La maggioranza galleggia sull’immigrazione come quel cadavere sull’acqua

            Quella foto, penosa e orribile al tempo stesso, del cadavere del migrante galleggiante da ormai più di 15 giorni non solo sulle acque del Mediterraneo ma anche sull’indifferenza di tutti indistintamente i Paesi rivieraschi, che hanno voltato lo sguardo dall’altra parte per non vedere, ragionare e capire, ha messo a nudo pure la confusione che regna nella politica italiana. Che ha avuto la sfrontatezza- va detto a questo punto- di approvare la proroga dei finanziamenti delle missioni all’estero, nel capitolo riguardante gli aiuti che forniamo alla guardia costiera libica per fare non si capisce più bene che cosa, pur nel contesto caotico di un Paese come la Libia, con una maggioranza semplicemente inqualificabile, nel senso letterale della parola: né di centrodestra, né di centrosinistra, né di centrodestra e centrosinistra insieme, di carattere emergenziale.

            I numeri -con quei 401 voti favorevoli, 23 contrari e 2 astensioni- sembrano persino rasserenanti, da “governissimi”, al netto dei duecento assenti. Fra i quali, per dissenso dichiarato pubblicamente, ci sono stati però tutti i deputati di due partiti della maggioranza ancora in carica, diciamo così. Che è sempre in esercizio, pur tra rinvii e litigi, per spartirsi tutto quel che c’è di spartibile in Parlamento e fuori, nel governo e nel sottogoverno. Sono i partiti, agli antipodi per molti altri versi, di Matteo Renzi e della sinistra dei cosiddetti liberi e uguali, che uscirono dal Pd quando l’attuale senatore di Scandicci si ostinò a rimanerne segretario dopo la sconfitta referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale.  

            Fra i ventitre voti contrari ce ne sono un po’ di tutti i colori, compreso il Pd col suo ex presidente Matteo Orfini: l’unico o il più noto fra i suoi ad avere ottemperato con quel no alla linea dettata sul tema dei rapporti evanescenti con la Libia in materia di migranti dall’assemblea nazionale del partito.

            Questo pasticcio politico, a dir poco, è stato ignorato sorprendentemente- ma fino ad un certo punto-  dalle prime pagine di tutti i giornaloni, giornali e giornalini, interessatissimi Avvenire.jpeginvece alle beghe minori della mNIFESTOpolitica, ad eccezione lodevole di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, e del manifesto. Che hanno titolato, rispettivamente e a ragione entrambi, “Scandalo continuo” e “Omissione compiuta”.

            Il presidente del Consiglio, sfinito dalla vittoria che si è vantato di avere conseguito con la pur problematica e sotto molti aspetti ancora incerta soluzione della vertenza politica sulle concessioni autostradali, è ora alle prese con un Consiglio Europeo sul cosiddetto “Recovery fund” al quale si è preparato -ha detto in Parlamento- “affinando” e persino “affilando” le armi per contrastare i riottosi alla consistenza degli aiuti che lui si attende per fronteggiare la crisi economica e sociale prodotta, o aggravata, dall’epidemia virale. Ma non sarebbe male se egli si occupasse un po’ di più anche del problema che ha fatto perdere la testa un po’ a tutti alla Camera con quella votazione intraducibile in un discorso politico serio, sullo sfondo dell’immagine di quel cadavere galleggiante.  

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it  e http://www.policymakermag.it

La marcia all’indietro verso il poco rimpianto Ministero delle Partecipazioni Statali

Di questo passo, purtroppo più all’indietro che in avanti, o per fortuna, secondo i gusti naturalmente, potremmo assistere anche alla resurrezione del Ministero delle Partecipazioni Statali. Che fu istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra Gronchi.jpegeletto l’anno prima al Quirinale a sorpresa con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che pure non era di sinistra, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più tecnico che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un tecnico indipendente come Paolo Baratta. Si era ormai all’epilogo della cosiddetta prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale della politica.

La vittoria elettorale e l’arrivo a Palazzo Chigi, nella primavera del 1994, di un imprenditore privato e di successo come Silvio Berlusconi sembrarono quasi conseguenti anche allo smontaggio delle partecipazioni statali avviato dall’ex governatore della Banca d’Italia con la decisione di chiudere appunto con Baratta il lungo elenco -una ventina- dei ministri succedutisi al vertice di quel dicastero. Che era stato per una quarantina d’anni fra i più ambiti dai partiti di maggioranza, soprattutto dalla  Democrazia Cristiana, perché lì si si decidevano le sorti delle aziende pubbliche e dei loro vertici.

Democristiano, oltre all’ispiratore Gronchi sul colle più alto di Roma, era stato il primo titolare del nuovo Ministero: Giuseppe Togni, toscano come l’allora presidente della Repubblica. Democristiano fu anche il secondo, Giorgio Bo, che vi stette all’inizio solo poco più di un anno, nel primo e unico governo di Adone Zoli, fra il maggio del 1957 e il luglio del 1958. Ma Bo vi sarebbe tornato nel luglio 1960, dopo un breve passaggio del socialdemocratico Edgardo Lami Starnuti e del democristiano Mario Ferrari Aggradi, per rimanervi ininterrottamente sino alla fine del 1968, in ben sette governi.

Giorgio Bo, della sinistra scudocrociata, divenne mitico nella sua inamovibilità. Disponeva del Giorgio Bo.jpegMinistero e delle aziende controllate come di casa sua, anche se la stampa spesso lo rappresentava più come subalterno che come superiore di un altro personaggio mitico come l’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei.

