Infortunio di Enrico Letta, e di Conte, al Senato sull’omotransfobia

Con l’enfasi cui spesso cede nonostante l’aspetto di uomo misurato e riflessivo -l’enfasi, per esempio, del “trionfo” annunciato dopo i ballottaggi comunali del 17 e 18 ottobre- il segretario del Pd Enrico Letta ha definito addirittura “uno stop al futuro” la battuta d’arresto subita al Senato, con una votazione a scrutinio segreto, dal disegno di legge contro l’omotransfobia  già approvato alla Camera, noto col nome del deputato piddino proponente Alessandro Zan.

 Analoga è stata la reazione di Giuseppe Conte, consolatosi con la convinzione che il Paese sia più avanti del Senato: cosa peraltro che contrasta con le resistenze tanto a lungo opposte dall’ex presidente del Consiglio ad uno scioglimento anticipato delle Camere evidentemente così indietro. Per evitare le urne egli rimase a Palazzo Chigi nel 2019 cambiando maggioranza, cioè sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti, e cercò di restarvi ancora a cavallo fra il 2020 e il 2021 arruolando “volontari”, “responsabili”, “costruttori” e quant’altri.

Più che il “futuro” retoricamente inteso come generale e assoluto, attribuendo all’antichità, che peraltro non è mai da buttare via così all’ingrosso, la visione della legge Zan da parte del centrodestra, che l’ha stoppata con l’aiuto sotterraneo di almeno 16 senatori dello schieramento opposto, ho la sensazione che il voto del Senato abbia compromesso solo il futuro della combinazione di maggioranza coltivata da Letta e Conte, basata su un asse privilegiato fra Pd e ciò che resta del Movimento 5 Stelle.

Titolo del Fatto Quotidiano
Vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Di questa combinazione Conte pensava di poter essere addirittura il capo per il credito concessogli da Zingaretti di “punto di riferimento dei progressisti”. Ora il successore Enrico Letta, imbaldanzito non so se più per la salute del Pd da lui rinfocillato o per la febbre dei grillini misurata nelle elezioni amministrative di ottobre, pensa di poterne assumere direttamente e forse anche personalmente la guida. E forse per sperimentarne la praticabilità ha imprudentemente cercato, dopo qualche esitazione, prima aprendo e poi chiudendo il disegno di legge Zan a modifiche che potessero garantirgli maggiori consensi, o minori resistenze, lo scontro al Senato, Che si è chiuso a vantaggio invece del centrodestra, cui a conti fatti, tra osservatori e vignettisti, avrebbe fornito l’aiuto necessario un Renzi pur personalmente rimasto lontano dall’aula di Palazzo Madama, addirittura in terra araba, dove le sue consulenze sono molto apprezzate e ben retribuite. Di questo aiuto sono stati così sicuri al Fatto Quotidiano da averci titolato in prima pagina  annunciando “la fondazione” di questa nuova maggioranza dalle ambizioni ben più grandi del semplice blocco di un disegno di legge.

Titolo di Libero

Altri, da destra e da sinistra, esultando o strappandosi le vesti, hanno visto e indicato nella votazione al Senato ”le prove” della corsa al Quirinale o, più in particolare, della candidatura di Silvio Berlusconi. Che conta di poter centrare l’obiettivo del Colle dal quarto scrutinio in poi, quando occorrerà la maggioranza assoluta dei “grandi elettori”, non più quella dei due terzi. A dire la verità, tuttavia, pur superiori ai 131 voti dell’area giallorossa, chiamiamola così, i 154 voti segreti che hanno bloccato la legge Zan sono stati la maggioranza dei votanti, non del pieno dell’assemblea.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il rischio di sfidare con una crisi più Mattarella che Draghi

Titolo del Dubbio

Ogni tanto qualcuno teme o auspica, secondo le preferenze o gli interessi politici, che Mario Draghi perda la pazienza di fronte a partiti, sindacati e quant’altri e corra al Quirinale a dimettersi. Naturalmente non accadrà, specie in questi giorni, anzi ore di vigilia del G20 a Roma, da lui costì meticolosamente organizzato nel mezzo di un bel po’ di crisi sparse nel mondo. E’ già tanto che il presidente del Consiglio si sia allontanato dall’incontro con i sindacati prima che terminasse senza intesa sulle pensioni e sul resto, per nulla trattenuto dalla minaccia di sciopero.

Né si può pensare che egli possa o voglia replicare quell’allucinante spettacolo di un pur professionista della politica qual era Mariano Rumor. Che una cinquantina d’anni fa colse al volo l’occasione offertagli dall’annuncio di uno sciopero generale per aprire la crisi di governo e chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere, rifiutatogli però dal capo dello Stato Giuseppe Saragat.

Draghi è di altra stoffa, e anche di tutt’altro prestigio personale, che non metterebbe certamente a rischio con un’alzata di testa. Al massimo, come gli rimprovera ogni giorno Il Fatto Quotidiano, egli tira dritto, fa approvare dal Consiglio dei Ministri le misure contestate fra partiti e sindacati, le manda alle Camere e le sfida praticamente a bocciargliele, a costo di una crisi.

