La spintarella… di Grillo a Conte per le elezioni di domenica

Mi sono affacciato stamane al blog di Beppe Grillo certo non per cercare un commento al testa a testa elettorale in Germania fra i socialdemocratici e i pur calanti popolari del dopo-Merkel, e alle possibili o improbabili ripercussioni sul voto pur diverso di domenica prossima in Italia.  Figuriamoci se Grillo nel suo strampalato modo di vedere e fare politica è capace di simili raffronti.

Sono andato a cercare sul blog di Beppe, come lo chiamano gli amici, semplicemente il fotomontaggio della sindaca Virginia Raggi in veste di centuriona con cui, secondo i giornali, egli avrebbe deciso di sostenerla nell’ultima settimana di campagna elettorale a Roma. Dove si vede che Grillo viene ogni tanto, per godersi dalle finestre e dal terrazzo dell’albergo abituale i resti del Foro, ma per sua fortuna non abita, perché se vi abitasse avrebbe fisicamente impedito all’amica sindaca di ricandidarsi un po’ per rispetto della città, un po’ per l’amore paterno da lui vantato nei riguardi del movimento sotto le cui insegne la signora corre.

Dal blog di Beppe Grillo

Ma della guerriera, della centuriona, del suo scudo, del suo elmo, dei suoi bracciali pur visti da qualche parte fra giornali e siti internet, non ho trovato traccia nella postazione elettronica di Grillo. Curioso, mi son detto. Vi ho trovato invece una ormai vecchia esortazione a “liberare Assange” e, con un richiamo fotografico su cui basta cliccare per sentirselo e goderselo tutto intero, un pezzo di repertorio ancora più vecchio.  Che, riproposto in questi giorni, mi sembra francamente una boiata pazzesca, come la corazzata Potemkin svillaneggiata fantozzianamente da Paolo Villaggio. Si tratta della bocciatura, desolata e desolante, recitato “con il cuore”, come dice il titolo, del progetto di rifondazione delle cinque stelle, e di riscrittura delle sue regole, affidato a Conte, prima che fra i due venisse recuperata da un comitato di volenterosi saggi una convivenza destinata difficilmente a durare -credo- sino alla data ora impressa nel simbolo: 2050.

Con tutto quel po’ po’ -rigorosamente staccato- di cose dette sull’ex presidente del Consiglio in quel video, e non distrutto dopo il pranzo della riconciliazione, vera o presunta, sulla spiaggia di Marina di Bibbona, penso che Grillo non abbia dato una mano a Conte e ai suoi candidati, né di primo né di secondo turno, se davvero ve ne saranno nelle città in cui si sta per votare. O, se pensa davvero di avergli voluto dare una mano, l’ha fatto solo da comico, non da garante del movimento. Ma garante o custode?

Titolo di Domani

Me e ve lo chiedo perché nel video di repertorio riproposto a pochi giorni, ripeto, del voto Grillo ha tenuto a sentirsi, dichiararsi e proclamarsi anche “custode”, appunto, del movimento creato nel 2009 dopo un mancato assalto al Pd da iscritto ad una sezione sarda. Sono custodi, addetti cioè alla custodia, anche le guardie carcerarie. E potrebbe rivelarsi un penitenziario, per quanto metaforico, in rivolta quello delle 5 stelle presieduto da Conte dopo i risultati delle elezioni amministrative e politicamente suppletive di ottobre, la legge finanziaria, le strette operative di un presidente del Consiglio da qualcuno paragonato a Charles De Gaulle e da altri al principe Metternich del congresso di Vienna, e la gara al Quirinale. Proprio oggi, d’altronde, sul giornale Domani Conte è stato vistosamente declassato da “avvocato del popolo” del 2018 -ricordate?- ad “avvocato del sistema”, fra “nomine, conflitti d’interesse e affari”.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

La proposta di Draghi a Mattarella, per nulla indecente, di una rielezione al Quirinale

Titolo del Giornale
Editoriale del Giornale

Se fosse vero, e non solo verosimile, il retroscena col quale apre oggi giustamente Il Giornale, Mario Draghi avrebbe fatto la mossa dello scacco matto sulla scacchiera del Quirinale precedendo il troppo titubante segretario del Pd Enrico Letta, frenato dalle tante ambizioni più o meno nascoste dei suoi colleghi di partito. In particolare, egli ha proposto a Mattarella, in una cena che risalirebbe a giovedì scorso, la rielezione al Quirinale  ricevendone come risposta “un sorriso”. Che è già più, e meglio, di un no che sorprendentemente avrebbe preferito il direttore dello stesso Giornale: il mio carissimo amico Augusto Minzolini. Il quale ha scritto di una “staffetta irrituale” implicita nella proposta-offerta di Draghi, disposto a rimanere a Palazzo Chigi, con Mattarella confermato al Quirinale, sino alla scadenza ordinaria della legislatura, nel 2023, salvo succedergli se e quando il presidente rieletto dovesse dimettersi, come fece Giorgio Napolitano nel 2015 dopo la conferma del 2013.

