Matteo Salvini cerca di fare il finto tonto con Sergio Mattarella

              Fra tutte le reazioni al messaggio televisivo di Capodanno del presidente della Repubblica -trasmesso a reti unificate e ascoltato da più di dieci milioni e mezzo di “concittadine e concittadini”, come ha preferito rivolgersi agli italiani Sergio Mattarella- la più sorprendente e clamorosa è stata quella del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che – “contento”- vi si è riconosciuto per avere il capo dello Stato “cominciato il suo intervento parlando di sicurezza”. Più esattamente, direi, della “domanda di sicurezza”. Che ha indubbiamente fruttato molti voti al partito di Salvini, prima consentendogli il 4 marzo scorso il sorpasso elettorale sul partito di Silvio Berlusconi all’interno del centrodestra e poi di allearsi al governo con i grillini e lasciare il pur consenziente cavaliere di Arcore all’opposizione con i suoi, ora addobbati per strada con gilet azzurri, per non confonderli con i gilet gialli di Francia.

                Non vorrei che, inebriato dalla priorità indubbiamente data da Mattarella al tema della sicurezza nel messaggio di Capodanno, Salvini si fosse distratto, o avesse addirittura spento il televisore, perdendosi tutto il resto del discorso o ragionamento del presidente della Repubblica. Che, per Il Fatto.jpgquanto un po’ troppo sbrigativo, almeno per i miei gusti, nel passaggio in cui avrebbe poi parlato della “compressione” subita dal Parlamento col troppo affrettato esame del bilancio imposto dal governo con la complicità dei presidenti delle assemblee di Palazzo Madama e di Montecitorio, sulla sicurezza si è a lungo soffermato per coniugarla con altri valori, o esigenze, che francamente mi sembrano lontani dall’azione, direi anzi dalle sensibilità dell’attuale ministro dell’Interno: solidarietà, accoglienza, rispetto di tutti e altro ancora.

               Per Salvini invece, come lui stesso ha voluto precisare commentando proprio il discorso di Mattarella, almeno nel tratto -ripeto-  che ha ascoltato e gli è piaciuto, o che ha comunque preferito anche a costo di apparire un  finto tonto, la sicurezza sta nel coniugare il volere col potere. Il ministro dell’Interno è convinto di esserci riuscito al Viminale nel momento in cui, secondo lui, “l’Italia ha riconquistato i suoi confini” per mare e per terra, ma soprattutto per mare -debbo ritenere- perché da lì provengono gli immigrati più numerosi, che appaiono al  leader leghista come i nuovi saraceni sulle coste italiane.

              Vorrei essere una mosca, fuori stagione, per penetrare nelle stanze di Mattarella ed ascoltarne le reazioni, a sua volta, alla lettura che Salvini ha voluto fare pubblicamente del suo messaggio per poter continuare a muoversi nel governo -credo- come ha fatto da giugno, anche ora che il suo omologo grillino, cioè il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, ha potuto riabbracciare Dibba sulla neve.jpgl’amico e concorrente Alessandro Di Battista sulle nevi non a buon mercato del Trentino. Dove la coppia a cinque stelle ha  cominciato ad aggiornare il programma d’azione del  movimento  mettendo in cantiere la riduzione dei compensi dei parlamentari, alcuni dei quali peraltro appena espulsi dal partito perché dissidenti. Ma questo non c’è nel famoso contratto di governo con i leghisti, ha prontamente commentato a distanza Salvini. Che preferisce altre priorità, diciamo così: per esempio, quella di salvare più aspiranti possibili alla pensione anticipata quando si dovrà, a breve,  disciplinare nel dettaglio la spesa messa per questo in bilancio. Così come i grillini dovranno cercare di salvare più aspiranti possibili al reddito di cittadinanza quando se ne dovrà disciplinare l’erogazione, e gli interessati potranno finalmente farsi i conti in tasca. Vasto programma, diceva il compianto generale Charles de Gaulle dei progetti dei suoi critici o avversari.

 

 

 

 

 

 

Quel fuggevole richiamo sul Colle alla “compressione” subita dal Parlamento

Forse la colpa non è di Sergio Mattarella ma di quanti si aspettavano troppo da lui sottovalutando le difficoltà istituzionali nelle quali si è trovato o sopravvalutando, come si preferisce,Richiamo Dubbio.jpg lo spazio di manovra che ha in certe circostanze il presidente della Repubblica. Tuttavia mi è rimasto un po’, anzi un bel po’ di amaro in bocca ascoltandone il messaggio televisivo a reti unificate per gli auguri di buon anno “alle concittadine e ai concittadini”, come egli ha voluto dire con una formula quasi da rivoluzionario: lui, poi, che rivoluzionario non può certamente essere considerato per formazione culturale e stile di vita, anche se la sorte gli ha dato l’occasione di partecipare, pur con le funzioni di garanzia della sua carica, ad un passaggio non proprio ordinario della politica italiana.

Quella in corso dal voto elettorale del 4 marzo scorso è una fase politica forse ancora più straordinaria, per la novità delle forze in campo e per il contesto internazionale, di quella che pure segnò la fine della cosiddetta prima Repubblica, un quarto di secolo fa, tra arresti, persino bombe, suicidi, incriminazioni, dimissioni e ritiri all’estero di esponenti del cosiddetto establishment politico e finanziario del Paese.

Non a caso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella conferenza stampa di fine anno, pure lui non avendo di certo la formazione culturale e lo stile di vita di un rivoluzionario, ha rinnovato il proposito di “rivoltare il Paese come un guanto”. E meno male che lo ha preferito al  rozzo “calzino”, sempre da rivoltare come se fosse l’Italia, evocato da qualcuno dei magistrati impegnati fra il 1992 e il 1994 nelle inchieste sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che l’accompagnava spesso. O sempre, come ritenevano i maggiori giacobini di turno.