Ma in questo caso più che sui nervi di Draghi bisognerebbe interrogarsi su quelli di Sergio Mattarella, di cui attori politici e ora anche sindacali mostrano francamente di non avere riguardo alcuno in questa congiuntura istituzionale, quando egli è, diciamo così, vulnerabile per le limitazioni costituzionali impostegli dal cosiddetto semestre bianco, quando il presidente della Repubblica chiamato a gestire una crisi di governo non può usare il diritto di sciogliere le Camere e passare la parola agli elettori. E’ una prerogativa che da sola durante tutto il resto del mandato gli conferisce più autorità nell’esercizio delle funzioni di garanzia, e di moderazione delle manovre politiche più spericolate. Come furono quelle tentate nell’ultima crisi da Conte barricato a Palazzo Chigi a cercare supporti improvvisati ad una maggioranza venuta meno col ritiro di Matteo Renzi.

Allora, come si ricorderà, Mattarella non volendo sciogliere le Camere per i rischi di contagio  con la pandemia non controllata come adesso si assunse responsabilmente l’onere di esporre pubblicamente le sue preoccupazioni e di mettere in pista Draghi col suo governo di emergenza, estraneo alle consuete formule politiche.

Adesso a crisi eventualmente aperta da o per colpa di qualche disperato, non potendo mandare alle urne per impedimento costituzionale i cittadini che vi sono appena tornati per elezioni amministrative e suppletive, siamo proprio sicuri che Mattarella faccia finta di niente? E pazientemente si metta a gestire la crisi come se fosse una delle tante, magari rinviando Draghi alle Camere o, per sottrarre il Paese alla eventualità pur prevista dalla Costituzione del cosiddetto esercizio provvisorio, improvvisi un governo tecnico per l’approvazione del bilancio, contando nel frattempo sull’esaurimento del suo mandato e sulla priorità dell’elezione del suo successore, in Parlamento, imposta dalla Costituzione? E facendo nel frattempo gli scongiuri col pensiero rivolto ai mercati finanziari e al piano della ripresa bloccato per la sospensione dei fondi disposti dall’Unione Europea?

Mattarella, come Draghi, ha mostrato di avere un sistema nervoso eccellente ma esagerarne oltre un certo limite potrebbe diventare un suicidio per chi vi dovesse tentare.

Proviamo ad immaginare, solo ad immaginare, uno scenario che pure mi è stato adombrato da un comune amico che ha una certa pratica politica e ricorda, peraltro, per averle vissute più che da testimone, le dimissioni di Francesco Cossiga nel 1992 al Quirinale o la vicenda che nel 2013 portò alla conferma di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Cossiga, piuttosto che gestire una crisi senza avere più la possibilità di sciogliere le Camere peraltro appena elette, ma anche allo scopo di mettere il Quirinale nel paniere delle trattative fra i partiti per la formazione del nuovo governo, lasciò il suo posto con qualche settimana di anticipo. E capitò di tutto: la ricerca inutile del successore, la strage di Capaci, la forzata interruzione della ricerca di un’intesa generale sugli equilibri politici del Paese, l’elezione improvvisata del nuovo capo dello Stato scegliendolo fra presidenti delle due Camere. Mi vengono personalmente i brividi a ricordare quei giorni, e anche quelli che seguirono.

Pier Luigi Bersani

Nel 1993 Napolitano fu supplicato di lasciarsi confermare, praticamente a termine, nel mezzo di una crisi di governo bloccata dall’ostinazione con la quale Pier Luigi Bersani cercava di formare un governo “di minoranza e combattimento” appeso agli umori dei grillini. E confermato, con la possibilità riconquistata di sciogliere le Camere  pur appena elette, “Re Giorgio” impose il governo delle larghe intese di Enrico Letta.

Tornando a Mattarella, se dovesse reagire ad una crisi accelerando con le dimissioni la sua successione, i partiti semplicemente impreparati, nel marasma in cui si trovano sia quelli di maggioranza sia quelli di opposizione, dovrebbero solo supplicarlo di restare e consegnarsi al governo Draghi più ancora di quanto già non siano adesso. Bel suicidio, per loro. Ma forse non per il Paese.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 ottobre

Uno sciopero anche generale, come un sigaro o una onorificenza, non si nega a nessuno…

La storia politica e sindacale dell’Italia consente di scrivere che lo sciopero, come il sigaro o un’onorificenza delle tante di cui dispone il capo dello Stato, non si nega a nessuno. Può darsi, quindi, che la rottura consumatasi ieri a Palazzo Chigi con i sindacati sul consumato tema pensionistico della discordia e qualcosa d’altro, sfoci davvero nel minacciato sciopero generale.

Vignetta du Stefano Rolli sul Secolo XIX

Ma Draghi -diversamente da qualche suo predecessore tutto politico come Mariano Rumor, che una cinquantina d’anni fa profittò di uno sciopero generale per dimettersi e tentare di ottenere dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat uno scioglimento anticipato delle Camere negatogli invece con forza- non si lascerà né intimidire né farsi prendere dalla tentazione di una rinuncia clamorosa, magari funzionale a chissà quale progetto politico. Oltre il gesto di lasciare l’incontro con i sindacati prima della sua conclusione formale egli non andrà, per quanto il manifesto si sia azzardato col  titolo di copertina “Indietro tutta”.

