I pericoli veri, ma pure falsi, della referendite avvertita col ricorso alle firme digitali

Titolo de Riformista

La raccolta anche digitale delle firme per promuovere il referendum abrogativo in tutto o in parte di leggi ordinarie, o atti aventi valore di legge, previsto dall’articolo 75 della Costituzione, ha provocato polemiche a volte persino stucchevoli -giustamente lamentate sul Riformista dall’espertissimo Giovanni Guzzetta- sul pericolo che si finisca così per consentire un uso così facile di questo diritto da indebolire ulteriormente il sistema parlamentare. Che già soffre di suo per molte ragioni, fra le quali spicca la crisi identitaria e organizzativa dei partiti, inevitabilmente proiettata sul Parlamento.

Il pericolo di un indebolimento del sistema parlamentare da un ricorso troppo frequente all’istituto referendario -chiamiamola pure referendite- certamente esiste. Ma dubito che il rimedio migliore sia quello, subito prospettato invece anche da fior di costituzionalisti, oltre che da politici, di vanificare la digitalizzazione delle firme -appena consentita con una legge approvata all’unanimità dalle stesse Camere senza che nessuno se ne accorgesse, come ha fatto notate Guzzetta- chiedendone di più: per esempio, 800 mila contro le 500 mila richieste dalla Costituzione in vigore dal 1948. Né sarebbe il caso di tornare a difendere la partecipazione della maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto richiesta per considerare valido il risultato della conta fra i sì e i no all’abrogazione. Questo cosiddetto quorum  ha in qualche modo distorto l’astensione, trasformandola in un sostanziale voto contrario.

Esiste un modo più semplice, direi più pulito, di evitare il rischio di trasformare il referendum abrogativo in una continua, defatigante contrapposizione fra le Camere che approvano una legge e gli elettori che gliela bocciano, sconfessando così la maggioranza che essi stessi nelle precedenti elezioni politiche hanno determinato o concorso a determinare, e aumentando così la cosiddetta ingovernabilità del Paese. Cui  già ogni tanto il presidente di turno della Repubblica supplisce allestendo dichiaratamente esecutivi  estranei alle abituali o normali “formule” politiche, come quelli balneari o di solidarietà nazionale della cosiddetta prima Repubblica, o quelli tecnici della seconda.

La vignetta di Forattini del 1974

Basterebbe, a mio avviso, introdurre una modifica alla legge di disciplina del referendum abrogativo perché non si possa promuovere l’abrogazione parziale o totale di una legge prima che sia trascorso un certo periodo di tempo dalla sua approvazione in Parlamento. Se ne deve cioè consentire l’applicazione sufficiente a verificarne e valutarne gli effetti, a tutela quanto meno del buon senso. Del resto, il caso volle -ma non deve essere solo un caso, magari cercato con espedienti politici come il ricorso ad elezioni anticipate- che il referendum abrogativo disciplinato nel 1970, con 22 anni di ritardo dall’entrata in vigore della Costituzione, per consentire un tentativo di rivalsa ai cattolici, appena sconfitti in Parlamento sul divorzio, fosse indetto già nel 1972 ma rinviato al 1974. Quel tempo servì anche a valutare meglio, più consapevolmente, la legge che fu infatti confermata dagli elettori. Una famosa vignetta spumeggiante di Sergio Forattini immortalò la sconfitta dell’allora segretario della Dc Amintore Fanfani, che aveva improvvidamente cavalcato quel referendum come una crociata sottovalutando l’evoluzione laica dell’Italia.

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Il Quirinale sarebbe una graticola per Silvio Berlusconi

Titolo del Dubbio
Dalla prima pagina del Corriere della Sera del 18 settembre

Per quanto consapevole della sua diligenza professionale e delle entrature anche negli ambienti berlusconiani più stretti e accreditati, spero personalmente – e ve ne spiegherò le ragioni- che Francesco Verderami abbia toppato sabato scorso nel riferire sul Corriere della Sera del “sogno”, coltivato in persona dall’ex presidente del Consiglio e fondatore di Forza Italia, di partecipare davvero alla prossima corsa al Quirinale e di uscirne vincitore. Come nelle sue abitudini, potrebbe dire qualcuno, avendo l’uomo di Arcore già raggiunto altri traguardi importanti sorprendendo non solo avversari e concorrenti, ma anche amici carissimi che glieli avevano sconsigliati.

Fedele Confalonieri

Ciò accadde anche verso la fine del 1993, quando Confalonieri -Fedele di nome e di fatto all’allora presidente di Fininvest- mi chiese amichevolmente una mano per dissuadere “Silvio” dalla tentazione sempre più forte di “scendere in politica”, come diceva, per evitare che le elezioni anticipate del 1994, ormai scontate, fossero vinte dal Pds-ex Pci di Achille Occhetto. Al quale ben pochi nella Dc erano disposti, secondo accertamenti dallo stesso Berlusconi personalmente compiuti consultandone i dirigenti, a cominciare dall’allora segretario del partito Mino Martinazzoli, di predisporre una coalizione di centrodestra in grado di battere, grazie alle possibilità offerte dalla nuova legge elettorale di stampo prevalentemente maggioritario, la “carovana dei progressisti”. Così  lo stesso Occhetto la chiamava prima di passare all’immagine della “gioiosa macchina da guerra”.  Che in effetti Berlusconi riuscì ancora più gioiosamente a sconfiggere lasciando di sasso anche l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, rassegnatosi assai malvolentieri, senza neppure nasconderlo, a nominarlo presidente del Consiglio. Inutilmente al Quirinale avevano sperato che il già allora imprevedibile Umberto Bossi rifilasse all’alleato una fregatura nelle consultazioni per il conferimento dell’incarico, dopo avergli dato beffardamente del “Berluscaz” nella campagna elettorale. Il tradimento sarebbe arrivato, ma dopo qualche mese di governo insieme, e tuttavia con recupero successivo di un’alleanza più solida.