Longevi alla guida del Ministero delle Partecipazioni Statali furono anche i democristiani Antonio Bisaglia, dal 1974 al 1979, e Clelio Darida, dal 1983 al 1987, nonché il socialista Gianni De Michelis,De Nichelis e Craxi dal 1980 al 1983. Del quale i democristiani, abituati -come scrivevo- a farla da padroni da quelle parti, soffrirono la presenza forse più ancora di quella di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra l’estate del 1983 e la primavera del 1987.

Le permanenze più brevi al vertice di quel Ministero, non a caso interinali, per pochi mesi, per sostituire un defunto e poi un dimissionario, furono quelle di Giulio Andreotti. Che si guardò bene dall’aspirare alla titolarità vera e propria di quel dicastero nella sua lunga attività di governo conoscendo i rischi che potevano derivarne nei rapporti con gli alleati esterni o con le altre correnti del suo partito. Lui preferiva dirimere prudentemente le vertenze di potere, non crearle.

Politici, per quanto brevi, o relativamente brevi, furono i passaggi al Ministero delle Partecipazioni Statali di futuri segretari della Dc come Arnaldo Forlani e Flaminio Piccoli.

Degli alti rischi, oltre che della forte rimuneratività politica del Ministero delle Partecipazioni Statali per gli interessi che coinvolgevano le loro competenze di governo, si resero ben conto, in particolare, Antonio Bisaglia nel 1978 e Clelio Darida nel 1985.

Di Antonio Bisaglia, come del collega di partito Carlo Donat-Cattin allora alla testa del Ministero dell’Industria, reclamò la testa il Pci di Enrico Berlinguer nel passaggio dal primo al secondo Bisaglia.jpeggoverno monocolore democristiano di cosiddetta solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti: un passaggio, con tanto di crisi, che fu anche l’ultimo gestito da Moro nei panni di presidente dello scudo crociato, prima di essere rapito dalle brigate rosse il 16 marzo 1978 in via Fani, a poca distanza da casa, e ucciso il 9 maggio. Si trattò allora di passare dall’astensione al vero e proprio voto di fiducia dei comunisti, concordando un regolare programma, e quindi la partecipazione piena alla maggioranza.

Di Bisaglia e di Donat-Cattin il Pci contestava le resistenze opposte all’interno della Dc, con le loro correnti, agli sviluppi delle intese parlamentari con i comunisti, che miravano con la formula del “compromesso storico” ad una partecipazione diretta al governo con i democristiani. A Bisaglia veniva contestato, oltre che l’azione interna di partito, l’uso del potere che faceva attraverso le aziende pubbliche sottoposte alla vigilanza politica del suo dicastero.

Le due teste erano state concesse dietro le quinte dall’allora segretario della Dc Benigno Zaccagnini e da Andreotti in nome, formalmente, di un rinnovamento della classe dirigente. I comunisti erano talmente sicuri di non vederne confermata la partecipazione al governo che il giornale ufficiale del partito , l’Unità, fu stampato nelle sue prime edizioni, mentre la crisi non era stata ancora formalmente  chiusa, con una lista di ministri che appunto li escludeva. Era l’elenco di nomi col quale Andreotti si era recato di sera all’’ultimo appuntamento con la delegazione della Dc, in una villa della Camilluccia, prima di portarla alla firma del capo dello Stato, al Quirinale. Non avevano messa nel conto, l’uno e l’altro, Zaccagini e Andreotti, la reazione di Moro. Che fu negativa, con questa motivazione più o meno letterale: “Non possiamo fare selezionare la nostra classe dirigente dagli altri”. E tanto Bisaglia quanto Donat-Cattin furono rimessi in lista e confermati.

La delusione e l’irritazione fra i comunisti fu tanto forte che la mattina del 16 marzo, mentre Moro usciva da casa per andare ad ascoltare il discorso programmatico di Andreotti alla Camera, il voto di fiducia del Pci non era più scontato. Andreotti ne era stato informato dal sottosegretario Franco Evangelisti, reduce da un incontro col vice capogruppo dello stesso Pci a Montecitorio Fernando Di Giulio.

La crisi praticamente stava per riaprirsi. A farla rientrare furono involontariamente proprio i brigatisi rossi, che avebbero potuto trarne un vantaggio politico nella contestazione della cosiddetta borghesizzazione di Berlinguer. Il sequestro di Moro procurò un tale trauma politico che le riserve del Pci per la conferma dei due ministri democristiani contestati rientrarono a tal punto che la fiducia venne accordata al governo da entrambe le Camere nella stessa giornata.

Sette anni dopo, nel 1985, a esperienza ormai consumata della cosiddetta solidarietà nazionale, e a collaborazione ripresa fra i socialisti e i democristiani con Craxi a Palazzo Chigi, il ministro delle Partecipazioni Darida.jpegStatali Clelio Darida, fanfaniano di osservanza però forlaniana, si trovò a gestire la privatizzazione del settore alimentare pubblico -la famosa Sme- concordata negli accordi di governo. Ma  egli si trovò praticamente scavalcato dalla segreteria del suo partito, retta da Ciriaco De Mita, con una sostanziale intesa patrocinata fra l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi e Carlo De Benedetti come acquirente delle aziende in vendita a un prezzo che Craxi trovò esageratamente a favore della controparte privata.