Non foss’altro per il dovere di non compromettere, a questo punto, anche il suo prestigio personale mentre sta per aprirsi a Roma il G20 a presidenza italiana, da lui faticosamente organizzato in mezzo alle tante crisi sparse nel mondo, Draghi andrà “dritto per la sua strada”, come gli contesta ogni giorno il solito Fatto Quotidiano.  E manderà le decisioni del governo su manovra finanziaria, bilancio e quant’altro alle Camere, Dove i partiti, se vorranno o potranno, nel marasma politico in cui si trovano tutti, in maggioranza e all’opposizione, potranno pure farlo cadere. Ma per provocare cosa se non un’autorete verso la conclusione del cosiddetto semestre bianco?  Che è il periodo in cui il capo dello Stato in scadenza, privo della possibilità di sciogliere le Camere, difficilmente potrà trovare una soluzione ordinaria, diciamo così, della crisi col respingimento delle dimissioni di Draghi e il rinvio del governo alle Camere, o il tentativo di formare un altro esecutivo. Più facilmente -temo- Mattarella potrà essere preso dalla tentazione di dimettersi pure lui, anticipare la scadenza del suo mandato, sospendere la crisi di governo e obbligare le Camere a dare la precedenza all’elezione del successore, provvisto a quel punto di tutte le prerogative costituzionali. Ma a questo passaggio i partiti, che stentano a controllare i propri gruppi parlamentari,  sono ancora più impreparati che alla formazione di un nuovo governo.

Poi, magari, si ripeterà al Quirinale la sfilata dei partiti del 1993, quando andarono tutti a supplicare il capo dello Stato in scadenza Giorgio Napolitano -in pendenza di una crisi, con Pier Luigi Bersani che non riusciva a fare il suo velleitario governo di “minoranza e combattimento” appeso agli umori dei grillini- di accettare una conferma implicitamente a termine, di un paio d’anni. Alla quale però, almeno sino ad ora, Mattarella ha già detto o fatto capire di non essere disponibile.

Enrico Letta alla direzione del Pd

In una situazione così complicata, a dir poco, è già un affare che il segretario Enrico Letta abbia deciso di presentarsi ieri alla direzione del Pd parlando sì di “vittoria completa, totale” e quant’altro nelle elezioni amministrative, ma non più di “trionfo”, come fece a caldo dopo i ballottaggi comunali. Egli sa evidentemente che lo attendono, non meno degli altri leader e partiti, giorni assai difficili, in cui di trionfalismo si può anche finire assai male.

Ripreso da http://www.startmag.it

Quegli annunci alquanto prematuri di ultimatum a Draghi e di una sua stanchezza

C’è qualcosa di francamente esagerato nella rappresentazione fatta a sinistra e a destra dei problemi di governo con i quali è alle prese in questi giorni il presidente del Consiglio, peraltro già impegnato a fine settimana e mese sul piano internazionale col G20 a Roma.

Titolo di Repubblica

Esagerato, in particolare, è quell’”ultimatum a Draghi” gridato su tutta la prima pagina da Repubblica riferendosi alle resistenze della Lega, sul piano politico, e dei sindacati quasi convergenti sulla questione dell’uscita dalla cosiddetta quota 100 per le pensioni. Come se davvero nell’attuale situazione politica, in pieno semestre cosiddetto bianco e con i partiti in condizioni di salute non proprio brillanti, neppure quelli che si sono attribuiti, a torto o a ragione, la vittoria o addirittura il “trionfo” in un turno di elezioni amministrative contraddistinto dal record delle astensioni, ci fosse qualcuno in grado di porre ultimatum al governo. Il cui credito internazionale deriva solo dal prestigio personale del presidente del Consiglio. Una sua semplice o involontaria smorfia di stanchezza provocherebbe nei mercati una tragedia per i nostri conti.

Titolo di Libero

A proposito di stanchezza, è altrettanto esagerato solo immaginarla da parte di un uomo dal sistema nervoso e dal senso di responsabilità di Mario Draghi, col curriculum che ha alle spalle e con quello che potrebbe ancora ottener solo se lo volesse, mostrandosi disponibile, per esempio, ad un trasferimento al Quirinale non per defilarsi ma per garantire da un’altra postazione la realizzazione del piano della ripresa, finanziato dall’Unione Europea a condizione di una serie di riforme. Il titolo di Libero su Draghi “stufato” o la foto d’archivio riesumata dal Tempo per rappresentare il presidente del Consiglio sul punto di abbandonare il posto sono soltanto infortuni di fantasia.  

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Letta e Conte cercano di bloccare lo “shopping” quirinalizio di Berlusconi

Titolo del Corriere della Sera
Cronaca di Repubblica

Giuseppe Conte ed Enrico Letta, in ordine rigorosamente alfabetico, debbono avere una ben scarsa considerazione dei giornalisti e dei lettori se hanno avuto la disinvoltura di far passare per “riservato” un loro incontro conviviale di due ore improvvisato a due passi da Montecitorio, in uno dei ristoranti più notoriamente frequentati dai politici. E per giunta sedendosi, non in fondo alla sala ma accanto ad una finestra per essere ripresi, sia pure in modo non molto brillante per qualità d’immagine, da una telecamera del Tg3. E facendo poi scrivere a tutti i cronisti, proprio tutti, di avere parlato, oltre che dei temi con i quali è alle prese in questi giorni il governo e dei risultati delle elezioni amministrative, anche della corsa al Quirinale. O soprattutto di questa, mi permetto di sospettare, peraltro a dispetto della “moratoria” proposta, o comunque impostasi da Letta nelle scorse settimane, in attesa che le Camere fossero convocate congiuntamente, in gennaio, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella.  

