Il centrodestra al capolinea degli errori risalenti alle origini

Titolo del Dubbio

  E’ imperdibile quella vignetta di copertina del Foglio di lunedì su Giorgia Meloni un po’ extraterrestre: nello spazio, altro che “sugli spalti” come l’ha immaginata criticamente la ministra forzista Mariastella Gelmini parlandone al Corriere della Sera. E’ una leader ormai da incontri di terzo tipo nel panorama politico italiano, per lei già difficile prima della corsa al Quirinale e ancora di più adesso che il buon Sergio Mattarella è stato confermato con i voti della maggioranza di governo. Dalla quale i fratelli d’Italia erano orgogliosamente l’unica componente di centrodestra estranea, e ancor più lo saranno nella parte residua della legislatura, per quanti sforzi vorranno fare per sganciarsi pure loro i grillini del sospeso Giuseppe Conte, da sinistra, e i leghisti di Matteo Salvini da destra.

Prima, a botta calda, “inorridita” dalla disinvoltura pro-Mattarella bis di Salvini e di Silvio Berlusconi, in ordine di consistenza sondaggistica, la Meloni si era addirittura proposta di “rifondare” il centrodestra. Poi ha alzato ancor più la posta predisponendosi -sovranista in tutto- ad affrontare da sola le prossime elezioni politiche. Dalle quali evidentemente ritiene di poter fare uscire il proprio partito come il più votato in assoluto, superando sia ciascuno degli ex alleati, sia il Pd di Enrico Letta, figuriamoci poi i grillini già destinati a un dimezzamento che potrebbe aggravarsi col regolamento dei conti in corso fra Luigi Di Maio, scambiato dai più volenterosi per un redivivo Giulio Andreotti, e Giuseppe Conte, scambiatosi da solo e da più tempo per un redivivo Aldo Moro. 

             Qui c’è solo l’imbarazzo della scelta fra chi, dei tre, cioè la Meloni, Di Maio e Conte, si sia maggiormente sopravvalutato politicamente, battendo comunque tutti insieme Beppe Grillo. Che di recente si è addirittura travestito da Gesù sul suo blog personale e poi ha scommesso ancora, nonostante lo sconquasso ora anche giudiziario, di portare il MoVimento 5 Stelle dagli ardori “giovanili” alla “maturità”. 

Vignetta di Vairo sul Fatto Quotidiano

        Pur nell’imbarazzo della scelta -ripeto- fra chi si sia più gonfiato nel panorama politico del Mattarella bis, e del Draghi bloccato a Palazzo Chigi o perché troppo bravo, e quindi insostituibile come presidente del Consiglio, o perché troppo ambizioso e pericoloso come aspirante al Quirinale, credo che l’area politica maggiormente e più sorprendentemente devastata dagli sviluppi della situazione, sia quella di centrodestra. Che, pur ancora unito in tante amministrazioni locali e apparentemente più solido rispetto al marasma grillino, paga l’approssimazione con la quale è stata gestita, ma forse fu persino fondata 28 anni fa da Silvio Berlusconi con quella spericolata decisione, pur premiata dagli elettori per la debolezza ancora più grande dei suoi avversari, di allearsi al nord con la Lega allora separatista di Umberto Bossi e al centro-sud con l’ancora Movimento Sociale di Gianfranco Fini, sdoganato in un Autogrill con un inciso riguardante una battaglia in corso per il Campidoglio. Non fu il massimo della chiarezza, diciamo così, anche se apparve un capolavoro di astuzia di fronte all’armata di Brancaleone allestita da Achille Occhetto addirittura come una “gioiosa macchina da guerra”.

L’improvvisazione lì per lì premiò il Cavaliere, nel clima di sbandamento creato dal proposito dei magistrati di “rivoltare il Paese come un calzino”, preferendo la maggioranza degli italiani affidare una simile impresa ad un imprenditore di successo, ma poi tutto andò via via aggrovigliandosi perdendo pezzi per strada. 

Smontata e rimontata più volte, la coalizione di centrodestra è stata danneggiata anche dalla decisione presa da Berlusconi di preferire alle primarie per il candidato a Palazzo Chigi, e quindi per la leadership, il peso elettorale di ciascun partito immaginando evidentemente la insuperabilità della sua Forza Italia. Che è stata invece sorpassata dalla Lega e più ancora dalla destra post-finiana e a suo modo populista della Meloni: di un populismo a volte concorrente di quello grillino delle origini.

Pubblicato sul Dubbio

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