Dami Moore e Robert Reford nella “Proposta indecedente”

A leggere il buon Minzolini, peraltro espertissimo di retroscena perché conoscitore e frequentatore dei palazzi della politica come pochi altri, prevalentemente morti come il nostro comune amico Guido Quaranta, quella implicita o esplicita di Draghi a Mattarella sarebbe una specie di proposta indecente, dal titolo che vi propongo di un celebre film drammatico del 1993. In cui la bellissima Dami More, col consenso del marito in gravi difficoltà economiche, cede alla corte salvifica del supermiliardario Robert Redford.

Capisco l’avversione del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che proprio oggi se la prende in prima pagina con lo scenario di un Draghi protagonista a lungo della politica italiana adoperando una intervista del politologo Marco Revelli, secondo cui il “premierato assoluto” dell’attuale capo del governo sarebbe paragonabile alla “restaurazione” decisa “al congresso di Vienna” in un Europa sconvolta a lungo da Napoleone. Ma chi sarebbe il Napoleone italiano dei nostri mesi o anni  scorsi? Giuseppe Conte con i suoi due governi dal segno politico opposto succedutisi fra il 2018 e le prime settimane del 2021? Via, siamo seri.

Titolo del Fatto Quotidiano

Capisco, dicevo, l’avversione del Fatto Quotidiano  ad uno scenario in cui Draghi rimarrebbe a Palazzo Chigi sino al 2023 per succedere poi a Mattarella, nel prossimo Parlamento, e garantire dal Quirinale la prosecuzione della sua azione di risanamento e riforma dell’Italia con altri premier da lui nominati, sempre che i risultati elettorali naturalmente glielo permettessero, perché il o i suoi successori a Palazzo Chigi dovrebbero pur avere la fiducia delle Camere. Ma perché Minzolini, alla meritata guida del quotidiano fondato nel 1974 da Indro Montanelli e ora della famiglia Berlusconi, dovrebbe strapparsi i capelli, che peraltro non ha consentendogli di esporre una simpaticissima e lucidissima testa calva?

Irrituale per irrituale, come Augusto ha definito una eventuale staffetta al Quirinale fra un paio d’anni fra Mattarella e Draghi, mi e gli chiedo come si possa definire, se non irrituale anch’essa, quanto meno, l’elezione di un successore a Mattarella a febbraio prossimo da parte di Camere ampiamente delegittimate dalla riforma grillina che ne ha ridotto la consistenza nella loro prossima edizione. Ma delegittimate anche dai risultati di tutte le elezioni intermedie, chiamiamole così, svoltesi dopo il 2018, in cui i voti dei grillini si sono praticamente dimezzati e se la battono, per il primato in classifica, tre partiti attorno al 20 per cento dei voti. Che sono il Pd, la Lega e i fratelli d’Italia.  

La paura che fa Mario Draghi in volo sull’aquila della Confindustria

Nella vignetta di Emilio Giannelli, che oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera fa svettare sul palazzo di Montecitorio come un missile Mario Draghi festosamente in groppa all’aquila della Confindustria, alla cui assemblea il presidente del Consiglio è stato accolto entusiasticamente e salutato da Carlo Bonomi, il padrone di casa, come l’uomo “non della Provvidenza ma della necessità”, hanno potuto in qualche modo riconoscersi giornali di segno opposto ma curiosamente concordi in una valutazione preoccupata della situazione.

Titolo del Riformista

Sul Riformista di Piero Sansonetti, per esempio, hanno attribuito al presidente della Confindustria, e implicitamente allo stesso Draghi che ha gradito l’accoglienza ricevuta dagli imprenditori, “il sogno di far fuori la politica”. Che non è proprio il massimo che possa desiderare, o cui possa puntare, un democratico.

Titolo del Fatto Quotidiano

Sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che sta al Riformista come il diavolo all’acqua santa, o viceversa, secondo i gusti, hanno visto nella “incoronazione” confindustriale di Draghi un altro passo in avanti sulla strada di “un partito unico articolato”, o la conferma, condivisa in una intervista da Luciano Canfora, del “sempre più concreto disegno delle èlite per il SuperMario senza scadenza”, ben oltre quindi la conclusione ordinaria della legislatura.

Del resto anche il segretario del Pd, che il giornale di Travaglio tuttavia accomuna a Giuseppe Conte come resistente o contrario a questa evenienza, ha ripetutamente parlato di Draghi a Palazzo Chigi “almeno sino al 2023”, quando dovranno essere rinnovate le Camere, salvo incidenti ed elezioni anticipate per scelta del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, l’anno prossimo. O dello stesso Mattarella rieletto e quindi non più bloccato dal cosiddetto semestre bianco, l’ultimo del suo primo mandato. Quell’”almeno” non sarà sfuggito per caso al segretario del Pd che ha insegnato politica anche a Parigi.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Contro un Draghi sopravvissuto politicamente anche alle prossime elezioni politiche, o addirittura eletto al Quirinale, e ancora più scambiabile da Ernesto Galli della Loggia per quella specie di edizione italiana di Charles De Gaulle già indicata in un editoriale del Corriere della Sera, al Fatto Quotidiano si stanno già attrezzando con vignette, cattiverie di giornata e fotomontaggi. Potrebbero, per esempio, adoperare contro il temuto presidente del Consiglio quella coppola e quel fucile oggi sbattuti sul tavolo per dare dei mafiosi a tutti i giornali che hanno esultato per la sentenza d’appello, a Palermo, sulla cosiddetta trattativa con la mafia. Che, se ci fu davvero, nella stagione delle stragi non costituì reato -ha stabilito la Corte d’Assise in secondo grado- perché fu solo un’’operazione investigativa e di polizia per arrivare ai boss mafiosi e arrestarli, come avvenne, anche se al Fatto Quotidiano stentano ancora a rendersene conto.

