La caccia metodica alle ombre sulla via un pò scoscesa del Quirinale

            A parole tutti cercano di far credere di non volersi occupare dei candidati al Quirinale, per la successione a Sergio Mattarella, o perché maiora premunt, fra riapertura delle scuole, vaccinazioni, green pass, caro-bollette eccetera, o perché il peso contrattuale dei partiti, e relative correnti, va rimisurato con i risultati delle elezioni amministrative o suppletive di ottobre, o perché sarebbe irriguardoso per il presidente uscente della Repubblica -in un paese e in un mondo politico dove il riguardo di solito è disatteso quando si tratta di conquistare una qualsiasi postazione- o perché, infine, l’esperienza sconsiglia corse e scommesse premature rispetto all’aperura formale dei giochi. Che dovrebbe essere costituita, all’inizio di gennaio, dalla convocazione formale delle Camere in seduta congiunta, da parte del presidente dell’assemblea di Montecitorio, e delle operazioni per la designazione dei delegati regionali da parte dei rispettivi Consigli.

            A parole, ripeto. Nei fatti è tutto un gioco neppure tanto dietro le quinte, ma alla luce del sole di giorno e di potenti riflettori di notte. Quando Enrico Letta dice e ripete come segretario del Pd, dopo avere peraltro reclamato una “moratoria” sino a fine anno, che Mario Draghi deve restare a Palazzo Chigi “almeno sino al 2023”, cioè all’epilogo naturale della legislatura, lo esclude dal concorso quirinalizio, lasciando in campo tutti gli altri: dallo stesso Mattarella per una rielezione sostanzialmente a tempo, come quella di Giorgio Napolitano nel 2013, a se medesimo, come si è già cominciato a scrivere, insinuare e quant’altro.

Travaglio sul Fatto del 7 settembre

            Quando un giornale interessato ai pronostici, diciamo così, come Il Fatto Quotidiano scrive e titola che il Papa in persona, tra un viaggio e l’altro, un’udienza e l’altra, un’intervista e l’altra, un Angelus e l’altro, candida al Quirinale la guardasigilli Marta Cartabia chiamandola a far parte della Pontificia Accademia delle scienze sociali, dove aveva già portato Draghi promuovendone anche l’approdo a Palazzo Chigi, per la povera ministra della Giustizia si mette male, data l’avversione dichiarata alla sua elezione dal direttore in persona di quel giornale, addirittura tentato dal “vomito” e dall’imitazione che potrebbero farne i lettori. Fra i quali purtroppo ce ne sono di più o meno autorevoli sotto le pur cadenti cinque stelle.  Lo stesso Travaglio ha così riassunto o rappresentato di recente i compiti di un presidente della Repubblica, fra il faceto e il serio, o drammatico per la partecipazione al “Conticidio” attribuita a quello in carica: “dire quattro banalità a Capodanno (vestiteti che fa freddo, mettetevi le galosce), baciare bambini, tagliare nastri ed estrarre dal cilindro un banchiere o chi per lui nelle crisi più serie”. Se è per questo, anche estrarre dal cilindro un ben poco conosciuto professore di diritto e promuoverlo da candidato ministro della pubblica amministrazione in un governo monocolore pentastellato a presidente del Consiglio di un bicolore gialloverde, confermandolo poi alla testa di una coalizione di segno disinvoltamente opposto.

            Sempre in questa logica di caccia alle ombre, e sempre da quel giornale, la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti è stata sospettata di avere appena nominato il settimo portavoce del suo mandato per partecipare meglio, più visibile o gradita, alla corsa al Quirinale. E l’operoso ministro piddino dei beni culturali Dario Franceschini di avere messo a capo degli Archivi di Stato un presunto ammiratore del compianto Pino Rauti per guadagnarsi i voti della figlia Isabella, di Giogia Meloni e dei fratelli d’Italia, sempre nella corsa al Colle.

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L’impietoso racconto di “Mani pulite” fatto da Tiziana Parenti, che vi partecipò

Titolo dell’intervsta al Dubbio

            Con quell’”Io sapevo” di sapore pasoliniano ha voluto far sentire la sua voce su ciò che fu e che resta di “Mani pulite”, in un’intervista al Dubbio, anche Tiziana Parenti. Che partecipò al pool degli inquirenti milanesi su Tangentopoli ma ne fu progressivamente emarginata e alla fine costretta praticamente a lasciare. La chiamavano “Titti la rossa” per il colore dei suoi capelli, non per le sue scelte o preferenze politiche. Che furono di tutt’altro segno, avendo aderito a “Forza Italia” di Silvio Berlusconi quando decise di fare politica approdando in Parlamento, e staccandosene poi polemicamente anche con un libro dichiaratamente di “Addio”. Che non le ha tuttavia impedito di dichiararsi ora disponibile a tornarvi se solo fosse invitata a farlo dall’ex presidente del Consiglio. Il cui partito però nel frattempo ha perso voti e pezzi. Ma la Parenti, pisana di nascita e avvocato del foro di Genova, non è tipo da scoraggiarsi.