Il caso deflagrò in sede politica e poi anche giudiziaria. La lite si riversò nella Dc con la decisione di Darida di schierarsi praticamente con Craxi, anziché con De Mita, cogliendo l’occasione offertagli da una nuova proposta d’acquisto formulata da una cordata di imprenditori improvvisata da Silvio Berlusconi su sollecitazione, dietro le quinte ma neppure tanto,  del presidente del Consiglio.

Nacque o crebbe anche così l’antiberlusconismo di De Benedetti, rececentemente affievolito dalle De Benedetti.jpegaperture ad una nuova maggioranza non più a guida di Giuseppe Conte e comprensiva del partito di Berlusconi per il suo europeismo contrapposto al sovranismo delle altre componenti del centrodestra, ma anche di buona parte dei grillini al governo da due anni.

In questo quadro potrebbe diventare persino divertente, oltre che curioso o paradossale, un ritorno ai tempi del Ministero delle Partecipazioni Statali. Non vi pare? Curioso, questo ritorno, anche ai fini dei rapporti con l’Unione Europea, dove lo statalismo non gode, diciamo così, di grande popolarità o interesse e contribuisce a confondere ulteriormente l’immagine dell’Italia e della maggioranza giallorossa. Che si è appena ritrovata unita nelle votazioni parlamentari finalmente ripristinate alla vigilia dei vertici europei, senza la consueta e furbesca distinzione tra informazioni e comunicazioni del governo, solo al prezzo di accantonare ancora una volta il nodo su cui potrebbe scoppiare una crisi quando sarà inevitabile scegliere fra l’uso e il rifiuto del fondo europeo salva-Stati (il famoso Mes) per il potenziamento del servizio sanitario, messo a dura prova dall’epidemia virale.

Il partito di Renzi, decisivo al Senato, ha votato sia per il documento elusivo della maggioranza, tutto dedicato al negoziato in corso sul fondo per la ricostruzione o per la nuova generazione, sia per quello di Emma Bonino favorevole al Mes. Intanto si corre in autostrada, diciamo così, a proposito delle concessioni, e in altri settori per effetto anche della crisi da Covid, con la marcia o il carburante della nazionalizzazione. E’ come se qualcuno già stesse cercando  a Roma la sede del nuovo Ministero delle Partecipazioni Statali di una terza fantomatica Repubblica. Che starebbe francamente con l’Europa come il diavolo con l’acqua santa.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Si è tornati finalmente a votare in Parlamento sui nodi europei

            In attesa di capire, all’incirca fra un anno, il costo per il pubblico, e non solo per i Benetton, dell’operazione innescata dal governo per il ritorno dello Stato nella gestione delle autostrade, cerchiamo di capire un po’ prima dell’anno prossimo, vista la scadenza più vicina, come potrà finire la partita del  cosiddetto fondo europeo salva-Stati, rimasta aperta nel governo e nella maggioranza giallorossa. Dove Pd e renziani, in sintonia con l’opposizione berlusconiana, vogliono usare i finanziamenti comunitari a disposizione per il potenziamento del sistema sanitario, messo a dura prova dall’epidemia virale. Ma i grillini sono contrari, nonostante certe aperture sottintese nelle dichiarazioni e nei comportamenti del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ritrovandosi d’accordo invece con gli ex alleati leghisti e con la destra di Giorgia Meloni.

            Per una volta, dopo tante fughe coperte dalla farisaica distinzione tra informazioni e comunicazioni del governo, si è riusciti Senato.jpega votare tanto alla Camera quanto al Senato in vista di un Consiglio Europeo, su cui c’è stata anche la consueta consultazione al Quirinale fra il governo e il presidente della Repubblica.

            Accantonato ancora una volta il problema del fondo salva-Stati volendo o fingendo di dare la precedenza alla soluzione del negoziato in corso sul fondo europeo molto più grande per la ricostruzione, noto come “Recovery fund” o “next generation”, la maggioranza ha potuto confezionarsi e approvare un documento approvato alla Camera con 286 voti favorevoli e 227 contrari, al Senato con 157 sì e 130 no.

            Tutto bene, allora, come ha mostrato di credere il presidente del Consiglio incontrando Xonte da Mattarellapoi il capo dello Stato? Per niente. Grazie al ritorno al voto parlamentare, voluto soprattutto dalla presidente del Senato protestando nei giorni scorsi contro la pretesa del governo di giocare tra informazioni e comunicazioni per fare dei senatori e dei deputati “gli invisibili ormai della Costituzione”, si è potuto votare anche su documenti diversi da quelli dalla maggioranza. E l’occasione è stata colta al volo dal partito di Renzi per votare anche la mozione, battuta, della senatrice radicale e fortemente europeista Emma Bonino a favore dell’uso del fondo salva-Stati.

            Ciò significa che almeno al Senato, quando il nodo dei crediti europei per il sistema sanitario verrà al pettine, una volta chiusa la partita del “Recovery fund”, prevedibilmente già entro questo mese, o i grillini si rassegneranno al sì o la maggioranza non ci sarà più. Nel frattempo si saranno aggrovigliati altri nodi economici, sociali e politici come la preparazione del bilancio, o legge cosiddetta di stabilità finanziaria, la crisi occupazionale, la riforma della giustizia riferita sia al processo, e al meccanismo della prescrizione che dallo scorso mese di gennaio finisce col primo grado di giudizio, sia all’elezione e al funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura. Che, per quanto abbia appena nominato il nuovo primo presidente della Cassazione e la sua aggiunta, rimane devastato dall’esplosione del mercato correntizio delle nomine e carriere emerso dalle intercettazioni di Luca Palamara, già espulso dal sindacato delle toghe da lui presieduto negli anni passati e ora sotto processo giudiziario a Perugia, e disciplinare nel Consiglio Superiore. E’ una vicenda che il governo sta esorcizzando voltando lo sguardo altrove ma prima o poi diventerà stringente per le scelte legislative che dovranno essere compiute.