Ebbene, Mattarella non ha di ceto ignorato nel suo messaggio di Capodanno la vicenda a dir poco convulsa dell’approvazione del bilancio, e relativa manovra finanziaria, in Parlamento. Anzi, parlandone ha usato un termine quasi tratto dal duro intervento dell’esponente forse più radicale, in senso storico, del Parlamento: la senatrice Emma Bonino, intervenuta contro il bilancio e le procedure d’esame, fra le proteste di molti attori della maggioranza e un’impaziente richiamo del presidente di turno della seduta, il leghista Roberto Calderoli. Che, cronometro al polso, chiedeva praticamente all’oratrice di smetterla per avere esaurito il  poco tempo a  sua disposizione.

La Bonino, imitata poi dal senatore a vita Mario Monti, parlò in quell’intervento del  “rullo compressore” azionato dal governo, e tollerato dai presidenti delle Camere, per chiudere in pochissimi giorni il percorso di un bilancio pur rifatto praticamente daccapo all’ultimo momento con un maxi-emendamento. Che in parte era conforme alle trattative intervenute fra lo stesso governo e la Commissione Europea per evitare la procedura d’infrazione messa in cantiere a Bruxelles di fronte alla sfida di un deficit del 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo. Ma in parte derivava anche dagli sviluppi persino drammatici dei rapporti dialettici e di forza fra i due partiti della coalizione ministeriale, e addirittura all’interno di ciascuno di essi.

Ebbene, proprio di “compressione dell’esame parlamentare” ha parlato nel suo messaggio televisivo il presidente della Repubblica. Che tuttavia, pur di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, ritenendolo evidentemente più grave e destabilizzante di quanto considerato da altri -costituzionalisti ed economisti- pronunciatisi sulla materia, ha promulgato il provvedimento non appena pervenutogli per la firma al Quirinale: più scorrendolo, forse, che analizzandolo per il suo volume.

Così la vicenda della “compressione”, sviluppatasi fra salti di commissione, contingentamenti estremi del dibattito, e ricorsi al voto di fiducia, è stata bella che archiviata. E ciò potrebbe anche influire sull’accoglienza che sarà a breve riservata dalla Corte Costituzionale all’inedito ricorso presentato dal gruppo del Pd al Senato per la violazione lamentata dell’articolo 72 della Costituzione. Che, rendendo obbligatoria per il bilancio “la procedura normale” d’esame parlamentare, costituita dal passaggio per la commissione competente e per l’approvazione in aula “articolo per articolo”, sarebbe stato violato  questa volta più clamorosamente di altre, o del solito.

Comunque, se Mattarella può avere sorpreso, a torto o a ragione, quanti si aspettavano da lui una meno fuggevole o più penetrante risposta a quanti gli si erano in qualsiasi modo rivolti durante l’esame parlamentare del bilancio per contestarne modalità e anche contenuto, egli ha lanciato al governo e alla maggioranza quello che potrebbe essere considerato un monito. In particolare, peraltro in sintonia con la “vigilanza” annunciata da qualche commissario a Bruxelles e non gradita da Matteo Salvini, tornato a minacciare per ritorsione il voto contrario dell’Italia al bilancio dell’Unione, Mattarella ha detto che proprio le forzature verificatesi nell’esame parlamentare della legge ex finanziaria del 2019 “richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento”.

L’allusione del presidente della Repubblica è innanzitutto alle misure di urgenza in cantiere nei ministeri competenti per la disciplina e l’erogazione pratica del cosiddetto reddito di cittadinanza, caro ai grillini, e della pensione anticipata rispetto alle scadenze della legge Fornero tanto contestata dai leghisti.

Par di capire che Mattarella abbia poca voglia di assistere inerte sia alla elaborazione di queste misure sia al loro percorso parlamentare. Che sarebbe quanto meno curioso se comportasse una nuova “compressione” col ricorso smodato, per esempio, al voto di fiducia per evitare non  solo o non tanto un’opposizione ostruzionistica quanto combinazioni fra settori della maggioranza e settori delle opposizioni finalizzate sia a rispettare i vincoli di bilancio, ristretti dagli accordi europei, sia a penalizzare ora l’uno ora l’altro dei partiti di governo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Gli imbarazzati auguri di Mattarella agli italiani per il nuovo anno

              Per quanti sforzi abbia fatto per nasconderlo, l’imbarazzo del presidente della Repubblica si è avvertito nel messaggio televisivo di auguri di buon anno alle “concittadine” e ai “concittadini” italiani. Ai quali, per esempio, il capo dello Stato non ha potuto proporre o solo abbozzare un consuntivo dell’anno che stava finendo, tanto deve essergli apparsa ingrata l’impresa, limitandosi perciò, e dichiaratamente, a “qualche considerazione”. La più importante e significativa delle quali mi è apparsa quella sulla “domanda di sicurezza” così baldanzosamente cavalcata dal pur innominato vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini.

            Quest’ultimo, fra tutti i membri del governo e leader politici, si è  sicuramente rivelato il più ostico nel rapporto col presidente della Repubblica, pur avendo evitato di partecipare, durante il passaggio più controverso e drammatico della crisi della primavera scorsa, al tentativo del grillino Luigi Di Maio di mettere sotto accusa  per tradimento della Costituzione il capo dello Stato.

            Mattarella, come si ricorderà, aveva appena rifiutato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia e provocato la rinuncia di Giuseppe Conte all’incarico di presidente del Consiglio. Che fu poi ripreso per i capelli con un curioso e inedito rimpastino di governo prima ancora della sua nascita, tradottosi nello spostamento di Savona, nella lista di Conte, al Ministero per gli affari europei e nel ricorso all’’esordiente Giovanni Tria per il superdicastero unificato di quelli che una volta erano il Tesoro, le Finanze e il Bilancio.