La grinta le è rimasta tutta, intatta a 71 anni come a 42, quando le capitò da magistrata di scoprire di trovarsi in compagnia di colleghi che pensavano più a fare politica, e a conquistare il potere, che a fare giustizia. “I pm di Milano volevano il potere”, ha detto da testimone spiegando quell’”io so”, detto una volta da Pier Paolo Pasolini con l’inconveniente però di ammettere di non avere le prove di tutte le nefandezze denunciate nella sua sortita contro la politica di allora. Era il mese di novembre del 1974 e lo scrittore collaborava col Corriere della Sera.

Primo Greganti

            Capitatole non so se per caso o apposta, sottovalutandone cioè le capacità, il filone delle indagini sul finanziamento dell’allora Pds-ex Pci, mentre i colleghi si occupavano dei partiti al governo, la Parenti  non si lasciò incantare né distrarre dal “compagno” Primo Greganti con le sue spiegazioni minimaliste sul conto segreto svizzero chiamato “Gabbietta”. Era a decisa a non fare gli sconti che qualcuno nella Procura milanese di fatto poi fece: per esempio, inseguendo le borse degli affaristi e faccendieri sino al portone della sede comunista di via delle Botteghe  Oscure, senza cercare le stanze e le persone cui quei soldi dovevano essere consegnati.

I superiori della Parenti a Milano: Borrelli e D’Ambrosio

            “Io non partecipavo -ha raccontato la Parenti- ad alcune delle riunioni più delicate, innanzitutto a quelle in cui si discuteva dei filoni investigativi dei quali non avevo diretta competenza. Ma posso dire, ad esempio, che c’era nei componenti storici del Pool la consapevolezza di un quadro politico successivo alle inchieste in cui la sinistra politica sarebbe rimasta sola o quasi”. Nessuno di loro immaginava l’incursione e la vittoria elettorale di Berlusconi, caduto proprio per questo nelle attenzioni, a dir poco, degli inquirenti. Che, secondo la Parenti, non avevano all’origine alcuna voglia di occuparsi del Cavaliere: convinzione dalla quale tuttavia mi permetto di dissentire alla luce, peraltro, delle perquisizioni giudiziarie cominciate nelle aziende del Biscione quando Berlusconi, sospettato per i suoi rapporti con Bettino Craxi, non aveva ancora deciso di cautelarsi anche scendendo in politica.

Intervista di Violante al Giornale

            Proprio oggi, mentre la Parenti racconta al Dubbio i suoi ricordi, l’insospettabile Luciano Violante dichiara al Giornale della famiglia Berlusconi che “alcuni magistrati si sono concepiti come parte dello Stato per la quale non valgono le regole”, in una intervista titolata “Le toghe hanno preso il posto della politica”. La Parenti non era stata insomma una visionaria, come l’avevano giudicata i suoi capi d’allora Saverio Borrelli e l’aggiunto Gerardo D’Ambrosio.

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Eppure sembrava che l’autoreferenza dei magistrati avesse raggiunto già il massimo con “Mani pulite”

Titolo del Dubbio

Ho trovato una confessione che un po’ mi ha consolato e un po’ o ancor più sorpreso nella lunga intervista dal sapore di congedo che il capo della Procura di Milano Francesco Greco ha concesso al Corriere della Sera in vista del suo pensionamento. Che si avvicina nell’amarezza delle polemiche che lo hanno investito per la presunta mancanza d’indagini sulle altrettanto presunte rivelazioni dell’avvocato Piero Amara a proposito di una loggia segreta mista di magistrati e faccendieri. 

Francesco Greco tanti anni fa

            La consolazione -a conferma peraltro della stima che istintivamente ho sempre avvertito per Greco a causa del fatto che all’epoca di “Mani pulite” era tra i magistrati incaricati delle indagini ma alieno dal palcoscenico sul quale invece altri saltavano ad ogni occasione fosse loro offerta dai giornali- sta nella coraggiosa confessione, per i tempi che corrono anche dopo l’esplosione della vicenda Palamara, del carattere “corporativo e autoreferenziale” della magistratura. Cui Greco oppone la sua abitudine di “guardare sempre avanti”, per cui è convinto di avere seminato abbastanza nella propria carriera per ritenere che “le idee” come le sue sulla giustizia “hanno molte cose da fare”, nonostante le delusioni procurategli negli ultimi tempi da ex collaboratori come il già pensionato Piercamillo Davigo o da un collaboratore confermatogli dal Consiglio Superiore della Magistratura come il sostituto Paolo Storari. Di cui invece era stato chiesto dal Procuratore generale della Cassazione il trasferimento ad altra sede e altra funzione per avere passato all’allora consigliere superiore Davigo -sempre lui- i verbali secretati di  Amara, con tutto quello che poi ne sarebbe derivato.

            La sorpresa -maggiore anche di quella riservatami dall’anticipazione del Fatto Quotidiano di una querela che Davigo avrebbe deciso o minacciato di sporgere contro il capo uscente della Procura milanese per reazione alle critiche ricevute, anche a costo di mandare ulteriormente “a pezzi” quella che molti ancora considerano l’epopea di “Mani pulite”- sta nella scoperta insita nell’intervista di Greco che l’autoreferenzialità dei magistrati non raggiunse il suo massimo a quell’epoca, come io invece ritetenevo. Per cui, dato ciò che ho sempre scritto di quegli anni e che sto per ripetere, o ricordare, mi chiedo a quale livello siano arrivate davvero le cose a Milano, e forse anche altrove, a proposito di magistrati corporativi e autoreferenziali.  