A favore o contro Silvio Berlusconi per 26 lunghissimi anni

Non so se sia più stucchevole la Berlusoneide, diciamo così, prodotta  dalla raccolta delle firme per la nomina di Silvio Berlusconi, appunto, a senatore a vita come riparazione della sua condanna definitiva per frode fiscale, emessa da “un plotone di esecuzione” della Corte di Cassazione Prodi.jpegnell’estate del 2013 secondo la confessione di un giudice che ne fece parte, morto però l’anno scorso, o l’Antiberlusconeide esplosa per le aperture fatte al Cavaliere prima da Romano Prodi e poi da Carlo De Benedetti, se mai si riuscisse a cambiare maggioranza di governo.

La raccolta delle firme per il laticlavio l’ho trovata quanto meno impropria perché i cinque senatori a vita di nomina presidenziale “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” consentiti dall’articolo 59 della Costituzione ci sono già tutti e godono, per quanto mi risulta, di buona salute. Sono, esattamente, Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia, tutti nominati da Giorgio Napolitano quando era capo dello Stato, e Liliana Segre, nominata dall’attuale presidente della Repubblica Sergio  Mattarella. Che scegliendo solo la Segre nei suoi ormai cinque anni e più di mandato presidenziale ha dimostrato nei fatti la fedeltà ad una interpretazione restrittiva del già citato articolo 59 della Costituzione. E ciò diversamente da un predecessore che ritenne diritto del capo dello Stato di nominare ciascuno ben cinque senatori, anche a costo di affollare Palazzo Madama in una stessa legislatura, considerando pure i senatori di diritto che sono gli ex presidenti della Repubblica.

Berlusconi per primo dovrebbe sentirsi in imbarazzo, come del resto ha già mostrato di esserlo, per la devozione -chiamiamola così- degli amici. Che lo costringerebbe a ripetere l’augurio di “lunga vita ai senatori a vita” espressi pubblicamente  una volta dall’allora presidente della Camera Sandro Pertini dopo che il segretario del suo partito, il Psi, Francesco De Martino era andato a proporgli di dimettersi, in cambio del laticlavio, per consentire l’elezione di Aldo Moro al vertice di Montecitorio. L’operazione era stata appena abbozzata tra le forze del centrosinistra per riprendere la collaborazione di governo interrottasi l’anno prima, nel 1972 per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale, avvenuta alla fine del 1971 con una maggioranza di centrodestra. Poco mancò che in quell’occasione Pertini cacciasse dal suo ufficio alla Camera un sorpreso e imbarazzatissimo De Martino.

Se la Berlusconeide ha l’inconveniente della inopportunità o ineleganza, come preferite, per le ragioni appena esposte, irrispettose nei riguardi dei cinque senatori a vita di nomina presidenziale in carica, comportando l’auspicio della morte di uno di loro, l’Antiberlusconeide esplosa dopo le aperture politiche al presidente di Forza Italia da parte di due suoi antichi avversari come Prodi e De Benedetti, ha qualcosa di barbarico che impressiona. E la rende francamente molto più grave e inaccettabile della Berlusconeide. Essa denota il livello di livore al quale è forse irrimediabilmente scesa la lotta politica da un bel po’ di tempo a questa parte: un livello ancora più odioso in un momento come quello che stiamo attraversando, fra emergenza virale, emergenza economica e sociale ed emergenza -lasciatemi dire- istituzionale. Che è stata bene espressa e denunciata di recente dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati parlando dei parlamentari come ormai degli “invisibili della Carta costituzionale”. Che vivono tra voti  palesi di fiducia a salve, cui il governo ricorre abitualmente per strozzare discussioni scomode e scongiurare votazioni a scrutinio segreto su emendamenti o altro, e decreti o disegni di legge varati dal Consiglio dei Ministri “salvo intese”, cioè senza intese. Esse sono affidate a supplementi di ermetiche trattative politiche e tecniche, sempre fidando sulla infinita pazienza del presidente della Repubblica, la cui firma è necessaria ai decreti legge per essere pubblicati ed entrare in vigore, ai disegni di legge per essere presentati, cioè proposti, alle Camere.

Di Prodi il meno che si sia potuto dire e scrivere di sgradevole dopo l’auspicio di una partecipazione di Berlusconi ad una nuova maggioranza, in considerazione del suo europeismo contrapposto al sovranismo delle altre componenti del centrodestra, è che sia stato mosso a simile auspicio dalla voglia di procurarsene l’appoggio ad una candidatura al Quirinale nel 2022. Che potrebbe compensare il professore emiliano della delusione procuratagli nel 2013 dai cento e più “franchi tiratori” del Pd rivoltatisi con successo contro di lui, proposto candidato per acclamazione dall’allora segretario del partito Pier Luigi Bersani.

A smorzare questo sospetto non è riuscita neppure la capogrupppo di Forza Italia alla Camera Mariastella GelminiGelmini dichiarando al Dubbio- secondo me con una tempestività che poteva risparmiarsi- la indisponibilità pregiudiziale del suo partito a sostenere una nuova scalata di Prodi al colle più alto di Roma.

