gentili, sulla rete 4 del Biscione, Vittorio Sgarbi ha ammesso che la vittoria elettorale del centrodestra non è più scontata dopo la partecipazione dei senatori berlusconiani e leghisti al fuoco contro Mario Draghi, specie se il segretario del Pd Enrico Letta saprà aprire alla dissidenza forzista e all’area di centro dove questa sta confluendo per natura. 

La conduttrice, scherzando ma non troppo, ha invitato un altro ospite da remoto, appartenente al Pd, a retribuire addirittura i consigli preziosi di Sgarbi. Che tuttavia credo non rischi di finire per questo nella lista degli ingrati alla quale Berlusconi ha già iscritto pubblicamente, fra gli altri, i ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta, usciti da Forza Italia proprio per la fiducia negata al governo Draghi.

Sgarbi ha con Berlusconi un rapporto molto particolare. Per quanto gliene faccia e dica ogni tanto anche di grosse, il Cavaliere con lui è assai indulgente. E Sgarbi, debbo dire, sa anche prenderlo dal verso giusto dopo avergliene fatte e dette di grosse, ripeto, sino a ricevere entusiasticamente da lui missioni impossibili, o inverosimili. Come quella affidatagli alla fine dell’anno scorso di telefonare a destra e a sinistra per sostenere la corsa dell’ex presidente del Consiglio al Quirinale, risoltasi -anche quella volta- in un danno per Draghi, stoppato sulla strada del Colle anche dalla candidatura a quel punto solo di disturbo del Cavaliere. Una candidatura funzionale all’azione di contrasto contro il presidente del Consiglio condotta da Giuseppe Conte e da Matteo Salvini. La storia, si sa, molte volte si ripete. 

Dal Foglio di oggi

Non rischia di finire nella lista degli ingrati, per il tipo di rapporto personale che anche lui ha saputo instaurare e tenere con Berlusconi, neppure Giuliano Ferrara. Che ha appena scritto sul Foglio, fondato a suo tempo grazie al Cavaliere, una dichiarazione di voto per il 25 settembre a favore del Pd. E ha anche scherzato sull’annuncio appena fatto, o fatto fare, da Berlusconi di tornare in campo -come se ne fosse mai davvero uscito- per candidarsi al Senato. 

Giuliano Ferrara sul Foglio

“Sono cose che succedono”, ha scritto il ministro dei rapporti col Parlamento del primo governo Berlusconi, nel 1994: “cioè che il popolare moderato cristiano occidentale europeista Cav, al tempo l’Amor Nostro, essendo stato cacciato dal Senato da altri flou flou dell’epoca per via di certe cene eleganti, ora voglia tornarvi trionfalmente e vendicativamente e illuminatamente da presidente molto elegante in una giornata del prossimo mese di ottobre”. 

In verità, nel 2013 Berlusconi fu “cacciato” dal Senato non per le sue “cene” a nutrita e allegra partecipazione femminile, dopo una condanna definitiva, ancorché anacronistica, per frode fiscale: lui, che era già da tempo fra i maggiori contribuenti italiani. Una condanna emessa da una sezione estiva della Cassazione investita della causa sull’uscio della prescrizione del presunto reato e poi accusata da un suo stesso componente di essere stata di parte. Come di parte, pregiudizialmente avversa all’interessato, fu poi la decisione dell’allora presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso di far votare sulla decadenza di Berlusconi a scrutinio palese, temendo che lo scrutinio segreto potesse risultargli favorevole. 

Titolo del Foglio

Se è per questo, quindi, la voglia di rivincita di Berlusconi, col suo ritorno a Palazzo Madama, magari cercando di assumerne la presidenza, come già i suoi avversari sospettano, non sarebbe poi così strana o sorprendente come Giuliano Ferrara ha mostrato di ritenere con quelle “cose che succedono”. Il problema piuttosto è di sapere come tornerà il centrodestra in Parlamento, per fare che cosa e sotto la guida di chi, visto che lo stesso Foglio ha cercato di spiegare nella sua cronaca politica in prima pagina “tutta l’algebra politica di Salvini e del Cav. per fermare Meloni premier”,  in caso ora non più scontato di vittoria.    

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Berlusconi fuori dalla grazia di Dio per gli abbandoni di Forza Italia

Titolo del Dubbio

Silvio Berlusconi -con l’attenuante di essere fuori dalla grazia di Dio per l’”ingenerosità” attribuita a chi lo sta abbandonando dopo la la fiducia fatta negare a Mario Draghi al Senato al pari dei leghisti e dei grillini, un passo indietro all’opposizione spavalda della destra di Giorgia Meloni- ha scambiato pure lui in una raffica di interviste la stanchezza del presidente del Consiglio per rinuncia o, peggio, per fuga. Per cui sarebbe stato praticamente inutile cercare di trattenerlo.

Berlusconi alla Stampa di ieri
Mariastella Gelmini

Certo, Draghi era stufo. E non lo ha nemmeno nascosto con quel sorriso col quale è andato a dimettersi la seconda volta al Quirinale invogliando il presidente della Repubblica a sciogliere finalmente le Camere  della esaurita “centralità” grillina. Stufo, scocciato, fuori dalla grazia di Dio pure lui, per carità, ma non per questo rinunciatario, arreso, fuggiasco, come per settimane, anzi per mesi lo ha rappresentato il solito Fatto Quotidiano. E un pò, debbo dire, anche Il  Giornale della famiglia Berlusconi e La Verità di Maurizio Belpietro. 

