La salma di Totò Riina al servizio di una nuova emergenza antimafia

Fra i molti articoli sulla morte di Totò Riina e sulla mafia dopo di lui, come se davvero egli ne fosse rimasto a capo anche in prigione, e che prigione, si è distinto per puntualità di racconto e di analisi quello scritto per Il Foglio da Giuseppe Sottile. Il quale ha giustamente visto e denunciato il pericolo di usare anche la salma di Riina per “perpetuare l’emergenza” dell’antimafia a scopo tutto politico.

Ciò significa anche “rinominare dopo le elezioni -ha scritto Giuseppe Sottile- una nuova commissione parlamentare antimafia e affermare il principio in base al quale ci salveremo solo se la politica si farà da parte consegnando il potere nelle mani di magistrati indomiti o indomabili. Come Piercamillo Davigo, come Nino Di Matteo”, di cui è noto, fra l’altro, il corteggiamento -chiamiamolo così- da parte dei grillini. Che li hanno prenotati da ministri di un loro governo destinato a rivoltare il Paese come un calzino, per ripetere un concetto attribuito, a torto o a ragione, negli anni di “Mani pulite” a Davigo, allora fra i magistrati di punta della Procura di Milano impegnata nelle indagini sul finanziamento illegale della politica, e sulla corruzione che ne conseguiva o l’accompagnava.

Gli elettori nel 1994, nonostante le folle sotto le finestre del tribunale di Milano, i cortei e i processi mediatici, preferirono affidare il compito di rivoltare il Paese come un calzino a Silvio Berlusconi, che vi provò inutilmente, trattenuto -come si è ripetutamente lamentato lui stesso- dalle resistenze dei suoi alleati, e non solo dai magistrati che si misero a rivoltare i calzini suoi, imbastendogli  un’infinità di processi.

Ma torniamo al commento di Giuseppe Sottile e alla sua denuncia del pericolo di perpetuare l’emergenza antimafia anche dopo la morte del capo che ne ha rappresentato la fase e l’immagine più criminale, quella delle stragi di venticinque anni fa, seguite al maxi-processo di Palermo che aveva decapitato, con la conferma in appello e in Cassazione, l’organizzazione. Vi torno per chiedermi se l’emergenza antimafia possa e debba esaurirsi nelle ipotesi di una nuova commissione parlamentare antimafia e in una irruzione in politica di Davigo e De Matteo, con il loro coinvolgimento in un improbabile -spero- governo a 5 stelle di Luigi Di Maio.

Non occorre spingersi sino ai grillini per lamentare o temere la strumentalizzazione politica della lotta alla mafia.

Da qualche settimana è sulla scena politica per capeggiare una nuova sinistra, in funzione antirenziana, un magistrato antimafia portato in Parlamento da pensionato cinque anni fa dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani e poi eletto presidente del Senato. E’ naturalmente Pietro o Piero Grasso, che con tempestività ha colto la prima occasione offertagli da un giornale dopo la morte di Riina per rivendicare i meriti della sua lotta alla mafia, che nel 1992 -ha ricordato in una intervista a Francesco La Licata, de La Stampa- lo portò persino a un passo dalla morte, dopo l’assassinio dei suoi colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Già giudice a latere nel maxi processo di Palermo, e non ancora approdato alla Procura nazionale antimafia, dove sarebbe arrivato dopo anni, Grasso fu condannato a morte proprio da Riina con l’ordine di una “bottarella”, come disse a Gianni Brusca, che poi ne avrebbe parlato come collaboratore di giustizia. La “bottarella” avrebbe dovuto essere un attentato dinamitardo sotto casa dei suoceri, a Monreale, in occasione di una sua visita.

Per fortuna di Grasso i suoceri abitavano vicino a una banca, i cui dispositivi di allarme, potendo interferire coi timer dei mafiosi, ritardarono quanto meno l’attentato. A metà gennaio del 1993 per fortuna Riina fu arrestato “e io sono qui a raccontare”, ha detto il presidente del Senato: a raccontare e a seguire un dibattito politico che sempre più lo coinvolge, dopo le sue dimissioni dal Pd ma non dalla carica istituzionale di presidente del Senato e potenziale presidente supplente della Repubblica, come candidato alla guida di una nuova sinistra. Che molti definiscono “radicale”, ma che, per non fare torto ai radicali veri, quelli che si richiamano al compianto Marco Pannella, chiamerei sinistra al quadrato, anzi al cubo.

Il passato togato di Grasso non ha tuttavia impedito a Eugenio Scalfari di tornare nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica a riproporre l’urgenza delle dimissioni da presidente del Senato, e di quelle di Laura Boldrini da presidente della Camera, anche lei impegnata sullo stesso versante politico, persino in concorrenza con lui. E all’ex presidente della Camera Luciano Violante, intervenuto a loro favore invocando la circostanza di un Parlamento ormai agli sgoccioli, Scalfari ha ricordato che “la legislatura finirà davvero fra sei mesi e forse anche sette, di piena campagna elettorale”, per cui “l’incompatibilità” fra  i ruoli politici e istituzionali dei due presidenti “diventerà ancora maggiore”.

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