Titolo di Domani

E’ un pò conforme, infine, allo spirito ironico, e quindi critico, della vignetta del Corriere della Sera su Draghi in groppa all’aquila confindustriale l’accusa rivolta agli imprenditori, e in fondo anche al presidente del Consiglio, dal giornale di Carlo De Benedetti –Domani-  di “non capire come funziona la democrazia”. Che evidentemente, con l’avalllo dell’editorialista Nadia Urbinati, si misura col numero di governi che i partiti riescono a far fuori nei cinque anni di una legislatura, o anche meno in caso di ricorso anticipato alle urne.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La staffetta da Milano a Palermo per riscrivere, deformata, la storia della Repubblica

Titolo del Dubbio

Diciamoci la verità, tutta la verità, a commento della sentenza d’appello di Palermo che ha declassato a un fatto che “non costituisce reato” la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia. Della quale l’intera vicenda giudiziaria ha preso addirittura il nome più generalmente usato sui giornali e nelle stesse aule dei tribunali.  Sono stati perciò assolti gli ufficiali dei Carabinieri accusati di averla condotta, e nuovamente condannati i mafiosi che dall’altra parte non avrebbero compiuto ma solo cercato di attentare con violenze e minacce al funzionamento di un corpo politico o amministrativo  o giudiziario dello Stato, come dice l’articolo 338 del codice penale cavalcato dall’accusa. Diciamocela, questa verità, senza fare sconti a nessuno: né ai magistrati inquirenti, né a quelli giudicanti di primo grado, sconfessati appunto in appello, né ai giornalisti. O, se preferite, a noi giornalisti, fra i quali ve ne sono alcuni oggi quasi soddisfatti anch’essi del nuovo verdetto, ma sino a qualche tempo fa partecipi -spero in buona fede- di una colossale opera di mistificazione della storia e di avvelenamento della lotta politica.

La verità è che una trentina d’anni fa gli scribi giudiziari della storia -intesi come certi inquirenti e i cronisti, commentatori, analisti che ne raccoglievano e amplificavano iniziative, convinzioni e umori- si passarono le consegne fra Milano e Palermo per deformare la conclusione della cosiddetta prima Repubblica e l’incubazione della seconda. Che, secondo costoro, non stava avvenendo nel 1993 col passaggio referendario e legislativo dal sistema elettorale proporzionale a quello prevalentemente maggioritario, che prese il nome latinizzato dell’attuale capo dello Stato, cioè Mattarellum, ma con le stragi mafiose e col tentativo “spregiudicato e disperato”, ancora ieri lamentato su Repubblica da Carlo Bonini, di prevenirle, limitarne i danni e addirittura strumentalizzarle con la infausta “trattativa”. Alla quale molti tolsero via via anche le virgolette originariamente usate per cautela.

A Milano, senza offesa per protagonisti, attori e comparse di “Mani pulite”, i cui superstiti peraltro hanno finito o stanno finendo la loro carriera scambiandosi querele o minacciandosele, la cosiddetta prima Repubblica fu travolta da una decapitazione selettiva dei partiti, e relative correnti, che da anni, e sotto gli occhi di tutti, si finanziavano irregolarmente, diciamo pure illegalmente. Né potevano fare diversamente per la scelta ipocrita da tutti compiuta di destinare alle forze politiche un finanziamento pubblico insufficiente a coprire davvero le loro spese, che pure erano evidenti con le sedi di cui disponevano, il personale, le manifestazioni, i giornali, e magari anche l’arricchimento personale di alcuni che raccoglievano illegalmente -ripeto- fondi per la loro parte politica e ne trattenevano per sé un po’, o un bel po’, secondo i casi. Tutto divenne o fu scambiato per corruzione, in buona e cattiva, anzi cattivissima fede.

Francesco Cossiga

Già minato dalla caduta del muro di Berlino, nel 1989, e dalla dissoluzione fortunatamente senza sangue del comunismo, si era spontaneamente esaurito il sistema bipolare italiano derivato per decenni dalla presenza del partito comunista più forte dell’Occidente e dall’azione di contrasto degli avversari, salvo tregue come quella della cosiddetta solidarietà nazionale nel 1976. L’unico a capirlo e a dirlo più o meno chiaramente in pubblico fu l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga auspicando, pur con picconate verbali,  un’evoluzione ordinaria e ordinata degli equilibri politici. Gli altri preferirono ricorrere all’ascia giudiziaria, liquidando come ladri quelli che resistevano al governo o, sul versante opposto, continuando a scambiare per comunisti quelli che di fatto non lo erano più per chiusura, diciamo così, della ditta.