Tutt’altro. Spalleggiato da Mattarella, che a chiusura della crisi ha spiegato personalmente dal Quirinale agli italiani, e ai partiti, che la cosiddetta ordinaria amministrazione lasciata al governo in campagna elettorale deve intendersi stavolta meno ordinaria del solito, trovandosi il Paese in mezzo a varie emergenze; spalleggiato, dicevo, da Mattarella in persona, Draghi è stato ben attento a non pregiudicare al governo dimissionario la gestione, appunto, delle elezioni. Se fosse stato davvero stanco e sfinito, deciso a scappare, Mattarella avrebbe dovuto trovare un altro al suo posto in questi frangenti -ripeto- tutt’altro che ordinari. 

Renato Brunetta
Brunetta sulla Stampa di ieri

Questo che cosa significa per gli addetti ai lavori? Dai quali mi rifiuto di credere che Berlusconi dopo una trentina d’anni di politica – e che politica- possa ritenersi estraneo per la sua vecchia e un pò “populista” avversione al cosiddetto “teatrino” dei palazzi romani: un’avversione ricordata pochi giorni fa dal suo amico Fedele Confalonieri e abbinata a quella di Beppe Grillo, e prima ancora di lui, di Umberto Bossi quando era ancora in salute fisica e politica: E si guadagnava le simpatie dello stesso Confalonieri, ora invece attratto, sempre politicamente, dal populismo -anch’esso- di Giorgia Meloni.

Che cosa significa -dicevo- la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi anche a Camere finalmente sciolte? Significa che il presidente del Consiglio con la sua famosa “agenda”, saggiamente non sprecata come quella di Mario Monti nel 2012 improvvisando un suo partito in vista del voto del 2013, sarà non il “convitato” ma il protagonista “di pietra” di questa breve, quasi fulminante campagna elettorale. Che egli ha contribuito in modo decisivo ad accorciare a due mesi, dai cinque, sei e forse anche più che avrebbero voluto molti altri per cuocerlo a fuoco lento sino alla fine ordinaria della legislatura. 

Mattarella e Draghi firmano i decreti elettorali

Chiamatelo poi sprovveduto o fuggiasco, questo astutissimo Draghi. Al quale le emergenze in corso -dalla guerra in Ucraina, con i suoi riflessi anche economici e quindi sociali, alla perdurante pandemia virale e allo stato gassoso di molti dei partiti e delle coalizioni che sapranno o vorranno creare o mantenere- daranno probabilmente altre occasioni per confermarsi in campagna elettorale come l’unica o la maggiore risorsa di cui disponga l’Italia. Accetto scommesse. Potrà vincere chi saprà davvero raccoglierne e rappresentarne l’agenda, appunto. Lo hanno   capito meglio di tutti, almeno sinora, i centristi sparsi e il segretario del Pd Enrico Letta, per fortuna del suo partito subentrato a Nicola Zingaretti. Che aveva scambiato Conte per “il punto di riferimento dei progressisti”, ma nel frattempo ricredutosi pure lui. 

Pubblicato sul Dubbio

Quel sollievo neppure tanto nascosto per lo scioglimento anticipato delle Camere

Se non le avete già viste in televisione, vi prego di guardare bene, sui giornali che le hanno pubblicate, o navigando un pò in internet, le immagini dell’udienza di Sergio Mattarella a Mario Draghi per le ridimissioni del governo, propedeutiche allo scioglimento anticipato delle Camere elette nel 2018. E consumatesi attorno alla infausta “centralità” dei grillini. 

Titolo di Avvenire
Le dimissioni di Draghi al Quirinale

Il capo dello Stato e il presidente del Consiglio, andato da lui dopo la miserevole fiducina del Senato e gli onori militari resigli nel cortile del Quirinale, vi sembrano turbati, avviliti, nervosi e quant’altro? A me appaiono sollevati, se non addirittura felici. Nè l’uno né l’altro ce la facevano più a sopportare lo spettacolo di partiti -“rinviati a settembre”, ha giustamente titolato Avvenire pensando alle urne del 25- che stavano con un piede nella maggioranza di unità nazionale, promossa dal capo dello Stato un anno e mezzo fa, e l’altro fuori. 

Via, quanto poteva durare ancora quello spettacolo, diventato frenetico dopo la corposa scissione del MoVimento 5 Stelle consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio? Dietro alla quale Giuseppe Conte aveva visto e persino indicato la mano di Draghi intossicando ulteriormente i rapporti nella maggioranza e, più in generale, il dibattito politico. E’ stata persino igienica la decisione, a quel punto, di accorciare a due mesi una campagna elettorale che rischiava di durarne sei o addirittura nove, visto che qualche settimana fa si parlava di elezioni a maggio, stiracchiando il più possibile la durata di una legislatura già guadagnatasi non a torto la qualifica della “più pazza del mondo”.

