Quella supposta infilata da Giuseppe Conte nella campagna elettorale

            Chiusa la campagna per il voto regionale, comunale e referendario di domani, non sarebbe corretto proseguirla tornando sui suoi temi.  Ma si può lamentare, senza violare il silenzio elettorale, la supposta inseritavi negli ultimi giorni dal presidente del Consiglio con l’annuncio e la diffusione del documento sulle “linee guida”, non sui progetti, di utilizzo dei 209 miliardi di fondi europei per la ricostruzione che sono a disposizione dell’Italia dall’anno prossimo.

            La strumentalizzazione elettorale di questo documento è derivata dall’avvertimento sottinteso che solo il governo in carica è praticamente titolato a gestire questa quantità enorme di danaro, tra credito e fondo perduto, stanziata per l’Italia dall’Unione Europea in un impeto di solidarietà cui non ci aveva certamente abituato da molti anni a questa parte. Pertanto ogni indebolimento di questo governo per effetto dei risultati elettorali e referendari che gli si rovesceranno addosso lunedì sera comprometterebbe gli interessi generali del Paese. Non a caso è stata evocata anche dal presidente del Consiglio una specie di complotto dei poteri più o meno forti e invisibili per farlo cadere e far perdere all’Italia il treno dei fondi europei, o per caricarli su un altro convoglio governativo per destinarli più a chi sta già bene che a chi sta male.

            Dopo un attacco sferrato al documento di Conte dal nuovo giornale – Domani- di Carlo De Benedetti, tornato personalmente ad attaccare Conte oggi in una intervista al Corriere della Sera e obiettivamente esposto per la sua storia imprenditoriale e finanziaria al sospetto di vicinanza, quanto meno, ai cosiddetti poteri forti, sono arrivate tuttavia le critiche di un quotidiano non sospettabile di prevenzione verso il governo in carica: Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, solitamente carino col presidente del Consiglio quanto il  Fatto Quotidiano.

            Nelle “linee guida”  di utilizzo dei fondi europei, tra sviluppo digitale, riduzione delle tasse, ripresa del pil e altro ancora, Cerasa ha trovato “molti sogni da condividere ma zero progettualità, zero visione e soprattutto pochi numeri (e pure sbagliati)”. Inoltre, sempre secondo Cerasa, un presidente del Consiglio convinto di avere davanti a sé “la sfida della vita”, pronto a precedere gli avversari mettendosi da parte se fallisse, “non può permettersi di offrire l’impressione”, data invece col suo documento, “di voler privilegiare più la logica della distribuzione del presente, un po’ a me e un po’ a te, che la logica della visione del futuro”. E ancora: “L’Italia, e il governo lo sa bene, ha bisogno di ritrovare la fiducia, ma ritrovare la fiducia senza avere chiare le priorità è, come nel calcio, annunciare una campagna acquisti senza avere idea di quali giocatori acquistare”.

            Ancora più impietoso è stato l’ex ministro Giorgio La Malfa, di buona formazione e competenza economica, a dir poco, a definire sul Dubbio “generico e superficiale” il documento del governo e ad accusare Conte di aver voluto tenere praticamente per sé, dietro la sigla di un comitato interministeriale, un piano d’impiego dei fondi europei che avrebbe dovuto affidare ad un’”agenzia” affidata alla competenza di “una personalità di statura internazionale”. Della quale La Malfa ha evitato di fare il nome essendo naturalissimo il pensiero a un Mario Draghi per niente “stanco”, come Conte ha invece detto di averlo trovato quando gli propose, l’anno scorso, la candidatura a presidente della nuova Commissione europea, impossibile perché la partita si giocava tra francesi e tedeschi. Se Draghi era “stanco”, Conte era distratto.

             

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