In verità, le preoccupazioni di Confalonieri derivavano più ancora che dall’incertezza del risultato elettorale, a dispetto dei sondaggi riservati che inducevano invece Berlusconi all’ottimismo, dalle possibili conseguenze dell’impegno politico dell’amico sulle aziende che aveva saputo creare e sviluppare. Una certa, esasperata attenzione giudiziaria si era già avvertita nell’aria per le simpatie dichiarate e praticate costantemente da Berlusconi per uomini, partiti e correnti di governo che erano già entrati nella tempesta di “Mani pulite”, o stavano per entrarvi, o erano comunque destinati ad esserne colpiti, se non travolti.

Debbo dire che quelle di Confalonieri sui pericoli per le aziende, oltre che personali dell’amico, non erano infondati, visto quello che poi è successo, e non è ancora finito. Berlusconi, per quanto assolto in via definitiva dall’accusa di prostituzione minorile, è ancora alle prese con processi per presunta corruzione dei testimoni. Che, evidentemente, non creduti in primo grado, ne avrebbero invece consentito poi l’assoluzione in appello e in Cassazione ad opera di magistrati a dir poco sprovveduti, in una visione un po’ pazzesca dell’amministrazione della giustizia. Ma a rischiare di passare per pazzo è stato alla fine Berlusconi con quella “Illimitata” perizia psichiatrica alla quale -nonostante il diverso avviso espresso dal pur amico Vittorio Feltri su Libero- eglisi è giustamente, oltre che orgogliosamente, sottratto sfidando il tribunale di Milano a condannarlo in un’altra delle coincidenze alle quali ci siamo ormai abituati fra scadenze o altre evenienze giudiziarie e politiche.

Sempre sul Corriere della Sera del 18 settembre

Mi è francamente apparso più un disservizio che un servizio il sogno quirinalizio attribuito da Verderami sul Corriere a Berlusconi-con tanto di conteggi della sessantina di voti da cercare più o meno personalmente oltre il perimetro del centrodestra per essere eletto dalla quarta votazione in poi, quando gli basterebbe la maggioranza assoluta e non più quella per lui proibitiva dei due terzi, e tanto di rivelazione di incontro con Matteo Renzi in funzione di questa ricerca. Mi permetto, con un consiglio né probabilmente gradito, di suggerire all’ex presidente del Consiglio un più utile e opportuno risveglio.

Anche se non mancano illustri precedenti non di “vecchi”, come li chiamerebbe il magistrato che si è recentemente occupato di lui nel processo noto come Ruby ter, ma più rispettosamente di anziani saliti al Colle, dove Sandro Pertini, per esempio, arrivò a 82 anni, Giorgio Napolitano a 81 e Carlo Azeglio Ciampi a 79, penso che a 85 anni compiuti il 29 settembre prossimo Berlusconi possa pur spiazzare gli avversari e a deludere certi amici  trovano l’occasione e il modo di dire che ormai non ha più l’età per certi concorsi. Sarebbe una versione aggiornata della celebre  e fortunata canzone “Non ho l’età” cantata da Gigliola Cinquetti nel 1964, quando peraltro al ventottenne Berlusconi mancavano 22 anni per diventare quirinabile. Tanto, il Quirinale non aggiungerebbe e non toglierebbe nulla al protagonismo di cui egli è stato capace in ogni campo in cui si è misurato.

Dalla prina pagina del Fatto Quotidiano del 19 settembre

Pensate un po’ che colpo sarebbe una rinuncia di Berlusconi per i suoi avversari irriducibili, per esempio, del Fatto Quotidiano. Che già domenica scorsa, allertati dal Corriere della Sera, si allenavano contro di lui con la cattiveria di giornata in prima pagina scrivendo, per scherzare ma non troppo: “Mediaset, la sede legale trasloca in Olanda. Quella illegale resta in Italia e punta a traslocare al Quirinale”. Mi sembra francamente meglio saltare giù dalla graticola del Colle prima che qualcuno appicchi il fuoco al carbone.

Pubblicato sul Dubbio

Dal Conticidio al Contesuicidio, addirittura sul Fatto Quotidiano….

Può dunque capitare anche a Marco Travaglio di essere smentito da uno che gli scrive accanto in prima pagina, come a un Matteo Salvini qualsiasi smentito un giorno sì e l’altro pure dal suo ministro Giancarlo Giorgetti, o dai suoi governatori, su vaccini, green pass e altro.