Intervista di Berlusconi al Corriere della Sera

Sotto questo aspetto Silvio Berlusconi non ha torto a sostenere nelle numerose interviste rilasciate nelle ultime ore che Draghi fosse “stanco” -come aveva già detto di lui due anni fa Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per esorcizzarne l’arrivo al suo posto- e non vedesse l’ora di staccare la spina alla legislatura. Dove Berlusconi ha torto -e torto marcio, come un dilettante della politica, e non ormai un professionista quale dovrebbe sentirsi dopo una trentina d’anni di mestiere- è nel diniego di avere contribuito alla stanchezza di Draghi e all’incidente che ha provocato la crisi. Egli avrebbe più prudentemente dovuto lasciarne la responsabilità tutta a Conte e ai grillini, che se l’erano assunta alla luce del sole. E’ ciò che gli stanno rimproverando in fondo quelli usciti o in via di uscita da Forza Italia: Andrea Cangini, Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, in ordine rigorosamente alfabetico sino al momento in cui scrivo, appeso all’indecisione di Mara Carfagna. 

Mariastella Gelmini e Renato Brunetta

Invece il Cavaliere, incapace di trattenere la vocazione alla gestione proprietaria o aziendalista del suo partito, ha liquidato come “ingenerosi” i dissidenti e -nella foga polemica, per contrastarne le loro critiche- ha rivendicato non solo più esperienza ma anche “più intelligenza” rispetto a Matteo Salvini. Di cui invece ha soddisfatto in pieno l’interesse a partecipare alle pugnalate a Draghi al Senato, negandogli la fiducia, per fronteggiare la concorrenza elettorale di Giorgia Meloni all’interno del centrodestra. 

Vignetta della Stampa
Vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno

Ora, volente o nolente, per quanti sforzi vorrà o potrà fare per sottrarvisi, Berlusconi è condannato a vivere la campagna elettorale come nella vignetta di Nico Pillinini sulla risorta Gazzetta del Mezzogiorno, dove lui con Conte e Salvini si alternano a schiaffeggiare Draghi di spalle chiedendogli chi è stato. O nella vignetta ancora più politica e calzante del vecchio Sergio Staino sulla Stampa che festeggia l’arrivo di Brunetta, Gelmini e Carfagna nel “nuovo ulivo” del Pd di Enrico Letta. Ah, Cavaliere, Cavaliere. 

Ripreso da http://www.graffidamato.com

Il 25 luglio anticipato di Mario Draghi, però senza l’ambulanza al Quirinale

Titolo del Dubbio

Non per come si è comportato e atteggiato davvero nei riguardi del Parlamento presentandosi al Senato per la verifica chiesta dal capo dello Stato, ma per come è stato percepito da alcuni partiti, singoli parlamentari e opinionisti che ne hanno criticato, in particolare, il riferimento compiaciuto agli incoraggiamenti esterni pervenutigli a rimanere, Mario Draghi ha dovuto vivere con qualche giorno di anticipo il suo 25 luglio. Come Mussolini nel 1943 davanti al Gran Consiglio del Fascismo.

Draghi commosso alla Camera

Avverto tutto il carattere paradossale e arbitrario di questo paragone perché credo sinceramente nella natura democratica del presidente del Consiglio e nella fede da lui dichiarata nella Repubblica parlamentare respingendo nella replica gli attacchi ricevuti. Ma i corsi e i ricorsi storici spesso prescindono dalle persone e offrono solo istantanee. La fede democratica di Draghi è calda come il suo cuore per niente freddo di banchiere centrale, come lui stesso ha voluto assicurare scherzando con la commozione procuratagli dagli applausi ricevuti il giorno dopo alla Camera. Dove tuttavia gli sono mancati -come i voti di fiducia al Senato- i battimani dei grillini e del centrodestra ritrovatosi improvvisamente unito all’opposizione con un tatticismo da teatrino della politica che è già costata a Silvio Berlusconi qualche perdita personale e politica. E forse costerà anche a Matteo Salvini,  che non vedeva l’ora di allinearsi alla concorrente Giorgia Meloni. La quale dall’opposizione è molto ingrassata elettoralmente ai danni di una Lega troppo imbaldanzita prima dal sorpasso del 2018 su Forza Italia e l’anno dopo dalla bolla delle elezioni europee. 

L’accorciamento della campagna elettorale per il rinnovo delle Camere potrebbe rivelarsi un handicap, a dispetto della festa per la fine prematura della legislatura, perché a certi elettori occorrerà forse più tempo per dimenticare lo spettacolo della convergenza parlamentare contro un presidente del Consiglio come Draghi fra grillini, forzisti e leghisti. Ma neppure di grillini si può forse  parlare dopo che il comico genovese si è messo a giocare con la colla e i telescopi lasciando gestire la dissoluzione progressiva del suo movimento dall’ineffabile Giuseppe Conte. 

Ne vedremo di belle, credetemi, nella campagna elettorale ormai estiva, esposta anche per natura ai colpi di sole. E Draghi si rifarà almeno di alcune delle amarezze procurategli dal servizio politico chiestogli dal presidente della Repubblica più come un sacrificio che un premio quando lo chiamò a rimettere insieme i cocci di Conte: altro che il “conticidio” lamentato dai tifosi dell’ex presidente del Consiglio.

