Neppure il richiamo al prescritto eccellente, “il Divo”, aiuta la guerra grillina alla prescrizione

Il Fatto Quotidiano -e chi sennò- si è affrettato a scomodare il fantasma di Giulio Andreotti per cercare di mettere in difficoltà, se non tacitare, Giulia Bongiorno. Che nella doppia veste di ministro e di avvocato ha osato criticare, e pure pesantemente, la guerra alla prescrizione dichiarata dal suo collega di governo, e un po’ anche di professione, Alfonso Bonafede: accusato, in particolare, di voler usare “una bomba atomica” contro la “ragionevole durata” dei processi introdotta nel 1999 nella Costituzione con la modifica dell’articolo 111.

Altro che “ragionevole” sarebbe, in effetti, la durata dei processi se la prescrizione valesse solo sino alla prima sentenza, come vorrebbe appunto il guardasigilli condividendo l’emendamento alla legge “spazzacorrotti” predisposto dai due relatori, entrambi colleghi di partito. I processi durerebbero all’infinito, non finendo -come dicono i sostenitori della riforma, o controriforma, secondo i gusti- ma semplicemente rovesciandosi, dalla difesa dell’imputato all’accusa, l’interesse presunto o reale a ritardare un giudizio finale, questa volta soltanto perché sgradito, di assoluzione.

“Non arretreremo di un millimetro”, ha garantito il guardasigilli replicando proprio ai rilevi della collega di governo, mentre il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio partiva per la Cina escludendo che l’arretramento possa avvenire anche solo sul piano procedurale. Cioè, con la decisione di scendere dalla legge sulla corruzione per montare su un’altra legge, o presentarne una apposta. La legge spazzacorrotti deve quindi potersi chiamare anche spazzaprescritti. Il più famoso ed emblematico dei quali rimane nella memoria di Travaglio, ma anche di Nino Di Matteo, intervistato nell’occasione proprio dal Fatto Quotidiano, la buonanima di Giulio Andreotti.

L’ex presidente del Consiglio fu a suo tempo assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, per la quale era stato mandato a processo, ma prescritto, come si dice in gergo tecnico e dispregiativo, per l’associazione a delinquere configurabile, secondo i giudici, negli incontri compromettenti da lui avuti sino alla primavera del 1980 con esponenti poi rivelatisi mafiosi.

Tanto compromettenti furono peraltro quegli incontri che, una volta diventato presidente del Consiglio, Andreotti concorse curiosamente alla nomina di Giovanni Falcone, il magistrato simbolo della lotta alla mafia, sino ad esserne ucciso, a direttore generale degli affari penali del Ministero della Giustizia. E poi sfornò, sempre contro la mafia, un decreto legge tanto ai limiti della Costituzione da essere emesso con fatica dal presidente della Repubblica, e non essere votato in Parlamento dall’opposizione comunista.

Di Matteo ha ancora rimproverato a Giulia Bongiorno dalle colonne del giornale di Travaglio di avere festosamente gridato tre volte “assolto” all’indirizzo del suo assistito eccellente, nel momento del verdetto d’appello, sorvolando sulla prescrizione che lo aveva ugualmente macchiato. E di cui ancora si vanta ogni volta che può, a voce e per iscritto, Giancarlo Caselli. Il quale alla guida della Procura della Repubblica di Palermo condusse l’offensiva giudiziaria contro Andreotti, il veterano della Dc e del suo potere.

La fedeltà al suo antico assistito, o “Divo”, come lo incoronò Paolo Sorrentino col suo famoso film, nella interpretazione di Toni Servillo, non è la sola colpa rinfacciata in questi giorni alla ministra Bongiorno dagli alleati di governo grillini. E recepita anche da Emilio Giannelli, che con quel nome che porta di Giulia l’ha ritratta sulla prima pagina del Corriere della Sera come variante femminile di Andreotti, diventato persino la proiezione della sua ombra. Le viene un po’ rimproverato anche il fresco approdo, dai lidi finiani della Destra, alla Lega. Di cui nei giorni o nelle ore dispari i grilli ricordano i rapporti passati al governo nazionale con l’odiato Silvio Berlusconi, un altro prescritto eccellente, e quelli perduranti a livello locale, dove peraltro il centrodestra continua a presentarsi unito.

Di stampo berlusconiano o protoleghista sarebbero appunto la difesa della prescrizione e tutti o quasi gli emendamenti proposti dai parlamentari del Carroccio alla legge “spazzacorrotti”.

Vedrete che prima o dopo, compulsando qualche vecchia rassegna stampa, con la stessa ossessione o chirurgica selezione riservata a verbali giudiziari, intercettazioni e quant’altro, i grillini e le loro prolunghe mediatiche scopriranno le pulsioni andreottiane dei leghisti della prima ora, approdati a decine in Parlamento nella legislatura uscita dalle urne del 1992.

Quando Francesco Cossiga invertì con le sue improvvise dimissioni da presidente della Repubblica l’ordine degli adempimenti istituzionali delle nuove Camere, dando la precedenza alla sua successione sul Quirinale rispetto alla formazione del governo, Umberto Bossi chiese consigli a Gianfranco Miglio. Che la mattina gli suggeriva di aspettare la candidatura di Andreotti, preferita a quella in arrivo del segretario della Dc Arnaldo Forlani con l’appoggio di Bettino Craxi, e il pomeriggio invece gli perorava la causa di Cossiga, dimessosi secondo lui per tentare astutamente la rielezione dopo il naufragio sia di Forlani sia di Andreotti.

Furbo ma non ancora allenato a dovere ai giochi di palazzo, e pur tentato più  dall’idea di un ritorno a Cossiga, il cui piccone non aveva certamente danneggiato la Lega negli ultimi due anni della passata legislatura e nella campagna elettorale di quell’anno, Umberto Bossi tagliò  la testa al toro sterilizzando i voti dei suoi ottanta e passa parlamentari. Dalla seconda alla sedicesima e ultima votazione tenne ferma la candidatura di bandiera di Miglio, che nel frattempo si era però convinto che convenisse alla Lega più l’elezione di Andreotti che il sempre più improbabile ritorno di Cossiga.

La partita del Quirinale era destinata a chiudersi nel modo più imprevisto, a favore di Oscar Luigi Scalfaro, ancora fresco di elezione alla presidenza della Camera. A dargli una mano, facendolo prevalere sul presidente del Senato Giovanni Spadolini come soluzione “istituzionale”, fu il clima di disorientamento e di emergenza creatosi con la strage mafiosa di Capaci, costata la vita a Falcone, alla moglie e a tre dei quattro uomini della scorta.

Col democristianissimo Scalfaro poi Bossi si sarebbe trovato benissimo quando ne fu incoraggiato – solo due anni dopo, pensate-  a liquidare anzitempo il primo governo di centrodestra del Cavaliere di Arcore.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

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