Accanto all’abituale, direi canonico, editoriale del lunedì sfottente con i soliti giornalisti di regime che onorano Mario Draghi dimenticando i meriti del predecessore Giuseppe Conte, senza la cui intelligenza, capacità di persuasione e quant’altro mai l’Italia avrebbe ottenuto duecento e più miliardi di finanziamento europeo per il piano della ripresa, si è potuto leggere oggi sul Fatto Quotidiano uno sfottò di Selvaggia Lucarelli -si spera senza conseguenze- all’ex presidente del Consiglio. Che si muoverebbe e parlerebbe come un Veltroni qualsiasi degli anni in cui l’allora segretario del Pd praticava il cosiddetto “manchismo”, inteso come “ma anche”.

“Chiedi che ora è” a Conte e lui risponderà che sono le otto, ma ha il massimo rispetto anche per il resto dei fusi orari”, ha scritto, e sfottuto, la selvaggia, con la minuscola. Che è stata simpaticamente -una volta tanto- servita anche con un bel titolo in cui il “Conticidio” scritto da Travaglio è diventato più correttamente “Contesuicidio”. Finalmente. Anche Il Fatto si rifonda, come il MoVimento 5 Stelle dopo la spigola, o non  ricordo quale altro pesce, pagato da Conte a Beppe Grillo sulla spiaggia di Marina di Bibbona?

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Il conto alla rovescia per gli imputati, in appello, della trattativa con la mafia

Da oggi comincia, con la Camera di Consiglio finale al processo d’appello di Palermo, il conto alla rovescia in tutti i sensi, con inizio certo e termine che risulterà alla fine, per la conferma o la smentita, parziale o totale, delle condanne comminate nel 2018, in primo grado, per la cosiddetta, fantomatica trattativa fra lo Stato e la mafia, o pezzi dello Stato e della mafia. Che doveva servire, secondo l’accusa, a ridurre o fermare le stragi mafiose svoltesi o tentate fra il 1992 e il 1994, a cavallo non casuale fra la prima e la seconda Repubblica. Cioè quando la mafia potette in qualche modo giocare un ruolo anche in quel passaggio, puntando sulla debolezza della Repubblica cadente, quella del sistema elettorale proporzionale, e scommettendo sulla nuova, prodotta dall’incrocio fra la demolizione giudiziaria dei vecchi partiti di governo e un sistema elettorale prevalentemente maggioritario.

Scrivo di “cosiddetta” e “fantomatica” trattativa perché non di trattativa sono stati formalmente accusati gli imputati condannati in primo grado dopo cinque anni di processo, e che la pubblica accusa ha chiesto di ricondannare in appello, ma di “minaccia a corpo politico o amministrativo o giudiziario dello Stato”, come dice l’articolo 338 del codice penale, “per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”. Già in questa formulazione dell’accusa, senza che si parli appunto di trattativa, questa vicenda processuale è equivoca agli occhi della gente, diciamo così, comune.

Mario Mori

Fra i condannati ci sono il boss mafioso Leoluca Bagarella, sopravvissuto alla morte di Totò Riina e Bernardo Provenzano avvenuta durante la vicenda processuale, il medico mafioso Antonino Cinà, l’ex comandante del reparto speciale dei Carabinieri Angelo Subranni, l’ex vice comandante Mario Mori, l’ex colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Per calunnia è stato invece condannato il pur testimone usato dall’accusa Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo. Anche questa può essere considerata dalla gente comune la classica ciliegina su una torta dal sapore assai strano. Un calunniatore di solito non è attendibile.

Marco Lillo sul Fatto Quotidiano

La strada per la conferma delle condanne di primo grado, dopo due anni di processo d’appello, è tutta in salita per ammissione anche di un giornale come Il Fatto Quotidiano, ultraconvinto che lo Stato si fosse piegato in quel negoziato, anziché decapitare, per esempio, la mafia con l’arresto di Totò Riina. “L’ostacolo più grande -ha scritto Marco Lillo sul giornale di Marco Travaglio- è il giudicato definitivo della Cassazione che assolve l’ex ministro democristiano Calogero Mannino per gli stessi fatti”. Che è stato giudicato col rito abbreviato, su sua stessa richiesta, ed è stato appunto assolto in primo e in secondo grado. L’accusa ha rimediato una terza sconfitta con un ricorso in Cassazione improponibile.

Calogero Mannino

Mannino, peraltro, secondo l’accusa originaria sarebbe stato il promotore principale, o quasi, della trattativa, o della “minaccia ad un Corpo…eccetera eccetera”, per sottrarsi alla morte alla quale la mafia lo aveva davvero condannato: un’accusa “non solo infondata, ma anche totalmente illogica e incongruente con la ricostruzione complessiva dei fatti” da parte della Procura di Palermo, hanno scritto i giudici. E’ su uno specchio del genere che ha voluto continuare ad arrampicarsi l’accusa nel processo contro gli altri imputati. E’ difficile da credere ma è avvenuto realmente.