Via, onorevole Letta, ora che ha riacquistato con l’elezione a Siena questo titolo, peraltro non più disprezzato dai grillini, almeno da quelli di tendenza contiana: cerchi, per cortesia, di non prendersi più gioco dell’informazione di quanto non sia umanamente accettabile, con la pretesa di affidare un problema così importante sul piano istituzionale e politico ad un confronto, un negoziato e quant’altro tutto nascosto. Che è, peraltro, il modo peggiore per difendere l’elezione indiretta, e non diretta invece, del capo dello Stato, come preferirebbe invece la stragrande maggioranza degli italiani.

Matteo Salvini qualche giorno fa sul Quirinale

La verità è -con o senza il consenso di Conte e di Letta a cercare di raccontarla e spiegarla ai lettori- che i due commensali hanno voluto interrompere, incontrandosi in modo così poco riservato e appunto parlando anche o soprattutto del Quirinale, la rappresentazione giornalistica di un Silvio Berlusconi protagonista della partita. Che non solo non ha alcuna intenzione di “tirarsi indietro”, come ha pubblicamente annunciato, dalla corsa al Quirinale, pur alla sua età e con tutti i problemi di salute e ancora di tribunale che ha, ma si è premurato di vincolare a sostenerlo i pur abitualmente divergenti alleati di destra, impegnatisi a votarlo. O almeno, come ha poi precisato in pubblico Matteo Salvini, a rendere “determinante” il centrodestra nell’elezione del successore di Mattarella: cosa chiaramente diversa da un Berlusconi o niente.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo del Corriere della Sera

Se vogliamo proprio dirla tutta, sempre con o senza il consenso degli interessati, in quelle due ore di incontro conviviale dietro a una finestra Conte e Salvini hanno alla loro maniera cercato di bloccare quello che Il Fatto Quotidiano ha definito nel titolo di prima pagina di oggi “lo shopping” di Berlusconi. Al quale addirittura mancherebbero ormai soli 35 voti alla maggioranza assoluta dei cosiddetti “grandi elettori”, fra deputati, senatori e delegati regionali, contro i 54 che invece risultano ancora al Corriere della Sera: tutti e tutto, naturalmente, al lordo dei pur scontati “franchi tiratori”. I quali hanno vanificato nelle edizioni precedenti della corsa al Quirinale concorrenti come Romano Prodi, Arnaldo Forlani, Amintore Fanfani in ordine cronologico a ritroso, fra seconda e prima Repubblica, e senza includere nell’elenco il Giovanni Leone, bloccato prima della elezione nel 1971, e l’Aldo Moro neppure fatto arrivare alle votazioni nell’aula di Montecitorio, sempre nel 1971, come candidato della Dc

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E’ troppo affollata di aspiranti leader l’area sognata di centro

Titolo del Dubbio

Pietro Metastasio è tornato fra noi dopo trecento anni, se mai se n’è davvero andato, con la sua araba fenice, l’uccello sacro e favoloso degli antichi egiziani: “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Alludo naturalmente al Centro, con la maiuscola, che -rappresentato allora dal Ppi-ex Dc di Mino Martinazzoli- il bipolarismo improvvisato da Silvio Berlusconi nel 1994 sconfisse ancor più della “carovana” di sinistra guidata dal segretario del Pds-ex Pci di Achille Occhetto.

Il Centro tuttavia fu sconfitto per modo di dire perché a rimpiangerlo e a tentare di rianimarlo cercarono subito in tanti muovendosi sia all’interno del centrodestra sia all’interno del centrosinistra riesumato con lo sfaldamento del Ppi, l’invenzione dell’Ulivo, la sua trasformazione nell’Unione, la fusione nel Pd tra gli avanzi comunisti, quelli della sinistra democristiana e cespugli liberali e verdi. La voglia di centro è cresciuta via via che il bipartitismo è andato affievolendosi, sino a sembrare sepolto dal tripolarismo sognato dai grillini in una breve stagione.

E’ un sogno quello di un Centro autonomo, a dispetto di una legge elettorale ancora in vigore con una sua parte maggioritaria che molti sono tentati di abolire, magari momentaneamente, solo per il prossimo passaggio, ma nessuno ha la forza per ora di rimuovere. E’ un sogno che i sismografi elettorali, come potrebbero essere definiti i sondaggi, stentano a registrare con una certa evidenza reale ma che almeno i giornali avvertono per i tanti che aspirano a raccoglierlo e a rappresentarlo. E ciò a partire da Silvio Berlusconi rimanendo però a custodire il centrodestra, almeno sino alla partita del Quirinale dalla quale egli ha appena dichiarato di “non tirarsi indietro”, così come Enrico Letta rimanendo a custodire il centrosinistra “largo” e continuando a pensare a Matteo Renzi e Carlo Calenda.