Ma senza aspettare gli sviluppi della caldissima campagna elettorale provocata dalla sua caduta Draghi può sin d’ora consolarsi ripassandosi la storia in fondo non lontanissima della cosiddetta prima Repubblica, quando già la politica era “sangue  e merda”, come diceva uno dei suoi ministri: il socialista Rino Formica. Che ogni tanto rimpiange la prima e la seconda materia di quell’avventura commentando su Domani, il nuovo giornale elitario di Carlo De Benedetti, fatti e personaggi politici dei nostri tempi. 

Le dimissioni di Craxi nel 1987 a Cossiga

La sostanziale bocciatura dietro la ridicola facciata di 95 voti di fiducia contro 38 raccolti da Draghi al Senato sulla “risoluzione” offertagli dall’incolpevole Pier Ferdinando Casini -scopertosi forse non ancora navigato abbastanza con l’anzianità parlamentare che ha- mi ha un pò ricordato la pazza crisi del 1987.  Che fu ostinatamente voluta dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita accusando Bettino Craxi di volere restare a Palazzo Chigi più del dovuto e concordato con lui: la vertenza della famosa “staffetta”. 

Ciriaco De Mita e Amintore Fanfani

De Mita, data l’indisponibilità del ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro e del ministro degli Esteri Giulio Andreotti per l’assalto al leader socialista, scomodò Amintore Fanfani dalla presidenza del Senato paragonandone il pregio ad un “mobile antico”: cosa che non piacque tanto all’interessato, prestatosi comunque all’operazione allestendo il 17 aprile di quell’anno un governo monocolore democristiano completo di un ministro – Gaetano Gifuni, scomodato dalla Segreteria Generale del Senato- per i rapporti col Parlamento destinato però nei progetti demitiani ad essere sciolto anticipatamente. 

A quel governo Craxi decise di accordare la fiducia per l’anno residuo e non comodo della legislatura. Ma De Mita pur di andare alle elezioni anticipate, riducendo quindi da 12 a 2 mesi una staffetta troppo gravosa, lo fece sfiduciare dai democristiani a Montecitorio il 28 aprile.  E Francesco Cossiga, ancora fresco di debito con De Mita che lo aveva mandato al Quirinale due anni prima d’intesa col Pci di Alessandro Natta, sciolse puntualmente le Camere: giusto per saldare il  conto e riprendersi poi piena libertà d’azione, sino a picconare a lungo anche quello che era stato il suo partito. 

Poiché il passato si ripete notoriamente in forma di farsa, è appunto farsesca tutta l’operazione finalizzata alle elezioni anticipate appena svoltasi alle spalle dell’incolpevole Draghi, impegnato nella ricerca di un nuovo patto fiduciario di unità nazionale per fronteggiare le emergenze ancora in corso, compresa quella della guerra in Ucraina. E’ l’impressione di un vecchio cronista politico non ancora -spero- rincitrullito. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 24 luglio

Processo alla verifica fallita, o riuscita solo per i fautori del voto anticipato

Titolo del manifesto
Titolo di Libero

Dalle tasche piene, rovesciate da Mario Draghi sul Senato sia nel discorso di avvio della verifica parlamentare chiesta dal presidente della Repubblica sia nella replica, ai caratteri di scatola usati da un pò tutti i giornali per sintetizzarne l’infausta conclusione con quei miseri 95 voti di fiducia in un mare di astensioni e assenze equivalenti a sfiduce, ben più dei 38 voti esplicitamente e orgogliosamente contrari della sola destra di Giorgia Meloni. “Dai che si vota”, ha gridato soddisfatto Libero anticipando la festa per lo scioglimento anticipato delle Camere, cui provvederà il presidente della Repubblica senza neppure il rito delle consultazioni, peraltro già compiute nella sostanza da Mattarella con le telefonate che, allibito, ha fatto e ricevuto ieri mentre a Palazzo Madama si consumava quello che il manifesto con la solita felicità di sintesi ha definito “Patradrag”. 

Titolo di Repubblica
Titolo della Stampa

“Vergogna” ha titolato non a torto la generalmente compassata Stampa. “L’Italia tradita”, ha strillato Repubblica prendendo alla lettera le parole di Draghi al Senato quando, compiaciuto degli appelli levatisi dal Paese a favore della sua permanenza a Palazzo Chigi, ha inutilmente proposto un “nuovo patto” di unità nazionale ai gruppi parlamentari, e relativi partiti. Che hanno risposto picche con i miseri -ripeto- per quanto formalmente sufficienti 95 voti favorevoli: quello praticamente personale dell’eterno democristiano Pier Ferdinando Casini, del Pd di Enrico Letta, dell’Italia Viva di Matteo Renzi, del socialista Riccardo Nencini e del dissidente di Forza Italia, direi ex a questo punto, Andrea Cangini. 

Titolo del Foglio

Al Foglio hanno unito il serio al faceto titolando sul “Draghicidio” -sull’onda del “Conticidio” denunciato a suo tempo da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano- e scherzando nella vignetta di prima pagina col nome di Casini, firmatario della cartuccella su cui si è votata la fiducia, per dare l’idea dell’accaduto nell’aula del Senato. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

E al Fatto Quotidiano, a proposito? Se la sono cavata a modo loro compiacendosi dell’autoaffondamento” dell’odiato Draghi, “degno -ha scritto nell’editoriale il direttore- di Schettino che manda a picco la nave e poi dà la colpa allo scoglio”. 