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Il sorprendente suicidio elettorale del centrodestra a Milano, e altrove

Titolo del Corriere della Sera

C’è solo l’imbarazzo della scelta fra titoli e titoletti di prima pagina dei vari giornali per farsi un’idea dei guai nei quali si è ficcato da solo il centrodestra a Milano per perdere la partita delle elezioni comunali di ottobre, cioè per suicidarsi. “Centrodestra nel caos”, hanno titolato al Corriere della Sera, immagino con quanto sforzo per non scrivere casino, riferendo del candidato sindaco Luca Bernardo che “evoca il ritiro”, stretto tra i fondi che ritardano dai partiti della coalizione per finanziare la campagna elettorale, che per ora si sta pagando da solo, e le “frasi” con le quali ne ha liquidato la corsa, proclamando di fatto la conferma del sindaco uscente Giuseppe Sala, il capolista addirittura dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che è Vittorio Feltri, divisosi tra un’intervista al Fatto Quotidiano in cui ha definito “una coalizione del cazzo” quella di centrodestra e la promessa, l’impegno, come preferite, assunto con gli elettori e lettori di Libero di partecipare ai lavori del Consiglio Comunale, a questo punto da posizioni di minoranza, solo per “rompere le scatole ai comunistelli di risulta”. Vasto programma, direbbe la buonanima di Charles De Gaulle.

Titolo di Reoubblica
Intervista di ieri

Su Repubblica, forse per non fare pubblicità più di tanto al direttore editoriale di Libero, che peraltro accredita ogni tanto le voci secondo le quali sarebbe costretto ad una difficilissima convivenza col nuovo direttore responsabile Alessandro Sallusti, entrambi provenienti dal Giornale della famiglia Berlusconi, hanno preferito dare maggiore rilievo alle proteste dell’ormai inutilmente aspirante sindaco Bernardo per “i soldi” negatigli sinora dai partiti della presunta coalizione, che gli debbono, in particolare, cinquantamila miserabili euro ciascuno. Il primo a rispondere per placarne le proteste almeno con un anticipo, e farlo recedere per ora dalla minaccia del ritiro, sembra essere stato il capo della Lega Matteo Salvini, non a caso quello espostosi maggiormente  in piazza a favore del pediatra. Che  forse non immaginava di incontrare così tanti bambini da curare anche fra gli adulti della pur sua parte politica, impegnata tuttavia a dare i numeri anche altrove in questo turno di elezioni amministrative.  I cui risultati, riguardando una ventina di milioni di elettori in tutta Italia, produrranno effetti politici nazionali. E’ la prima volta, fra l’altro, dopo tanto tempo di pandemia e di sospensione elettorale, che i partiti si misurano, singolarmente o in coalizione, nelle urne e non nei soliti sondaggi.

A Roma, la Capitale d’Italia finita cinque anni fa nelle mani dei grillini per la rappresentazione, fattane dalla Procura di Giuseppe Pignatone e smentita dalle conclusioni processuali, di una terra conquistata ormai dalla mafia, con tanto di coppola quindi assumibile come simbolo della città al posto della lupa che allatta Romolo e Remo; a Roma, dicevo, una Giorgia Meloni con più rossetto del solito sulle labbra  ha praticamente imposto al centrodestra un candidato più da rovine archeologiche che da futuro. Egli vorrebbe applicare la grandezza di Augusto imperatore ai guai odierni di chi abita a Roma o solo viene a visitarla da sfortunato turista.

A Napoli, tanto per andare ancora più giù, il centrodestra ha affidato le sue fortune, anzi sfortune, ad un pur famoso e valoroso pubblico ministero dopo avere detto peste e corna, giustamente, della commistione fra magistratura e politica. E non è neppure riuscito sul piano organizzativo a garantire al candidato una presentazione regolare delle liste di sostegno.

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Scenata di “gelosia” di Marco Travaglio per Giuseppe Conte contro Franco Bernabè

Ero certo, anzi certissimo, che al Fatto Quotidiano non avrebbero perdonato a Franco Bernabè la partecipazione di giovedì scorso alla trasmissione di Lilli Gruber su la 7, per quanto in quel salotto televisivo il direttore dello stesso Fatto, Marco Travaglio, e taluni dei suoi collaboratori siano praticamente di casa, e trattati di solito con i guanti. Che invece la conduttrice dismette spesso con altri ospiti che non le fanno la cortesia di assecondarla nelle risposte.

Titolo del Fatto Quotidiano

Puntualmente è arrivato oggi non un corsivetto, o “la cattiveria” di giornata, o una vignetta, o il fotomontaggio più o meno di rito -non mancando certamente materiale d’archivio su cui lavorare contro un manager così noto, “ex amministratore di tutto”, come lo ha ironicamente definito Travaglio-  ma un editoriale vero e proprio. Il cui titolo parla da solo: “Bernabè perepè”.

Con mia grande sorpresa, tuttavia, conoscendo bene l’insofferenza verbale e mimica dimostrata da Travaglio ogni qualvolta gli capita di vedere e sentire uno che non parla male dell’arcinemico Silvio Berlusconi, o addirittura ne parla bene, il direttore del Fatto Quotidiano non se l’è presa per il riconoscimento reso da Bernabè all’ex presidente del Consiglio di non avere mai cercato di interferire in alcun modo nel suo lavoro alla guida di importantissime aziende e gruppi.