Di Carlo De Benedetti, spintosi a parlare bene o meno male del solito di Berlusconi in una intervista De Benedetti.jpegal Foglio, pure lui nella prospettiva di un cambio di maggioranza ma anche di presidente del Consiglio, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio la cosa più cortese che ha scritto è, letteralmente, che “a 85 anni un po’ di rincoglionimento ci sta”.

Eppure dalle parti di quel giornale, l’unico o il più sistematicamente schierato con Conte, nonostante i sondaggi attribuiscano al presidente del Consiglio livelli di consenso molto alti, fu accettato due anni fa il coinvolgimento di Berlusconi nell’avvio di questa tormentatissima legislatura con l’elezione, per esempio, della fedele Casellati a presidente del Senato. Che è la seconda carica dello Stato, mica uno strapuntino. E vanno bene, da quelle parti, anche i rapporti diretti e indiretti di cui si scrive spesso, e non a torto, fra Conte e Berlusconi.

Non vi è politica ed anche giornalismo peggiore di quella o quello che si fa o si pratica per tigna, dicono a Roma.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Conte costretto dal governo a frenare…in autostrada nella corsa alla revoca

            Altro che il “tira dritto” attribuitogli con la solita enfasi dal giornale che di più lo sostiene in Italia, e Fatto 2 .jpeg che naturalmente è Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato costretto dal governo, dopo sei ore di discussione notturna, a frenare la sua corsa in autostrada, diciamo così, verso la revoca della concessione ad una società colpevole di essere partecipata dai Benetton.

            Costretto dai ministri del Pd e dell’Italia Viva di Matteo Renzi, ma anche dal “gelo” di Luigi Di Maio, come riferito in particolare Repubblica.jpegda Repubblica, Conte ha dovuto ripiegare su un’altra richiesta o ipotesi d’accordo per il rischio, in qualche modo certificato con tanto di lettera dell’Avvocatura dello Stato, di procurare con la revoca un danno enorme alle casse pubbliche. Che non è per niente limitabile ai 7 miliardi di euro indicati in una norma inserita appositamente in un decreto legge di cosiddette “mille proroghe” per mettere in ginocchio i Benetton.

            Questi ultimi -ai quali non a caso il giornale di Travaglio ha sarcasticamente dedicato un nuovo titolo Il Fattoinventato per il Pd nel titolone di prima pagina chiamandolo “United Dem of Benetton”- dovranno ridurre di molto la loro partecipazione alla gestione delle autostrade ma senza rompersi l’osso del collo reclamato originariamente dal Movimento delle 5 Stelle.

            Non è accaduto a caso, per esempio, che proprio mentre si sviluppava l’offensiva pubblica pentastellata contro la famiglia trevigiana -entrata nel mirino degli spettacoli teatrali di Beppe Grillo ben prima della nascita del Movimento, e del crollo del ponte Morandi di due anni fa a Genova- si è concluso un affare al Ministero dell’Economia e dintorni per permettere ai Benetton di aprire e gestire un gigantesco e fruttuoso albergo in due stabili attigui  di Piazza Augusto Imperatore, a Roma, già di proprietà dell’Inps.

            Tutto sommato, e a dispetto di quel ditino alzato che Conte mostra ogni volta che parla in pubblico di se Conte.jpegstesso e dei suoi progetti politici, la sostanziale decisione presa Il Messaggero.jpegdal Consiglio dei Ministri, ed espressa in un titolo del Messaggero, di far “saltare” la revoca minacciata nei giorni scorsi, la vicenda autostradale è stata ben rappresentata sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno da una vignetta di Nico Pillinini. Che traduce “il nodo autostrade” in una serpentina tale da impedire a qualsiasi conducente di imboccare il percorso della “soluzione” alla baldanzosa, e persino spericolata, andatura programmata dal presidente del Consiglio.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Di Maio infila il dito anche nell’ingranaggio autostradale di Conte

            Proprio nel giorno in qualche modo “storico” -almeno per Il Fatto Quotidiano- del Consiglio dei Ministri Il Fatto sui Benetton.jpegconvocato da Giuseppe Conte per decidere e possibilmente festeggiare “la fine della pacchia” dei Benetton, Annalisa Cuzzocrea su Repubblica ci ha informati che l’ex capo del Repubblica su Di Maio .jpegmovimento pentastellato e tuttora ministro degli Esteri Luigi Di Maio, profittando probabilmente dei “caselli in aria” delle autostrade su cui si è scatenata Titolo Cuzzocrea.jpegla solita, felice fantasia dei titolisti del manifesto, ha incontrato Gianni Mion. Che come presidente della Edizione Holding può considerarsi il custode della cassaforte della famiglia trevigiana tanto invisa a Palazzo Chigi.

            Gli incontri di Luigi Di Maio sono ormai diventati spine nei fianchi di molti colleghi di movimento e dello stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, secondo indiscrezioni non smentite, non sarebbe neppure più capace, o voglioso, di nascondere il suo disappunto per le letture contro di lui cui si presta l’intensa attività del suo ex vice presidente del Consiglio fuori ma anche dentro la stessa Farnesina.