Non dimentichiamoci infine di Clemente Mastella, appena esaltatosi con la conferma “contro tutti” a sindaco di Benevento, e per niente trattenuto dallo scherno di Calenda. Che, attestatosi sul 4,5 per cento accreditatogli dal recentissimo sondaggio di Alessandra Ghisleri, più del doppio del partito di Renzi, ritiene di essere ormai il vero protagonista di quest’area pur ancora gassosa, per presidiare la quale egli, già eurodeputato, ha rinunciato al seggio troppo riduttivo e fastidioso di consigliere comunale di Roma.

Clemente Mastella

Se vi è uno specialista del Centro, quasi la sua rappresentanza fisica, per averne per primo tentato la riesumazione dall’interno del centrodestra, infastidendo nei giorni pari Berlusconi, costretto a tenerselo per un po’ a Palazzo Chigi come vice presidente del Consiglio, e nei giorni dispari il  suo amico e collega di partito Pierferdinando Casini, questi è Marco Follini. Che dalla postazione che ha ormai scelto di politologo, deluso da entrambi i poli del bipartitismo da lui vissuto del resto con scetticismo, sa descrivere come pochi gli spettacoli della politica. dividendosi fra giornali e libri.

Marco Follini sull’Espresso
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

E’ ancora in edicola il numero dell’Espresso in cui Follini, includendo nel paesaggio del centro anche l’amico Totò Cuffaro, tornato a fare politica in Sicilia, dove peraltro è metaforicamente risbarcato anche Marcello Dell’Ultri -tutti sbeffeggiati in un fotomontaggio di qualche giorno fa dal Fatto Quotidiano- incoraggiando il fedele Gianfranco Miccichè a sperimentare un’alleanza con Renzi l’anno prossimo nelle elezioni comunali a Palermo, ha condizionato la nascita o rinascita del Centro a questa possibilità: che diventi “un luogo nel quale la passione politica si accompagna alla prudenza, il protagonismo delle prime file si coniuga con la militanza delle file assai più indietro e il carattere forte, ma non troppo del leader di turno si stempera nella pluralità delle opinioni e delle ambizioni di quanti gli tengono compagnia”.

Enrico Letta

Quello di Follini è un ritratto, diciamo così, del Centro coerente con la sua formazione e militanza nella irripetibile Dc, di cui non a caso è stato lo storico più acuto scrivendone; coerente col punto di riferimento da lui scelto durante quell’esperienza in Aldo Moro, ripiegando dopo la sua morte su Tony Bisaglia, che lo preferiva per intelligenza a Casini il bello; coerente infine con le dure prove vissute nella cosiddetta seconda Repubblica, ma sinceramente lontano da ciò che l’araba fenice centrista offre oggi. Ve lo immaginate un Renzi o un Calenda, o gli stessi Berlusconi ed Enrico Letta ora custodi del centrodestra e del centrosinistra, capaci di considerarsi soltanto “leader di turno”, come ha scritto Follini?  Sì, anche Enrico Letta ormai mi è parso un po’ troppo sopra le righe scambiando addirittura per “trionfo” la vittoria conseguita nelle elezioni amministrative di questo ottobre.

Gioca in fondo contro il Centro giustamente inteso come lo ha descritto Follini quel “codice della nostra modernità politica”, come lui stesso lo ha chiamato avendolo provato sulla propria pelle, che “reclama un capo e si aspetta incisività, temperamento, leadership, fin quasi alle soglie del culto della personalità”. E invece “il valore di una forza intermedia”, come il Centro deve essere, “sta nella pazienza con la quale la si intesse, nell’ospitalità che riserva a chi vi affluisce, nel riguardo che porta a chi canta nel coro in un modo tutto suo”, o aspettando il segnale del “direttore d’orchestra” per suonare al momento opportuno lo “squillo di tromba”.

Giuseppe Conte al Corriere della Sera di ieri

Temo che da questo Centro siamo ancora lontani. Lo temo anche a costo di rischiare la condivisione del giudizio di Conte quando, non riconoscendosi nelle critiche rivolte anche a lui non sempre a torto, denuncia il rischio, come ha detto ieri al Corriere della Sera,  di  finire “ostaggio”, con il Centro, “di chi vive la politica come dimensione personalistica in base a slanci narcisistici”. 

Pubblicato sul Dubbio

Tanto rumor per nulla dopo le elezioni amministrative di ottobre

Alessandra Ghisleri

Alessandra Ghisleri, la sondaggista di cui Silvio Berlusconi si fida di più senza per questo comprometterne la credibilità sul versante opposto, si è tolta una bella soddisfazione: anche ai miei danni, diciamo così, avendole io non creduto quando in un salotto televisivo, qualche giorno prima dei ballottaggi del 17 ottobre, disse che le polemiche sui disordini di piazza misti di no pass e di “matrice” fascista dell’assalto alla sede nazionale della Cgil, non avrebbero influito sui risultati elettorali. Che sarebbero rimasti condizionati dai fattori e problemi locali.