Editoriale del Fatto Quotidiano

No. Questa volta Travaglio non è riuscito a digerire il fatto, minuscolo, che Bernabè abbia elogiato come più non si poteva il presidente del Consiglio in carica Mario Draghi, senza alcun imbarazzo per essere stato da lui appena nominato presidente delle Acciaierie d’Italia, senza mai neppure nominare, e tanto meno riconoscere qualche merito a chi lo ha preceduto a Palazzo Chigi. E ne è stato così barbaramente, incivilmente, ingiustamente, ignobilmente allontanato da meritarsi quel volumetto dello stesso Travaglio dal titolo di un giallo come “Conticidio”. Sto scrivendo naturalmente di Giuseppe Conte, non una ma due volte capo del governo nella storia recentissima della Repubblica italiana, uscito da Palazzo Chigi ancora fresco di energie e già dichiaratamente sfinito, o quasi, dalla fatica immane -lo riconosco anch’io- di presiedere il Movimento 5 Stelle sotto la vigilanza -pardon, la “garanzia”- di Beppe Grillo. Che dopo averlo designato a quella carica lo bocciò clamorosamente e pubblicamente come incapace e poi lo riabilitò facendogli pagare, come ogni buon genovese, il pranzo della riconciliazione, o del presunto chiarimento, in una trattoria sulla sabbia toscana di Marina di Bibbona. Dove di casa, intesa in tutti i sensi, anche come villa con tanto di stanze, servizi, cancello e utenze per la residenza estiva, non era però il pugliese Conte, ma il ligure Grillo.

Più che un attacco a Bernabè, peraltro accusato da qualche critico sino a qualche mese fa di essere particolarmente attento anche alla novità politica costituita dai grillini, al netto delle loro stravaganze e delle loro aggressioni verbali per frenare le quali si è dovuto mettere mano anche al regolamento, che ora vieta l’uso di parole e immagini volente; più che un attacco a Bernabè, dicevo, quella di Travaglio mi è sembrata una specie di scenata di gelosia, o nostalgia. Di cui Conte sarà rimasto, si spera, commosso.  

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La fuga di Silvio Berlusconi dalla vetrata dei matti

Titolo del Dubbio
La lettera di Berlusconi al tribunale di Milano

Il manicomio, per quanto metaforico, al quale Silvio Berlusconi si è sentito destinato da quell’”ampia e illimitata perizia psichiatrica”, come lui l’ha definita, disposta dal tribunale di Milano che lo sta processando dal 2018 per “induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria”, si è dissolto solo formalmente con la sua orgogliosa rinuncia, appena comunicata al presidente della settima sezione, a chiedere per ragioni di salute altri rinvii di udienze nel prosieguo del processo. Che pertanto continuerà in sua assenza, non so se concludendosi rapidamente, e incrociando chissà quali scadenze politiche e istituzionali per la solita, presunta casualità, con un’assoluzione o una condanna, pessimisticamente più prevista dall’interessato. Secondo il quale proprio la disposizione di quell’ampia e illimitata perizia psichiatrica, anziché di una semplice perizia “medico-legale e cardiologica”, come ha scritto Berlusconi nella lettera, proverebbe “un evidente pregiudizio” nei suoi confronti, e quindi una predisposizione a condannarlo.  

Il manicomio, sempre metaforico, per carità, grazie all’abolizione disposta tanti anni fa dalla legge Basaglia, rimane aperto perché stento personalmente a capire, per esempio, il cambiamento intervenuto fra maggio e settembre di quest’anno nella linea della Procura di Milano, e fatta notare nella lettera di Berlusconi.

In particolare, la Procura diretta da Francesco Greco, che sta concludendo il suo mandato tra imbarazzanti polemiche, se non le vogliamo meglio definire inquietanti, chiese quattro mesi fa “lo stralcio” della posizione di Berlusconi dal processo “condividendo -ha scritto l’imputato- la fondatezza delle ragioni mediche” esposte nelle relazioni depositate in tribunale. Ma l’8 settembre scorso, in occasione di un’altra udienza cui Berlusconi si sentiva impedito a partecipare per ragioni di salute, fra un controllo e l’altro all’ospedale San Raffaele, la Procura ha cambiato atteggiamento “con toni e metodi davvero inaccettabili nei confronti miei e dei medici che mi hanno per molte volte visitato”, ha scritto l’ex presidente del Consiglio.

Che cosa è o può essere accaduto fra maggio e settembre per fare cambiare opinioni, umori e quant’altro nella Procura milanese sino a fare di Berlusconi un possibile malato di mente? Al Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, in un giudizio che accomuna pubblici ministeri e giudici, si sono dati questa risposta: la volontà “più o memo inconsapevole” degli uni e degli altri di “recuperare il prestigio “giustizialista” di una struttura giudiziaria, quella milanese, che è attraversata da tensioni e da veri e propri scandali che sono arrivati alle denunce reciproche tra magistrati che hanno ricoperto e ricoprono ruoli apicali”.

E’ evidente il richiamo alle polemiche già accennate fra le quali si sta concludendo l’esperienza di Francesco Greco alla Procura ambrosiana, sbottato in una intervista al Corriere della Sera contro il sempre più diffuso carattere “corporativo” e “autoreferenziale” della magistratura. Cui è seguito, fra l’altro, un preavviso di querela di Piercamillo Davigo sul Fatto Quotidiano. Col quale collabora lo stesso Davigo: il “dottor Sottile” fra gli inquirenti di Mani pulite, salito nella carriera giudiziaria sino a presidente di sezione della Cassazione, approdato infine al Consiglio Superiore della Magistratura, decadutovi col pensionamento  e ora sotto indagine per i verbali secretati dell’avvocato esterno dell’Eni Piero Amara su una loggia affaristica, politica e giudiziaria, finiti nei suoi cassetti nel Palazzo dei Marescialli e infine approdati sui giornali.