Titolo del Quotidiano Nazionale
Titolo di Avvenire

Come da tutte le navi che affondano si è registrato il “fuggi fuggi” che ha colpito la fantasia di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, in quella che i giornali del gruppo Riffeser Monti –Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione- hanno definito “l’ora più buia” del Paese, e non solo di un’edizione del Parlamento, o legislatura, ruotata per intero attorno alla famosa “centralità” del MoVimento 5 Stelle. Che ha perso pezzi per strada sin quasi a dissolversi tra l’apparente -e non so se più imbarazzata o imbarazzante- distrazione del comico fondatore, garante e quant’altro Beppe Grillo. 

Grillo e Conte
Berlusconi e Salvini

La cosa più stupefacente che è accaduta nella verifica fallita al Senato -o riuscita per i sostenitori delle elezioni anticipate, fra i quali non è forse temerario includere a questi punto lo stesso Draghi ormai stufo- è la mano che in extremis Silvio Berlusconi dalla sua villa sull’Appia Antica, tra vertici del “centrodestra di governo” e telefonate ad altissima tensione e altezza, ha voluto dare nemmeno più a Grillo ma addirittura a Giuseppe Conte, il gestore  della dissoluzione del Movimento 5 Stelle. E’ stato lui, il Cavaliere, il fondatore di Forza Italia, l’ex presidente del Consiglio- d’accordo con Matteo Salvini in competizione elettorale nel centrodestra con la oppositrice Giorgia Meloni- a dare il colpo di grazia a Draghi e al suo governo facendogli negare la fiducia come un grillino o pentastellato qualsiasi. Un colpo di sole, verrebbe voglia di dire con un certo ottimismo.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Tragicommedia al Senato: Berlusconi e Salvini negano come i grillini la fiducia a Draghi

La verifica parlamentare si è conclusa al Senato come più sorprendentemente non si poteva. Con Silvio Berlusconi che, pur di confermare il suo rapporto privilegiato con l’insofferente Matteo Salvini nel centrodestra, ha finito per allinearsi a Giuseppe Conte: entrambi impegnati fuori dal Parlamento, non essendo né deputai né senatori, a guidare i loro partiti, o movimenti. Sia i grillini sia i forzisti hanno negato la fiducia al governo, dove pure sono rappresentati con tanto di ministri e di sottosegretari, almeno fino al momento in cui scrivo.

I grillini hanno rifiutato la fiducia volendo “togliere il disturbo”,come ha spiegato la capogruppo in un intervento assai critico verso il presidente del Consiglio.

I forzisti, al seguito dei leghisti, hanno rifiutato la fiducia rimproverando a Draghi di non avere voluto fare a meno dei grillini disponendosi alla formazione di un nuovo governo, sollecitata da un loro documento. Accusa, questa, che è stata clamorosa smentita dal ritiro dei grillini dalla maggioranza.

La contraddizione è stata con molta efficacia oratoria sottolineata dal senatore forzista Andrea Cangini, che ha confermato la fiducia al governo. La ministra Maiastella Gelmini, deputata, ha lasciato immediatamente Forza Italia litigando in pubblico con Licia Ronzulli, la più sretta collaboratrice ormai di Berlusconi.

I forzisti e i leghisti hanno tradotto il loro rifiuto non partecipando alla votazione. I grillini, per non fare mancare a questo punto il numero legale e vanificare quindi lo scrutinio, vi hanno invece partecipato rispondendo all’appello nominale col rifiuto appunto di rispondere sì o no.

E’ stato un epilogo da vero teatrino della politica: quello tanto vituperato da Beppe Grillo e Silvio Berlusconi con una sintonia “populista” paradossalmente sottolineata con un certo compiacimento pochi giorni fa in una intervista al Corriere della Sera da Confalonieri, l’amico più stretto e fedele -di none e di fatto- dell’ex presidente del Consiglio.

Ripreso da http://www.startmag.it

I grillini negano l’applauso a Draghi al Senato dopo il discorso sulla verifica

Giuseppe Conte

Nel discorso al Senato per la verifica chiesta dal presidente della Repubblica respingendone le dimissioni nella scorsa settimana, Mario Draghi ha fatto molto poco, o niente, per invogliare i grillini a restituirgli la fiducia negatagli nella stessa aula disertando la votazione conclusiva del processo parlamentare di conversione del decreto legge relativo agli aiuti corposi a imprese e famiglie danneggiate dalla crisi. Egli, per esempio, non ha nemmeno citato il documento di nove punti consegnatogli personalmente a Palazzo Chigi dal presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte per chiedergli “forti segni di discontinuità”, di “cambiamento di passo” e di riparazione ai presunti torti inferti a quella parte politica, procurandole “disagio” altrettanto forte. 

Il presidente del Consiglio ha elencato anche nel dettaglio gli interventi propostisi nella eventuale prosecuzione dell’attività di governo, se si riuscirà nella discussione sulle sue comunicazioni a ricostituire il “patto di fiducia” venuto meno nei giorni e anche nelle scorse settimane. In questi interventi il MoVimento 5 Stelle può trovare punti di convergenza o di divergenza dalle sue richieste, e trarne le conseguenze, nel dibattito  -ripeto- e nel voto finale, se davvero vi si arriverà, prima al Senato e poi alla Camera. 