Infatti in un sondaggio effettuato il 20 ottobre dalla ghisleriana Euromedia Reasearch sulle intenzioni di voto a livello nazionale -a ballottaggi, quindi belli, che consumati, con tutto il “trionfo” vantato dal segretario del Pd Enrico Letta e tutta la “sconfitta” ammessa dal centrodestra- i rapporti di forza fra i vari partiti e schieramenti risultano cambiati di molto poco rispetto al sondaggio del 14 settembre, poco più di un mese prima. Segno che il grande sommovimento avvertito a Roma, per esempio, con la riconquista del Campidoglio da parte del Pd si deve alla circostanza tutta romana, appunto, di un candidato sbagliato dal centrodestra. Che ha lasciato a casa un bel po’ di elettori nel primo turno e ancora di più nel secondo.

Giorgia Meloni

 Se solo Giorgia Meloni avesse perdonato a Guido Bertolaso una sgarberia subita cinque anni prima, quando fu da lui invitata a fare “la madre” piuttosto che la candidata, e ne avesse quindi accettato la candidatura suggerita neppure tanto dietro le quinte da Berlusconi, o avesse lei stessa coraggiosamente deciso di itentare direttamente la rivincita, finita la sbornia grillina delle elezioni precedenti, la partita del Campidoglio si sarebbe probabilmente chiusa in ben altro modo, anche sul piano della partecipazione alle urne.

Carlo Calenda

A livello nazionale la ricerca della Ghisleri ha confermato il Pd al 19,5 per cento delle intenzioni di voto, col guadagno di un misero 0,1 per cento rispetto al mese precedente, i fratelli d’Italia della Meloni al 19.2, anch’essi con un misero 0,1 per cento in più; la Lega di Matteo Salvini al 17,8 per cento, con lo 0,9 in meno, che non è cosa da strapparsi i capelli; il Movimento 5 Stelle al 18,2 per cento, con l’1,1 per cento in più che si spera non venga scambiato da Giuseppe Conte per l’11 per cento eliminando la virgola; Forza Italia all’8,1, con un aumento esattamente pari alla perdita della Lega, cioè sotto il punto; l’Italia Viva di Matteo Renzi al 2 per cento, con lo 0,8 per cento in meno; la sinistra di Bersani inchiodata all’1,5 per cento, la sinistra già vendoliana all’1,4 per cento, con lo 0,4 per cento in meno, l’Azione di Carlo Calenda al 4,5 per cento, con lo 0,7 per cento in più procuratosi grazie all’exploit di Roma. Dove l’ex ministro  ha battuto da solo tutte le altre liste prese singolarmente e sorpassato la ormai ex sindaca grillina Virginia Raggi. Tanto rumor per nulla, verrebbe voglia di dire di fronte a simili, modeste variazioni di carattere nazionale.

Matteo Renzi
Giuseppe Conte

Se proviamo poi a sistemare in due poli opposti tutte le liste ad occhio e croce compatibili per quello che dicono, ma spesso non fanno,  mettendo quindi a sinistra anche la +Europa della Bonino e lasciando fuori dai calcoli  le formazioni di Renzi e di Calenda perchè non ascrivibili al cosiddetto centrosinistra dopo il veto opposto da Conte, la “coalizione larga” perseguita dal Pd si ferma al 43,9 per cento, contro il 46,3 per cento del centrodestra. Risultano a questo punto determinanti proprio Renzi e Calenda, soprattutto il secondo. Chi glielo dice a Conte?

Ripreso da http://www.startmag.it

Berlusconi blinda Draghi a Palazzo Chigi allontanandolo dalla corsa al Quirinale

Titolo del Corriere della Sera

“Il voto anticipato ipotesi irresponsabile. La linea di Forza Italia la decido io”, è il titolo dato sulla prima pagina dal Corriere della Sera, con tanto di virgolette, ad un’intervista concessa da Silvio Berlusconi, orgogliosamente reduce da una trasferta a Bruxelles fra gli “amici leader” del Partito Popolare Europeo.

Berlusconi al Corriere dellaSera

A meno di improbabili smentite o precisazioni non certo sui contenuti dell’intervista, con domande e risposte che hanno l’aria di essere state controllate dall’interessato, ma sulla titolazione, forse troppo sbrigativa per ragioni di sintesi, Berlusconi ha cercato di blindare Draghi a Palazzo Chigi tagliandogli la strada del Quirinale. Lo ha fatto pur negando a parole di volersi occupare del nodo quirinalizio “fino a quando un presidente come Sergio Mattarella sarà nel pieno delle sue funzioni”. Come se l’argomento davvero non fosse ormai di attualità stringente, più ancora dei temi sui quali i partiti si confrontano o litigano nelle cronache riguardanti le azioni e decisioni del governo.

