La fortuna a Berlino di avere una vera sinistra di governo

            Che cosa hanno di più o di diverso i tedeschi rispetto agli italiani per meritarsi in un solo giorno due buone notizie come un nuovo accordo di governo fra democristiani e socialdemocratici, sia pure dopo quasi cinque mesi dalle elezioni, e la sperimentazione della settimana lavorativa di 28 ore, anziché 35? Fra le altre cose, la fortuna di avere da qualche tempo una sinistra vera di governo. Che quando sbanda e si arrocca, com’è accaduto all’indomani della sconfitta elettorale di settembre annunciando che non avrebbe più fatto governi con i democristiani, a costo di aprire una stagione pericolosa di instabilità, per pentirsene e correggersi non ha bisogno di una ventina d’anni. Che sono invece il tempo medio impiegato dalla sinistra italiana per rendersi conto dei propri errori. E fare quindi l’autocritica, se la fa, quando non serve più.

            Una ventina d’anni, per esempio, occorsero al maggiore partito della sinistra italiana, il Pci nel frattempo trasformatosi in altre sigle o “ditte”, come le chiamava Pier Luigi Bersani, per accorgersi dell’errore compiuto col referendum del 1985 contro i modestissimi tagli apportati alla scala mobile dei salari- per giunta da un governo presieduto da un socialista, Bettino Craxi-  per riportare sotto controllo un’inflazione che divorava letteralmente i salari, specie quelli più modesti.

            Di anni ne sono passati inutilmente più di venti, esattamente 26, senza che i post-comunisti si decidano ad ammettere i danni irreparabili apportati alla sinistra italiana ammazzando l’odiato Craxi prima politicamente e poi anche fisicamente. Ciò accadde, in particolare, con la resa di Massimo D’Alema, allora presidente del Consiglio, al diktat della Procura di Milano contro il rientro del “latitante” in Italia per ritardarne, a quel punto, di qualche mese la morte in un ospedale della sua Milano, o altrove,  senza le guardie carcerarie, o simili, alla porta o ai piedi del letto. Fu una resa involontariamente confessata dallo stesso D’Alema di recente, quando ha rivendicato il merito di avere tentato di smuovere la magistratura da una posizione a dir poco incredibile. Sarebbe bastato che l’avesse detto allora, quando era a Palazzo Chigi, denunciando all’opinione pubblica quanto stesse accadendo per cambiare forse le cose, o addirittura rovesciare un  clima che è riduttivo limitarsi a definire giustizialista. O quanto meno per riscattare l’onore della propria  parte politica di fronte a tale scempio di umanità.

            La fortuna dei tedeschi, per tornare ai giorni nostri, è di avere una sinistra, ma anche una destra, dove quelli che contano non scambiano per inciucio –altro termine coniato a suo tempo da D’Alema- intese di governo trasparenti e necessarie per non condannare il Paese al caos. O ad elezioni continue già sperimentate proprio in Germania nel secolo scorso e sfociate nell’arrivo di Hitler al potere, con tutto ciò che seguì ancora.

            Se c’è gente che non vede dalle nostre parti qualcuno che già assomigli o possa assomigliare a quel pazzo, temo che sbagli.  

                         

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