Una risposta il partito di Conte, come lo chiama un pò sprezzantemente Di Maio dopo la scissione, la dovrà dare -ha ricordato ruvidamente Draghi non tanto al governo quanto “agli italiani” così numerosi e spontanei nella mobilitazione di questi giorni contro la crisi: duemila sindaci, associazioni e singoli. 

Ai toni e alla struttura polemica del discorso di Draghi, dopo tutte le libertà di comportamento presesi in questi ultimi tempi, negando o accordando al governo fiduce “di facciata”, per niente convinte, e contraddette da solidarietà a proteste anche di piazza contro il governo, i senatori pentastellati hanno risposto negando l’applauso finale. Nè associandosi agli applausi intermedi raccolti dal presidente del Consiglio, specialmente nei passaggi del discorso  sulla guerra in Ucraina, in cui erano chiare le allusioni polemiche ai grillini contestatori degli aiuti militari agli aggrediti dalla Russia di Putin. 

A dire il vero, anche un bel pò di leghisti hanno rifiutato l’applauso finale a Draghi, che nel suo discorso aveva alluso chiaramente anche a loro criticando i comportamenti concreti delle forze della maggioranza. Ma è improbabile che il partito di Salvini arrivi a negare anche la fiducia, come probabilmente accadrà per almeno una parte di ciò che resta del MoVimento 5 Stelle. 

Draghi ascende o discende, fra appelli, suppliche, timori e proteste, secondo i casi

Titolo di Avvenire
Titolo del Mattino

Il “giorno del giudizio”, come l’ha chiamato Il Mattino, o “della verità”, secondo Avvenire, si è aperto -prima ancora che il presidente del Consiglio si presentasse al Senato per la verifica chiesta dal presidente della Repubblica dopo le dimissioni respinte nella scorsa settimana- con la pubblicazione di un beffardo santino di Draghi sul giornale che più riflette o addirittura forma gli umori di Giuseppe Conte. Il quale è poi all’origine di questa crisi per il tentativo di scaricare sul governo, da lui del resto mai amato per il semplice fatto di averlo allontanato da Palazzo Chigi, le tensioni interne al MoVimento 5 Stelle. Dove peraltro la clamorosa e consistente scissione di Luigi Di Maio non è per niente finita. 

Titolo del Fatto Quotidiano

Il beffardo santino lo ha pubblicato naturalmente Il Fatto Quotidiano, che propone ai lettori un Draghi con aureola non in ascensione al cielo ma in discesa verso la terra, spinto, oltre che dal Padre, dai “padroni” d’Italia e del mondo terrorizzati dall’idea di non saperlo più alla guida del governo: industriali, sindaci tornati alla funzione di “cacicchi” loro attribuita a suo tempo da Massimo D’Alema, banchieri, fabbricanti d’armi, Casa Bianca, Commissione Europea eccetera eccetera. Tutti desiderosi di un ritorno di Draghi, e non solo per gestire la transizione di una eventuale campagna elettorale anticipata, o accorciata, visto che sempre campagna elettorale sarebbe, anche se le Camere dovessero sopravvivere pure a questa crisi e arrivare all’epilogo ordinario dell’anno prossimo. 

Dal Fatto Quotidiano

In un sussulto di ironia, anzi di sarcasmo, il direttore del Fatto Quotidiano si è abbandonato alla “cattiveria” di giornata scrivendo che “praticamente, a non volere Draghi premier, sono rimasti solo Conte e Draghi stesso”. E c’è paradossalmente del vero anche in questo, con le “tasche piene” confessate dal presidente del Consiglio prima di dimettersi, e ulteriormente riempite ieri dalle ultime manovre, manovrette, minacce, proteste e suppliche, da sinistra e da destra, innescate da un incontro chiesto a Draghi e ottenuto dal segretario del Pd Enrico Letta. Che fra tutti è stato  il più sofferente all’idea di perdere una interlocuzione, diciamo così, con Conte pur non più “punto di riferimento dei progressisti”, come lo aveva imprudentemente promosso Nicola Zingaretti quando era al Nazareno. E come lo stesso Zingaretti ha detto recentemente di non considerarlo più. 

Oltre a ricevere Enrico Letta e, di conseguenza, per le proteste dirette e telefoniche di Silvio Berlusconi, da una delegazione del centrodestra “di governo”, Draghi ha sentito l’opportunità di consultarsi con Mattarella prima di affrontare il passaggio della verifica. 

Marzio Breda sul Corriere della Sera

A leggere il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, sempre consigliabile in queste circostanze perché di casa più di ogni altro sul colle più alto di Roma, il capo dello Stato ha trovato Draghi “un pò meno irremovibile e rigido nei suoi propositi di una settimana fa, quando voleva mollare tutto subito, senza neppure passare per il Parlamento”. “Stavolta almeno -ha scritto Breda- ha elencato i pro e i contro di una propria permanenza a Palazzo Chigi”, anche senza -si deve presumere- la fiducia di quella che potrebbe risultare alla fine la consistenza  striminzita di un non più imprenscindibile MoVimento 5 Stelle, o del “partito di Conte”, come lo declassa lo scissionista Di Maio ogni volta che ne parla. 