Berlusconi al Corriere della Sera
Vignetta del Fatto Quotidiano

Dire, come ha ripetuto Berlusconi al Corriere della Sera dopo averlo affermato con altre parole a Bruxelles davanti a più giornalisti, che “questo governo sta portando l’Italia fuori dall’emergenza sanitaria ed economica” con “un lavoro difficile….che sarebbe davvero irresponsabile pensare di interrompere prima del tempo per bloccare il Paese” significa cercare -ripeto- di blindare Draghi a Palazzo Chigi. Ed escluderlo di fatto dalla corsa al Quirinale, dalla quale Berlusconi ha tenuto a non tirarsi fuori con dichiarazioni magari scherzose sugli 85 anni da poco compiuti, sul monitoraggio sanitario cui lo costringe il Covid pur superato e cantando la famosa canzone di Gigliola Cinquetti “non ho l’età”, con un più in mezzo.  E lasciando al solito Marco Travaglio e al suo tono greve gli argomenti da casellario giudiziario opposti dagli avversari irriducibili alla ipotesi di una pur “pacificatrice” salita dell’ex presidente del Consiglio sul Colle più alto di Roma. Anche oggi Il Fatto Quotidiano ha proposto con la vignetta di Riccardo Mannelli un Berlusconi mascherato da “amico pubblico numero uno, il più ricercato per fare il Presidente vivo o morto”.

Berlusconi al Corriere della Sera
Berlusconi al Corriere della Sera

Funzionale a questa corsa pur non ammessa pubblicamente, o esplicitamente, è anche il riguardo  di Berlusconi verso i suoi alleati di centrodestra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, cui non chiede di rinunciare a niente, per quante preoccupazioni l’uno e l’altra procurino anche dentro una Forza Italia da lui saldamente controllata. In cui “nessuno” avrebbe il coraggio di contestargli direttamente le scelte. Salvini -ha detto Berlusconi- “fa la sua parte, e la fa bene, con efficacia”. La Meloni “non ha bisogno di garanti”. “Se Fratelli d’Italia non fosse un grande partito democratico non saremmo alleati con loro”, ha aggiunto con licenza di grammatica, pasticciando tra singolare e plurale.

Titolo di Domani
Stefano Feltri su Domani

Resta naturalmente da capire, tornando al tema del Quirinale, che cosa pensi Draghi di questa vicenda che pure lo coinvolge, al di là del galateo istituzionale e persino personale anche da lui evocato per non parlare del successore di Mattarella prima della scadenza effettiva del suo mandato. Credo proprio che non abbia torto Stefano Feltri su Domani a scrivere  nel titolo del suo editoriale che “a decidere sul Quirinale sarà Draghi, non i partiti”, e ad aggiungere nel testo che quello in carica è “il primo presidente del Consiglio che dà la fiducia ai partiti della coalizione di maggioranza invece di riceverla”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Forza Italia è passata da bosco in fiamme a piscina ribollente

Renato Brunetta
Titolo di Repubblica

Di “sovranista”, come è stato considerato o scambiato dai ministri di Forza Italia che hanno cercato inutilmente di contrastarlo nella nomina a capogruppo della Camera -avvenuta con una letterina di Silvio Berlusconi, ritiro del concorrente Sestino Giacomoni e acclamazione dei deputati rimasti in sala- l’ex campione di nuoto Paolo Barelli ha certamente il fisico con il suo metro e 84 centimetri di altezza. Rispetto ai quali l’antisovranista e collega di partito Renato Brunetta, che si è appena guadagnato “l’interesse” del segretario del Pd Enrico Letta per la scomposizione del centrodestra abbozzato in più di un’intervista, sembra ancora più basso del metro e 54 centimetri attribuitigli da Wikipedia. Non riuscirebbe a tenergli testa neppure l’amico vice presidente del partito Antonio Tajani col suo metro e 76 centimetri se volesse mettersi in gara con lui. Ma il buon ex presidente del Parlamento Europeo neppure ci pensa, avendolo voluto al vertice del gruppo  sino a  strapparne la designazione scritta a Berlusconi, pari a un ordine.

Il povero Ciriaco De Mita nella Dc Dc per avere soltanto provato nel 1979 la designazione verbale del collega di corrente Giovanni Galloni a capogruppo alla Camera provocò l’elezione del concorrente Gerardo Bianco. Che si era candidato con l’appoggio soltanto di noi al Giornale diretto da Indro Montanelli: cosa di cui l’ormai novantenne ex di tante altre cose ancora mi ringrazia ogni volta che ci vediamo.

Barelli da giovane nuotatore
Barelli di recente con Antonio Tajani

Giustamente, dal suo punto di vista, il nuovo capogruppo forzista di Montecitorio si stupisce delle polemiche che ne hanno accompagnato designazione e acclamazione, riducendole a semplici malumori di carattere personale. Che dopo avere fatto pensare a Forza Italia come ad un bosco in fiamme -una foresta sarebbe troppo per le dimensioni alle quali è ridotto il partito- potrebbe sembrare adesso solo una piscina ribollente. Nella quale da nuotatore provetto com’è, titolare di 23 primati italiani, vincitore di 5 campionati nazionali, una medaglia di bronzo ai campionati mondiali del 1975, due d’oro e una d’argento nei giochi mediterranei, il presidente peraltro anche della Federazione Italiana del Nuoto si troverà come a casa sua, diciamo.

