Come Orlando, anche Moro esordì alla Giustizia

Scontata a favore di Matteo Renzi, secondo il pur non entusiasta Stefano Folli su Repubblica, la partita congressuale del Pd, per la quale l’ex segretario si spende oggi nella sede fascinosa ed evocativa del Lingotto, dove dieci anni fa Walter Veltroni tracciò la fisionomia del nuovo partito, è invece “aperta, apertissima” anche per il concorrente Andrea Orlando, secondo Paolo Mieli. Che ne ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera in un editoriale affiancato -credo, non casualmente- ad una intervista di Aldo Cazzullo al guardasigilli.

Per quanto divisi sul pronostico, Mieli e Folli, ma si può forse dire anche Corriere e Repubblica, al netto naturalmente della pluralità delle voci nelle due testate, e dentro Repubblica al netto persino degli umori e/o simpatie del fondatore Eugenio Scalfari, sono critici verso Renzi.

In particolare, al giovane di Rignano sull’Arno il buon Mieli rimprovera di essersi candidato alla rielezione a segretario del Pd per spirito di “rivincita”, più che altro: uno spirito al quale egli avrebbe sacrificato non solo l’unità del partito ma anche una più completa disamina della pesante sconfitta, anzi strasconfitta, da lui stesso ammessa nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, con tutti gli effetti che ne sono derivati. Fra i quali vanno annoverati anche i punti che il sistema elettorale proporzionale ha guadagnato sul sistema maggioritario, già indebolito di suo con l’arrivo dei grillini in Parlamento nel 2013 e la fine della fase pur tutta particolare del bipolarismo all’italiana, troppo pieno di contraddizioni per realizzare governi davvero stabili.

D’altronde, per restare a Mieli e al giornale da lui diretto per ben due volte, dalle parti di via Solferino, a Milano, Renzi non è mai piaciuto granché, neppure quando era oggettivamente forte con quel 40 per cento dei voti raccolto nelle elezioni del 2014 per il rinnovo del Parlamento europeo, pochi mesi dopo il suo urticante arrivo a Palazzo Chigi: urticante per quel famoso e obiettivamente infelice #staisereno all’amico e collega di partito Enrico Letta. È rimasto altrettanto celebre quel “maleducato di talento” dato all’allora presidente del Consiglio Renzi dal direttore uscente del Corriere Ferrucio de Bortoli, dopo avere avvertito e denunciato odore o sapore massonico attorno al giglio più o meno magico.

Ne’ Renzi riusci’ a sperare in una stabile correzione di linea politica in via Solferino con l’allontanamento di Ferrucio, tornato subito a scrivere editoriali sul più diffuso giornale italiano senza pagare pegno, ciò senza cambiare idea sul “maleducato”, per quanto talentuoso.

Folli, su Repubblica, come Mieli sul Corriere, non è arrivato all’asprezza dei giudizi di stile di de Bortoli, ma ha da poco rivolto a Renzi critiche politicamente non meno dure. Gli ha, per esempio, rimproverato di poter anche contare a ragione di riprendere la guida del Pd, ma isolandolo da quelli che dovrebbero pur essere i suoi interlocutori o alleati post-elettorali per garantire un governo al Paese. E con un partito isolato ci sarebbe ben poco da costruire, per sé e per il Paese.

In effetti, se uno guarda a destra, ammesso che Renzi preferisca questa direzione per governare, con Silvio Berlusconi rimangono problemi, anche se il presidente di Forza Italia, fedele al suo garantismo, e anche a costo di aggiungere altri mattoni al muro della diffidenza e degli sgambetti che lo separa dalla Lega di Matteo Salvini, si è rifiutato di usare contro l’ex presidente del Consiglio l’inchiesta Consip nella quale è coinvolto il padre. E ha praticamente garantito al renzianissimo ministro Luca Lotti di uscire indenne la settimana prossima dalle Idi di marzo promosse al Senato dai grillini con l’aiuto appunto dei leghisti e dei fratelli italiani di Giorgia Meloni.