Giulio Andreotti

Silvio Berlusconi

A Palermo, anziché saltare in groppa alla lotta alla corruzione, vera o presunta che fosse, si saltò in groppa alla lotta alla mafia, anche lì vera o presunta che fosse, per abbattere vecchi equilibri e crearne di nuovi. E poiché la mafia, quella vera, proprio in quel periodo aveva deciso di ricorrere agli attentati sanguinosi per spezzare l’assedio che magistrati di valore come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano pazientemente tessuto, contrastati spesso dai loro stessi colleghi per basse ragioni di carriera, anche le stragi furono strumentalizzate più per lotte politiche che per altro. E così fu possibile che, o per liberarsi più rapidamente dei vecchi equilibri o per scongiurarne di nuovi, Giulio Andreotti divenne il capomafia, più o meno, da abbattere e Silvio Berlusconi l’erede da soffocare in culla presentandolo come il nuovo referente della criminalità organizzata, disposto ad assecondarla direttamente o attraverso i suoi amici, a cominciare da Marcello Dell’Utri, peraltro siciliano doc, per consolidare il potere appena conquistato con la sorprendente vittoria elettorale del 1994. O addirittura per conseguire quella vittoria.

E’ potuto così accadere che un’operazione “spregiudicata e disperata”, come -ripeto- la definisce ancora Carlo Bonini su Repubblica, anche dopo l’assoluzione in appello degli alti ufficiali che la condussero, pur avendo portato alla cattura di boss mafiosi come Totò Riina e Bernardo Provenzano, morti entrambi in carcere, fosse scambiata per una torbida congiura, o qualcosa del genere. E ciò anche a costo di trascinare ad un certo punto nelle polemiche, e nella stessa vicenda giudiziaria, un onestissimo presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano, e altrettanto onesti collaboratori come il compianto consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, morto di crepacuore. Vergognatevi, scribi della malora.

Pubblicato sul Dubbio

L’Italia imbocca finalmente la strada della normalità politica e giudiziaria

La lettura della sentenza sulla cosiddetta trattativa con la mafia alla Corte d’Appello di Palermo

Eppure c’è un nesso fra le due immagini emblematiche delle ultime ventiquattro ore di cronaca politica e giudiziaria, una volta tanto convergenti sulla strada di un ritorno dell’Italia alla normalità, dopo decenni durante i quali il Paese è sembrato quasi impazzito, schiacciato fra una politica imbelle, assediata, priva di autonomia e una magistratura straripante. Che dopo avere sostituito la politica, o averla duramente condizionata pur sentendosene paradossalmente minacciata, ha preteso anche di sostituire gli storici ricostruendo a suo modo, come vedremo, gli eventi più tragici della Repubblica, non dissipando le ombre ma creandone sempre di nuove.

Titolo del manifesto

La prima immagine, in ordine rigorosamente orario, è quella del presidente del Consiglio Mario Draghi all’assemblea di Confindustria, accolto con una standing ovation largamente meritata per l’impegno col quale egli sta guidando il governo tra varie emergenze.  Che indussero d’altronde il capo dello Stato a chiamarlo a Palazzo Chigi a chiusura di una crisi fra le più tortuose degli ultimi cinquant’anni. “Lunga vita”, hanno tradotto al manifesto quell’accoglienza con spirito un po’ ironico, dati gli orientamenti politici di un quotidiano orgogliosamente comunista, ma conforme allo spirito vero di quell’applauso, levatosi da imprenditori senza i quali -lo riconosceranno anche al manifesto– non si può produrre ricchezza. E che, all’unisono col capo del governo, hanno proposto ai sindacati un patto o un’alleanza per lo sviluppo analogo a quello che un amico, maestro e predecessore di Draghi come l’ex governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi promosse nel 1993, in un altro snodo difficile della storia del Paese.

E’ inutile chiedere una distribuzione più equa della ricchezza in una qualsiasi comunità senza produrne di nuova. Altrimenti si può distribuire più equamente solo la povertà. Non mancano d’altronde personaggi e movimenti, come quello grillino uscito vittorioso dalle elezioni politiche del 2018, cultori del pauperismo felice. Di cui in fondo è un prodotto anche il cosiddetto reddito di cittadinanza, nel modo dispendioso e per niente produttivo in cui è stato introdotto.

Titolo del Fatto Quotidiano

L’altra immagine è quella della Corte d’Appello di Palermo che ha finalmente smontato il teorema della cosiddetta trattativa fra lo Stato e la mafia costato in primo grado la condanna di tre onoratissimi alti ufficiali dei Carabinieri e dell’ex senatore e cofondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Al Fatto Quotidiano naturalmente non hanno gradito e, col supporto del solito fotomontaggio sarcastico, hanno tradotto così il senso della sentenza: “Trattare con la mafia si può, con lo Stato no”. Marco Travaglio ci ha aggiunto di suo la convinta “solidarietà” ai mafiosi di cui è stata confermata la condanna. Ma di quale trattativa stiamo ancora parlando, essendo arcinoto che i contatti avuti con la mafia nella stagione delle stragi da rappresentanti dello Stato erano finalizzati a fotterla, con la cattura dei boss morti poi in carcere?  