            Di “Mani pulite”, dei loro attori e del loro capo, che era Francesco Saverio Borrelli, mi impressionò subito, quando ne registrai i primi passi stando alla direzione del Giorno, la formazione a testuggine opposta alle prime, pur timide reazioni della politica. Borrelli in persona mi chiese a bruciapelo, in un rinfresco offerto nella Prefettura di Milano in onore dell’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, se “il presidente Craxi” fosse “impazzito” solo perché il figlio Bobo, consigliere comunale, aveva avvertito in una dichiarazione puzza di “campagna elettorale” nell’arresto di Mario Chiesa. Di cui si vantò che fosse avvenuta in flagranza di reato, al Pio Albergo Trivulzio,  proprio per evitare che si potesse sospettare delle sue circostanze, due mesi prima delle elezioni politiche del 1992.

Francesco Greco con Borrelli, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini

            Poi, lasciata la direzione del Giorno e tornato nella squadra giornalistica dell’allora Fininvest, mi colpì la durezza con la quale Borrelli commentò l’ipotesi prospettata da Craxi di una commissione parlamentare d’inchiesta sul finanziamento della politica. Che doveva servire, secondo il capo della Procura milanese, ad aggirare e infine affondare le indagini giudiziarie in corso. Bastò e avanzò questo sospetto perché non se ne facesse nulla. E così il Parlamento ha potuto indagare su tutto, dalle banche alle banane, dai terremoti alla costruzione dell’aeroporto di Fiumicino, da Sindona alla P2 e ad altro ancora, ma non sul finanziamento dei partiti e, più in generale, della politica. E lo rilevai con una certa durezza in un commento a Parlamento in, anche a costo di procurare qualche preoccupazione a Berlusconi, che già avvertiva troppa attenzione giudiziaria sulle sue aziende e non aveva ancora deciso di difendersene anche scendendo in politica.

            Quando il governo di Giuliano Amato – formato dopo il fallimento della candidatura di Craxi a seguito di un insolito allargamento delle consultazioni del presidente della Repubblica a Borrelli-  varò nel 1993 il decreto legge di cosiddetta “uscita politica” da Tangentopoli, faticosamente concordato articolo per articolo, comma per comma, con Scalfaro al Quirinale, tra numerose interruzioni del Consiglio dei Ministri, bastò una reazione negativa dello stesso Borrelli perché il capo dello Stato ritirasse il suo assenso e annunciasse il rifiuto della firma.

Francesc Greco coi colleghi di Mani pulite nel 1994 contro il decreto legge che limitava la carcerazione preventiva

            L’anno dopo, quando Berlusconi già era presidente del Consiglio, portato a Palazzo Chigi dalla vittoria elettorale, e il suo governo varò un decreto legge per ridurre il ricorso alla carcerazione preventiva, di cui Scalfaro riconosceva si fosse fatto un certo abuso, tanto da controfirmare il provvedimento immediatamente, si levò dalla Procura di Milano una protesta così corale e rumorosa che la Lega di Umberto Bossi, presente al governo col ministro dell’Interno Roberto Maroni, si tirò indietro. E lo stesso Berlusconi dovette rinunciare alla conversione del decreto, grazie al quale nel frattempo erano stati liberati un bel po’ di detenuti in attesa di ulteriori indagini, neppure rinviati ancora a giudizio.

Pubblicato sul Dubbio

Il clamoroso annuncio di “Mani pulite a pezzi” persino sul giornale di Travaglio

Titolo del Fatto Quotidiano

            Se perfino al Fatto Quotidiano– dove “tutti i magistrati” superstiti di quella ”epopea” che molti ancora considerano la stagione giudiziaria di Tangentopoli, avviata a Milano nel 1992  con l’arresto in flagranza di Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio- considerano “Mani pulite a pezzi”, come annuncia appunto oggi il giornale di Marco Travaglio in prima pagina, vuol dire che qualcosa di veramente grosso è accaduto o sta accadendo.

Piercamillo Davigo

E’, fra l’altro, la querela che Piercamillo Davigo, il “dottor Sottile” di quelle indagini che traduceva in atti il lavoro investigativo condotto con la ramazza dal collega Antonio Di Pietro nella Procura diretta da Francesco Saverio Borrelli, si sarebbe proposto di presentare contro Francesco Greco. Il quale sta per andare in pensione come capo di quella Procura, dove aveva lavorato pure lui come sostituito con Davigo e Di Pietro, e ha voluto togliersi ieri qualche sassolino dalle scarpe con una intervista al Corriere della Sera da cui lo stesso Davigo non esce, diciamo così, molto bene: decisamente peggio del sostituto Paolo Storari, pur avvertito da Greco come un “pugnalatore alla schiena” per i verbali degli interrogatori dell’avvocato infedele dell’Eni Piero Amara consegnati sempre a Davigo. Che, ancora consigliere superiore della Magistratura, li avrebbe usati praticamente contro Greco alimentando il sospetto che egli davvero non avesse voluto fare sviluppare le dovute indagini per paura di compromettere un processo in corso contro l’Eni per corruzione internazionale, perduto poi lo stesso dalla Procura.