              Solo a Salvini, peraltro neppure sfiorato da un incarico di presidente del Consiglio dopo le elezioni del 4 marzo 2018, pur avendo lui conseguito nelle urne il sorpasso del partito di Silvio Berlusconi e quindi   la leadership della coalizione di centrodestra, votata ben più del Movimento delleSalvini.jpg cinque stelle, il capo dello Stato ha riservato l’obiettivo handicap politico della pubblicazione di un suo provvedimento qualificante, come quello sulla sicurezza in tema di immigrazione e altro, con una lettera di accompagnamento a dir poco preoccupata. In cui si sottolineava la necessità, evidentemente non garantita compiutamente dal testo della legge, di rispettare tutte le garanzie costituzionali.

              Sempre a Salvini il capo dello Stato ha riservato un intervento a gamba più o meno tesa sul governo per rimuovere il primo dei blocchi estivi dei soccorsi e degli sbarchi degli immigrati. E poi inflitto una specie di anticamera quando il leader leghista cercò di coinvolgerlo nello scontro esploso fra la Lega e i magistrati di Genova per una cinquantina di milioni di euro contestati di finanziamento pubblico.

               Ebbene, nel suo messaggio di Capodanno il capo dello Stato ha voluto ricordare a Salvini -ripeto, pur senza nominarlo- che la “domanda di sicurezza” gestita con tanta forza mediatica e politica dal Viminale e dal suo titolare va intesa ben oltre i confini e le competenze di quel dicastero. Sicurezza è anche garantire il lavoro, il rispetto di tutti  e la solidarietà, evitando per esempio “la tassa sulla bontà” introdotta nella legge di bilancio con l’aumento dell’Ires sugli enti e sulle associazioni di volontariato, operanti peraltro anche nel campo dell’immigrazione: un aumento da cui il governo, sommerso dalle proteste, ha promesso di retrocedere in un secondo momento per non ritardarne intanto, e curiosamente, l’applicazione.

              Veniamo così al testo sofferto della legge di bilancio approvata con procedure inedite, pur nel contesto di precedenti discutibili, che sono stati quindi battuti clamorosamente. Ebbene, anche se il disagio del Quirinale trapelato nei giorni e nelle settimane precedenti  ha alla fine prodotto il classico topolino, con una promulgazione del bilancio fulminante rispetto al già brevissimo percorso del famoso maxi-emendamento di riscrittura del documento originario già votato una volta a Montecitorio, Mattarella ha parlato di una “grande compressione” dell’esame parlamentare, aggravata forse dalla “mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali”, cioè con i sindacati.  Dev’essere apparsa, questa ammissione del capo dello Stato, più che una denuncia una salomonica chiusura del caso, almeno a quanti -e non solo fra le opposizioni parlamentari- si aspettavano parole e toni diversi dal presidente della Repubblica.

              Mattarella potrà tuttavia rifarsi di questa prestazione forse inferiore alle attese garantendo almeno quella che lui stesso ha chiamato, all’unisono peraltro con certi moniti già giunti da Bruxelles, “un’attenta verifica del provvedimento” di bilancio. Che dovrà tradursi a breve in altri provvedimenti di applicazione, per esempio, delle controverse e costose conquiste vantate dai due partiti di governo: rispettivamente, il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’anticipo dell’età pensionabile fissata dal governo Monti con la legge Fornero.

               Sarebbe davvero troppo se Mattarella dovesse rimanere alla finestra nel caso in cui i percorsi parlamentari di questi provvedimenti dovessero essere analoghi, per forzature, ricorsi alla fiducia e quant’altro, a quello tollerato col bilancio per il superiore interesse invocato, a torto o a ragione, di evitare il cosiddetto esercizio provvisorio.

               Comunque, per quanto si possa essere rimasti delusi dalla sostanziale archiviazione della “grande compressione” del Parlamento, il messaggio augurale di Mattarella agli italiani Grillo .jpgsvetta rispetto a quello che ha voluto contrapporgli, a dorso nudo e volto quasi mascherato, Beppe Grillo nell’esercizio non si sa se più di fondatore, garante, elevato e quant’altro del suo movimento ora al governo, o di comico. Che si muove, parla e pensa  in funzione  -come ha detto-  più dei secoli che degli anni riservati a noi modesti  mortali: anni che, essendo ciascuno una centesima parte dell’unità di tempo preferita da Grillo, possono essere trattati come una pallina al tennis Di Maio e Di Battista.jpgo un pallone al calcio. Se la saranno goduta, ad ascoltare il lunare amico e selezionatore, nel loro improvvisato rifugio di fine anno  in Trentino, i ritrovati Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, contemporaneamente antagonisti e partecipi dell’avventura pentastellata  in Italia.

 

 

 

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Cotta e mangiata. La legge di bilancio già promulgata da Sergio Mattarella

            E’ francamente difficile non riconoscersi in qualche modo nel gesto scaramantico delle corna attribuito da Emilio Giannelli, sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel brindisi di Capodanno ai due uomini più rappresentativi del governo in carica. Che sovrastano e di parecchio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, specie dopo la sua prestazione  -tra gaffe, errori e successive precisazioni o smentite- nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.

            I vice presidenti grillino e leghista del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, avrebbero ottime ragioni tabellone Montecitorio.jpgper ricorrere a quel gesto delle corna pensando l’uno all’altro nell’incipiente 2019, quando verranno inesorabilmente al pettine su tutti i piani -politico, elettorale e personale- i nodi della legge di bilancio approvata in terza e bruciante lettura alla Camera con 247 deputati assenti su 630. E promulgata in modo altrettanto bruciante dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella guadagnandosi l’applauso del Fatto Quotidiano, con due righe di tiolo sopra la testata, per non avere ceduto alla tentazione di assumere “la guida dell’opposizione”. Così avrebbe fatto il capo dello Stato se avesse raccolto ansie, timori, proteste e quant’altro. E così invece avrebbe fatto, nella logica di quel giornale, il Il Fatto .jpgpresidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano apprezzando pubblicamente nei giorni scorsi il duro discorso pronunciato al Senato da Emma Bonino, ed anche quello successivo -si deve ritenere- dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti, sulle Camere “esautorate” con le procedure adottate per l’esame appunto del bilancio, e per la sua approvazione.