Titolo del Foglio

“Una boiata”, l’ha giustamente definita Il Foglio. Una boiata utile solo a cercare di riscrivere nelle Procure la storia del Paese per delegittimare la cosiddetta seconda Repubblica come un prodotto dei ricatti mafiosi e non di una riforma elettorale. Che peraltro maturò in un marasma creato anch’esso da certa magistratura decapitando con una selezione mirata i partiti generalmente finanziati in modo irregolare.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il green-pass va sperimentato prima di sottoporlo a verifica popolare, se non si vuole demolire il Parlamento

Titolo del Dubbio

L’immaginifico Carlo Freccero non si è certamente smentito lanciando o comunque sposando una proposta di referendum a caldo, diciamo così, su non so quale dei decreti legge riguardanti il green pass. E ciò nonostante le procedure non proprio rapide consentite dalla legge che disciplina la possibilità contemplata dall’articolo 75 della Costituzione di fare abrogare dagli elettori totalmente o parzialmente una legge o un atto equipollente

Ricordo ancora con un misto di simpatia e di perdurante stupore lo scontro che avemmo per telefono nei primi anni Novanta, quando a Freccero venne l’idea nel gruppo berlusconiano del Biscione di affidare una specie di tribuna elettorale a Gianfranco Funari. Col quale peraltro avrei poi avuto l’occasione di litigare abbandonano una trasmissione della quale ero ospite come direttore del Giorno per un processo sommario di mafia da lui tentato, con l’aiuto di un altro ospite, contro l’assente Calogero Mannino. Al quale era capitato di fare qualche anno prima il testimone di nozze alla figlia di un segretario di sezione della Dc in Sicilia, non potendo prevedere che molto tempo dopo lo sposo sarebbe incorso in un processo vero di mafia, in tribunale.

Voi capirete come ad un conduttore così, che riteneva di poter condannare in diretta, a Mezzogiorno, come si chiamava la sua trasmissione, un immaginario imputato basandosi su un articolo di giornale scelto per l’occasione, mi sembrasse quanto meno inopportuno fare condurre una tribuna elettorale nei panni -che so?- di uno Jader Jacobelli, di un Gianni Granzotto, di un Ugo Zatterin, di un Giorgio Vecchietti e di tanti altri dai quali mi era capitato di essere invitato alla Rai per fare domande a Palmiro Togliatti o Ugo La Malfa, o Amintore Fanfani, o Aldo Moro, o Bettino Craxi e via elencando i protagonisti della mai abbastanza rimpianta Prima Repubblica.

Ciò che maggiormente mi stupì di quello scontro telefonico con Freccero fu l’argomento che ritenne di oppormi quando si sentì troppo stretto fra i miei dubbi: il fatto che ne avesse parlato anche col nostro comune amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, trovandolo “d’accordo”, come se a quel nome e a quell’annuncio io dovessi scattare sull’attenti e cambiare idea. O dovessi sentirmi imbarazzato come se a trovarsi d’accordo con Freccero fosse stato il mio amico e editore del Giorno, che era il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Al cui solo ricordo mi commuovo e rabbrividisco pensando alle drammatiche circostanze del suo suicidio in carcere nel 1993, del quale non ha risposto mai nessuno. Dico proprio nessuno.

Il costituzionalista Michele Ainis

Ma torniamo al referendum a caldo, ripeto, contro il green pass. Che ho trovato una freccerata nel senso più ironico e amichevole della parola, nonostante la sorpresa riservatami da un costituzionalista brillante e insieme autorevole come Michele Ainis. Il quale ha indicato in una eventuale conferma referendaria, prevedibile con i sondaggi condotti da vari istituti su vaccinazioni e dintorni, una consolante “legittimazione” delle misure tanto contestate dalle minoranze, e da una parte almeno della Lega nella maggioranza, al presidente del Consiglio Mario Draghi. Il cui treno continua per fortuna a viaggiare rispettando più le attese dei cittadini che le agende di certi partiti, correnti e quant’altro, ma soprattutto rispettando in tema di riforme gli orari concordati con chi in Europa sta finanziando il piano della ripresa da attuare entro il 2026.

Un referendum abrogativo, su qualsiasi legge, non può essere scambiato per una legittimazione né della stessa legge, né della maggioranza che l’ha approvata più o meno recentemente, né del Parlamento nel suo insieme, per il semplice fatto che il referendum non fu voluto con questa finalità dai costituenti. Fra i quali l’unico ad avvertire un timore delegittimante, e quindi ad opporvisi per la sacralità che rivestiva ai suoi occhi l’istituto parlamentare, fu Palmiro Togliatti. Dal cui parere o scrupolo dissentirono tutti gli altri.