Ancora Marzio Breda sul Corriere della Sera

“Già un passo avanti, insomma”, ha commentato Breda. Il quale tuttavia ha avvertito a conclusione della sua scrupolosa corrispondenza che, prevedendo o temendo il peggio, non importa per colpa di chi, al Quirinale “è già pronto il decreto di scioglimento, con la data del voto: il 2 ottobre”.  Ma la data delle elezioni, in verità, spetterebbe fissarla al governo, non al presidente della Repubblica. Evidentemente Mattarella e Draghi si sono spinti già in avanti valutando insieme la situazione.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quella volta che Scalfaro non vedeva l’ora di sciogliere le Camere che lo avevano eletto

Marzio Breda sul Corriere della Sera di ieri
Titolo del Dubbio

Quella cartellina, reale o metaforica che sia, sulla scrivania di Sergio Mattarella che s’intravvede nella corrispondenza di Marzio Breda dal Quirinale per il Corriere della Sera, relativa al precedente dello scioglimento anticipato delle Camere nel 1994, ad opera di Oscar Luigi Scalfaro, dev’essere un incubo per chi teme l’epilogo della legislatura. O un motivo di speranza per chi l’auspica come conclusione della odierna verifica parlamentare chiesta dal capo dello Stato respingendo la settimana scorsa le dimissioni di Mario Draghi e rinviandolo alle Camere:  prima al Senato e poi a Montecitorio, come hanno poi concordato i presidenti delle due assemblee. E come non potevano non decidere dopo che Mattarella aveva indicato esplicitamente la necessità di valutare quanto era accaduto proprio al Senato con la votazione di fiducia -disertata polemicamente dai grillini- sulla conversione in legge del decreto per gli aiuti alle famiglie e alle imprese in difficoltà. 

Giorgio Napolitano
Scalfaro e Ciampi nel 1994

Il quadro politico e istituzionale, ma  più politico che istituzionale, del 1994 assomiglia a quello attuale solo per il comune stato di delegittimazione delle Camere. Per tutto il resto le situazioni sono nettamente diverse e potrebbero anche indurre Mattarella a non seguire l’esempio del suo predecessore e collega di partito, che pur in presenza di un governo non sfiduciato -quello presieduto da Carlo Azeglio Ciampi- interruppe la legislatura senza neppure ricorrere al rito delle consultazioni dei partiti e gruppi parlamentari. Scalfaro si limitò a “sentire”, come prescritto dalla Costituzione, i presidenti delle Camere: Giorgio Napolitano, che a Montecitorio aveva maturato la convinzione che lo scioglimento anticipato fosse opportuno, e Giovanni Spadolini che al Senato si era fatta un’idea diversa. 

Giovanni Spadolini

A me risultava che oltre a farsela, Spadolini avesse espressa la sua idea difforme al presidente della Repubblica senza convincerlo. Ma una volta che lo scrissi il puntigliosissimo Scalfaro me la smentì privatamente. Peccato che nel frattempo Spadolini fosse morto e non potesse confermare quello che personalmente mi aveva fatto capire. 

Le Camere sciolte nel 1994, per quanto elette meno di due anni prima, erano delegittimate innanzitutto per il gran numero di inquisiti e candidati alle manette, previa autorizzazione parlamentare, per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e quant’altro contestate soprattutto dalla Procura di Milano con l’indagine nota come “Mani pulite”. E “coscienze sporche”, aggiungevano polemicamente i pochi garantisti in servizio lamentando i metodi degli inquirenti e il senso prevalentemente unico delle loro iniziative sul piano politico. Ma erano delegittimate anche per l’intervenuto cambiamento della legge elettorale, essendo stato il sistema proporzionale praticamente demolito dal referendum del 1993. E sostituito con uno misto -per i due terzi maggioritario e un terzo ancora proporzionale- formulato da una legge di cui fu relatore a Montecitorio l’attuale presidente della Repubblica, battezzato in latino “Mattarellum” dal compianto Giovanni Sartori, Vanni per gli amici. 

          Per l’approvazione di una nuova legge  elettorale aveva premuto a viso aperto proprio Scalfaro, indicandola come traguardo di governo a Ciampi conferendogli l’incarico di presidente del Consiglio dopo il referendum e le dimissioni del primo governo di Giuliano Amato. Lo stesso Ciampi, scomodato dalla guida della Banca d’Italia, raccontò poi onestamente  in una intervista al Corriere della Sera di avere confessato al presidente della Repubblica la sua incompetenza in materia, sentendosi offrire come risposta la collaborazione degli uffici del Quirinale per supplirvi.

Pur eletto al vertice dello Stato dalle Camere uscite dalle urne solo nel 1992, sull’onda emotiva della strage di Capaci, che aveva azzerato tutte le candidature coltivate nei partiti per la successione al “picconatore” Francesco Cossiga, il nuovo presidente della Repubblica non vedeva l’ora di liberarsene: l’opposto di Mattarella, che delle Camere elette nel 2018 è stato un protettore forse sin troppo paziente, prima ancora che l’emergenza sanitaria della pandemia e quella economica e sociale collegata l’obbligassero un anno e mezzo fa ad allestire il governo eccezionalissimo di Mario Draghi, pur di non mandare gli italiani alle urne dopo il naufragio del secondo governo Conte, politicamente opposto al primo. 