“Può darsi che qualche manettaro impenitente ci caschi, che creda alla favola di un tribunale che non guarda in faccia a nessuno e di un Berlusconi che si nasconde dietro ai referti medici” per sottrarsi al giudizio e quant’altro, hanno temuto al Foglio opponendo a questo scenario una “verità talmente lampante” di arbitrio da “far sperare che questa volta siano davvero pochissimi a farsi intontire da queste manovre, tanto insistenti da diventare quasi stucchevoli”.

Al manicomio metaforico appartiene tuttavia  l’intera storia di questo processo noto come Ruby ter, e articolato in ben sette spezzoni, versioni e quant’altro. Tutto parte dal sospetto avvertito e denunciato alla Procura milanese nel 2013 dalle giudici di primo grado che condannarono Berlusconi a 7 anni per prostituzione minorile, nonostante le testimonianze presuntivamente false e remunerate delle sue vittime o complici. Ma quella condanna fu smentita dall’assoluzione l’anno dopo in appello, l’anno ancora successivo dalla Cassazione. Eppure Berlusconi -incredibile a dirsi fuori da un pur metaforico manicomio- ha continuato ad essere indagato e processato per induzione -ripeto- a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria”. Che è un reato, sancito dall’articolo 377 bis del codice penale, per il quale è prevista una condanna da 2 a 6 anni di carcere. Il codice parla anche della possibilità che il fatto si riveli nel processo un reato ancora “più grave”, spero non configurabile come tale per il proposito attribuito all’”imputato” Berlusconi, a torto o a ragione, da avversari e persino da amici consolidati, di partecipare a 85 anni compiuti alla gara per il Quirinale, quando la corsa si aprirà ufficialmente con la convocazione delle Camere congiunte per l’elezione, col concorso dei delegati regionali, del successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. Ed entriamo così in un altro reparto del sempre più metaforico manicomio

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.policymakrmag.it il 18-9-2021

La solita, interminabile, ossessiva guerra a Silvio Berlusconi sulla soglia degli 85 anni

Puntuale come un orologio o un treno svizzero, con l’orgoglioso e del tutto comprensibile rifiuto di Silvio Berlusconi di sottoporsi alla perizia psichiatrica disposta , su richiesta della Procura della Repubblica, dai giudici milanesi che lo stanno processando dal 2018 per induzione a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, ne è arrivata una lettura tutta politica da parte dei suoi incalliti avversari. Che si sono fatti forti, nella loro interpretazione retroscenistica, dell’insistenza con la quale -poco importa se per convinzione o solo per tattica- amici di partito e di coalizione di centrodestra ripropongono, in questa lunga vigilia delle elezioni presidenziali in Parlamento, la candidatura dell’ex presidente del Consiglio alla successione a Sergio Mattarella.

Secondo una lettura tutta politica della sua iniziativa Berlusconi si sarebbe mosso in difesa della propria onorabilità e “storia personale” di imprenditore e di politico, come lui stesso ha rivendicato, per non compromettere la propria candidatura al Quirinale. Alla quale quindi sarebbe davvero interessato, nonostante le obiettive difficoltà già sottolineate pubblicamente nel centrodestra da Giorgia Meloni, che pure lo voterebbe se davvero lui diventasse il candidato unico della coalizione pur divisa rispetto al governo Draghi.

Berlusconi in una recente uscita dall’ospedale San Raffaele di Milano

Berlusconi, al quale recentemente ha rivolto parole di apprezzamento anche un avversario storico come Romano Prodi, che gli ha però indirettamente ricordato per esperienza politica personale quanto sia facile perdere la partita del Quirinale per i cosiddetti franchi tiratori, cioè per i tradimenti che si subiscono a scrutinio segreto ad opera dei parlamentari formalmente schierati a favore, non sarebbe trattenuto nei suoi propositi di candidato al Colle neppure dalla bella età che ha, a pochi giorni ormai dal compimento degli 85 anni, e dalla frequenza con la quale deve sottoporsi a controlli sanitari non necessariamente finalizzati alle sue passate richieste di rinvio delle udienze del processo per impedimento di salute. Cui possono aggiungersi di volta in volta  impegni politici derivanti dalla presidenza di un partito ridotto nei numeri elettorali e parlamentari, rispetto ad un passato anche recente, ma pur sempre incisivo.