D’altronde, nel 2016 neppure il referendum confermativo -che è cosa diversa da quello abrogativo- sulla riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi determinò col suo esito negativo la delegittimazione della maggioranza o delle Camere nel loro complesso, che avevano evitato lo scioglimento anticipato già all’inizio della nuova legislatura, tre anni prima, proprio per il programma di riforma costituzionale che si erano dati prima il governo di Enrico Letta e poi quello di Renzi.

A quest’ultimo che reclamò le elezioni anticipate dopo la bocciatura referendaria della sua riforma, ritenendo che le Camere avessero così esaurito il compito che si erano assegnate sopravvivendo alle difficoltà dell’insediamento, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella oppose un cortese ma netto rifiuto. Disse no per quanto fosse stato proprio Renzi l’anno prima a volerne e consentirne l’ascesa al Quirinale, dopo i sette anni di Giorgio Napolitano e i due supplementari della sua rielezione.

Dirò di più a conclusione di questo ragionamento sul referendum. Quello abrogativo, secondo me, non dovrebbe mai avvenire “a caldo”, come vorrebbero Freccero e Ainis, o viceversa per competenza e autorevolezza, a proposito del green pass. Occorrerebbe una modifica della legge di disciplina del diritto referendario per imporre un periodo di attesa fra l’approvazione della legge e la sua sperimentazione prima di sottoporla a verifica popolare. E ciò proprio per evitare che un semplice referendum abrogativo possa essere scambiato e, peggio ancora, usato come occasione e mezzo di delegittimazione delle Camere in un sistema che non a caso, e orgogliosamente, è e viene definito parlamentare.

Pubblicato sul Dubbio

Assolti in appello gli ufficiali e Dell’Utri condannati per la presunta trattativa con la mafia

L’appello a Palermo per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia si è concluso con la giusta e prevedibile assoluzione degli ufficiali dei Carabinieri e dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannati invece in prima istanza con criminali veri. E’ fallito dunque il tentativo della pubblica accusa di prendere metaforicamente a schiaffi i giudici di primo grado, di appello e di Cassazione che avevano assolto per gli stessi fatti l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, fattosi saggiamente giudicare col rito abbreviato.

Onore, quindi, agli alti ufficiali dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, che -contattando mafiosi nella stagione delle stragi mirando sì a prevenire altri attentati ma soprattutto a catturare i latitanti che guidavano Cosa Nostra, a cominciare da Totò Riina, morto come Bernardo Provenzano in carcere- hanno compiuto fatti che non costituiscono reati. Così hanno riconosciuto e stabilito i giudici.

L’ex senatore Marcello Dell’Utri, accusato praticamente di avere agito su Berlusconi impegnato in politica e al governo a favore della mafia, “non ha commesso il fatto”.

Chiara nelle sue conclusioni in appello, questa vicenda della presunta trattativa, che in primo grado rischiò anche di coinvolgere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, finito intercettato con i suoi collaboratori e praticamente sospettato di avere in qualche modo cercato di influire su indagini e processo, non è forse destinata a chiudersi. Temo che la pubblica accusa si ostinerà a tenere aperto il processo ricorrendo alla Cassazione, anche se appare obiettivamente difficile ch’essa si contraddirà rispetto alle valutazioni che la portarono l’anno scorso a respingere il ricorso contro l’assoluzione in primo e secondo grado di Mannino. Dalle cui preoccupazioni, per essere entrato nel mirino della mafia, decisa ad ucciderlo, sarebbero partite le iniziative scambiate dalla Procura della Repubblica di Palermo per una trattativa neppure chiamata così ma nascosta dietro la violenza e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

La pretesa di riscrivere la storia del Paese con i processi è una vecchia abitudine di certi inquirenti che nei fatti non amministrano giustizia ma fanno politica, o storicismo abusivo.

Ripreso da http://www.startmag.it

Se i cinghiali a Roma potessero anche votare, e non solo passeggiare…

Dal Corriere della Sera

Abituati ormai a trovarceli accanto fra cassonetti e auto, ma anche sulle strisce pedonali, impegnati ad attraversale con maggiore disciplina degli uomini, delle donne e dei trans, inoffensivi con chi li lascia circolare in pace, e non fa come lo scorbutico Massimo Lopez, inseguito minacciosamente da uno ch’egli aveva cercato di contrastare; abituati, dicevo a trovarceli tra i piedi dappertutto, proviamo ad immaginare che i cinghiali a Roma si siano conquistati anche il diritto al voto, naturalmente nelle modalità consentite alla loro specie. Che d’altronde si è appena guadagnata l’attenzione e la simpatia di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, che ha offerto in prima pagina agli ungulati romani il caffè di giornata, e di Mattia Feltri sulla Stampa, col suo buongiorno quotidiano.

Dalla prima pagina del Messaggero

Fra i quattro candidati a sindaco appena messi insieme in prima pagina, anche qui, dal Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, un editore ben educato che non vede l’ora di complimentarsi con chiunque di loro dovesse vincere la partita capitolina, i cinghiali almeno al primo turno dovrebbero votare per la sindaca uscente Virginia Raggi. La quale ha reso loro la vita facilissima sulle strade e nelle piazze della città, ordinando o comunque consentendo ai vigili urbani, cioè alla Polizia di Roma Capitale, come si dice ormai in gergo anche burocratico, di lasciarli  passare  e fare quello che vogliono, senza un calcio, un fischio, un colpo di pistola a salve, e tanto meno un’annotazione di targa per multarli, visto che vanno a piedi, non hanno documenti e neppure una targa appesa al codino. Caspita, una sindaca così cortese e comprensiva dove mai avrebbero potuto trovarla questi animali?