Francesco Greco al Corriere della Sera

            La storia è complicata, lo so. E a riassumerla, pur così a lungo, si rischia un’eccessiva approssimazione. Non è invece approssimativa ma reale l’accusa rivolta da Greco al suo ex collega ed amico Davigo di avere contribuito, volente o nolente, prima con l’uso e poi con l’”abbandono” di quei verbali di Amara, una volta decaduto da consigliere superiore della Magistratura, a quella che il capo uscente ha definito “una campagna mediatica” senza precedenti per compattezza e violenza contro “questa Procura” che “ha sempre rappresentato l’indipendenza e la libertà dei magistrati”. “E’ questo simbolo che deve essere abbattuto”, ha detto al Corriere Francesco Greco, peraltro finito sotto indagini a Brescia e contemporaneamente costretto dal Consiglio Superiore della Magistratura a tenersi in Procura Storari. Di cui il Procuratore Generale della Cassazione aveva chiesto il trasferimento in altra sede e in altra funzione.

Sempre Francesco Greco al Corriere della Sera

            In attesa degli sviluppi di questa intricata vicenda milanese, ho trovato inquietante un’ammissione di Greco al Corriere, in particolare dicendo di “non avere probabilmente colto il cambiamento culturale della magistratura, sempre più corporativa e autoreferenziale”. Eppure mi sembrava impossibile che alla Procura di Milano si potesse essere più autoreferenziali di quando lui vi lavorava come sostituto nelle già ricordate indagini “Mani pulite”. E partecipava alle proteste dei colleghi contro leggi ed altre iniziative governative o parlamentari, compresa una proposta di commissione d’inchiesta sul finanziamento della politica: tutte scambiate e bollate come interferenze e sabotaggi dell’azione giudiziaria. E tutte regolarmente subìte dai presidenti del Consiglio e della Repubblica di turno: persino da Silvio Berlusconi, che nel 1994 a Palazzo Chigi rinunciò alla conversione in legge di un decreto legge giù firmato dall’insospettabile Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale per limitare il ricorso al carcere preventivo, dopo tutti gli abusi che s’erano fatti.

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L’allarme, un pò esagerato, della candidatura di Rosy Bindi al Quirinale

Titolo di Libero

            Oddio, che cosa è successo?, mi sono chiesto leggendo l’”Allarme Quirinale” sparato sulla prima pagina di Libero come una specie di attentato temuto al torrino, perché “nel vuoto d’idee che attraversa la confusa dirigenza del Pd”, come ha raccontato Alessandro Giuli, si sarebbe “affacciato il profilo della 70 enne Rosaria da Sinalunga”, cioè Rosy Bindi, per la successione a Sergio Mattarella. “Manovre sinistre”, ha gridato sempre Lbero, in rosso, cercando di rafforzare la paura.

L’appello pro-Bindi

            Poi ho appreso, leggendo sempre il buon Giuli, dell’interesse lasciatosi sfuggire per una donna al Quirinale dal segretario del Pd, dopo un appello di una settantina di donne di “area di centrosinistra e sinistra”, prevalentemente venete, a favore appunto di una candidatura della Bindi. E ciò in deroga ad una “moratoria” verbale dallo stesso Letta proposta sul tema quirinalizio sino a gennaio prossimo. E mi sono detto, tranquillizzandomi un po’, ve lo confesso, che è un po’ troppo tirare il segretario del Pd così per la giacchetta. peraltro dopo tutto quello che egli ha fatto, tornando al Nazareno, per piazzare due donne ai vertici dei suoi gruppi parlamentari.

Fausto Carioti su Libero

            Ancora di più mi sono tranquillizzato trovando, all’interno dello stesso Libero, un articolo di Fausto Carioti sul Pd in cui fra le “trappole” attribuite a Dario Franceschini contro il segretario del partito c’è anche -come un inciso- la possibilità di candidarsi al Quirinale manovrando fra le correnti piddine, e altrove, come solo lui sa fare, essendo sempre riuscito il ministro dei beni culturali ad anticipare, anzi a preparare cambiamenti di equilibri e rapporti politici. “Non è un mistero -ha scritto Carioti- che il primo candidato di Franceschini” nella partita de Quirinale “sia lui stesso”, anche se “prendere il posto di Sergio Mattarella sarebbe impresa ardua” perché “Letta al momento non ha un’agenda chiara”. Egli è stretto fra la tentazione dichiarata di lasciare Draghi a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023” e la voglia di qualcuno a sinistra di  mandare il presidente del Consiglio al Colle, “in modo da provocare il voto anticipato”. Il solito casino del e nel Pd, direte voi. E non avreste torto, specie alla luce di una notiziola che sto per darvi.

            Dovete sapere, in particolare, che prima ancora di essere lanciata nel già citato appello di una settantina di donne pervenuto anche ad Enrico Letta nella campagna elettorale in corso nel Senese, alla quale il segretario del Pd partecipa per tornare alla Camera sostituendo il collega di partito ed ex deputato Pier Carlo Padoan, la candidatura bindiana al Quirinale fu lanciata il 1° agosto scorso dal Fatto Quotidiano, pur senza clamore, come un messaggio che si trasmette come assaggio, giusto per vedere l’effetto che fa e comunque rivendicarne la paternità. Che in questo caso sarebbe grillina, o più in particolare contiana, dal nome del nuovo presidente del Movimento 5 Stelle già dichiaratamente affaticato Giuseppe Conte. Che al Fatto è di casa, diciamo così.