            Anche a consolazione di Monti e Bonino, che pure ne avevano apprezzato originariamente l’annuncio della pur tardiva apertura di una trattativa con la Commissione Europea per ridurre il deficit dal 2,4 per cento del pil festeggiato da Di Maio sul balcone di Palazzo Chigi e bocciato a Bruxelles, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha attribuito al bilancio così avventurosamente approvato dalle Camere il merito di avere risparmiato all’Italia, “un commissariamento dai cinque ai sette anni”. Ma contemporaneamente da Bruxelles e dintorni è stato annunciato che i conti italiani continuano ad essere “vigilati” e che l’intesa raggiunta per evitare la procedura d’infrazione ha riguardato numeri e saldi, non il contenuto delle misure che il governo deve peraltro ancora prendere per tradurre in “fatti”, pur già vantati da Di Maio, il cosiddetto reddito di cittadinanza e l’accesso anticipato alla pensione. La vicenda, quindi, è tutt’altro che chiara e conclusa.

            Il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, che ha avuto pietà, diciamo così, delle opposizioni difendendole almeno dall’attacco mosse loro dal blog del suo movimento di avere praticato del terrorismo mediatico contro il governo e la sua legge di bilancio, ha cercato di fornire un altro elemento di consolazione ai vari Monti e Bonino. A cose ormai fatte, mentre Mattarella già smaltiva al Quirinale la pratica della promulgazione del bilancio, Fico dal suo ufficio di Montecitorio, in barba scura e  in maniche di camicia bianca, ha spiegato che era stato appena evitato il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio. Che pure è regolarmente previsto e regolato dalla Costituzione. E  fior di costituzionalisti ed economisti, fra i quali il mancato presidente del Consiglio Carlo Cottarelli, prevedendolo della durata necessaria, e perciò limitata, ad un completo e vero esame del bilancio in Parlamento, avevano dichiarato di preferire a ciò che invece è accaduto.  

 

 

 

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Berlusconi mette il pettorale ai suoi deputati e fa sognare i grillini

               Per una volta, proprio nelle ultime battute della brutta partita parlamentare sulla legge di bilancio – giocata violando le regole persino costituzionali con la complicità neppure tanto sofferta dei presidenti di entrambe le Camere, trattenuti un po’ da affinità di parte, come nel caso del pentastellato Roberto Fico a Montecitorio, e un po’ dalla preoccupazione di evitare il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, come nel caso della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati al Senato- i grillini hanno potuto più divertirsi che imbarazzarsi, più godere che soffrire.

            E’ accaduto tutto nell’aula di Montecitorio, prima della votazione di fiducia che con 327 sì e 188 no, e più di cento assenti, ha approvato le 270 pagine e più di mille commi del maxi-emendamento già passato al Senato. E’ accaduto quando i parlamentari di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, hanno indossato una pettorina azzurra di protesta e, addossati ai banchi del governo, hanno voltato ad esso le spalle.

           Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vice presidente Luigi Di Maio, il ministro dei rapporti col Parlamento Riccardo Fraccaro, tutti grillini, sono stati ripresi dai teleobiettivi con le facce a dir poco sorridenti. E ne avevano tutte le ragioni, dal loro punto di vista, perché i forzisti voltando loro le spalle e rivolgendosi quindi ai banchi dei deputati in realtà protestavano contro quelli più a portata delle loro braccia e dei loro occhi: i colleghi leghisti. Che per tutto il giorno erano stati attaccati dagli esponenti del partito berlusconiano per avere “tradito” nell’azione di governo i loro elettori di centrodestra.

            Contemporaneamente Silvio Berlusconi, ancora ineleggibile al momento dell’elezione delle Camere di questa diciottesima legislatura, accreditava  dai suoi uffici e residenze la protesta pettorale dei suoi deputati come un antipasto di quello che accadrà nell’incipiente anno nuovo sulle piazze: si deve presumere come antipasto o pietanza unica delle campagne elettorali per il rinnovo non solo della rappresentanza italiana al Parlamento Europeo, ma anche di un bel po’ di amministrazioni regionali. Alle quali ultime però forzisti e leghisti parteciperanno insieme, da alleati, con candidati a governatori già concordati o in via di perfezionamento con incontri al vertice dei due partiti, e dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per niente clandestini.

             Pertanto lo spettacolo improvvisato nell’aula di Montecitorio dai forzisti emuli, con quei pettorali azzurri, dei francesi in gilet gialli a Parigi e altrove  nelle settimane scorse, ha potuto mettere di buon umore i grillini. Fra i quali la convivenza al governo con la Lega di Matteo Salvini è stata vissuta dasalvini corazziere.jpg maggio con crescente disagio e preoccupazione un po’ per i perduranti legami personali e politici dello stesso Salvini con quel demonio che rimane nell’immaginario grillino il fondatore di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e un po’ per la capacità costantemente dimostrata dal capo del Carroccio di tenere la scena. E persino di apparire l’azionista non di minoranza della combinazione governativa gialloverde, in base ai risultati elettorali del 4 marzo scorso, ma di maggioranza in base ai sondaggi e, ripeto, all’attivismo del leader lombardo. Che, fra l’altro, a furia di andare in giro indossando felpe e altro della Polizia o di altri corpi sottoposti alla giurisdizione del Viminale finirà per avere la pretesa, ironicamente attribuitagli da Altan sulla prima pagina della Repubblica di carta, di presentarsi prima o poi al Quirinale come un corazziere, Tanto, il fisico ce l’ha.

