Il pennello, non il pelo, che la Corte Costituzionale non poteva rimuovere

Marco Cappato
Titolo della Stampa

Capisco sul piano umano e politico la delusione, la protesta e quant’altro di Marco Cappato davanti alla sede della Corte Costituzionale dopo l’annuncio della bocciatura, da parte dei giudici, del referendum sul fine vita per depenalizzazione l’omicidio del consenziente. E capisco anche la previsione formulata sulla Stampa da Luigi Manconi dell’aumento dell’eutanasia clandestina.

  Il fatto è che la Corte non poteva fare diversamente dopo tre anni e più di inutile attesa che il Parlamento approvasse una legge da essa stessa sollecitata nel 2018 per non più tardi del 2019 allo scopo di definire meglio una materia così mal disciplinata da avere costretto la stessa Consulta a a sostituirsi al giudice onorario per assolvere Cappato da un’accusa di omicidio del consenziente, appunto, procuratasi nell’esercizio della “disobbedienza civile”. Che egli ora si è proposto di riprendere per reazione. 

  Più che contro la Corte Costituzionale, rifiutatasi di avallare con l’ammissibilità di un referendum puramente abrogativo del reato il rischio di indebolire la difesa della vita dei più deboli, bisognerebbe prendersela col Parlamento rimasto insensibile alla sollecitazione dei giudici della legge quali sono quelli che lavorano di fronte al Quirinale. 

  Solo per questo, cioè per essersi sottratto a un dovere scritto nella Costituzione, questo Parlamento sarebbe meritevole di uno scioglimento anticipato, già guadagnatosi per altri motivi politici e risparmiatogli l’anno scorso dal presidente della Repubblica, al termine di una lunga e penosa crisi di governo, per l’emergenza della pandemia. Che avrebbe moltiplicato nei seggi e in tutte le altre fasi della campagna elettorale i rischi di contagio. 

  So bene che il nuovo presidente della Corte Costituzionale, un giurista con i fiocchi come Giuliano Amato, aveva creato nei giorni scorsi aspettative di un diverso giudizio parlando contro la tendenza spesso dimostrata dai suoi colleghi  e predecessori di cercare “il pelo nell’uovo” per limitare i referendum. Che sono stati in effetti solo 67 in circa 50 anni: 67, ripeto, di cui 25 vanificati dall’assenteismo, cioè dalla mancata partecipazione della richiesta metà più uno degli aventi diritto al voto. Ma in questo caso non c’era da rimuovere un pelo dall’uovo. C’era da rimuovere un pennello: francamente troppo. 

Titolo di Repubblica
Titolo di Avvenire

  Ciò spiega come sia stato possibile a due osservatori di cultura e formazione così diversa fra loro come l’editorialista di Repubblica Stefano Folli e il direttore Marco Tarquinio di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, di sovrapporsi o quasi con i titoli dei loro comment: Prudenza etica e riforme civili ’uno e Mai incivili scorciatoie l’altro. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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