Lettera al Fatto del 1° agosto

            In una lettera “firmata” secondo la garanzia personale del direttore Marco Travaglio, che si tenne comunque la firma per sé, si chiedeva “dove la troviamo” per il Quirinale “una figura come poteva essere Nilde Jotti”. E dopo un po’ di giudizi liquidatori su Marta Cartabia e, “peggio”, sulla presidente berlusconiana del Senato Elisabetta Casellati, si scriveva che “ne rimane solo una: Rosy Bindi”, appunto. Che quello sgraziato di Vittorio Sgarbi, imitato da Berlusconi, definì una volta “più bella che intelligente”.

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Eppure non sono trascorsi inutilmente i vent’anni da quell’11 settembre

La vignetta del manifesto

            Ancora una volta nei suoi 50 anni di vita il quotidiano il manifesto, pur ancora orgogliosamente comunista nonostante il conclamato fallimento dell’ideologia cui si ispira, ha saputo più felicemente di tanti altri giornali rappresentare col suo titolo di copertina il sentimento che si avverte generalmente di fronte ad un evento come il ventesimo anniversario dell’assalto terroristico alle torri gemelle di New York. Il cui abbattimento, con tutti i morti che provocò e quelli che ancora avrebbe provocato la guerra di reazione all’Afghanistan condotta dagli americani e dai loro alleati, è ancora e certamente una “ferita aperta”, come dice appunto il titolo del manifesto. E ciò anche se nel frattempo la guerra all’Afghanistan è finita, almeno formalmente, col ritiro delle truppe di occupazione, proseguito anche dopo la vendetta eseguita con l’eliminazione fisica di chi ordinò la strage negli Stati Uniti da cui tutto ebbe origine.

A contribuire a tenere aperta -tragicamente aperta- quella ferita hanno sicuramente contribuito le modalità del ritiro delle truppe di occupazione e i troppi ostaggi civili rimasti praticamente, con la loro mancata fuga, nelle mani dei talebani tornati entusiasticamente al potere come in una passeggiata, armandosi degli abbondanti e sofisticati mezzi che gli americani hanno lasciato sul posto, o le truppe locali cui erano destinati hanno abbandonato disertando.

Titolo del Foglio
Daniele Ranieri su Foglio

            “Sono vent’anni che sogniamo questo momento”, ha detto un talebano all’inviato del Foglio Daniele Ranieri nella grande base ex americana tra Jalalabard e il confine pachistano, rovesciando le celebrazioni odierne a New York e in ogni altra parte dell’Occidente e del mondo che si riconobbe l’11 settembre 2001 nelle vittime del terrorismo musulmano. E sfido chiunque a contestare seriamente questa definizione, visto che l’islamismo più o meno moderato non è riuscito a sconfiggerlo, e spesso ha anche dato l’impressione di non volerlo neppure tanto convintamente ed energicamente combatterlo.

            La sfrontatezza di quel talebano ha contribuito a fare sottolineare all’inviato del Foglio “il potere sgretolante di questa sconfitta militare” dell’Occidente. E a fargli scrivere che “se dopo appena vent’anni i talebani controllano molto più territorio in Afghanistan di quanto ne controllassero nel 2001 (anzi: lo controllano tutto), vuol dire che la reazione degli Stati Uniti agli attacchi dell’11 settembre non ha funzionato. La visione a lungo termine dei talebani era più realistica”.

Titolo di Domani

            Eppure lo stesso Ranieri ha chiuso il suo reportage scrivendo: “I talebani sono diventati un governo e devono tenere sotto controllo altri estremisti che li contestano sul piano dottrinale”, anche se hanno già oltrepassato la dottrina con gli attentati compiuti durante le operazioni di sgombero delle truppe occidentali e degli afghani in fuga. Ma oltre che con gli estremisti “dottrinali”, come li chiama ottimisticamente l’inviato del Foglio, i talebani tornati al potere debbono ora fare i conti con una popolazione non supina come vent’anni fa ai loro ordini. Non ha avuto torto, secondo me, Nadia Urbinati a scrivere su Domani un editoriale sulla “strada verso la libertà” comunque avviata, così intitolato con orgoglio non solo femminista: “L’attivismo delle donne è il vero argine ai Talebani”.  

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Mattarella gela i sostenitori della sua rielezione fissando il “congedo” dal Papa

Sergio Mattarella ha risposto a suo modo a quanti in pubblico e in privato continuano a chiedergli di rendersi disponibile ad una rielezione implicitamente a termine al Quirinale, per rimanervi sino al rinnovo delle Camere, nel 2023. Ciò permetterebbe l’elezione del suo successore a un Parlamento più legittimato di questo in scadenza anch’esso, l’ultimo peraltro di quasi mille fra deputati e senatori, contro i seicento fissati dalla riforma costituzionale voluta dai grillini.

Il prolungamento della presidenza Mattarella consentirebbe inoltre, o soprattutto, secondo le preferenze, la prosecuzione del governo Draghi “almeno sino al 2023”, come auspicato dal segretario del Pd Enrico Letta fra le ansie, le proteste e quant’altro di chi non vede l’ora di liberarsene. “Non è il nostro governo”, ha detto il “guru” piddino Goffredo Bettini mandando in visibilio il pubblico della festa del Fatto Quotidiano di cui era ospite.