            Difficoltà, contraddizioni, tensioni e quant’altro nel centrodestra, nella speranza o illusione che possano tradursi in un danno per Salvini, sono unguento sulle ferite procurate al corpaccione grillino dalle obiettive e crescenti difficoltà di tradurre in buona e concreta azione di governo uno stellare e perciò velleitario programma di “cambiamento” o addirittura di rivoluzione. “Rivolteremo questo Paese come un guanto”, ha appena promesso il presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno emulando il “calzino” evocato nel 1992 dai magistrati milanesi di “Mani pulite”, impegnati nella demolizione della cosiddetta prima Repubblica.

             Il programma grillino partendo dalla eliminazione o sconfitta della povertà, addirittura annunciata dal balcone di Palazzo Chigi dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio in una notte di tre mesi fa come cosa ormai avvenuta, si è tradotto nella  liquidazione come avari -col richiamo del presidente del Consiglio a Moliere- dei  pensionati a soli 1500 euro e rotti al mese che protestano per la ridotta indicizzazione dei loro assegni decisa con la legge di bilancio. Avari, si deve presumere, come quelli che percepiscono pensioni sopra i 500 mila euro lordi annui e stanno lamentandosi, nelle loro case o negli alti uffici che ancora frequentano, per il prelievo quinquennale di “solidarietà” del 40 per cento sulla parte eccedente. E questo  40 per cento è stato sbandierato da Di Maio come un trofeo per far credere agli italiani di avere stramazzato non 23, quanto sono in Italia i pensionati sopra i 500 mila euro, ma centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di odiosi “parassiti” o “profittatori”, come lui liquida di solito quelli di cui semplicemente non condivide pensioni,h stipendi, posti e qualifiche, secondo le circostanze e gli umori dei suoi elettori.

 

 

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I fuochi d’artificio di fine anno fra Montecitorio e Palazzo Chigi

             Se al Senato sono state le spalle rivolte al governo l’immagine emblematica della protesta contro aula senato di dietro.jpgle procedure, più ancora del contenuto, praticamente imposte dal governo per l’esame -si fa per dire- del bilancio del 2019, alla Camera sono stati i commessi e altri volenterosi ripresi dai teleobiettivi nel tentativo di contenere il deputato del Pd Emanuele Fiano, con la camicia sbottonata sul ventre ansimante di protesta.

           Fiano correva verso i banchi del governo per lanciare più da vicino possibile contro i sottosegretari di guardia, in assenza dei ministri, il faldone dei contestatissimi conti preventivi delloil manifesto.jpg Stato. Il cui peso da solo, e in ogni senso, dimostra la scandalosa sproporzione rispetto al tempo d’esame lasciato ad una Camera che il quotidiano il manifesto ha avuto facile, e drammatico, gioco a definire “ardente”: anche qui, in ogni senso.

           Il presidente grillino dell’assemblea Roberto Fico, abitualmente prodigo di sconfinamenti con parole ed opere in campi e materie di competenza governativa, tanto da essersi procurato più volte le proteste del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, per non parlare degli imbarazzi trattenuti a stento dall’altro vice presidente e compagno di partito Luigi Di Maio, ha preferito deplorare dal suo scranno più le proteste delle opposizioni Legge di bilancio.jpgche la desistenza  della maggioranza. La quale infatti si è persino sottratta a quel poco di dibattito concesso col cosiddetto contingentamento per ridurne ulteriormente la durata e fare di quei faldoni stampati dalla tipografia di Montecitorio una specie di simbolo della crisi del Parlamento.

           Non meno sconcertante è stato lo spettacolo, a poche decine di metri di distanza, della  conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che ha paradossalmente usato proprio le paradossali procedure imposte al Parlamento, e alla fine subite dai presidenti delle due assemblee legislative, per respingere l’accusa -rivoltagli con particolare sarcasmo al Senato da Mario Monti- di essersi fatto scrivere il bilancio dalla Commissione Europea, dopo averla sfidata con quel deficit fissato nel mese di settembre  al 2,4 per cento del prodotto interno lordo e diventato alla fine 2,04.  

          Nossignori, il governo -ha praticamente raccontato Conte in una  sede leggermente distaccata di Palazzo Chigi- avrebbe condotto una dura trattativa con i commissari europei, spingendola oltre i tempi necessari al Parlamento per un esame dei conti finali degno di questo nome, proprio per difendere e conservare la propria sovranità. Ma se così fosse o fosse stato, non si capirebbe francamente il rifiuto di un ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio per i giorni o le settimane -non più di due, per esempio- utili ad un dibattito parlamentare serio e credibile sul bilancio vero. Che così avrebbe anche potuto essere modificato, piuttosto che rinviare ad un altro provvedimento il rimedio all’errore, per esempio, clamorosamente riconosciuto del raddoppio dell’Ires su enti  e associazioni del volontariato.

          Una cosa, obiettivamente, è il ricorso all’esercizio provvisorio, consentito per un massimo di quattro mesi, non disponendo il governo e la sua maggioranza di un accordo sul bilancio. Altra cosa, più spiegabile o meno equivocabile in ogni sede, anche quella dei cosiddetti mercati finanziari, sarebbe stato e tuttora sarebbe in teoria un esercizio provvisorio di una quindicina di giorni per onorare, e non deridere, le prerogative del Parlamento. Che è la Conte e Casalino.jpgprincipale espressione della sovranità di quel “popolo”, citato nel primo articolo della Costituzione, cui i grillini intestano tutte le loro iniziative in una concezione del “populismo” rivendicata proprio dal presidente del Consiglio nella sua conferenza stampa di fine anno : il primo dei cinque della legislatura nata con le elezioni del 4 marzo scorso, ma non so francamente se anche della durata del governo Conte.

