L’eterno duello rusticano fra Massimo D’Alema e Romano Prodi

            Nella cosiddetta prima Repubblica vivemmo prima l’eterna gara fra i due “cavalli di razza” della Dc, Amintore Fanfani e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico, e poi l’eterno duello fra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita, pure loro in ordine alfabetico. Nella cosiddetta seconda Repubblica dobbiamo accontentarci dell’eterno duello rusticano  fra Massimo D’Alema e Romano Prodi, sempre in ordine alfabetico per essere il più neutri possibile.

            Fanfani e Moro non se le dissero, ma se le fecero di tutti i colori per una ventina d’anni contendendosi, oltre alla guida dello scudo crociato, il merito e la conduzione del centro-sinistra. Così fu chiamata la politica democristiana di apertura e collaborazione con i socialisti dopo la rottura di governo del 1947 e lo scontro elettorale dell’anno seguente col “fronte popolare” costituito dal Pci dell’astuto Palmiro Togliatti e dal Psi di un ingenuo Pietro Nenni.

            Ad onore di Fanfani, che pure alla fine del 1971, avendo perso la corsa al Quirinale non aveva permesso a Moro di succedergli come candidato, va detto che lui fu l’unico, o fra i pochi, a mobilitarsi davvero, non per finta, per aiutare il suo antagonista quando si trovò in pericolo di vita. Fu lui, da presidente del Senato e da esponente autorevole della direzione democristiana, a prestarsi a sostenere in pubblico la grazia che il presidente della Repubblica Giovanni Leone si prestava a concedere alla detenuta per terrorismo Paola Besuschio per cercare di fermare le mani assassine dei carcerieri di Moro. I quali poi, pur di non dividersi nella valutazione dell’atto di clemenza, se fosse congruo o no rispetto allo scambio originariamente proposto con 13 brigatisti rossi detenuti, ammazzarono Moro la mattina del 9 maggio. Lo uccisero cioè  prima che Fanfani potesse parlare alla direzione del suo partito a favore dell’atto “autonomo” di Leone, e questi potesse  firmare  la grazia.

             Craxi e De Mita se le dissero, oltre che darsene, di tutti i colori. Più in particolare, in verità, De Mita diede a Craxi dell’”inaffidabile” e della vittima quasi cerebrale del diabete prima di scalzarlo malamente nel 1987 da Palazzo Chigi, rivendicando un’assai curiosa staffetta alla guida del governo non per governare nell’ultimo e più difficile anno della legislatura, ma per anticipare le elezioni. Che a quel punto il leader socialista rivendicava il diritto di gestire.

             La disinvoltura di De Mita, segretario allora della Dc, fu tale che pur di provocare lo scioglimento delle Camere il gruppo democristiano della Camera si astenne sulla fiducia, negandola, al governo monocolore appena composto da Fanfani  in sostituzione di Craxi.

            I celebranti dei 90 anni che De Mita ha appena compiuto dimenticano in questi giorni, nella rievocazione delle sue gesta, quel passaggio poco glorioso sul piano politico e istituzionale, ma non fa niente.

            Il duello rusticano fra D’Alema e Prodi cominciò quando comparve sui giornali l’indiscrezione secondo cui, conversando con amici, l’allora segretario del Pds-ex Pci aveva dato del “flaccido imbroglione” all’allora presidente del Consiglio. D’Alema smentì indignato, ma sfortunatamente dopo qualche mese Prodi fu costretto a dimettersi dalla guida del governo per un voto di sfiducia, o di mancata fiducia, come preferite, voluto dalla sinistra facente capo a Fausto Bertinotti.

            Prodi reclamò, col sostegno di Walter Veltroni, suo vice presidente del Consiglio dimissionario, il ricorso alle elezioni anticipate per cercare di governare nella successiva legislatura senza dipendere da Bertinotti. Ma D’Alema non ne volle sapere. E, facendosi sostituire al partito da Veltroni, subentrò a Prodi a Palazzo Chigi per governare con l’aiuto di un gruppo di transfughi del centrodestra allestito dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

            Quindici anni dopo, nel 2013, furono attribuiti anche a D’Alema, oltre all’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi, i cento e passa “franchi tiratori” che impedirono l’elezione al Quirinale di Prodi, appena candidato dal Pd su proposta di Pier Luigi Bersani, allora segretario ed anche presidente del Consiglio pre-incaricato. D’Alema negò che in quell’agguato ci fosse stata la sua mano, ma non poteva francamente negare che qualche compagno avesse potuto partecipare al cecchinaggio immaginando di fargli un piacere.

            E veniamo ai nostri giorni, o alle nostre ore. Prodi ha fatto quello che si chiama endorsement elettorale per Renzi e i suoi alleati nella corsa al voto del 4 marzo lamentando il carattere “divisivo”, e fortemente negativo per le prospettive del centrosinistra, del movimento Liberi e Uguali allestito da D’Alema e compagni e affidato alla guida di Pietro Grasso, presidente uscente, e quindi terminale, del Senato. D’Alema ha colto la prima occasione offertagli dalla sua campagna elettorale per liquidare quella di Prodi come una sortita di nessuna influenza, rinfacciando all’ex presidente del Consiglio l’irrilevanza del sì annunciato nel 2016 al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi. Che D’Alema, allora esponente ancora del Pd, aveva duramente contrastato festeggiandone alla fine la bocciatura.

            Manca solo il sangue. Ma sul piano politico è come se già scorresse abbondante.

              

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