            Oltre a Mario Draghi, che il vegliardo Eugenio Scalfari immagina a Palazzo Chigi con Romano Prodi al Quirinale e Conte a Bruxelles, in qualche angolo della Commissione Europea; oltre a Gianni Letta, l’ambasciatore personale di un Silvio Berlusconi che Prodi e ora anche Carlo De Benedetti, in una intervista al Foglio, vedrebbero bene nella maggioranza di governo, Di Maio ha voluto quindi incontrare anche il cassafortista dei Benetton per capire meglio quanto potrebbe costare all’Italia l’operazione di revoca delle concesssioni autostradali. A buon intenditor poche parole, dice un vecchio proverbio forse adattabile anche a questa notizia.

            Fra i buoni intenditori è annoverabile proprio il direttore del già citato Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Che nell’editoriale di oggi, dopo i soliti elogi riservati a Conte, da cui Travaglio su autostrade.jpegaveva raccolto personalmente il proposito di fare pagare finalmente cara ai Benetton la tragedia del crollo del ponte Morandi a Genova, due anni fa, oltre ai profitti loro garantiti dai precedenti governi, se n’è uscito con una sparata contro i grillini. Sì, proprio loro, i grillini. Di cui ha lamentato, probabilmente pensando anche a Di Maio, “l’encefalogramma piatto” opposto alla grande operazione anti-Benetton anticipata al Fatto dal presidente del Consiglio fra una tappa e l’altra del suo tour, che l’ha infine condotto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel castello di Meseberg in vista del Consiglio Europeo di venerdì prossimo sul “Recovery fund” e contorni.

            Purtroppo, per Travaglio e amici, stavolta Di Maio non può neppure essere rimproverato di essersi troppo allontanato dai suoi compiti di ministro degli Esteri perché è delle ultime ore la notizia delle proteste o preoccupazioni cinesi per quanto sta accadendo nelle e sulle autostrade italiane, per via degli investimenti in gioco anche di Pechino in questo settore. Pur non formalizzatesi con la convocazione dell’ambasciatore italiano da parte del  Ministero degli Esteri della Cina, smentita dalla Farnesina, le richieste di chiarimento sono pervenute alla rappresentanza diplomatica italiana. 

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Beppe Grillo liquida la Raggi strizzando l’occhio a Trilussa e ad Esopo

            Non credo che, per quanto comico, Beppe Grillo sia davvero convinto del messaggio di solidarietà, chiamiamolo Bloh di Grillo.jpegcosì, che Versi sulla Raggidal suo blog personale, e a dispetto delle altre urgenze di governo con le quali è alle prese il suo movimento in questi giorni, tra autostrade, fondi europei ed emergenze virali, per non parlare degli incontri sospetti e tutti italiani del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha voluto lanciare alla sindaca capitolina Virginia Raggi. Alla quale egli ha fatto dedicare dall’amico Franco Ferrari un sonetto in romanesco intitolato “Virgì, Roma nun te merita”.

            Va bene che il fondatore, o co-fondatore, garante, elevato e quant’altro delle 5 Stelle, è tra i pochissimi che andando per Roma, a piedi o in auto, quando vi scende dalle sue ville al Nord, è tra i pochissimi fortunati a non avere avvertito le buche e le puzze da rifiuti della Capitale, ma arrivare a sostenere che i romani, originari o d’importazione, non si siano meritati e non si meritino la sindaca finalmente prossima alla scadenza del suo mandato, è una cosa davvero fuori dal mondo.

            Personalmente, da residente a Roma, l’unica attenuante che riconosco alla Raggi è di avere dovuto subire troppe volte i consigli, gli indirizzi, gli ordini, chiamateli come volete, del suo quasi partito. Che le ha mandato tra i piedi persone spesso incredibili, incappate anche in guai giudiziari che hanno messo in imbarazzo fior di garantisti. Sin dai primi mesi della sua avventura capitolina la povera Raggi apparve sostanzialmente e politicamente commissariata dal suo Movimento, con tanto di titoli di giornali contro i quali francamente non ricordo serie smentite, precisazioni e invettive degli interessati. Alcuni o alcune delle quali sembravano anzi compiaciuti di una simile realtà, evidentemente nella convinzione di dare del loro quasi partito di appartenenza una immagine, diciamo così, incisiva. Gli assessori si sono avvicendati nella giunta Raggi con una frequenza davvero non comune, al minuscolo naturalmente.

            Prendersela adesso non con la Raggi ma con gli sfortunati ai quali è toccato di essere amministrati da lei, mi sembra davvero esagerato, anche per un comico, ripeto, e improvvisatoStorace contro Grillo.jpeg cultore del romanesco. I titoli giornalistici di reazione pari ai suoi insulti Grillo se li è perciò meritati Il Messaggero su Grillo.jpegtutti. Lasciatemi tuttavia sospettare, con la solita malizia teorizzata dalla buonanima di Giulio Andreotti come la pratica di un fortunato indovino, che Grillo -nonostante la serietà con la quale lo ha preso il solito Fatto Quotidiano Il Fatto su Grillo.jpegattribuendogli Libero.jpegil patrocinio di un “bis” della Raggi-  abbia voluto dare un suo personalissimo contributo allo scioglimento del nodo politico del Campidoglio per fare passare alla sindaca la voglia di ricandidarsi l’anno prossimo, assecondata da tipi come Di Maio. Il problema è la rimozione di un ostacolo grande come una casa, anche come una caserma,  sulla strada, non a caso gradita a Grillo per convinzione ormai diffusa e mai smentita, dell’estensione dell’alleanza di governo col Pd di Nicola Zingaretti a livello locale. E che locale, trattandosi di Roma. Così la Raggi può ben diventare Esopo.jpegfra i poveri, incolpevoli romani addirittura l’uva troppo acerba per la volpe della famosa favola di Esopo, così lontano nel tempo e nella parola da Trilussa e dall’emulo amico di Grillo, tal  Franco Ferrari.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il percorso sempre più complicato di Conte in Parlamento e fuori

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte “sta operando in modo abbastanza notevole, cerca di migliorare il nostro Paese e agisce con l’obiettivo di risollevarlo dalla  malattia” di “una Scalfari su Draghi.jpegsituazione pestilenziale”, come gli ha riconosciuto Eugenio Scalfari nell’appuntamento domenicale con i lettori della Repubblica, di carta e digitale. Ma non  è detto che il professore possa farcela ad “arrivare fino alla prossima primavera”, ha ammesso lo stesso editorialista.