           Al di là o dietro l’ottimismo del presidente del Consiglio sulle prospettive dell’esecutivo gialloverde, un certo scetticismo o timore  si è colto nella disponibilità avvertita un po’ da tutti a un rimpasto, per cambiare magari qualche ministro troppo facile alle gaffe e, più in generale, agli errori. E magari anche per calibrare meglio i rapporti di forza fra i due partiti della compagine governativa alla luce dei risultati delle elezioni europee di maggio. Non parliamo poi della opportunità ventilata da Salvini di aggiornare il famoso “contratto” stipulato a maggio. Ma Conte deve essersi spinto troppo in questa direzione se dopo la conferenza stampa è intervenuta una sostanziale ritrattazione voluta dai grillini.

          Per il resto, della conferenza stampa del presidente del Consiglio è forse rimasto impressa a chi ha potuto seguirla in diretta da casa quella scarsa e poco convincente dimestichezza con le cifre, scambiando centinaia di migliaia di euro per milioni. Un avvocato civilista dell’esperienza e del rango di Giuseppe Conte, con le parcelle di studio praticate da una ventina d’anni, quanti sono quelli ormai trascorsi dall’adozione dell’euro, non può francamente né scherzare con l’avarizia, ricorrendo a Moliere per contestare le proteste dei pensionati  per il “raffreddamento” della indicizzazione del loro trattamento né mostrarsi poco abituato a calcolare i redditi altrui nel momento di tagliarli considerandoli troppo alti. 

 

 

 

 

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La ciliegina sulla torta del bilancio che verrà rimossa dopo l’approvazione

            E così anche il secondo e ultimo passaggio della legge di bilancio del 2019 alla Camera, come il primo dell’8 dicembre, sarà a giorni di pura o, se preferite, di sostanziale formalità. Alla sua sofferta ma ormai scontata promulgazione da parte del presidente della Repubblica seguirà una leggina per riportare al 12 per cento, o giù di lì, l’imposta raddoppiata appunto in bilancio sugli enti di volontariato. Lo hanno promesso più o meno all’unisono il presidente del Consiglio e i due vice presidenti di fronte alle proteste levatesi dal settore, dove sono state confuse lucciole per lanterne. In particolare, volendo colpire “i furbetti” del volontariato si è usata una potenza di fuoco da strage, per quanto metaforica.

          Di Maio a San Gennaro.jpgUn ruolo importante, anzi decisivo, nella protesta è stato svolto, con l’esplicito riconoscimento dello stesso governo, dai frati francescani di Assisi. Il cui Sacro Convento ha, fra i frequentatori, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando non corre al santuario di Padre Pio, nella sua Puglia, e il vice presidente Luigi Di Maio, quando Salvini col rosaio.jpgnon corre a Napoli per baciare la teca del sangue disciolto di San Gennaro. L’altro vice presidente del Consiglio, e ministro dell’Interno, Matteo Salvini se la cava marianamente in piazza col rosario, nutella permettendo.

          Rispetto a tutti gli altri infortuni, politici e istituzionali, della legge di bilancio quello del raddoppio della tassazione sul volontariato può forse essere considerato minore sul piano quantitativo. Ed ha anche qualche precedente, neppure tanto lontano. E’ invece il più significativo sul piano della qualità o del clima politico, a conferma della miscela di improvvisazione e incompetenza cui si è ridotto il carburante dell’orgoglioso governo del cambiamento.

 

 

 

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L’inesauribile sfida di Matteo Salvini predicando addirittura la normalità

           Più della fetta di pane spalmata di nutella con cui Matteo Salvini ha voluto esibirsi al suo pubblico la mattina di Santo Stefano, colpisce la rivendicazione che ha voluto fare di questo gesto dopo le proteste levatesi per la sfortunata coincidenza fra la spensieratezza del ministro dell’Interno e l’inferno -che fa  pure rima- del suo ufficio in senso lato. Che è stato letteralmente investito da una emergenza sicuramente incolpevole come quella di Catania, scossa dal terremoto e dalle eruzioni dell’Etna, ma anche da un incidente a dir poco imbarazzante per il Viminale: l’uccisione a Pesaro, sotto casa, di un uomo sottoposto a protezione delle forze dell’ordine perché fratello di un pentito della mafia calabrese. C’è poco da discutere: di un infortunio del genere un ministro dell’Interno non può liberarsi come di una mosca fuori stagione posatasi sulla sue dita intrise di nutella.

          Invece Salvini, peraltro anche vice presidente del Consiglio per non essere, come capo leghista, da meno del capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio, ha buttato le proteste levatesi  sul piano mediatico e politico in quello che lui considera evidentemente il cestino o il cesso della “sinistra”, vantandosi quindi -debbo presumere- di essere di destra. Non a caso, del resto, dopo i suoi pur trascorsi giovanili di sinistra, egli ha strappato nelle urne del 4 marzo scorso la leadership del centrodestra a un Silvio Berlusconi evidentemente considerato anche da una parte dei suoi tradizionali elettori troppo moderato, cioè troppo poco di destra per il momento e le esigenze del Paese.

          Oltre a semplificare in questo modo condotte e schieramenti, collocandosi cioè a destra e sbattendo a sinistra tutto il resto, come si faceva col fascismo e l’antifascismo, o il comunismo e l’anticomunismo, Salvini ha voluto impartire una lezione, diciamo così, di stile e di cultura istituzionale dicendo, testualmente: “Un ministro mangia, beve, dorme, sorride. Fa quello che fanno milioni di italiani normali. Forse questo dà fastidio a tanti professoroni: avere un governo normale che fa cose normali. Se l’opposizione la fate così, non governeremo altri vent’anni ma trenta”. Chissà se il plurale del Matteo “sbagliato”, come lo chiama Renzi, è solo leghista, o comprende anche i grillini.