Mi permetto, naturalmente per quel che valgono la mia personale opinione e la conoscenza che ritengo di avere dell’uomo, col quale mi è capitato di lavorare nella mia lunga esperienza professionale, di dubitare di tutta questa ostinazione che gli viene attribuita, spesso ossessivamente, dagli avversari. Che pur di fargli una guerra senza tregua -di cui ho avvertito ieri  sera i segni nel salotto televisivo di Lilli Gruber vedendo le reazioni agli apprezzamenti rivoltigli dall’ex amministratore delegato dell’Eni Franco Bernabè- non trovano nulla di illogico, di strano, di sospetto in un processo che si sta svolgendo in sette sedi e versioni, non solo a Milano, per indagini praticamente chieste in questo senso dai giudici, anzi dalle giudici di primo grado che lo condannarono nel 2013 per prostituzione minorile e concussione ma furono poi smentite, con sentenze di assoluzione, fra il 2014 e il 2015, dai giudici di secondo e terzo grado. Che non mi sembrano sospettabili, per ragioni di buon senso, di condivisione delle valutazioni delle giudici di primo grado. E’ un pasticcio logico, più che un pluriprocesso.

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Mario Draghi unico italiano nella lista di Time, alla faccia di Travaglio

Di fronte al Mario Draghi in equipaggiamento già invernale che fa, sulla prima pagina del solito Fatto Quotidiano, il gesto poco urbano  dell’ombrello contro sindacati, partiti e quant’altri che contrastano o pongono sempre nuove condizioni al viaggio intrapreso dal presidente del Consiglio sulla strada della massima diffusione possibile di vaccini e green pass, mi era venuta la tentazione di opporre alle critiche, e spesso anche al livore, di Marco Travaglio e amici la presenza del presidente del Consiglio in carica nella lista delle 100 persone più famose e influenti appena diffusa dalla rivista americana Time. Che, magari, avrà pure inserzioni pubblicitarie di produttori di vaccini e simili, come al Fatto stanno forse già cercando di scoprire per mettere altra legna nel fuoco della polemica usuale contro l’ex presidente della Banca Centrale Europea associato da Sergio Mattarella al “Conticidio”, come lo chiamano da quelle parti, ma rimane il Time, con i suoi tre milioni e più di copie abitualmente stampate e vendute.

            Fate, fate pure coerentemente col nome della vostra testata quotidiana -mi veniva la voglia praticamente di scrivere- ma quel presunto incompetente di tutto fuorchè di finanza, che poi non è poco, resta l’unico italiano per tre volte comparso nella lista di Time negli ultimi anni. Di lui la segretaria al Tesoro americana Janet Yellen ha detto, spiegandone l’influenza, che gli Stati Uniti sono “grati” di averlo trovato “di nuovo come partner”, dopo gli anni in cui salvò l’euro dalla sua postazione di Francoforte.

Sul Corriere della Sera

Ma il caffè di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera mi ha un po’ guastato la metaforica colazione che consumo con la rassegna stampa di prima mattina perché, nei panni involontari di Travaglio, d’altronde ospite quasi fisso della televisione dell’editore del giornale milanese di via Solferino, e senza peraltro citare neppure Draghi, con furbizia proprio da Fatto Quotidiano, ha un po’ macchiato, diciamo così, la lista di Time. Che contiene anche la coppia più controversa, diciamo così, della famiglia reale inglese: Harry Windsor e Meghan Markle. Che obiettivamente si stenta così, su due piedi, e non per fare un piacere alla nonna regina ancora d’Inghilterra con i suoi cappellini e le sue borsette, a considerare davvero, come scrive scetticamente Gramellini, “tra le cento persone più influenti del pianeta, in una lista che comprende scienziati, economisti, capi di governo, stelle della musica e leggende dello sport”.

            “Quale merito ci sarebbe -ha chiesto impietosamente Gramellini spargendo altro caffè sulla lista di Time– nel far parte di una famiglia reale e poi uscirne, sbattendo la porta, per incassare i proventi di una popolarità acquisita esclusivamente in virtù dell’appartenenza a quella famiglia”, pur considerando “le iniziative di beneficenza che accomunano l’intero jet  set internazionale”?

Titolo di Gramellini

            E’ difficile non condividere -lo ammetto- il “dispiacere” di Gramellini, come lui stesso lo ha chiamato nella sua protesta contro “i sopravvalutati”, “che la fuffa patinata eserciti ancora un fascino così grande”, considerando i tanti che “anche dell’età di Harry e Meghan, con le loro imprese influenzano davvero le persone che le circondano, ma non sono abbastanza “glamour” per intercettare la curiosità di una piccola frangia di rabdomanti mediatici sganciati dalla realtà che si arroga il diritto di decidere chi piace agli altri”.

Eppure la presenza di Draghi in quella lista mi consola lo stesso, pur avendo sorbito un amaro caffè.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Pesa su Giuseppe Pignatone la sconfitta nell’accusa di Mafia Capitale

Titolo del Dubbio

Giuseppe Pignatone, che da ottobre del 2019 presiede il tribunale del Vaticano dopo 45 anni di carriera giudiziaria in Italia conclusasi alla guida della Procura di Roma, non ha voluto lasciare solo il suo ex collega, ed anche ex consigliere superiore della magistratura, Piercamillo Davigo nell’attribuzione agli avvocati di buona parte, se non della maggior parte, dei guai della giustizia in questa nostra sfortunata Repubblica, quanto meno. Dove, per esempio, si sono dovuti aspettare 51 anni -dal 1948 al 1999- per vedere scritto nella Costituzione, modificando l’articolo 111, che il processo deve avere una “ragionevole durata”.