Barelli al Corriere della Sera di ieri

Scaramantico come la maggior parte degli sportivi e dei campioni, Paolo Barelli quasi per scusarsi con Berlusconi di fronte alle rogne procurategli con la promozione a capogruppo, fra le proteste dei ministri e la sciagura di tutto il centrodestra preconizzata dai soliti menagramo, si è offerto come portafortuna al Cavaliere avventuratosi nell’impresa del Quirinale. “Noi riteniamo -ha detto in una intervista al Corriere della Sera già parlando al plurale- che il presidente abbia tutte le carte in regola per andare al Colle. La sua leadership è riconosciuta in ambito europeo e lo stiamo vedendo in queste ore. Peraltro con soddisfazione denoto di portare fortuna: nel mio primo giorno da capogruppo arriva l’assoluzione piena del processo Ruby-ter. Noi non avevamo alcun dubbio che l’accusa fosse inconsistente”.

Titolo del Fatto Quotidiano di oggi

Immagino gli scongiuri che il povero Barelli ha opposto alla prima pagina odierna del solito Fatto Quotidiano con quel titolo sugli “altri guai di B”, indicati nelle “accuse di strage” coltivate Firenze e nei “3 processi sulle escort” residui, dopo l’assoluzione a Siena, in corso nei tribunali di Milano, Roma e Bari. Dove Berlusconi -ha scritto Marco Travaglio nell’editoriale- viene presentato “morente” dai suoi avvocati, per reclamarne il diritto all’assenza, mentre è “sanissimo per il Quirinale”. Boia di un avversario…

Il Giornale di famiglia rilancia la candidatura di Berlusconi al Quirinale

Stiano pure tranquilli i lettori del Corriere della Sera, presumo contrari o quanto meno scettici di fronte all’ipotesi, accreditata per scherzo sulla prima pagina dal vignettista Emilio Giannelli, di una Giorgia Meloni che sogna il Quirinale, pur dopo essersi impegnata con Silvio Berlusconi a sostenerlo. E non bastandole la scalata tentata a Palazzo Chigi in concorrenza con l’altro alleato di centrodestra che è Matteo Salvini. Per quanto già vice presidente della Camera e ministra, che una volta non si diventava già in giovane età, e un po’ invecchiata dalla ingenerosa matita di Giannelli, la leader della destra post-missina ha compiuto lo scorso 15 gennaio solo 44 anni. Gliene mancheranno ancora cinque per potere aspirare costituzionalmente al Quirinale quando le Camere si riuniranno per eleggere il presidente della Repubblica.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

Il candidato del centrodestra, come da impegno preso nel vertice conviviale dell’altro ieri nella sua villa romana, per quanto non esplicitamente indicato, resta Berlusconi. Del quale non solo per scherzo, come nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, ma davvero sul Giornale di famiglia il direttore Augusto Minzolini ha rilanciato la corsa al Quirinale dopo l’assoluzione appena ottenuta a Siena con formula piena, fra la delusione di Marco Travaglio e amici, in uno dei tanti processi disseminati tra vari distretti giudiziari per corruzione dei testimoni. Solo grazie ai quali egli avrebbe ottenuto a suo tempo l’assoluzione nel processo d’origine: quello per prostituzione minorile noto col nome di Ruby, o Rubacuori, come preferite.

Augusto Minzolini sul Giornale
Ancora Minzolini sul Giornale

“Non si può non riconoscere -ha scritto Minzolini- che Berlusconi, specie dopo la sentenza di ieri, entra di diritto nella rosa dei papabili per il Quirinale, piaccia o no” ai suoi irriducibili  avversari. Che non vorrebbero, fra l’altro, una “pacificazione” dopo due decenni di lotta politica esasperata e “una tragedia come il Covid”. Finirebbe per contrastare l’obiettivo pacificatore persino il presidente del Consiglio Mario Draghi se, “disertando” Palazzo Chigi, dove non a caso Berlusconi ha appena dichiarato da Bruxelles che è ancora necessario per qualche tempo, si lasciasse sedurre dal Quirinale.

Piero Sansonetti sul Riformista

Più spinto di Minzolini è stato sul Riformista il direttore Piero Sansonetti chiedendo paradossalmente al Pd di promuovere la candidatura del Cavaliere come segno della sconfitta del “partito dei pubblici ministeri”, vista l’ennesima figuraccia fatta a Siena. Che peraltro è la città che ha appena eletto il segretario piddino Enrico Letta deputato facendolo tornare a Montecitorio dopo l’esilio impostosi per i torti fattigli al governo nel 2014 da Matteo Renzi, ancora fresco di elezione congressuale.

Dal Foglio

Sarà naturalmente difficile, quanto meno, che Enrico Letta accetti il consiglio di Sansonetti, preso com’è a costruire bel altri progetti ed equilibri politici in Italia. Ma soprattutto -perdurando il fuoco acceso dentro Forza Italia, fra la sorpresa quasi indignata, di Berlusconi dalla ministra Mariastella Gelmini per i troppi condizionamenti della destra, cui invece il Cavaliere si vanta di fare da “professore” contando sulla disciplina degli allievi Salvini e Meloni- sarà difficile garantire quell’unità del centrodestra annunciata nel comunicato ufficiale sul vertice conviviale  svoltosi sull’Appia antica. E’ più probabile che gli alleati continuino a rompersi a vicenda le scatole, come ha detto Salvini della Meloni in un audio rubatogli da un cronista del Foglio.

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