Salvini sfida Berlusconi con le aperture a Grillo

          Occhio anche all’altro Matteo, che naturalmente è Salvini, il segretario della Lega, tutto preso, diversamente da Renzi, il segretario del Pd, a corteggiare i grillini. Con i quali il padano è appena tornato a dichiarare di non volere escludere accordi dopo le elezioni, vista la sintonia crescente sul problema dell’immigrazione, destinato a diventare sempre più centrale nella campagna elettorale in corso da più di un anno. E ciò, nonostante molti ai piani alti delle istituzioni facciano finta di non accorgersene, soddisfatti dello scampato pericolo di uno scioglimento anticipato delle Camere, sia pure di qualche mese soltanto rispetto alla scadenza ordinaria del prossimo inverno.

         In verità, il vice presidente grillino della Camera Luigi Di Maio, mettendo il suo bagaglio nell’auto dopo la festa a Palermo per il candidato appena scelto col solito sistema del clic alla carica di governatore della regione siciliana, è tornato ad escludere davanti a telecamere e micrfoni che il suo partito si converta, nella stessa Sicilia e altrove, all’idea di allearsi con altri, specie se hanno alle loro spalle esperienze di governo. E la Lega ne ha avute di sicuro a livello nazionale, ai tempi del fondatore Umberto Bossi, e ne ha ancora, con Salvini, a livello locale, se possiamo chiamare locali i governi di regioni come la Lombardia, il Veneto e la Liguria.

         Ma il no di Di Maio, per quanto il vice presidente di Montecitorio sia ancora quotato come il più probabile candidato del movimento di Grillo a Palazzo Chigi, non sembra impensierire Salvini. Che forse ha altre notizie sugli umori di chi conta davvero fra i grillini, anche senza avere incontrato Davide Casaleggio, viste le smentite e le minacce di querele che si è procurato il direttore di Repubblica per averne invece riferito ai lettori.

         D’altronde prove di contiguità politica fra grillini e leghisti si sono colte nelle elezioni amministrative già l’anno scorso, con l’elezione delle sindache pentastellate di Roma e di Torino, e si sono ripetute, a vantaggio questa volta dei candidati della Lega e dintorni, nelle elezioni amministrative di questo 2017.

         Quanto più Silvio Berlusconi, fra uno scherzo e l’altro sull’eterno e vacuo problema, per lui, del suo successore politico, indica nei grillini i principali avversari, e bussa alla porta di Renzi, che lo incoraggia -nella rappresentazione di una vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera- a venire “Avanti!”, con l’esclamativo del giornale del Psi, rimasto nella penna del segretario del Pd titolando il suo libro fresco di stampa, tanto più Salvini tiene a dialogare con loro.

         Questa dell’altro Matteo non può essere scambiata per una condotta occasionale. E’, al contrario, una linea ostentata di dissenso, anzi di sfida al presidente di Forza Italia e alla sua convinzione di essere il leader insostituibile del centrodestra che dovesse ricostituirsi a livello nazionale. Un centrodestra le cui divisioni non sono inferiori a quelle del centrosinistra.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net

       

L’esclamativo dell’Avanti rimasto nella penna di Matteo Renzi

Emilio Giannelli, con la sua vignetta sul Corriere della Sera ispirata al libro di Matteo Renzi appena pubblicato da Feltrinelli, è riuscito come sempre a cogliere il segno meglio di un editorialista.

Quell’esclamativo birichino aggiunto all’Avanti del titolo del libro del segretario del Pd per incoraggiare un Silvio Berlusconi che bussa all’uscio riporta per incanto, e non a torto, sulla prima pagina del quotidiano più diffuso in Italia la storica testata socialista scomparsa da tempo dalle edicole e vanamente sostituita, al di là dei meritevoli sforzi di chi se ne occupa, dall’edizione elettronica voluta da quel che è rimasto del Psi. E’ un esclamativo nato col giornale socialista la notte addirittura di Natale del 1896 con la direzione di Leonida Bissolati, da una cui costola Antonio Gramsci avrebbe ricavato nel 1924, quasi due anni prima di essere arrestato dai fascisti, benché deputato, l’Unità. Che era destinata ad essere per tanto tempo la testata dei comunisti, anch’essa purtroppo appena riscomparsa dalle edicole nel colpevole silenzio proprio di Renzi. Che pure ve l’aveva riportata dopo essere diventato segretario del Pd: l’ultima e più aggiornata versione di quello che fu il Pci, disconosciuta nei mesi scorsi dai vari Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, in ordine rigorosamente alfabetico, usciti per rovesciare la sigla, non avendo potuto rovesciane il leader.