Ma, diavola di una donna, o dell’uomo che le ha suggerito questo tipo di difesa dagli attacchi degli sprovveduti cittadini critici o arrabbiati consultando leggi, decreti, ordinanze, sentenze e quant’altro, la Raggi ha voluto cercare di scaricare responsabilità e meriti di tanta generosa accoglienza sulla regione. Al cui presidente Nicola Zingaretti, del Pd, lo stesso partito del concorrente sindaco ed ex ministro Roberto Gualtieri, sarebbe spettato e spetterebbe ancora l’onere di un eventuale intervento, chiamiamolo così, di bonifica o di prevenzione. La cui omissione dovrebbe pertanto indurre i cinghiali ad un minimo di gratitudine, se non alla gratitudine maggiore. E invece, poveretti, rischiano di trovarsi in un imbarazzo fottutissimo se nel ballottaggio del 17 ottobre la partita capitolina se la dovessero giocare proprio la Raggi e lo zingarettiano Gualtieri, alla faccia del candidato del centrodestra Enrico Michetti, sicuro invece di arrivarci con quel po’ po’ -rigorosamente staccato- di campagna elettorale che gli sta facendo Giorgia Meloni con quelle labbra dipinte di rosso chiaro giusto per smentire che le piaccia invece il colore nero.

Non parlo poi di quell’altro candidato -l’ex ministro, pure lui, Carlo Calenda- che sembra il più sfigato di tutti per un paradossale contrasto tra competenza, che è obbiettivamente altissima, e seguito elettorale, che risulta non dico scarso, ma insufficiente a fronteggiare con qualche seria possibilità i concorrenti. Capita spesso che in politica, quando ci si sottopone al voto, la competenza valga poco. Non a caso uno furbo come Mario Draghi non si è mai lasciato tentare in vita sua da una campagna elettorale. E non cercherà di farlo certamente adesso, alla scadenza ordinaria o anticipata di questa strana legislatura, la più pazza della Repubblica.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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Quante notizie premature o esagerate su Draghi consumato dai leghisti

Qualche collega spiritoso che ha la fortuna di scrivere sui cosiddetti giornaloni, tali di nome anche quando in edicola perdono molto della loro boria,  dovrebbe decidersi a inventare una rubrica quotidiana, magari di poche righe, per segnalare le notizie, diciamo così, premature di cui sono farcite sempre più spesso le cronache politiche, o simili. E scherzarci sopra, come ha appena fatto Papa Francesco con gli amici cardinali che, spontaneamente o incoraggiati da false anticipazioni di stampa, si stavano già preparando al Conclave per sostituirlo, poco importa se da morto o ancora da vivo, ma dimissionario come il predecessore Benedetto XVI. Che forse è stanco di occupare da solo il posto di Papa emerito, come lo chiamerebbero i politici di casa nostra: casa, non cosa.

Spiritoso come il Papa, che del resto lo apprezza a tal punto da esserselo portato nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e per giunta formatosi a scuola dai gesuiti, Mario Draghi potrebbe cominciare a scherzare su quelli che dopo poco più di sei mesi di esperienza a Palazzo Chigi lo danno ogni tanto già finito politicamente, a dispetto o paradossalmente anche a causa di chi scommette sul suo trasferimento al Quirinale, nella speranza che in quel palazzo  i fantasmi dei Pontefici che vi lavorarono riescano a imbalsamare anche uno come lui.

L’eurodeputata Francesca Donato

I leghisti sulle cui tensioni, divisioni, umori eccetera puntano i nostalgici di Giuseppe Conte, e qualcuno anche nel Pd, vedono spacciato un giorno sì e l’altro pure persino un presidente del Consiglio dello spessore internazionale dell’ex capo della Banca Centrale Europea, non ce le fanno proprio ad accontentare le attese dei loro falsi avversari. Protestano, si distinguono, disertano alcune votazioni anche di fiducia, che continuano a sprecarsi tra Camera e Senato, ma alla fine restano nel governo e nella maggioranza. L’eurodeputata Francesca Donato scende dal Carroccio per protesta dichiarata contro il potente ministro Giancarlo Giorgetti, che pure lei cerca di contrapporre al leader della Lega, e per meglio rappresentare e difendere il cosiddetto popolo combattente dei “no vax”, trattato da Draghi come gli ebrei da Hitler, e Matteo Salvini, fra un comizio e l’altro della campagna elettorale per le amministrative e le suppletive politiche del 3 e 4 ottobre, le manda sarcasticamente “saluti” e “auguri”. Egli avrà riso di consenso vedendosi oggi sulla prima pagina del Secolo XIX nella vignetta di Stefano Rolli -non Folli, quello di Repubblica che non disegna ma scrive- nella veste  gemellare  e indivisibile “di lotta e di governo”. Che a Draghi gesuiticamente, direbbero gli avversari, alla fine sta bene, per quanto non possa piacere a Enrico Letta e a Giuseppe Conte.