            Eppure le prospettive di durata di questo governo erano addirittura “di legislatura”, o almeno sino alla scadenza del mandato presidenziale di Sergio Mattarella, nel mese di febbraio del 2022, per cercare di gestirne la successione al Quirinale, anche se il governo, almeno sulla carta e per ragioni di igiene istituzionale, dovrebbe cercare di essere estraneo a un simile passaggio: dovere, questo, disatteso molte volte nella storia repubblicana d’Italia, compresa l’ultima, nel 2015. L’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi scelse Il personalmente proprio Mattarella, facendo eleggere forse il migliore dei candidati, per carità, nel peggiore dei modi, sino a compromettere la sorte della riforma costituzionale avviata d’intesa con l’opposizione di Silvio Berlusconi e prenotare per la fine del 2016 la fine del suo stesso governo. Sarebbe seguìto un lungo e infelice epilogo della legislatura con la sconfitta elettorale del Pd, e di Renzi in persona, e con la vittoria, sia pure incompleta, dei grillini.

            Ciò serve a capire i danni che inconsapevolmente possono provocare certi errori di gestione politica a chi li commette.

            I problemi di Conte non sono più soltanto, o prevalentemente, quelli dei rapporti all’interno della sua variegata maggioranza, dove si incrociano e si sommano la obiettiva confusione dei grillini, una sempre più evidente insofferenza del Pd, per quanto mitigata ogni tanto da formali assicurazioni del segretario Nicola Zingaretti, e la dichiarata, direi compiaciuta volontà di Renzi di dimostrare  il carattere decisivo del partito -o partitino, sul piano dei sondaggi- da lui creato all’improvviso l’anno scorso, proprio mentre nasceva su suo stesso impulso l’attuale governo.

            E’ diventato un problema sempre più visibile per Conte il suo rapporto col Parlamento, di cui è indice lo scontro appena consumatosi con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Che ha parlato dei senatori, e dei deputati pur di competenza del presidente grillino di Montecitorio Roberto Fico, come ormai degli “invisibili della Costituzione”. Che vengono ogni tanto informati dell’andamento dell’epidemia e dei rapporti con l’Europa senza avere la possibilità di votare, col trucco di trasformare in informazioni, appunto, le  comunicazioni del governo. Martedì prossimo -ha annunciato la Casellati- non sarà così dopo che il ministro della Salute avrà riferito sulla proroga di alcune misure anti-virus in scadenza a metà luglio, e certamente non destinate a durare solo per un’altra quindicina di giorni, quando scadrà lo stato di emergenza ed esso verrà prolungato, secondo anticipazioni fatte dallo stesso Conte, sino alla fine dell’anno.

            Altro che Lo scenario di Scalfari.jpegessersi “sparata sui piedi”, come ha annunciato il solito Fatto Quotidiano. I piedi colpiti sono quelli del presidente del Consiglio. Il cui futuro non a caso Scalfari ha scritto di vedere a Bruxelles, come commissario, auspicando Romano Prodi al Quirinale e Mario Draghi a Palazzo Chigi.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Lo spreco di Mario Draghi che ci permettiamo di fare in Italia

             Per capire come sia ridotta -male- la politica italiana alle prese con una crisi economica e sociale che fa tremare le vene ai polsi della pur solida ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, prefetto di lungo corso, potrebbe bastare l’agenda di un uomo non certamente comune come l’ex presidente della Banca Centrale Europea, ex governatore della Banca d’Italia, ex dirigente del Ministero dell’Economia, una volta noto come dicastero del Tesoro, e sul punto di essere chiamato, dopo la sua esperienza di lavoro a Francoforte, addirittura negli Stati Uniti. Il cui presidente Donald Trump fu tentato di farsi consigliare da lui nella gestione della finanza americana, pur avendolo avuto, o proprio per averlo avuto, come controparte  nei rapporti  a tensione alternata, o fissa, con l’Unione Europea.

            Draghi, che dispone ancora di un ufficio di cortesia a Palazzo Koch per avervi lavorato a lungo al massimo livello, fu osservato in primavera da molti degli altri invitati alle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco come un personaggio non so, francamente, se più scomodo o pericoloso.

            Il presidente del Consiglio, prima ancora di tenerlo lontano dagli enfatici Stati Generali a Villa Pampihili, si era occupato di lui con qualche frase allusiva in interviste per vantare sì un buon rapporto di amicizia “personale”, ma soprattutto per assicurare di non saperlo disponibile, o comunque smanioso di succedergli a Palazzo Chigi. Dove alcuni, fra i quali il leghista Giancarlo Giorgetti e lo stesso Matteo Salvini, avevano mostrato o mostravano ancora di vederlo per un tipo di governo, diciamo così, non ordinario.

