Il Mattarella usa e getta dei nemici irriducibili di Draghi

Titolo del Dubbio

Non basta applicare il passato remoto alla cronaca per farla diventare storia e raccontarla con la presunzione di un Tacito, senza averne peraltro la capacità di sintesi. Così ha fatto invece Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ricostruendo a suo modo la vicenda di Mario Draghi mandato un anno fa da Sergio Mattarella a Palazzo Chigi per consumare l’ormai noto “Conticidio”, rivelarsi  più o meno rapidamente inferiore alle esigenze, proporsi furbescamente o disinvoltamente di fuggire addirittura al Quirinale, raccogliere non più di quei 5 miseri e miserabili voti contati dagli scrutatori, per quanto avessero lavorato per lui tantissimi infiltrati in vari partiti della maggioranza, compreso quello grillino, e infine rimanere dov’era in condizioni peggiori di prima. Condizioni dalle quali trarrà i maggiori benefici la destra di Giorgia Meloni, destinata a raccogliere, quando si riuscirà finalmente ad andare alle urne, il 30 per cento dei voti profetizzato proprio sul Fatto Quotidiano in una intervista da Vittorio Feltri, non so se in veste più di direttore editoriale di Libero, se lo è ancora dopo la nomina di Alessandro Sallusti a direttore responsabile, o di consigliere comunale di quella destra a Milano. 

    Dopo essersi compiaciuto, a botta calda, del contributo decisivo, credo, dato da Mattarella alla sconfitta di Draghi accettando di essere confermato, rieletto o solo “votato”, come l’esimio professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha cercato di ridimensionare su Repubblica, il tacitiano Travaglio ha buttato giù dal podio il presidente  uscente e confermato della Repubblica liquidandolo come “un Napolitano qualsiasi”. Che nel 2013 si lasciò rieleggere dopo avere negato anche lui la disponibilità a restare, ma in realtà -ha più volte scritto lo stesso Travaglio a proposito di quel passaggio- manovrando perché le cose andassero in quel modo. 

Travaglio sul Fatto di ieri

           Tra “rinnego della parola data” anche questa volta, “la presidente del Senato ridicolizzata in diretta tv” col suo tonfo di candidata del centrodestra al Quirinale, “ la direttrice” dei servi segreti “impallinata da Letta jr, Di Maio, Forza Italia e frattaglie varie (e screditata dalla foto con Giggino”), come al Fatto Quotidiano chiamano il ministro degli Esteri, “la maggioranza in frantumi”, “le coalizioni e i partiti in pezzi”, “l’antipolitica ai massimi storici”, come se il suo giornale non vi avesse contribuito, “il nuovo boom dell’’astensionismo” e la sola Meloni dall’opposizione che “ci lucra”, sono tutti “bei pirla”, ha chiuso e certificato Travaglio. Proprio “tutti”, compreso quindi Mattarella col suo già appassito alloro antidraghiano, escluso solo il solito Conte, che al Fatto e dintorni rimpiangono ancora alla guida del governo e vorrebbero ora aiutare a liberarsi finalmente di Luigi Di Maio,  non più con le buone ma con le cattive, costi quel che costi, anche la dissoluzione completa del MoVimento uscito nel 2018 dalle urne come solo la Dc sapeva fare negli anni d’argento, se non in quelli d’oro di Alcide De Gasperi.

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