          A parte il fatto che il governo di cui Salvini è vice presidente del Consiglio e ministro- ripeto- dell’Interno è nato col proposito dichiarato, anzi gridato, di essere diverso, di rappresentare e promuovere il “cambiamento” come mai nessuno aveva voluto in precedenza, stupisce che il leader leghista rivendichi la “normalità” di un esecutivo come questo. Che non per caso ma per calcolo politico ha varato una legge di bilancio sfidando con un deficit del 2,4 per cento la Commissione Europea, poi ha deciso di trattarne la modifica per sottrarsi a una procedura d’infrazione e l’ha infine stravolta con un emendamento di 270 pagine. Con cui, ricorrendo alla fiducia, esso  ha sottratto ogni tempo ragionevole di esame al Senato. E si accinge a strappare con lo stesso metodo il secondo e definitivo voto della Camera, che l’8 dicembre aveva approvato tutt’altra legge.

         Se questo è o può definirsi un governo “normale”, lasciando da parte ogni altra considerazione di sostanza sul bilancio del 2019, visto anche che quasi sicuramente alcune sue disposizioni finiranno all’esame della Corte Costituzionale per la loro temerarietà, bisognerebbe riformare anche il dizionario della lingua italiana. E non solo la Costituzione, come sembra che voglia fare la maggioranza gialloverde.

       A questo punto, più che a Salvini bisognerebbe rivolgersi a chi veramente lo stima e gli vuole bene perché lo convinca a  una certa, vera normalità di ragionamento e di condotta.

La sofferenza del presidente della Repubblica in questa fine d’anno

In tanti hanno lamentato o denunciato le ferite procurate al Parlamento dal governo gialloverde e dalla sua maggioranza nella convulsa gestione della legge di bilancio al Senato. E tutto sta per ripetersi alla Camera, dove sarà ugualmente ristretto il tempo a disposizione dei deputati, fra commissione e aula, per l’esame del testo trasmesso da Palazzo Madama, costituito dalle 270 pagine e rotte del maxi-emendamento governativo al bilancio già votato a Montecitorio l’8 dicembre.

Di un “bivacco di esautorati” ha parlato nella ormai ex bomboniera di Palazzo Madama, come per tanto tempo è apparsa l’aula del Senato per la sua eleganza, l’ex presidente del Consiglio Mario Monti in un tagliente intervento prima del voto. E dopo un discorso non meno duro di Emma Bonino, interrotto dall’impaziente presidente della seduta, il leghista Roberto Calderoli, ma condiviso con un comunicato dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Non meno clamorose tuttavia sono state le ferite procurate dalla gestione governativa della legge del bilancioRichiamo sul Dubbiopg.jpg alle prerogative e funzioni del capo dello Stato. Di cui in alcuni giornali sono stati raccolti in forma troppo riduttiva le “inquietudini” solo per il rischio del ricorso al cosiddetto “esercizio provvisorio”, in caso di mancata approvazione definitiva della legge  entro il 31 dicembre.

Eppure il costituzionalista Michele Ainis ha dichiarato di considerare quel rischio “forse” meno dannoso degli strappi compiuti dal governo al tessuto parlamentare prima facendo approvare alla Camera solo per finta un bilancio destinato in partenza ad essere radicalmente cambiato al Senato, e poi limitandone a Palazzo Madama l’esame nella nuova versione, sino a strozzarlo con un voto di fiducia, e senza il preventivo giudizio della commissione competente.

Carlo Cottarelli, l’economista al quale il capo dello Stato aveva conferito nella primavera scorsa l’incarico di formare il governo dopo il fallimento del primo tentativo di Giuseppe Conte, è stato ancora più esplicito e severo di Ainis. Egli ha detto in una intervista televisiva, papale papale, che sarebbe stato meglio ricorrere all’esercizio provvisorio per il tempo strettamente necessario a un esame completo e vero del bilancio piuttosto che obbligare praticamente i senatori ad approvare il maxi-emendamento senza averlo potuto materialmente  leggere.

Se fosse stato lui insomma il presidente del Consiglio, come per qualche giorno era apparso possibile dopo le elezioni del 4 marzo, Cottarelli avrebbe risparmiato al Senato e, più in generale, alle istituzioni lo spettacolo di questa singolarissima fine d’anno.

D’altronde, mai e poi mai Cottarelli a Palazzo Chigi avrebbe sfidato la Commissione Europea con un deficit del 2,4 per cento rispetto al prodotto interno lordo, e consentito a un suo vice di festeggiarlo sul balcone. E mai e poi mai, resistendo alle sollecitazioni del presidente della Repubblica, come invece è accaduto, avrebbe lasciato praticamente passare quasi due dei tre mesi a sua disposizione per rinunciare alla sfida, aprire una trattativa con Bruxelles e chiuderla al 2,04 per cento di deficit. E per giunta in modo così concitato da fare del maxi-emendamento, per tempi e contenuto, un’avventura acrobatica tra palle e palline degli alberi di Natale degli uffici ministeriali. Dove -per inciso- è saltato anche un capo di Gabinetto fra l’indifferenza quasi generale, come se si fosse trattato di un fatto minore e scontato.

A cose fatte e gestite in questo modo, con i presidenti delle Camere e lo stesso presidente del Consiglio costretti a cercare precedenti che potessero fornire scappatoie improbabili, se non impossibili, ben difficilmente, anche se lo volesse, o ne fosse semplicemente tentato, il presidente della Repubblica dopo il voto definitivo della Camera potrebbe avvalersi del diritto molto importante riconosciutogli dall’articolo 74 della Costituzione. Che è quello di sospendere la promulgazione della legge e chiedere “con un messaggio motivato alle Camere una nuova deliberazione”.

Oltre al significato politicamente clamoroso di una sostanziale e non a caso inedita bocciatura quirinalizia del bilancio e del governo che lo ha proposto, con relative implicazioni comunitarie, Mattarella innescherebbe con un rinvio il meccanismo proprio del tanto temuto, a torto o a ragione, esercizio provvisorio. Che per quello stesso aggettivo che lo accompagna sarebbe sinonimo di crisi e instabilità. Il presidente della Repubblica insomma si trova -diciamolo del tutto francamente- con le mani legate, pur in presenza di non poche norme del bilancio destinate a finire davanti alla Corte Costituzionale. Cui peraltro c’è chi vorrebbe ricorrere persino per contestare le modalità di approvazione del bilancio, aggiungendo un inedito all’altro nella storia settantennale della nostra Repubblica parlamentare.

