Colpito dal fuoco amico del Fatto Quotidiano con la notizia che gli attribuiva la decisione di rinunciare alla guida del Movimento delle 5 Stelle già prima delle elezioni regionali di fine mese in Calabria e in Emilia-Romagna, giusto per non lasciarsi intestare anche il nuovo fiasco, dopo quelli delle elezioni europee di maggio scorso e successive, Luigi Di Maio ha opposto una smentita così formale e debole che è ormai entrato su tutti i giornali in una camera di rianimazione dalla quale sembra destinato a non uscire più.
Sullo stesso Fatto Quotidiano campeggiano in prima pagina le foto dei possibili successori
e il direttore in persona, Marco Travaglio, gli dedica con un misto di generosità e di orgogliosa furbizia, un editoriale per rendergli “l’onore delle armi”. Che da
quelle parti è sempre una cosa apprezzabile per chi la riceve, visto il silenzio che si procurò nei mesi scorsi, per esempio, l’appena detronizzato ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, scaricato come un sacco di rifiuti nel passaggio dal primo al secondo governo di Giuseppe Conte.
Di Maio -ha assicurato Travaglio salutandone, ripeto, l’ingresso in camera di rianimazione, da dove dovrebbe peraltro continuare ad occuparsi della politica estera italiana come titolare della Farnesina, con tutto quel po’ po’ di roba che esplode nel mondo lontano e vicino a noi- “ha vari difetti, ma non è un cialtrone né un improvvisatore”. E ciò, nonostante il suo esordio come mancato vice presidente del Consiglio, fra la rinuncia e la conferma di Conte nella tormentata crisi di governo di avvio della nuova legislatura, nel 2018, preannunciando un procedimento di denuncia del capo dello Stato Sergio Mattarella davanti alla Corte Costituzionale per alto tradimento. Piuttosto, ha sempre assicurato magnanimamente Travaglio, il giovane astro calante é una vittima dei tanti “miracolati, furbetti, poltronari, approfittatori e scappati di casa” che lo hanno circondato e si contendono adesso le polveri di stelle che stanno cadendo sul loro movimento dopo un anno e mezzo di governo a maggioranze, diciamo così, variabili.
Sofia Ventura sulla Stampa ha evocato la sinistra immagina delle “idi di marzo” all’annuncio trionfalistico
e liberatorio, da parte dello stesso Di Maio, degli “Stati Generali” dei pentastellati per quel periodo, che costò la vita a Cesare nell’antica Roma. Ma gli “Stati Generali” richiamano alla mente, o all’immaginazione, anche un’altra tragica fine: quella di Luigi XVI e della moglie Maria Antonietta, che li affrontarono nel 1789 avviandosi inconsapevolmente alla Rivoluzione francese e alla ghigliottina.
Senza andare tuttavia tanto lontani nel tempo e nello spazio, di fronte alla sostanziale apertura, ormai, della successione a Di Maio, riguadagnatosi
proprio per questo la solidarietà di Alessandro Di Battista dopo quella offerta da “Dibba” al senatore Gian Luigi Paragone appena fatto cacciare dal movimento dallo stesso Di Maio e amici, l’immagine che torna alla mente è quella più recente e vicina di Beppe Grilo fattosi riprendere a Capodanno mentre scavava una trincea o una fossa prevedendo un 2020 “magnifico”. E’ lo stesso Grillo che il vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX propone ai lettori con una sostanziale lettera di licenziamento in mano, che azzera il giovanotto inginocchiato davanti a lui.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
pagina che Luigi Di Maio è “vicino a lasciare la guida dei cinquestelle forse già prima delle regionali” del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, e si è s
piegato all’interno, in un articolo di Luca de Carolis, che “il rapporto con Giuseppe Conte gli deve sembrare un Moloch” perché “di certo per lui è una pietra di paragone pesante come una montagna” anche all’interno del suo movimento, dove il presidente del Consiglio sta acquistando una influenza crescente; mentre -dicevo- tutto questo è stato sciorinato dal giornale diretto da Marco Travaglio, lo stesso Di Maio ha rilasciato al Corriere della Sera una intervista a dir poco imbarazzante e imbarazzata. Che al vignettista Emilio Giannelli ha ispirato un ministro degli Esteri quasi sfottente verso il capo del governo.
continuamente”, ha assicurato Di Maio, incalzato dall’intervistatore sulla questione libica dopo il tentativo fallito del presidente del Consiglio di fare incontrare a Roma i due rivali che si contendono il governo di quel Paese, cioè il premier riconosciuto dall’Onu al Sarraj e il generale Haftar, l’unico presentatosi all’appuntamento a Palazzo Chigi.
distanze dicendo che “il presidente ha la sua agenda, specie se deve ricevere un omologo. Il governo si muove in sintonia”. Ma, andando al sodo della questione, chi è davvero considerato da Conte il suo omologo in Libia: ancora Sarraj, sostenuto sempre più vigorosamente dal presidente turco Erdogan, o già il generale che gli sta facendo la guerra con l’aiuto anche del presidente russo Putin?