            Abbiamo appena scoperto, per anticipazioni di agenzia, non per iniziativa o volontà degli interessati, che a fine giugno Draghi è stato consultato come “analista” da Luigi Di Maio. Che è il ministro Di Maio e Conte.jpegdegli Esteri, d’accordo, e come tale interessato o sfiorato, come vi pare, dal problema del ricorso al fondo euopeo salva-Stati, considerato da molti grillini come una trappola infernale per l’Italia, destinata con quei soldi non a munirsi di ospedali più numerosi e attrezzati ma di finirvi dentro per gli ultimi giorni di vita. Ma Di Maio conta ormai nel suo Movimento, quello delle 5 Stelle, senza volergli con questo mancare di rispetto, come il due di coppe quando il gioco di briscola è a bastoni. Non è più capo del quasi partito che lo incoronò col solito sistema digitale, non è più capo della delegazione al governo e deve guardarsi le spalle, per quando i giochi potranno riaprirsi, da quel furbacchione amico di tante scampagnate che è Alessandro Di Battista.

            Di Maio, come hanno precisato i suoi collaboratori, non ha offerto neppure una cena, o un pranzo, all’”analista” -ripeto- Draghi, chiamato invece da Papa Francesco, che non mi sembra francamente uno sprovveduto, ad entrare nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

            Con questi spettacoli sullo fondo, la cronaca politica italiana è alle prese con la decisione di Giuseppe ConteConte, tra le paratie di Venezia e le sue visite in Europa, di blindarsi a Palazzo Chigi con una proroga dello stato di emergenza virale, previo un “passaggio” generosamente concesso al Parlamento. E con i soliti messaggi quotidiani e trasversali, nella maggioranza giallorossa, di stanchezza, di divisioni e di allarme, a cominciare da quelli del dichiaratamente “rompiscatole” renziano Davide Faraone. Buona fortuna, si fa per dire.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

I sogni di mezza estate sul Quirinale e dintorni, compreso Palazzo Chigi

            Mentre Emilio Giannelli traduceva nella sua vignetta di prima pagina per il Corriere della Sera il trambusto politico provocato dalle aperture, a dir poco, dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ad una nuova maggioranza di governo comprensiva del suo antico rivale o concorrente Silvio Berlusconi, la capogruppo di Forza Italia alla Camera, l’ex ministra Mariastella Gelmini, rilasciava Gelmini a Prodi.jpegal Dubbio un’intervista per liquidare tutto ad un disperato tentativo dello stesso Prodi di guadagnarsi i voti forzisti in Parlamento per essere eletto presidente della Repubblica nel 2022, succedendo a Sergio Mattarella. No, “i complimenti tardivi non servono: non lo voteremo al Colle”, ha mandato a dire a Prodi, e amici o compagni, l’onorevole Gelmini.

            Dev’essere stato un colpo, quello della Gelmini, anche per i sognatori di Libero, già inneggianti su tutta Titolo Liberola prima pagina a “Mortadella al Colle, Silvio senatore a vita” e spintisi ben oltre la soddisfazione della Verità, il giornale diretto da Maurizio Belpietro, di vedere “la sinistra in ginocchio titolo Verità.jpegda Berlusconi”. Che deve essere un po’ l’incubo del Fatto Quotidiano, distesosi in un fotomontaggio sovrastato da un gigantesco “Ancora tu” contro il Cavaliere. Che peraltro proprio in questi giorni abbiamo scoperto, da accurate inchieste giornalistiche, ancora Il Fatto.jpegtitolare dell’onorificenza che altri ritenevano affrettatamente decaduta, come la carica di senatore, dopo la pur controversa condanna definitiva del 2013 per frode fiscale. Sulla quale anche i renziani, ancora partecipi della maggioranza, se qualcuno non li ha cacciati nella notte scorsa, hanno riconosciuto al Senato la necessità di una commissione parlamentare d’inchiesta dopo quel che si è saputo, o risaputo, del “plotone di esecuzione” descritto a Berlusconi addirittura dal giudice relatore della sentenza. Quel magistrato  sarà morto, per carità, l’anno scorso ma ha lasciato la registrazione di una specie di confessione all’inputato da tempo a disposizione di una Corte europea di giustizia che potrebbe prestarle credito.

              Berlusconi naturalmente sta lì ad aspettare e guardare in alto con la fiducia del solito, inguaribile Berlusconi.jpegottimista, capace ancora di sorprendere e spiazzare sia chi gli vuole bene sia chi gli vuole male: dal Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Gerasa, compiaciuto del “partito degli ex premier”, al Titolo del Foglio.jpeggià citato e per niente rassegnato Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

            Sia il no gridato con tanta tempestività dalla Gelmini sia il sogno a occhi aperti di Libero aiutano a capire i danni che si è procurata da sola la maggioranza giallorossa ponendosi tra i suoi obiettivi, già alla nascita, la gestione -che non dovrebbe appartenere a nessun governo- della successione a Mattarella nel non vicino 2023.

            Ora tutto ciò che accade e si dice viene ricondotto a quel passaggio. Si vede sempre, e ovunque, la corsa al Quirinale, con le conseguenti distorsioni del dibattito politico e della stessa visione dei fatti, al plurale. Ciò non giova a nessuno, a cominciare dal governo per finire al capo dello Stato ancora in carica, e deciso a proteggersi giustamente dall’area di provvisorietà o decadenza che rischia di minacciarlo.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