Queste Camere, diversamente da quelle del 1994, non sono delegittimate da vicende giudiziarie, e da cappi sventolati nelle sue aule, né da una nuova legge elettorale. Lo sono invece per la riforma, fortemente voluta dai grillini e subìta dagli alleati di turno, che ne ha tagliato un terzo e più dei seggi parlamentari, per cui deputati e senatori uscenti si dibattono come tonni nelle reti della morte, e per la dissoluzione ormai del partito originariamente “centrale”, quello appunto dei grillini. Attorno al quale si sono fatte e disfatte le maggioranze di questa legislatura, anche quella del governo -eccezionale, ripeto- di Draghi. Cui è  capitato in questi giorni ciò che è mancato a tutti gli altri nella storia della Repubblica, anche a quelli storici davvero di Alcide De Gasperi, e della ricostruzione dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale: un coro di appelli di ogni tipo a restare. Essi hanno ricordato e ricordano un pò quelli levatesi alla fine dell’anno scorso per la conferma di Mattarella al Quirinale, alla scadenza del suo mandato.

Sergio Mattarella

Mattarella non ne voleva sapere, ma alla fine si rese disponibile. Forse oggi egli vorrebbe che Draghi, tra i fautori della sua rielezione, facesse lo stesso a Palazzo Chigi. Dove però non si è eletti per sette, lunghi anni, diventati quattordici per Mattarella, ma nominati, e condizionati dagli umori variabili di partiti, correnti e singoli leader, veri o presunti. 

Pubblicato sul Dubbio

Se si tratta davvero per trattenere Draghi a Palazzo Chigi non è certamente con lui

Titolo di Repubblica
Titolo del Corriere della Sera

“Si tratta a oltranza”, annuncia il Corriere della Sera in vista della verifica parlamentare sul governo Draghi, dopo le dimissioni respinte da Sergio Mattarella per la rottura praticamente consumatasi la settimana scorsa fra lo stesso Draghi e Giuseppe Conte, se vogliano chiamare le cose col loro none, senza infingimenti. Ma chi tratta? Non certamente Mario Draghi, per quanto assediato non da chi vuole liberarsi di lui ma da chi “dal basso”, come ha titolato Repubblica, lo spinge a restare temendo i danni anche di elezioni anticipate -cui sarebbe rassegnato in caso di riapertura della crisi il presidente della Repubblica- in questi tempi di emergenze, persino di guerra che dall’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin diffonde i suoi effetti anche nelle nostre case col carovita. 

Draghi se ne sta sulle sue, magari ad ammirare l’Altan di Repubblica che partecipa a suo modo agli appelli a restare, godendosi i guai in cui è incorso non lui ma Conte. Che con la sua sostanziale offensiva ha aggravato confusione e crisi in quel che resta del MoVimento 5 Stelle, prossimo ad altri abbandoni, dopo quelli già sostanziosi di Luigi Di Maio e amici. 

Titolo della Stampa
Michele Ainis al Fatto Quotidiano

E’ uno sgretolamento, quello dei grillini, che potrebbe in teoria indurre Draghi a non ritenere più essenziale neppure sul piano politico, oltre che numerico nelle aule parlamentari, la partecipazione delle ormai spente 5 Stelle al governo e alla maggioranza. D’altronde, la situazione in cui si trova Draghi è stata ben rappresentata dal costituzionalista Michele Ainis dicendo che il problema non è della fiducia da accordare al presidente del Consiglio ma della fiducia che questi si sente o no di riporre o concedere di nuovo alla sua maggioranza, dove a creargli problemi non sono stati peraltro solo i grillini ma anche altri: per esempio, i leghisti. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

Se qualcuno sta veramente trattando in queste ore dietro le solite quinte bisognerebbe forse cercarlo nel Pd. Dove il segretario Enrico Letta sta praticando una terapia di accanimento, diciamo così, alla politica del “campo largo” perseguita con Giuseppe Conte per non essere costretto -quando si andrà alle elezioni- a cercare più spasmodicamente un’intesa con l’area centrale affollata da transfughi dello stesso Pd e del centrodestra. Ma ormai che cosa potrebbe ancora garantirgli e procurargli un MoVimento 5 Stelle ridotto al ruolo e alle dimensioni cui l’ha portato Conte in una versione populista che lo ha messo in concorrenza un pò con l’ex alleato leghista Matteo Salvini e un pò con l’ex grillino Alessandro Di Battista? Il quale ultimo   potrebbe magari soffiargli il posto rientrando nel movimento tornato alle origini, ma senza i numeri elettorali e parlamentari del 2018. 

Dal blog di Beppe Grillo

E Grillo, il fondatore, il garante, l’Elevato, con la maiuscola? Si lascia attribuire i più disparati umori, anzi malumori, e gioca su internet con i barattoli di colla. Che però non è solo quella dei “traditori” attaccati alle poltrone, ma anche quella che lo lega all’idea, appena rilanciata sul suo blog, che deve finire “la nostra ossessione per la crescita”. Sarebbe nella decrescita la nostra felicità, oltre che il nostro avvenire. Anche lui è tornato alle origini, senza averne più i numeri. 

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