In memoria di Eugenio Scalfari, grandissimo giornalista scomparso quasi centenario

Come la morte delle persone alle quali si tiene, si è avuto rispetto, anche nel dissenso delle opinioni e delle iniziative, quella di Eugenio Scalfari alla bella e venerabile età di 98 anni, quasi centenario quindi, mi ha colto non abbastanza preparato. Era da un pò che non lo si leggeva: lui che pure era puntuale negli appuntamenti con i lettori, magari negli ultimi tempi più per filosofare che per raccontare o commentare la sua seconda passione -dopo la filosofia appunto- della vita che è stata la politica. Alla quale egli ha partecipò anche attivamente per alcuni anni come deputato eletto a Milano nelle liste socialiste, ma ancor più profondamente e lungamente con i suoi editoriali, che spesso dettarono la linea a partiti anche imponenti come fu quello comunista guidato da Enrico Berlinguer. Che lui votò con orgoglio persino ostentato, dopo essere stato fascista da giovane, come d’altronde era accaduto a tanti suoi coetanei, compreso il suo rivale in giornalismo Indro Montanelli. Il cui Giornale, nato nel 1974 da una scissione a destra, diciamo così, del Corriere della Sera, indusse Scalfari a fondarne un altro, contrapposto, a sinistra. Che fu la Repubblica. 

Ho avuto la fortuna di essere testimone personale della correttezza dei loro rapporti. Nei tanti anni in cui, al Giornale appunto, partecipai alla contestazione del “compromesso storico” proposto da Berlinguer e sostenuto da Scalfari, arrivato con una intervista postuma ad Aldo Moro, appena ucciso dalle brigate rosse, per arruolarlo tra i favorevoli a quella prospettiva, e non solo ad una tregua parlamentare di “solidarietà nazionale” fra Dc e Pci com’era stata quella concordata nel 1976, Montanelli non si lasciò mai prendere dalla tentazione di una polemica personale con lui. E fra le sue rare direttive ai redattori, editorialisti, commentatori del Giornale c’era quella di risparmiare polemiche personali con Scalfari. 

Anche Scalfari aveva la sua classe. Avversario dichiarato di Bettino Craxi, del cui governo annunciava o auspicava quotidianamente la  caduta prematura, e al quale non rimproverava di avere “tagliato la barba a Marx” con quel saggio su Proudhon scritto a quattro mani con Luciano Pellicani, quando il leader socialista cadde sotto la ghigliottina giudiziaria di “Mani pulite” Scalfari smise di occuparsene. Molti altri invece ancora lo attaccano da morto da più di vent’anni e ne distorcono la storia politica e personale. 

Debbo dire che come i buoni vini, Scalfari migliorò invecchiando, sino a scandalizzare i suoi presunti o dichiarati discepoli, e persino quello che alla fine era diventato il suo editore: Carlo De Benedetti. Gli capitò, per esempio, di preferire pubblicamente Silvio Berlusconi – che lui definiva “impresario” anche dopo che era diventato presidente del Consiglio-ai grillini al governo. E di sostenere la riforma costituzionale di Matteo Renzi, osteggiata dagli amici Gustavo  Zagrebelsky e Ciriaco De Mita. Di Renzi peraltro  egli aveva cercato inutilmente di affinare il carattere e la cultura, raccontando -senza smentite- di avergli consigliato buone letture su cui poi lasciarsi interrogare, o quasi, da lui.  

Sarà stato vanitoso, superbo, indisponente con quel “cono d’ombra” nel quale soleva mettere chi usciva dalle sue sue simpatie, ma Scalfari è stato sicuramente un grande giornalista. Al quale peraltro le figlie donarono un documentario a tratti toccante realizzato con la sua partecipazione. Che personalmente mi gustai vedendolo in televisione.