libico ormai sfuggito di mano all’Italia, chissà se destinata a ricevere almeno un invito alla cerimonia che segnerà l’accordo fra turchi e russi sulla testa dell’Europa. “L’Italia ha perso la sua guerra”, ha titolato del resto in prima pagina anche la Repubblica.
con Haftar. Questi appuntamenti vanno gestiti nell’assoluto riserbo. Haftar andava incontrato presso la caserma di Tor di Quinto, non a Palazzo Chigi. Lo strombazzamento ha irritato Sarraj e la coalizione che lo sostiene. Esiste un’opinione pubblica anche in Libia. E Haftar è l’uomo che, pochi giorni or sono, ha rivendicato l’attacco aereo sull’accademia militare di Tripoli, salvo poi smentire”.
compiaciuta nel titolo di prima pagina sulle guance del presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte dalla solita e presunta Verità, traduzione italiana di
quella che nel regime sovietico era chiamata la Pravda, ci si può ben fermare alla “gaffe” e al “pasticcio diplomatico” cui hanno fatto ricorso altri giornali -dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore e alla Stampa– per descrivere quanto
è successo a Palazzo Chigi. Dove, con una mossa che sembrava una trovata di genio, quasi in concorrenza
con l’incontro altrove di Putin e di Erdogan, riusciti a imporre una tregua d’armi da domenica prossima ai due assenti ma da loro dipendenti rivali che si contendono il controllo della Libia, Conte aveva organizzato un incontro diretto fra i combattenti nel suo ufficio di Palazzo Chigi.
con la Francia un rapporto pivilegiato essendo l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, sarebbe stato all’ultimo momento informato dal presidente Emmanuel Macron di quella specie di trappola tesagli a Roma e convinto a sottrarvisi, probabilmente con qualche ragione in più di diffidenza verso gli interlocutori romani.
reduce da una visita e da un colloquio col presidente del Consiglio proprio mentre
stava per compiersi lo sfortuntato intervento del governo italiano, potrebbe consolarsi in qualche modo con la vignetta del corregionale Nico Pillinini. Che sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno lo ha immaginato e rappresentato arbitro di un incontro di pugilato vinto da Haftar per avere l’altro pugile al Sarraj “gettato la spugna”.
tra i vasi, e appena preso in giro da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera mentre insegue nel suo abito borghese e la borsa in
mano, a piedi, la camionetta di Haftar e altri militari che non se lo filano per niente, non immaginando chi fosse o forse proprio perché al corrente della sua identità. A lui l’impietoso e sempre billante manifesto ha potuto risparmiare il fotomontaggio e il titolo odierno di prima pagina “Conte senza l’oste”.
alla Stampa passata ingiustamente inosservata, in cui l’ex ministro degli Esteri è s
tato indicato peraltro come un possibile “inviato dell’Italia in Libia”: cosa peraltro tentata ai tempi di Matteo Renzi a Palazzo Chigi da Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea, e non riuscita.
ucraina e dintorni. E’ proprio con Borrel che Di Maio ha pranzato a Roma, in un ristorante sulla via Appia nuova, prima di volare con lui ad un minivertice europeo con i ministri degli Esteri della Germania, della Francia e della Gran Bretagna sui temi caldi, anzi roventi di questi giorni: dall’Iran, per far capire agli americani che sono amici ma non possono fare tutto quello che vogliono, alla Libia. Dove gli interessi italiani sono insidiati in pari misura dai turchi. che sostengono il premier al Sarraj, riconosciuto dall’Onu e inizialmente molto sostenuto dall’Italia, e dai russi corteggiati, a dir poco, dal generare Haftar.
di lasciare i militari italiani in Iraq al loro posto, anche dopo il peggioramento,
a dir poco, delle condizioni di sicurezza a causa del raid americano contro il generale iraniano Soleimani, delle ritorsioni minacciate da Teheran e del pronunciamento
del Parlamento iracheno contro la permanenza dei contingenti statunitensi e loro alleati in quella terra, la realtà si è presa la sua rivincita. E’ arrivato cioè l’annuncio che i Carabinieri italiani di stanza nella base americana di Baghdad sono stati prudenzialmente allontanati.
In particolare, intervistato dall’ospitalissimo Fatto Quotidiano, oltre alle solite professioni di fede nel dialogo, nelle soluzioni diplomatiche delle crisi internazionali e tutto il resto, il titolare della Farnesina ha posto il problema di “rimodulare le nostre missioni militari all’estero”. Non sembra, francamente, una questione da poco, di amministrazione ordinaria, diciamo così.
annunciato, con i suoi omologhi europei, e anche oltre, auspicabilmente anche con quel presidente americano che è in tali buoni rapporti con lui da chiamarlo Giuseppi, al plurale, ma ancor più importante è che egli abbia alle spalle nel proprio Paese una maggioranza davvero coesa sui temi di politica estera. Che è cosa della quale è quanto meno lecito dubitare. E pare che ne dubitino anche taluni, almeno, degli interlocutori internazionali dell’inquilino di Palazzo Chigi.