Titolo del Corriere della Sera

            Già premuratosi a manifestare ad una scolaresca il desiderio di godersi il meritato “riposo” alla conclusione del settennato cominciato nel 2015, Mattarella si è affrettato adesso ad annunciare di avere fissato -come ha titolato in prima pagina il Corriere della Sera- la visita al Papa di “congedo” da presidente della Repubblica. Avverrà esattamente il 16 dicembre.

            Certo, tutto potrà accadere da oggi al 16 dicembre e oltre, persino a Camere già riunite e impegnate nelle votazioni: anche un ripensamento di Mattarella, pregato in fila da un po’ tutte le forze politiche, come avvenne con Napolitano nel 2013, a farsi rieleggere per le difficoltà intervenute nella scelta del successore. Ma per ora la indisponibilità del presidente uscente deve ritenersi confermata. E non è forse un caso che questa conferma sia intervenuta dopo il dibattito, a dir poco, apertosi su quella specie di “quinta Repubblica” alla francese intravista per l’Italia dal professore Ernesto Galli della Loggia commentando il cambiamento nei rapporti con i partiti intervenuto con la nomina da parte di Mattarella del governo Draghi e poi consolidato con l’azione del nuovo esecutivo.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano
Travaglio sul Fatto

            Per quanto basata su considerazioni e fatti indiscutibili, essendo evidente il ridimensionamento subìto dai partiti, con tutte le loro convulsioni interne, dall’azione di un governo guidato con autorevolezza e prestigio internazionale dall’ex presidente della Banca Centrale Europea, la rappresentazione di una quinta Repubblica italiana nata surrettiziamente può avere messo in qualche imbarazzo Mattarella. Una cui rielezione potrebbe rafforzare l’interpretazione della situazione politica e istituzionale espressa dall’editorialista del più diffuso giornale italiano, il Corriere della Sera. E che fa drizzare i capelli particolarmente ai nostalgici o ai sognatori di un ritorno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi tipo Marco Travaglio. Che proprio oggi sul suo quotidiano sogna una crisi provocata da una spaccatura della Lega fra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti. E si lamenta nell’editoriale di una specie di giornalista collettivo che “al governo Draghi perdona tutto, dipingendolo apoditticamente come una covata di fenomeni, di cui peraltro sfuggono le imprese memorabili. Così i ministri, a furia di sbagliare senza l’ombra di una critica, si credono infallibili. E sbagliano ancora di più”: da “Cartabia, Cingolani, Brunetta” al  “catastrofico Bianchi, l’ectoplasma che chiamiamo ministro dell’Istruzione”, scrive il direttore del Fatto.

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La stagione un pò gollista della politica italiana

Titolo del Dubbio

Nelle ricche biografie di Mario Draghi non c’è traccia di servizio militare. Dal quale probabilmente egli fu esonerato all’epoca della leva perché rimasto orfano di padre all’età di 15 anni, per quanto liquidato poi da Marco Travaglio come un fortunato “figlio di papà”, aiutato cioè dal prestigio, dalle conoscenze e quant’altro del genitore a fare carriera. Stento perciò ad immaginarlo in divisa da generale come ha in qualche modo fatto sul Corriere della Sera il professore Ernesto Galli della Loggia paragonandolo a Charles De Gaulle, chiamato nel 1958 alla guida del governo d’oltr’Alpe dal presidente Renè Coty, che l’anno dopo gli passò le consegne al vertice della quinta Repubblica francese, nata dal referendum costituzionale promosso dallo stesso generale. La cui filosofia o dottrina nei dizionari è finalizzata alla diminuzione o al controllo del potere dei partiti politici, letteralmente naufragati 63 anni fa in Francia alle prese con la questione algerina. Che solo un uomo dell’autorità e del prestigio di De Gaulle avrebbe potuto poi risolvere accordando l’indipendenza alla ribelle colonia francese.

Il generale Charles De Gaulle

            Pur senza i gradi di generale, senza una riforma passata per il voto popolare, anzi dopo due riforme costituzionali più o meno organiche inutilmente tentate, prima da Silvio Berlusconi e poi  da Matteo Renzi, e a 74 anni da poco compiuti, contro i 68 che De Gaulle aveva quando Coty gli affidò la guida del governo propedeutica alla nascita della quinta Repubblica francese, Draghi ha già tagliato un bel po’ di unghie ai partiti italiani. Che ha associato quasi interamente -ad eccezione della destra di Giorgia Meloni e della piccola sinistra di Nicola Fratoianni- ad una maggioranza e ad un governo di sostanziale emergenza usciti, diciamo così, dal cilindro di Sergio Mattarella dopo la lenta ma inesorabile caduta del secondo governo di Giuseppe Conte. E in piena pandemia, considerata dal presidente della Repubblica -con la insindacabilità derivante dalla esclusività del suo potere di scioglimento anticipato delle Camere- troppo pericolosa per moltiplicare i rischi di contagio chiamando gli italiani alle urne prima della scadenza ordinaria della legislatura.