Addio, direttore. O arrivederci, se mai il tuo amico Papa Bergoglio ti avesse intimamente convertito a forza di frequentarvi e di scambiarvi carinerie. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Giuseppe Conte è finito come una mosca in un bicchiere capovolto

Dalla prima pagina della Stampa
Titolo del Giornale

Più che nudo, come lo rappresenta nel titolo di prima pagina il Giornale, o incartato, come nel commento di Marcello Sorgi sulla prima pagina della Stampa, con la sua decisione di negare la fiducia al governo non facendo partecipare i grillini alla votazione unica al Senato sul decreto “Aiuti” . già non votato alla Camera in uno scrutinio separato, Giuseppe Conte è finito come una mosca in un bicchiere capovolto. Che nessuno sembra avere davvero la voglia di rigirare per liberarla.

Titolo del Messaggero
Titolo di Repubblica

L’ex presidente del Consiglio, pesantemente accusato dal segretario del Pd Enrico Letta di avere sparato contro il governo di Mario Draghi un colpo di pistola simile a quello che a Sarajevo sfociò nella prima guerra mondiale, è ormai il responsabile da tutti riconosciuto della rottura in corso. “Conte apre la crisi”, ha titolato la Stampa. “M5S apre la crisi”, il Messaggero. 

L’editoriale del Fatto Quotidiano
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Pur nel tentativo di rovesciare le responsabilità, prendendosela col presidente del Consiglio rappresentato in un braccio di ferro con Conte, dopo un fotomontaggio in cui i due erano pugili con tanto di guantoni, anche il direttore del Fatto Quotidiano non ha potuto sottrarsi all’obbligo di definire “scene da un manicomio” quelle della crisi: un manicomio in cui comunque si è mosso e si muove anche l’ex presidente del Consiglio tanto stimato e sostenuto da Marco Travaglio. 

Nel discorso pronunciato ai parlamentari di quel che resta del suo movimento Conte, reduce anche da una telefonata con Draghi, è arrivato ad attribuirsi il merito del decreto di fine mese anticipato dal presidente del Consiglio ai sindacati, sulla scia della “discontinuità” e del “cambio di passo” chiesti dal predecessore con un documento in nove punti. Ma neppure questo presunto, clamoroso successo ha indotto Conte a fermare la corsa verso il rifiuto della fiducia.

Marzio Breda sul Corriere della Sera

Ed ora che cosa farà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella? si chiedono tutti. Ai quali ha in qualche modo risposto il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda scrivendo, testualmente: “Si può solo dare per possibile che, nell’ipotesi di un Draghi azzoppato dalla prova della fiducia a Palazzo Madama, il presidente lo rinvii alle Camere. Ma -si badi- non come prova d’appello della coalizione per ricucire in extremis un tessuto che sia stato appena strappato, quanto per costringere i partiti ad assumersi solennemente le proprie responsabilità davanti al Paese. Esprimendo pubblicamente le rispettive posizioni, senza i mascheramenti tattici e i rilanci continui cui abbiamo assistito”.

“Poi, nel caso, Mattarella -ha scritto il quirinalista del Corriere- avvierà le consultazioni con le forze politiche e, numeri alla mano, prenderà una decisione. Sulla quale grava un punto interrogativo: chiedendo un nuovo sacrificio a Mario Draghi ?”. Proseguendo -ci sarebbe da chiedersi ancora- con l’attuale governo, nella presunzione di una permanenza pur contraddittoria dei grillini, o con un altro, il cosiddetto Draghi bis?

Ancora Marzio Breda sul Corriere della Sera

Ma anche a queste domande lo stesso Marzio Breda si era risposto da solo all’inizio della corrispondenza dal Quirinale smentendo “la voce” ricorrente “da un paio di giorni a Montecitorio” secondo la quale Mattarella “avrebbe detto a Mario Draghi: “Qualunque cosa succeda, tu da Palazzo Chigi non ti muovi…Ci siano capiti?”.

“Una intimazione -si legge nell’articolo di Breda- che non rientra nel lessico di Mattarella, un uomo per il quale la cultura della complessità (e questa è una fase estremamente complessa) si unisce a quella della mediazione (che non prevede un pressing così brutale). E’ insomma una frase “inverosimile”, sbottano al Quirinale, arricciando il naso. Non hanno tutti i torti, se non altro perché questo premier ha dato prova di voler decidere da solo, e senza tutori, il proprio destino”. Cosa che Conte evidentemente non ha messo in conto, finendo -ripeto- come una mosca sotto il bicchiere.

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