Mascheroni, nomen omen, infanga la memoria di Enzo Bettiza dandogli del “reggicoda”

Alla faccia della volontà di “non fare polemica”. Luigi Mascheroni, del quotidiano che fu di Indro Montanelli, navigando in internet ha ritirato solo la formula villana, per i vivi e ancora di più per i morti, della “cacciata a calci in culo” di Enzo Bettiza negli anni ‘80 dal Giornale.  Egli invece si dimise insieme con me dopo il rifiuto di pubblicazione di un mio editoriale sulle polemiche attorno alla spartizione politica delle cariche al vertice dell’Eni. Spartizione che divenne uno scandalo per la sinistra democristiana e per i comunisti, spalleggiati curiosamente da Montanelli, solo quando non gradirono la designazione di un socialista da parte di Bettino Craxi. Al quale in realtà gli avversari di sinistra rimproveravano, più che la lottizzazione, di essere un anticomunista dichiarato, che aveva sottratto il Psi alla sudditanza dal Pci voluta dal suo predecessore alla segreteria Francesco De Martino. “Mai più al governo con la Dc senza i comunisti”, aveva annunciato quel segretario socialista provocando la crisi e le elezioni anticipate del 1976, da cui il Psi uscì con le ossa letteralmente rotte.

       Bettiza sosteneva Craxi non per “scodinzolargli”, come sostiene Mascheroni, ma per essere fedele all’anticomunismo, anch’esso dichiarato e fondativo del Giornale.  Anche Cesare Zappulli, tra i fondatori del quotidiano, si era candidato, ed era stato eletto, col consenso pieno di Montanelli in funzione dell’alleanza laica fra liberali, repubblicani e socialisti. Era il “liberalsocialismo” o “Lib-lab” tradotto in un libro scritto a quattro mani da Ugo Intini, portavoce di Craxi, e Bettiza.

       Citare a testimonianza o prova del fantasmagorico licenziamento pur senza “calci in culo”, ma sempre con vigoria, di Bettiza un libro di Mario Cervi e Giangaleazzo Biazzi Vergani, come ha fatto Mascheroni, non è un buon servizio neppure a loro. Che fomentavano Montanelli contro Bettiza per avere più potere e influenza nel Giornale e negli umori del fondatore, variabili come quelli di tutti gli uomini, anche di valore. Umori che avrebbero poi spinto Montanelli, dopo la rottura anche con Silvio Berlusconi, il cui fratello Paolo era diventato editore del Giornale, a frequentare le feste dell’Unità con tutti gli onori riservati a chi poteva portare acqua alle cause del Pci e sigle successive: quella antiberlusconiana negli anni a cavallo fra le cosiddette prima e seconda Repubblica. Un ricordo francamente non esaltante per uno al quale si attribuisce il merito di avere cacciato, anche senza calci “in culo”, ripeto, un presunto “reggicoda” di Craxi. Siamo a una polemica che è la proiezione giornalistica di uno scontro politico che ha ucciso la sinistra, visto il pantano in cui si nuove, e offuscato la destra che il Giornale ritiene di rappresentare con l’aiuto di Mascheroni, nomen omen.   

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