            Con acutezza pari all’apparente paradossalità del suo assunto Ernesto Galli della Loggia ha raccontato ai lettori del Corriere che “Draghi sta dando vita ad una sorta di semipresidenzialismo sui generis, che arieggia per l’appunto quello della V Repubblica gollista, nel quale (salvo il caso raro della cosiddetta “coabitazione”) il mandato di governo è di fatto staccato dalla effettiva volontà dei partiti che compongono la maggioranza parlamentare. Sia chiaro: egli non governa -ha spiegato il professore- senza o contro tale maggioranza, ma tale maggioranza è come implicitamente presupposta, in un certo senso data per scontata dagli stessi partiti che la compongono, i quali accettano volontariamente l’ininfluenza del loro eventuale dissenso”.

            E’ difficile dare torto a questa analisi politica. Che in questi giorni o in queste ore, di fronte al percorso parlamentare, per esempio, del decreto legge sul green pass, approvato in Consiglio dei Ministri dai leghisti che tuttavia hanno votato alla Camera alcune delle modifiche proposte dall’opposizione di destra sapendole tuttavia destinate alla bocciatura, andrebbe completata con un’altra osservazione. Ai fini dell’azione di governo e delle valutazioni del presidente del Consiglio, è ininfluente non solo il dissenso di questa o quella forza politica della maggioranza, tanto vasta da potere generalmente assorbire ogni episodio di quella che in tempi ordinari verrebbe chiamata “disciplina”, ma anche il tentativo ora di questo ora di quel partito di reclamare o lavorare per una crisi come reazione a presunte o vere insubordinazioni altrui.

            Accade così che Draghi, in abiti sempre rigorosamente civili, non militari, rimanga indifferente alle proteste del segretario del Pd Enrico Letta contro le libertà o licenze che si permette Salvini, o che Salvini a sua volta permette ai parlamentari della Lega. Accade inoltre che lo stesso Enrico Letta, d’altronde, continui a ritenere “suo” il governo Draghi, tanto da considerare Salvini un intruso, abusivo e quant’altro, mentre il collega di partito Goffredo Bettini, senza incorrere in alcuna censura o segno tangibile di dissenso, dice disinvoltamente in una manifestazione politica di cui è ospite che quello in carica “non è il nostro governo”.

            Accade infine che anche Giuseppe Conte, il presidente del Movimento 5 Stelle operante sotto la garanzia praticamente a vita di Beppe Grillo, che pure lo aveva bocciato come inadatto alla carica poi lasciatagli conferire digitalmente, possa smentire ciò che i “suoi” ministri hanno approvato a Palazzo Chigi. O possa fingere di non avere capito che le barricate annunciate a difesa del cosiddetto reddito di cittadinanza sono farlocche, essendo Draghi tanto cortesemente quanto fermamente deciso a modificarlo dopo tutti gli abusi che ne sono stati fatti per il modo improvvido in cui fu istituito dallo stesso Conte nel suo primo governo.

            La quinta Repubblica italiana -dopo la prima decapitata dalle Procure, la seconda di fatto formatasi con l’arrivo di Berlusconi a Palazzo Chigi, la terza tentata da Renzi e la quarta partorita in piazza da Grillo con le sue invettive e parolacce- non è nata come quella francese del 1959, ma è già in qualche modo operante. E non solo nella immaginazione del professore Ernesto Galli della Loggia. D’altronde, i fiumi si scavano da soli i loro letti.

Pubblicato sul Dubbio

Le spiazzanti affinità elettive di Mario Draghi e Matteo Salvini

Titolo del Fatto Quotiiano

            Il segretario del Pd Enrico Letta dà a Matteo Salvini dell’”inaffidabile” come a suo tempo il segretario della Dc Ciriaco De Mita a Bettino Craxi che non voleva mollare Palazzo Chigi. Egli chiede inutilmente quella che una volta si chiamava “verifica” della maggioranza e, inascoltato dal presidente del Consiglio Mario Draghi, definisce “superato ogni limite” all’ottava volta -contata e gridata sulla prima pagina del solito Fatto Quotidiano- in cui i leghisti hanno votato alla Camera gli emendamenti dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni per cercare inutilmente di modificare il decreto legge sul green pass.

L’ex esule parigino condivide insomma l’avviso in rosso della “maggioranza a pezzi” stampato sempre dal giornale di Marco Travaglio e viene forse persino tentato dal condividere quel “governo Draghi non è nostro” gridato alla festa del Fatto Quotidiano dal guru del Pd Goffredo Bettini. Che pur di liberarsi del presidente del Consiglio troppo paziente, diciamo così, con Salvini lo vorrebbe mandare al Quirinale alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, anche a costo di accorciare di un anno la fine della legislatura. In questa  difficilmente, nella valutazione sempre di Bettini, il nuovo capo dello Stato riuscirebbe a fare ingoiare al Parlamento, pur affollato di deputati e senatori senza speranza di conferma, una specie di fotocopia dell’attuale governo e maggioranza con un altro o un’altra presidente del Consiglio.

Titolo del Fatto
Titolo di Domani

Esasperato ancor più di Enrico Letta e di Bettini, il politologo Marco Revelli dice al Fatto Quotidiano -e a chi sennò- che si deve ormai aprire la crisi perché il governo “è fuori dalla Costituzione”, pur non essendo stato battuto in alcuna delle votazioni svoltesi alla Camera sulla conversione del decreto legge sul green pass. Un altro politologo, Piero Ignazi, scrive sul Domani di Carlo De Benedetti del “pericolo di un governo che non risponde più ai partiti” della sua maggioranza.