Titolo del manifesto

Pescherà pure “a strascico” nelle aule parlamentari e fuori, come hanno mostrato di dolersi nella foto e nel titolo di copertina quelli del manifesto, ma al presidente del Consiglio interessano i risultati delle sue scelte e decisioni, che alla fine sono quelle che prevalgono, a dispetto delle resistenze e dei borbottamenti. Fra i quali -sia le une che gli altri- Augusto Minzolini ha ragione sul Giornale a dolersi che sfuggano troppo spesso quelli dei grillini di tendenza contiana, a parte gli sfottò che il professore ora riceve anche dal Fatto Quotidiano, e della sinistra del Pd rappresentata al governo dal ministro del lavoro Andrea Orlando.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Da orizzontale a verticale la breccia di Porta Pia al Fatto Quotidiano per Conte

Tititolo del Fatto Quotidiano di ieri
Titolo del Fatto Quotidiano di oggi

Da orizzontale a verticale, continua al Fatto Quotidiano quella specie di riedizione della breccia di Porta Pia consumatasi ieri, 20 settembre, con lo sfottò in prima pagina, su quattro colonne su sei, orizzontalmente e in basso, del pur adorato Giuseppe Conte. Che è un po’ per Marco Travaglio quello che al Foglio di Giuliano Ferrara, e Claudio Cerasa, chiamano ancora “l’amor nostro” Silvio Berlusconi. Che tuttavia contribuì economicamente al decollo e al sostentamento di quel giornale, diversamente da Conte che con la nascita del Fatto Quotidiano non c’entra obiettivamente nulla, essendone la fondazione avvenuta forse anche nella inconsapevolezza dell’allora semplice, quasi sconosciuto avvocato, forse già professore.

Allo sfottò di ieri -ripeto- su quattro delle sei colonne del giornale di Travaglio, in prima pagina e firmato da Selvaggia Locatelli, delusa dai toni troppo cortesi dell’ex presidente del Consiglio anche nei panni di presidente del per niente cortese MoVimento 5 Stelle, almeno quello delle origini, è seguito oggi, sempre sulla prima pagina, il richiamo -su una delle sei colonne- di un confronto di opinioni, sullo stesso temo, fra Peter Gomez e Antonello Caporale. Immagino che ne seguiranno altre, forse utili anche a dare una mano al difficile esordio del nuovo presidente del movimento grillino, già così stanco da farsi scappare recentemente la confessione della paura -subito rientrata- di non farcela a reggere la fatica , forse già dopo i temuti risultati delle elezioni amministrative o politicamente suppletive del 3 e 4 ottobre. Cui lo attendono in tanti coi pugnali neppure nascosti, sotto e sopra le cinque stelle.

Peter Gomez su Conte

Peter Gomez ha condiviso totalmente lo sfottò della selvaggia Locatelli, rincarando anzi la dose con l’equiparazione di Conte, per linguaggio e temperamento, al penultimo segretario della Dc Arnaldo Forlani: un confronto da dileggio per i lettori abituali del Fatto Quotidiano. La conclusione dell’intervento contro l’ex presidente del Consiglio è davvero impietosa: “Presentarsi moderati nei toni ma radicali nei contenuti, come dice Conte, è giusto ma a patto -ha scritto Gomez- che i contenuti coi siano. E per ora o non ci sono, o non si vedono”. Si dia quindi una mossa, il professore in aspettativa, e paghi qualche altro pranzo al “garante” Beppe Grillo per farsi insegnare, fra una spigola e un bicchiere di vino, come si fa a farsi venire delle idee anche quando non se ne hanno.

Antonello Caporale su Conte

Da difensore di Conte il buon Antonello Caporale ha cercato di fare del suo meglio, nonostante l’abitudine che ha di scorticare vivi tutti quelli che gli capitano a tiro sulla tastiera del computer. Informatissimo dell’agenda dell’ex presidente del Consiglio e documentato fotograficamente sull’accoglienza che riceve in ogni posto che raggiunge nella sua campagna elettorale, e un po’ anche cognitiva della periferia pentastellata, Caporale ha chiesto chi altri meglio di lui i grillini avrebbero potuto trovare per portare in piazza e al suo seguito tanta gente, e tanto entusiasta. E pazienza per il famoso sfogo di Pietro Nenni, dopo la scoppola del fronte popolare nel lontano 1948, sulle “piazze piene e urne vuote”.

Titolo di Libero

Probabilmente esagerano a Libero ad annunciare in prima pagina che, “scaricato dagli amici” persino nella redazione una volta tutta adorante per lui, “Conte è arrivato al capolinea”. Ma temo, per il professore, che non gli manchino molte fermate. Travaglio tuttavia, fermo al “Conticidio”, troverà il modo di rendergli, male che vada, e insolitamente per lui, l’onore amichevole delle armi.

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