ritirare le loro truppe, e il quotidiano abitualmente più vicino da noi al partito grillino di maggioranza relativa – Il Fatto- sollecitava l’accoglimento dell’istanza di Baghdad, a Roma il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha opposto un vistoso ma curiosissimo rifiuto.
al capo del governo, apparso così ad un tempo preoccupato dei pericoli che corrono i nostri militari nel clima di paura per le ritorsioni annunciate dall’Iran contro l’azione ordinata in Irak personalmente dal presidente americano Donald Trump di eliminare il potente generale iraniano Soleimani e alcuni dei suoi più stretti collaboratori e alleati, ma anche convinto della necessità, opportunità e quant’altro di lasciare coraggiosamente sul posto il nostro contingente, mandato a suo tempo per concorrere alla sicurezza di quella regione.
a Befana gli lascerei sul davanzale, o appesa alla porta di casa, o di dov’altro si sveglierà domani mattina, una calza piena di rosari, crocifissi e medagliette di ogni ordine e grado della Madonna con un biglietto di accompagnamento per diffidarlo dall’usarli in pubblico, neppure per scherzo. E ciò non foss’altro per togliere al suo ormai odiato e odiatore Giuseppe Conte uno dei pochi argomenti buoni, se non l’unico, che il presidente del Consiglio ha adoperato contro di lui al Senato, nel “processo” del 20 agosto scorso, e cerca di rinverdire ogni volta che l’ex ministro dell’Interno gliene offre l’occasione.
a Palazzo Chigi. Ma, per sua fortuna, neppure per dare una mano ai suoi nemici, come ha dimostrato la figuraccia rimediata dai frati francescani d’Assisi contrastandone le recente campagna elettorale non vinta, ma stravinta in Umbria.
credibile ed efficace. Debbo ancora riconoscermi -e comincio a preoccuparmene- in una felice “cattiveria” di Marco Travaglio sul Fatto, che ha appena immaginato Salvini lanciare “una bomba carta dal balcone” finendo per incendiare anche la sua auto come bilancio del 2019. E’ stata una “cattiveria” felice come quella che ha chiesto cosa mettano in Vaticano nell’incenso che adopera il Papa nelle messe per renderlo quasi manesco com le infedeli che
lo strattonano in piazza. Peccato però che alle prese col Vaticano Travaglio non si sia fermato qui ed abbia il giorno dopo esagerato attribuendo all’impazienza di un altro Papa, nel frattempo diventato Santo Giovanni II, l’impiccagione a Londra del banchiere Roberto Calvi.
per “l’incendio” appiccato, secondo il manifesto, dagli Stati Uniti di Donald Trump uccidendo
in Irak il potente e sanguinario generale iraniano Cassem Soleimani anche per “ristabilire chi comanda in Medio Oriente”,
come ha titolato in rosso Il Foglio trovandosi una volta tanto d’accordo col soddisfatto ma “truce” leader leghista Matteo Salvini, in Italia si ha solo l’imbarazzo di scegliere fra due inconvenienti, diciamo così, o addirittura sommarli.
Mike Pompeo di avvertire dell’operazione Soleimani il governo Conte, unico fra tutti gli alleati, nonostante il “Giuseppi” confidenziale che il presidente degli Stati Uniti riserva abitualmente e personalmente all’attuale inquilino di Palazzo Chigi.
credo di lavoro con la fidanzata, sia che lo
si immagini, come ha fatto l’impertinente vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX in bilico nel vuoto su un pezzo di roccia che sta cadendo. O, come nella vignetta di Nino Pillinini sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno, in groppa al cammello sulla strada epifanica di Gesù Banbino, guidato con gli altri Re Magi non dalla stella cometa ma dalle cinque stelle cadenti dell’omonimo movimento.
carta riferendo sulla crisi dell’omonimo movimento- superiori per impatto sui nostri giornali persino ai venti ancora più forti di guerra vera e propria che soffiano sulla Libia, ed
hanno maggiormente interessato col solito titolo felice il manifesto, bisogna riconoscere che solo il masochismo di un comico può spiegare l’allegria con la quale Beppe Grillo ha voluto salutare sul suo blog personale l’arrivo dell’anno
nuovo. Che lui in persona, con la sua voce e la sua faccia, ha preannunciato “magnifico” spalando la terra per la fossa nella quale sta sprofondando il suo movimento anche o ancor più nella nuova esperienza di governo col Pd, dopo i danni subiti governando con la Lega.
vertice del movimento che dall’espulsione del senatore Gianluigi Paragone, per immaginare che il comico sapesse bene ciò che stava per accadere dalle sue parti mentre scavava con compiacimento quella fossa a Capodanno.
vignettisti, analisti, sardine e quant’altro preferiscono immaginare e rappresentare con gli stivali Matteo Salvini, che spesso presta loro il fianco, ma neppure Luigi Di Maio scherza. Non a caso, d’altronde, i due hanno già governato insieme, prima di scoprirsi incompatibili fra di loro: ma non tanto incompatibili, in fondo, se Salvini anche dopo la rottura propose che l’altro capeggiasse una seconda edizione della maggioranza gialloverde. Ricordate?