Titolo del Foglio

Sul Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa il già “truce” Salvini è ora anche un “tarantolato” che disorienta il suo stesso partito, i cui deputati “pascolano” a “gruppetti nel cortile”  di Montecitorio, dopo avere votato gli emendamenti della Meloni e fratelli, chiedendosi dove mai il loro capitano intende portarli nel tentativo di sfuggire al pericolo di scendere nelle elezioni amministrative e suppletive di ottobre sotto il 20 per cento dei voti, dal 34 e rotti delle inebrianti elezioni europee del 2019.

Titolo di Repubblica
Folli su Repubblica

A questo disastroso scenario della maggioranza emergenziale voluta da Mattarella dopo il “Conticidio” lamentato da Travaglio si oppone più realisticamente, secondo me, il racconto di Stefano Folli. Che scrive su Repubblica: “La sostanza è che Salvini resta sempre nel recinto della coalizione, sia pure tirando l’elastico finché gli è possibile. E’ un po’ un gioco delle parti, certo spregiudicato. Il presidente del Consiglio lascia fare perché questo teatro non disturba il percorso del governo. Infatti sulla doppia questione green pass e obbligo del vaccino (per ora solo di fatto e con ogni probabilità destinato a restare tale), si procede con una miscela di severità e moderazione”.

Non a caso, d’altronde, Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera mette Draghi sulle spalle di Salvini perché la loro ombra sul muro si proietti nella dimensione del generale De Gaulle. Cui ieri -sempre sul Corriere– Ernesto Galli della Loggia aveva in qualche modo paragonato il presidente del Consiglio italiano.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le inutili proteste contro l’anomalia politica provocata dal passato strapotere dei grillini

            Al di là, molto al di là della rappresentazione sarcastica che ne fanno i nostalgici di Giuseppe Conte sulla prima pagina del giornale diretto da Marco Travaglio, in cui Mario Draghi e Matteo Salvini ridono di tutto e di tutti, persino di loro stessi, nella “pantomima” del percorso parlamentare del decreto legge sul green pass, la situazione politica evolve secondo lo schema anomalo adottato dal presidente della Repubblica alla chiusura dell’ultima crisi di governo. E condiviso a stragrande maggioranza -non dimentichiamolo- dalle Camere accordando la fiducia al governo Draghi.

            E’ proprio grazie a questo schema, imposto dalle emergenze di vario tipo scrupolosamente elencate dal capo dello Stato nell’annunciare personalmente la decisione di non sciogliere i nodi politici con un ricorso anticipato alle urne sconsigliato dal pericolo che il voto si trasformasse in un’occasione ulteriore di contagio in piena pandemia; è proprio grazie a questo schema, dicevo, che Salvini può dissentire sulle modalità del green pass, lasciare presentare dai suoi parlamentari un bel po’ di emendamenti ad un provvedimento pur approvato dai suoi ministri a Palazzo Chigi, farli altrettanto disinvoltamente ritirare per non obbligare Draghi a imporlo col ricorso alla cosiddetta questione di fiducia e infine lasciare i suoi deputati liberi di astenersi o di votare a titolo dimostrativo, cioè innocuo, su alcuni emendamenti dell’opposizione di destra di Giorgia Meloni, sua concorrente nell’alleanza elettorale di centrodestra. Tali emendamenti sono stati infatti tutti respinti, per cui è prevalsa la posizione del governo risultante dalle scelte e dalle disposizioni del presidente del Consiglio.

            Trovo francamente inutile scandalizzarsi più di tanto di fronte a questa “pantomima”, come la chiamano -ripeto- al Fatto Quotidiano, quando non ci si scandalizza, o ci si scandalizza di meno, di fronte a un segretario del Pd che reclama un giorno sì e l’altro pure una disciplina d’acciaio della maggioranza -come l’omonimo patto di Mussolini e Hitler- e non ha  nulla, o quasi, da dire al collega di partito Goffredo Bettini, trattato al Nazareno come una specie di oracolo con licenza illimitata, che il governo Draghi non è “nostro”, ma evidentemente di altri, pur disponendo di ministri, sottosegretari, consiglieri, consulenti eccetera eccetera, giù giù lungo tutti i rami del cosiddetto sottogoverno. Non parliamo poi del sunnominato Conte rimpianto da Travaglio e compagni o amici, che ha appena condizionato la “lealtà” nei rapporti col presidente del Consiglio, cioè col suo successore, al rispetto dei veti e degli umori pentastellati.

L’editoriale del Corriere della Sera

            La verità, nell’anomala situazione in cui si trova la politica per il peso sproporzionato avuto dai grillini proprio con Conte, è quella descritta oggi sul Corriere della Sera dal professore Ernesto Galli della Loggia scrivendo di Draghi come di una edizione tutta italiana del fenomeno De Gaulle della quinta Repubblica francese, “giunto al potere per una combinazione imprevedibile di eventi”. Draghi -ha spiegato Galli della Loggia- “non governa senza o contro la maggioranza” che lo ha fiduciato in Parlamento. Governa grazie ad una maggioranza “implicitamente presupposta”, nel senso che “gli stessi partiti che la compongono”, al di là dei loro tatticismi finalizzati alle campagne elettorali in corso o prossime venture, “accettano volontariamente l’ininfluenza del loro eventuale dissenso”. Ben detto, professore, anche se agli interessati non piacerà sentirselo rinfacciare.

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