Ma, ponendosi in un’ottica quirinalizia esasperata, diciamo così, oltre all’articolo 74 è apparso ferito l’articolo 87 della Costituzione. Che nel quarto comma conferisce al capo dello Stato il diritto di “autorizzare la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo”, compreso quindi quello del bilancio. E’ proprio l’articolo che non a caso, per la prima volta dopo gli anni lontani di Luigi Einaudi, evocandone la figura in una cerimonia pubblica, Mattarella evocò dopo le elezioni del 4 marzo, quando nacque la prospettiva di un governo non paragonabile ad alcun altro nella storia repubblicana. E apparve perciò ancora più decisivo il ruolo di garanzia del capo dello Stato configurato nella Costituzione.

Una volta autorizzata la presentazione alle Camere, magari dopo averne più o meno pazientemente atteso per settimane il testo vero -non quello genericamente annunciato dal Consiglio dei Ministri “salvo verifiche”, secondo una formula di cui il meno che si possa dire è che è stata ormai abusata- il capo dello Stato deve limitarsi a seguire a distanza il percorso parlamentare del disegno di legge.

“Fino a quando parla il Parlamento,  il presidente della Repubblica tace”, ha detto una volta lo stesso Mattarella, che peraltro è stato professore di diritto parlamentare prima di arrivare al governo come vice presidente del Consiglio o ministro, alla Corte Costituzionale come giudice  e infine al Quirinale come capo dello Stato.

Al massimo, il presidente della Repubblica può limitarsi, nella sua attività di cosiddetta “persuasione morale”, a far conoscere con sapiente discrezione le sue perplessità al governo e alle stesse Camere per qualcosa che di una legge potrebbe metterlo in difficoltà nell’atto della promulgazione, ma oltre non può certamente andare. E ciò specie in tempi e con partiti e uomini di governo come questi, che non hanno e non praticano riguardi a nessuno. Basterà ricordare, a questo proposito,  l’impeachment minacciato proprio contro Mattarella dal non  ancora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio in occasione della mancata nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia. Cui poi è seguita una sceneggiata televisiva dello stesso Di Maio per un decreto che sarebbe stato manomesso nel percorso fra Palazzo Chigi e il Quirinale: un decreto invece che era ancora in qualche cassetto ministeriale, dove avrebbe dovuto cercarlo la Procura di Roma cui lo stesso Di Maio aveva minacciato di rivolgersi.

Una volta approdata in Parlamento, la legge di bilancio del 2019 non è stata modificata in qualche sua parte, nel percorso  fra la Camera e il Senato, per effetto di un naturale confronto fra maggioranza e opposizioni, o all’interno della stessa maggioranza. Essa è stata letteralmente riscritta dal governo col già ricordato maxi-emendamento, in esecuzione degli accordi raggiunti con la Commissione Europea, ma anche per effetto dei ripensamenti e dei negoziati fra i due partiti della maggioranza sviluppatisi sino all’ultimo istante, anche dopo la cosiddetta bollinatura della Ragioneria Generale dello Stato.

A rigor di logica, e forse anche di galateo istituzionale, quella legge di bilancio  riscritta daccapo avrebbe dovuto paradossalmente ripassare dal Quirinale per l’autorizzazione prevista dall’articolo 87. Ma solo a pensarlo, non dico a reclamarlo, il capo dello Stato si sarebbe ritrovato come in quella notte di maggio del minacciato impeachment, rimosso dal percorso della crisi -ricordiamolo- solo per un intervento telefonico di Grillo, mai smentito, su Di Maio.

Le peripezie della legge di bilancio del 2019 moltiplicano le mie personali curiosità sul messaggio televisivo di Capodanno del capo dello Stato. Cui basterebbe una citazione letteraria, come quella manzoniana e felicissima del buon senso appannato dal senso comune, per lasciare intuire il disagio, diciamo pure la sofferenza che egli ha dovuto provare in questi giorni pur di festa.

 

 

 

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Meglio Beppe Grillo di Donald Trump con la favola di Babbo Natale….

              Beh, c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi. Verrebbe voglia di dirlo di fronte all’ultima di Donald Trump, il potente e imprevedibile presidente degli Stati Uniti che al telefono con un bambino di sette anni, Coleman, ha smontato la favola di Babbo Natale. Lui, poi, che avrebbe anche il fisico e i soldi per indossare l’abito della figura più popolare e sognata in questi giorni di festa e fare davvero regali, distraendosi magari dalla truce storia delle frontiere murate, da far pagare per giunta a quelli che debbono rimanere dall’altra parte. E’ un po’ come fece nell’estate del 1961 a Berlino est Walter Ulbricht, col sostegno del dittatore di turno a Mosca, a spese dei suoi connazionali per impedire che  andassero a  stare meglio a Berlino ovest.

           Noi invece, in Italia, abbiamo al governo, o quasi, un comico ancora sensibile alla fantasia dei bambini e alle debolezze dei loro genitori: Beppe Grillo. Che ha riproposto sul suo blog personale un articolo del New York Sun del 21 settembre 1897 per ridurre a formiche i cervelli degli uomini come Trump, che di Babbo Natale se ne strabattono.

          Peccato solo che il nostro Grillo abbia voluto caricare sulla sua slitta come regali gli ingredienti, anche quelli più tossici,  della legge di bilancio del 2019 appena fatta approvare al Senato imbavagliandolo. E che nei prossimi giorni verrà ratificata dalla Camera. Dove la maggioranza sarà ancora più blindata che a Palazzo Madama.  

 

 

 

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