Lettera a Renzi, craxiano a sua insaputa

        Caro Matteo, ho appena finito di leggere su Democratica, la testata elettronica con la quale spero che tu non abbia deciso di volere sostituire definitivamente quella storica della sinistra l’Unità riscomparsa dolorosamente dalle edicole, il capitolo del tuo libro di imminente uscita con le edizioni Feltrinelli intitolato Avanti. Manca, se non ho visto male, il punto esclamativo che evocherebbe un’altra testata storica della sinistra italiana, ancora più vecchia dell’Unità: il giornale socialista nato per l’iniziativa e sotto la direzione di Leonida Bissolati -pensa un pò- nella suggestiva notte di Natale del 1896, anch’esso ormai uscito dalle edicole, incorso nell’infortunio di una imitazione a dir poco sfortunata e diffuso solo on line da quel poco che è rimasto del Psi. Una bella e autentica storia dell’Avanti! per fortuna esiste grazie alla penna e alla testa di Ugo Intini, che ne fu per qualche anno direttore.

         Forse ti dispiacerà vedertelo scrivere, visto che hai sempre mostrato una certa contrarietà a sentirti paragonare al mio amico Bettino Craxi, morto nel 2000 in una latitanza, in Tunisia, ad Hammamet, forse corretta sul piano giudiziario, anche se ci sono giuristi come Nicolò Amato che lo hanno contestato in punta di cuore e di diritto, ma sicuramente scorrettissima per chi ha vissuto da adulto, diciamo così, gli anni di un trattamento giudiziario molto simile e vicino alla persecuzione, riconoscibile in quella “durezza senza uguali” lamentata, a dieci anni dalla sua scomparsa, dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, lo stesso che ti avrebbe nominato nel 2014 presidente del Consiglio; forse -ti dicevo, scusandomi per la lunga premessa- ti dispiacerà vedertelo scrivere, ma anche nel capitolo che hai scelto di anticipare del tuo libro, dedicato al tema così drammaticamente centrale dell’immigrazione, oltre che in quel titolo pur mancante del punto esclamativo, ho trovato assonanze non con la tua infanzia -si potrebbe dire- democristiana, ma con la tradizione e la cultura socialista. Anche il dovere di “aiutare a casa loro” i disperati che scappano dall’Africa, al di là della strumentale rivendicazione leghista delle parole, rientra nella linea sempre predicata da Craxi di sostenere lo sviluppo del continente dirimpettaio dell’Europa. Fu l’anticipazione del piano Marshall per l’Africa poi proposto da Berlusconi.

         Se vuoi, posso girarti un cortometraggio di una decina di minuti appena inviatomi dalla mia amica Stefania Craxi, figlia di Bettino, in cui potrai riconoscerti in molte cose dette e scritte dal padre sull’Europa e sul rapporto con la sponda africana, nonché sulla necessità di rinegoziare i famosi parametri del trattato costitutivo dell’Unione. Che sia per il loro contenuto sia per il modo in cui sono stati gestiti, una volta scomparsi i protagonisti, si sono rivelati più un cappio che una culla di sviluppo e di solidarietà.

         D’altronde, caro Matteo, tu sei stato l’unico che abbia avuto la forza e il coraggio di iscrivere il tuo Pd, nato nel 2007 con la fusione fra ciò che rimaneva , almeno a parole, dei riformismi di origine comunista, socialista, laica e democristiana, al Partito Socialista Europeo. I tuoi predecessori provenienti dal Pci non vi si erano spinti, un po’ perché quella parola “socialismo” è sempre andata scomoda alla loro formazione e un po’ per paura di rompere con i post-democristiani. Che a te quindi hanno permesso ciò che avevano negato agi altri, soddisfatti d’altronde di sentirsi “osservatori” del Pse, meno ancora quindi di ospiti.

         Mi chiedo che cosa ancora ti impedisca, se non un conformismo di amaro sapore giustizialista, che pure dovrebbe darti fastidio per l’esperienza che hai già avuto personalmente e politicamente con certa cultura e pratica giudiziaria, di riconoscerti fra i successori di Craxi, e non solo di Pier Luigi Bersani, per esempio, o, ancor prima del Pd, di Piero Fassino. Che, peraltro, fra i post-comunisti è quello che non a caso, secondo me, ti sta più fortemente e convintamente sostenendo nelle polemiche che ancora ti angustiano nel partito. Un Fassino così onesto e coraggioso da essere stato il primo, in un libro autobiografico, a riconoscere parecchi anni fa a Craxi il merito di avere anticipato di parecchio il pur mitico Enrico Berlinguer, nella memoria dei militanti comunisti, sulla strada dell’ammodernamento della sinistra e, più in generale, del sistema istituzionale italiano. E di averlo fatto in modo così concreto e visibile da avere involontariamente creato le premesse del crollo anche fisico dell’allora segretario del Pci, ridottosi talmente in un angolo da cercare quasi di uscirne con una morte eroica, sul campo di battaglia di una campagna elettorale, come avvenne nel 1984.

         Abbi quindi il coraggio, caro Matteo, di un aggiornamento completo della tua anagrafe politica. Scuoteresti davvero e definitivamente la sinistra senza tradirla o snaturarla, come temeva e teme invece la sua parte più arcaica e immobile. D’altronde, ti ha preceduto su questa strada, e nello stesso Pd, pure il tuo avversario ed ex concorrente da sinistra Michele Emiliano: il sempre imprevedibile governatore pugliese. Che, accettando molto volentieri il sostegno di Bobo Craxi, l’altro figlio di Bettino, nelle primarie congressuali di aprile, disse pubblicamente che la sinistra aveva debiti da pagare, sul piano umano e politico, al padre. Sì, debiti, anche se il solito Michele Travaglio usa giocare con questa parola per coprire il solito, macabro spazio residuale del giustizialismo praticato anche ai morti.

         Pensa al salutare sconquasso -scusa l’ossimoro- che provocheresti in questo stagno paludoso che è diventato il dibattito politico italiano, fra un Massimo D’Alema che sarebbe costretto a ripetere contro di te le giaculatorie anticraxiane della falsa epopea di Mani pulite, un Beppe Grillo che darebbe ancora di più i numeri e un Silvio Berlusconi che non potrebbe più vantarsi di essere l’unico amico rimasto del compianto Bettino, morto in tempo per non vederlo condannato in via definitiva in un’aula giudiziaria, ed espulso dal Senato, ma in tempo anche per non dovergli rimproverare errori nella gestione delle sua avventura politica. Già, perché l’ex Cavaliere di errori ne ha pure commessi, come quello di sfilarsi dal cosiddetto Patto del Nazareno con te sulle riforme per rifiutare la candidatura al Quirinale di un uomo, Sergio Mattarella, di cui adesso è entusiasta, dimenticandone le lontane e peraltro inutili dimissioni da ministro nell’ultimo governo di Giulio Andreotti contro la legge che finalmente regolarizzava le televisioni private, cioè le sue, di Berlusconi.

                                                      

 

 

 

 

 

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