 Sono occorsi altri 22 anni perché un governo -quello in carica, molto atipico e fortunatamente presieduto da Mario Draghi- tentasse davvero con una legge delega ora all’esame del Senato, dopo l’approvazione della Camera, di dare concretezza a quella generica durata “ragionevole”, stabilendo quanti anni precisamente debba durare un processo in appello e quanti in Cassazione per non estinguersi nella “improcedibilità”. Che è la trovata “geniale”, come l’ha definita il buon Carlo Nordio, della guardasigilli Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, per ripristinare con altro nome la prescrizione disinvoltamente abolita all’esaurimento del primo grado di giudizio dal primo governo -gialloverde- di Giuseppe Conte, col grillino Alfonso Bonafede alla testa del Ministero della Giustizia. E con l’avvocato, senatrice e ministra Giulia Bongiorno, responsabile dei problemi della giustizia per la Lega, obbligata dal “capitano” Matteo Salvini a ingoiare il rospo originariamente definito “una bomba atomica”, pur di far durare quel governo qualche mese in più.

Non volete chiamarla quanto meno sfortunata, come dicevo prima, una Repubblica costretta ad arrivare così tardi e così male, se davvero vi arriverà senza altre sorprese, ad un minimo di decenza in materia di durata dei processi? E ciò, peraltro, grazie ai vincoli in qualche modo esterni dell’Unione Europea, che ha condizionato i finanziamenti del piano della ripresa, dopo il disastro pandemico, alla realizzazione di certe riforme, fra le quali quella appunto per la durata davvero ragionevole e certa del processo.

La responsabilità di questo ritardo, definiamolo così, per Davigo e ora anche per Pignatone, autore di un libro fresco di stampa anche sul modo in cui egli ha cercato di “fare giustizia” nella sua lunga carriera, non sarebbe solo dei magistrati, dei loro ritmi di lavoro, abitudini e quant’altro, visto che gran parte delle prescrizioni è sempre maturata nella fase preliminare del processo, in corso cioè di indagini, ma pure o soprattutto degli avvocati. E non per un presunto poltronismo ma per il loro numero ritenuto esorbitante, che praticamente abbasserebbe la qualità delle prestazioni professionali, e li costringerebbe di fatto, volenti o nolenti, a farsi concorrenza sui modi con i quali tirare alle lunghe i processi per salvare i loro clienti, o assistiti, con la prescrizione -e domani con la improcedibilità- anziché con una incerta sentenza di assoluzione.

Piercamillo Davigo a la 7
Il libro di Pignatone

Pignatone è andato giù contro gli avvocati ancora più di Davigo puntando il dito non solo contro i 240 mila difensori che esercitano in Italia rispetto ai 50 mila in Francia, o  contro i 380 per ogni centomila abitanti in Italia rispetto ai 100 in Francia, ma anche contro i 55 mila avvocati abilitati in Italia al processo in Cassazione rispetto ai 50 in Germania. Dove quindi sarebbero gli stessi avvocati a fare da filtro per non intasare di ricorsi pretestuosi l’ultimo grado di giudizio. Da noi invece la Cassazione sarebbe travolta dallo stesso numero dei difensori abilitati a ricorrervi. E sotto questo profilo -par di capire- neppure la riforma Cartabia, chiamiamola così, riuscirà a sanare l’amministrazione della giustizia. Occorrerebbe non dico eliminare gli avvocati, ma almeno rendere loro la vita durissima, ancor più di quella che s’intravvede nella quasi indigenza diffusa di ventimila euro l’anno di reddito che Davigo è appena tornato a sottolineare in televisione, alla riapertura del salotto televisivo di martedì su la 7, dove già era di casa, o quasi, prima dell’interruzione estiva.

Non vorrei essere o sembrare scortese nei riguardi di Pignatone, e della fiducia accordatagli da Papa Francesco importandolo al di quà delle Mura, ma personalmente mi sento grato agli avvocati e alla Cassazione per avere smentito la rappresentazione fatta della Capitale dalla Procura allora guidata dallo stesso Pignatone, come di una terra praticamente conquistata dalla Mafia, con la maiuscola.

E’ stata una rappresentazione notoriamente ridimensionata nei processi ad un’associazione a delinquere di notevole consistenza, per carità, ma comune. La cosiddetta “Mafia Capitale”, o “Mondo di mezzo”, come preferirono chiamarla altri, sempre dalle parti della Procura romana, decollata nel 2015 con arresti e incriminazioni clamorose, si è purtroppo tradotta nel miracolo politico della conquista del Campidoglio da parte dei grillini nelle elezioni amministrative del 2016, propedeutiche a quelle politiche del 2018. Che portarono il MoVimento 5 Stelle al 33 per cento dei voti, facendogli ereditare la postazione centrale che fu della Dc, resistita nella cosiddetta prima Repubblica anche all’avanzata del Pci guidato dal mitico Enrico Berlinguer.

Ora sono curioso di vedere, svanita e smentita Mafia Capitale, e simili, che fine farà, tra le macerie peraltro del suo MoVimento dimezzato nei sondaggi, e in tutte le elezioni intermedie svoltesi dopo il 2018,  la ostinata ricandidatura  della sindaca Virginia Raggi sostenuta dal ribelle e ormai ex pentastellato Alessandro Di Battista ma anche dal nuovo presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte.  

Pubblicato sul Dubbio

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