Anche Pietro Grasso si sottrae al fronte referendario del Si alle Camere amputate

            Pure a sinistra del Pd, fra quelli che ne uscirono in odio politico all’allora Matteo Renzi, con cui tuttavia si sono ritrovati nel governo e nella maggioranza nell’estate scorsa per evitare le elezioni anticipate reclamate dall’altro   Matteo, Salvini, è solo apparente la partecipazione al fronte referendario del sì ai tagli dei seggi parlamentari.

            In una intervista alla Stampa l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, forte anche della sua esperienza al vertice di Palazzo Madama per l’intera legislatura scorsa, dai lui stesso evocata, ha annunciato il no alla riforma costituzionale voluta dai grillini. Ai quali ha negato, in particolare, “le cambiali in bianco” strappate alle altre parti della maggioranza rinviando ad un secondo, non certissimo tempo, le riforme necessarie a compensare i 345 seggi parlamentari tagliati in anticipo rispetto alle altre misure necessarie a rendere più spediti e funzionali i lavori oggi ripetitivi delle Camere.

            Incurante degli effetti di un’eventuale vittoria del no referendario sul governo, che correrebbe rischi solo per i risultati delle elezioni regionali e comunali di domenica prossima, il senatore Grasso ha voluto difendere una questione di principio evidentemente sottovalutata da altri colleghi di parte che hanno annunciato il Sì. Fra i quali c’è l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che volle personalmente l’elezione di Grasso prima a senatore e poi  a presidente dell’assemblea, ricevendo in cambio una fedeltà, o lealtà, indiscussa. Grasso infatti seguì Bersani nella scissione del 2017, anche a costo di esporsi all’accusa di scorrettezza rimanendo presidente del Senato iwwwn quel che restava ormai della legislatura.

            L’altro grande “scissionista”, Massimo D’Alema, è rimasto sinora silenzioso nella campagna elettorale. Ma voci insistenti e attendibili lo danno decisamente orientato per il no referendario, come quello da lui opposto nel 2016 alla riforma costituzionale, pur decisamente più organica, targata Matteo Renzi.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it il 18 settembre

Il contributo di Veltroni al fronte referendario del no ai tagli parlamentari dei grillini

            Convinto, almeno a parole, che il governo sia immune dal risultato del referendum di domenica prossima sui tagli dei seggi parlamentari, come anche la segreteria Zingaretti nel Pd, espostasi sul fronte del Si per rispettare i patti con i grillini, Walter Veltroni ha annunciato il suo convinto No dagli schermi televisivi della 7, ospite di Lilli Gruber.

            Anche se adesso collabora intensamente al Corriere della Sera con editoriali, interviste ed altro, assunto dal direttore Luciano Fontana che gli era stato caporedattore -credo- quando Walter dirigeva l’Unità, la storica testata del Pci, Veltroni conserva naturalmente la sua fisionomia politica. Già competitore di Massimo D’Alema alla guida del Pds-ex Pci, vice presidente del Consiglio nel primo governo ulivista di Romano Prodi, sindaco di Roma, fondatore e primo segretario del Pd, Veltroni rimane un leader di partito.

           Il No referendario di Walter, condiviso con Prodi anche nella motivazione, contraria a quella che sarebbe un’amputazione del Parlamento senza altri interventi, che i grillini hanno prima rifiutato e poi rinviato per poter meglio sventolare la bandiera antipolitica contestata peraltro dal Pd nei tre quarti del percorso parlamentare della loro riforma; il No referendario di Veltroni, dicevo, potrebbe spostare ben più di un pugnetto di voti a quattro giorni dall’appuntamento con le urne.

            Ai fini politici, guardando ai rapporti fra i partiti della maggioranza di governo, e all’interno di essi, nonostante la irrilevanza dichiarata da Veltroni, anche una vittoria referendaria del potrebbe creare problemi se dovesse rivelarsi meno ampia delle previsioni originarie, che erano da cappotto per il No.

            Lo stesso Veltroni, d’altronde, confrontandosi in collegamento, nello studio televisivo di Lilli Gruber, con un giornalista del Fatto Quotidiano si è mostrato più che perplesso sullo stato dei rapporti fra grillini e Pd e sulla possibilità di tradurli in un accordo “programmatico” vero e proprio, come piacerebbe anche a lui, e non solo a Zingaretti. Che, dopo averlo proposto questo tipo di intesa nel discorso conclusivo della festa del partito a Modena pensando ad una nuova fase della maggioranza attuale, non contrassegnabile soltanto dalla paura di una vittoria della destra in eventuali elezioni anticipate, si è visto il giorno dopo malamente ripagato dai grillini. I quali -ha lamentato Veltroni- hanno ribadito il rifiuto del credito europeo del fondo noto come Mes per potenziare il sistema sanitario e l’indotto, compromessi dalla pandemia virale.

            I problemi della maggioranza, debole in quelli che la buonanima di Ugo La Malfa soleva chiamava “contenuti”, si avvertono d’altronde anche nelle 72 pagine appena inviate dal presidente del Consiglio al Parlamento per anticipare le linee essenziali dell’utilizzo dei fondi europei per la ricostruzione, disponibili dall’anno prossimo, diversamente dalla immediatezza di quelli per la sanità invisi ai grillini. In quelle pagine -ha commentato il direttore Stefano Feltri sul giornale Domani di Carlo De Benedetti- Conte e i suoi ministri “promettono di fare esattamente ciò che è vietato: vaghe riforme di ogni genere, promesse da tutti i governi degli ultimi 25 anni”. E chissà se, ancor prima dell’Unione Europea, non se ne renderanno conto domenica prossima gli elettori nelle urne regionali e comunali, affiancate alle referendarie, sanzionando “quella che ad oggi pare incapacità di essere all’altezza della situazione”.

 

 

 

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