Se i magistrati a Messina sfidano pure la Madonna delle catene

I genitori del De Luca siciliano, da non confondere con quello della Campania, che governa più o meno felicemente la sua regione schivando ricorrenti difficoltà politiche e giudiziarie, furono davvero previdenti. Essi chiamarono all’anagrafe e alla parrocchia il loro figliolo non Vincenzo, come l’omonimo di Ruvo del Monte, ma Cateno. Che sembrerà un nome strano, ma in Sicilia è diffuso, sia pure meno del suo femminile Catena, ispirata  all’omonima Madonna promossa dal popolo, prima ancora che dalla Chiesa, più di seicento anni fa patrona degli schiavi, prigionieri, detenuti e chiunque altro si trovi appunto in catene.

La leggenda vuole che tre poveracci portati a morire per impiccagione davanti a una chiesetta dedicata alla Vergine furono salvati in prima battuta da un forte temporale. Che indusse le guardie a portare i malcapitati al coperto, aspettando che smettesse di piovere. Ma il tempo non migliorò e i tre furono legati di notte all’altare con le catene, che la Madonna rispondendo alle loro preghiere ruppe senza fare rumore, cioè senza svegliare le guardie. Che non si accorsero pertanto della fuga dei tre graziati.

Ma la leggenda non finisce qui. Essa vuole che le guardie, svegliatesi all’alba, e col tempo nel frattempo migliorato, riuscirono a catturare i fuggiaschi e a riportarli per l’esecuzione in piazza. Dove la popolazione impedì che la condanna a morte fosse eseguita, valendo ai propri occhi più la grazia della Madonna che l’autorità del re di

turno. Che si arrese pure lui alla Vergine ordinando la scarcerazione, a quel punto, dei fortunati.

Con una simile storia o leggenda alle spalle, e con quindici processi vinti su quindici in sette anni, il deputato regionale Cateno De Luca, appena rimesso in libertà da un giudice, e in attesa del sedicesimo processo, può ben considerare i pubblici ministeri che non lo mollano di essere anche blasfemi. Correrebbe meno rischi di quanti se ne sta forse procurando dando loro dei mafiosi, o quasi, sia pure in un empito comprensibile di rabbia.

 

 

Pubblicato da Il Dubbio

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