Sono le solite storie -mi direte- delle divisioni della sinistra italiana, giustamente definite suicide dal vecchio, saggio e amico Emanuele Macaluso. Ma questa volta, con tutto ciò che ribolle in Italia, in Europa e nel mondo, non sono soltanto le “solite” e “suicide” storie della sinistra. C’è qualcosa di ancora più allarmante e grave. Potrò esagerare dalle mie posizioni di liberalsocialista, dove scherzando ma non troppo il compianto Valentino Parlato mi rimproverava di essermi spinto negli anni Ottanta senza avere il coraggio di andare oltre, cioè ancora più Avanti, con la maiuscola oggi di Renzi; potrò esagerare, dicevo, ma mi pare che da sinistra, a furia di dividersi, si stia attentando alla sopravvivenza della democrazia in questo Paese, e in questa politica, che non ha più pace da quando sono saltati gli equilibri istituzionali voluti dai padri costituenti della Repubblica fra la stessa politica e la magistratura. Se n’è reso conto, pare, pure Renzi, anche a causa forse di alcune esperienze personali, almeno leggendo l’anticipazione del suo libro affidata non a caso, o furbescamente, come preferite, al Giornale di famiglia di Berlusconi, e già di Indro Montanelli. Che purtroppo nell’ultima stagione della sua lunga vita scivolò, secondo me, sull’insidiosissimo terreno del giustizialismo, sottovalutando gli effetti che ne sarebbero derivati.

Più leggo quello che scrive, più sento quello che dice, e i suoi avversari scrivono e dicono di lui, più sospetto, anzi mi convinco che Matteo Renzi sia, per quanto inconsapevolmente, un socialista, o socialdemocratico, o liberalsocialista sinora mancato proprio per il rifiuto di riconoscersi come tale, a dispetto della sua infanzia democristiana. Ma a dispetto sino ad un certo punto, perché i confini fra il socialismo e una certa sinistra democristiana, valutata più per i contenuti della sua azione politica che per il tipo di alleanze perseguite, sono stati spesso labili.

Non a caso, d’altronde, Renzi è stato, fra i vari, troppi segretari succedutisi in dieci anni soltanto al vertice del Pd, l’unico che abbia avuto il coraggio di portarlo nel Partito Socialista Europeo: quasi dalla mattina alla sera.

Prigioniero, ahimè, della visione e della pratica giustizialista nata nella stagione politica di Mani pulite, Renzi non ha mai voluto riconoscersi invece nell’eredità del riformismo socialista di Bettino Craxi. Di cui pure ha ripercorso più di un sentiero, se non di una via.

Anche quell’”aiutiamoli a casa loro” appena scritto e detto da Renzi, fra lo strumentale compiacimento dei leghisti e le altrettanto strumentali proteste della sinistra, o almeno di una certa sinistra, a proposito degli immigrati sbarcati a decine e centinaia di migliaia sulle coste italiane, da loro scambiate per coste europee, corrisponde a ciò che pensava Craxi di questo problema. Che pure non era esploso in modo così eclatante ai suoi tempi, quando l’immigrazione che faceva più notizia e creava più preoccupazione era quella proveniente dalla dirimpettaia Albania e, più in generale, dall’est dopo l’abbattimento del muro di Berlino.

Aiutare a casa loro quanti erano già allora tentati di fuggire in Europa e, più in generale in Occidente, significava e significa -come disse Craxi in un convegno a Venezia nel 1992, accanto all’allora ministro socialista degli Esteri Gianni De Michelis, e come si può sentire in un cortometraggio appena diffuso da Stefania Craxi, la figlia di Bettino- aiutare, finanziare lo sviluppo, finalmente, dei loro paesi soffocati dalla fame e dalle guerre. Significa, per ripetere le parole di Craxi, “accendere le luci” delle loro città per non lasciarne gli abitanti attratti solo dalle luci delle nostre, di città, in Italia e in Europa.

Personalmente, non condivido lo scandalo politico e mediatico esploso attorno alla proposta di Renzi, che non corrisponde solo a quella di Craxi del 1992, peraltro reduce da una missione affidatagli dall’Onu per esaminare il fenomeno del sottosviluppo e dei debiti dei paesi del terzo mondo, ma anche alle più recenti posizioni dell’Unione Europea. E infine all’idea ripetutamente lanciata da Berlusconi di una specie di “Piano Marshall”, che come aiutò l’Europa a risorgere dalle rovine della seconda guerra mondiale potrebbe oggi aiutare l’Africa a crescere.

Se c’è una cosa, della vignetta di Giannelli sul Corriere, che non mi ha convinto del tutto, sul piano storico, politico e identitario della sinistra, è proprio quel Berlusconi che bussa alla porta di Renzi, incoraggiato dal segretario del Pd a venire “Avanti !”, col punto esclamativo. Al posto del presidente di Forza Italia, Giannelli avrebbe potuto mettere il fantasma di Bettino Craxi.

Già immagino le smorfie di certa sinistra, e forse dello stesso Renzi, di fronte a questa varante della vignetta del Corriere, ma non per questo cambio idea.

 

Pubblicato su Il Dubbio

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