Berlusconi, in fondo, non ha mai perdonato davvero a Renzi di avere stracciato, secondo lui, il famoso Patto del Nazareno mandando al Quirinale due anni fa, senza averne concordato con lui la candidatura, proprio quel Sergio Mattarella pubblicamente elogiato per la “coerenza” con la quale nel lontano 1990 si era dimesso da ministro del governo di Giulio Andreotti contro la legittimazione delle tre reti televisive del Biscione. Poi, in verità, Berlusconi ha trovato il modo e il tempo di apprezzare il nuovo presidente della Repubblica, ma senza con questo rinunciare al risentimento politico e personale verso Renzi, sino a contrastarne personalmente la riforma costituzionale nella campagna referendaria, resistendo a tutti gli appelli a favore giuntigli dagli amici del Foglio. Del resto, va riconosciuto a Berlusconi il diritto di nutrire qualche preoccupazione di accreditare troppo nella propria area elettorale Renzi, specie dopo che lo hanno lasciato esponenti orgogliosamente provenienti dal Pci come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

            Comunque, più naturale e realistico, secondo Folli, sarebbe un’alleanza o un’intesa di governo dopo le elezioni fra il Pd e la sinistra, visto peraltro che è stato proprio Renzi ad accasarlo nel Partito Socialista Europeo, mostrando più coraggio dei predecessori che pure lo hanno ora abbandonato considerandolo di destra, o quasi.

Ma a sinistra, già inviso prima, Renzi è ancora più indigesto adesso che ha subìto o non ha voluto evitare la scissione, come gli ha contestato, candidandosi alla segreteria contro di lui, l’ex socio di maggioranza Orlando. Il quale sapientemente non ha voluto lasciare il ruolo di minoranza, che deve essere anche di stimolo e di possibile alternativa, ad una personalità così singolare, e così contigua con i grillini, come il governatore pugliese Michele Emiliano: uno che, guarda caso, nel Pd è stato un po’ il solo, o il più rumoroso a cavalcare contro Renzi anche il processo mediatico apertosi, come al solito, con l’esplosione dell’inchiesta giudiziaria di turno, enfatizzata per giunta con il coinvolgimento già ricordato del papà Tiziano e dell’amico Lotti.

Come possa Renzi rimediare da segretario del partito alla incomunicabilità personale con la sinistra, ostativa alla formazione di un governo dopo le elezioni, Folli non lo ha scritto. O non lo ha scritto ancora. Ma è ragionevole supporre ch’egli pensi, sotto traccia, con l’esperienza che ha di analista anche della cosiddetta prima Repubblica, quando simili operazioni erano ordinarie, ad un Renzi disposto, anzi interessato ad investire al meglio l’energia di Orlando, fortunatamente rimastagli dopo la scissione, e da lui stesso incoraggiata a restare nella lunga e convulsa vigilia della convocazione del congresso.

Ai tempi per niente ingloriosi delle elezioni col sistema proporzionale, prima del passaggio non solo al maggioritario, ma anche dalle Procure della Repubblica alla Repubbica delle Procure, che non è decisamente un bel modello repubblicano, i partiti difendevano le loro identità ma perseguivano le necessarie mediazioni per governare rivolgendosi a candidati a Palazzo Chigi adatti a questo scopo.

Fu Aldo Moro nella Dc a coprire questo ruolo, quando fu realizzato il primo governo “organico” di centrosinistra, anzi di centro-sinistra, cioè col trattino. Andrea Orlando, anche se di formazione culturale e politica certamente diversa, somiglia un po’ a Moro per stile e modo di ragionare e di proporsi. Ne ha anche, guarda caso, ripetuto la prima esperienza al Ministero della Giustizia. Dove Moro approdò nel 1955. Poi passò alla Pubblica Istruzione, prima di diventare segretario del partito e infine presidente del Consiglio.

Renzi forse non sbaglierebbe a fare un pensierino su Orlando come mediatore di governo con la sinistra esterna al Pd, anche a costo di deludere Paolo Gentiloni, chiamato dai leghisti Renziloni, come ho sentito seguendo l’altro ieri al Senato il dibattito sui temi europei.

 

Pubblicato su Il Dubbio

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