Il fantasma di Andreotti evocato nell’assalto grillino alla prescrizione

            Stavolta Emilio Giannelli ha francamente toppato con la sua vignetta sul Corriere della Sera, che fa dell’avvocato e ministra Giulia Bongiorno, per via della difesa della prescrizione dall’assalto dei grillini, l’ombra e insieme la versione femminile di Giulio… Andreotti, il suo cliente certamente più famoso di studio, che all’epoca però era quello di Franco Coppi. Dove fu proprio lei ad essere applicata maggiormente a quell’imputato eccellente di mafia, sette volte presidente del Consiglio e innumerevoli altre ministro: dell’Interno, della Difesa, delle Finanze, dell’Industria, degli Esteri. E prima ancora sottosegretario di fiducia del presidente Alcide De Gasperi.  

           scheda Bongiorno.jpg Giannelli in questa occasione ha usato anche una matita o un penino spuntato, attinto nel veleno di un articolo pubblicato il giorno precedente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, richiamato in prima e corredato di una “scheda” che parla da sé, a leggerla nella sua brevità, o essenzialità, come preferite. Quel giornale vi è tornato peraltro il giorno successivo con una intervista a Nino Di Matteo, il pubblico ministero del processone sulla “trattativa” fra lo Stato e la mafia negli anni delle stragi.

           Di Matteo condivide naturalmente l’assalto grillino alla prescrizione, che andrebbe  bloccata secondo lui  non alla prima sentenza ma già alla richiesta del rinvio a giudizio. E ricorda come essa fosse servita ad Andreotti, appunto, per uscire senza una condanna dal processo in cui lo aveva assistito l’avvocato Bongiorno, alla fine esultante impropriamente -secondo il magistrato- per la sua “assoluzione”. Che pure ci fu, dichiarata papale papale dai giudici in riferimento al reato di associazione mafiosa per cui l’ex presidente del Consiglio era stato rinviato a giudizio, peraltro col suo stesso consenso, avendo  l’allora senatore a vita votato palesemente nell’aula di Palazzo Madama a favore dell’autorizzazione a procedere contro di lui.

            La prescrizione fu applicata al reato di associazione a delinquere configurato dai giudici negli incontri avuti da Andreotti prima del 1980 con esponenti siciliani poi risultati giudiziariamente mafiosi: peraltro rivelatisi così poco influenti su di lui da non avergli potuto impedire alla guida del suo ultimo governo di assumere fra i dirigenti del Ministero della Giustizia un magistrato come Giovanni Falcone e da rafforzare la lotta alla mafia con un decreto legge così al limite della Costituzione, da essere stato emanato controvoglia dal presidente della Repubblica, e non votato dai comunisti in Parlamento. Sono circostanze che poi contribuirono a determinare l’assoluzione dell’imputato nei processi sopraggiunti alla sua lunga esperienza di governo. Ma quelle, o queste, sono evidentemente inezie alla mente e al palato degli irriducibili avversari del “Divo”, come lo chiamano al Fatto Quotidiano sposandone la celebre rappresentazione cinematografica di Paolo Sorrentino.

            Nel merito della polemica politica, anzi dello scontro in corso all’interno della maggioranza gialloverde sul tema della prescrizione, più in particolare sul tentativo di sopprimerla all’emissione della sentenza di primo grado, anche di assoluzione, c’è da registrare il solito, irriducibile annuncio del guerriero di turno: “Non arretreremo di un millimetro”, ha detto il guardasigilli Alfredo Bonafede sposando gli emendamenti presentati dai due relatori, e colleghi di partito, alla legge “spazzacorrotti”, ora anche spazza-prescrizione. E’ una legge ordinaria che pure ogni tanto capita di scambiare per decreto legge per il ricordo dei tentativi compiuti dal governo di vararla in questo modo, e falliti per l’indisponibilità del capo dello Stato a consentirlo, data la sfacciata mancanza dei “casi straordinari di necessità e d’urgenza” richiesti dall’articolo 77 della Costituzione per questo tipo di interventi. 

            A dispetto tuttavia di quel “millimetro” di arretramento escluso in prima battuta, il guardasigilli ha detto -guarda caso proprio in una intervista al Corriere della Sera- che “siamo qui in ascolto, se si vuole migliorare il testo” proposto dai due relatori colleghi di movimento. Nel frattempo altri grillini più o meno esplicitamente minacciano ritorsioni contro i leghisti nell’esame di alti provvedimenti cui tiene molto il partito di Matteo Salvini: quelli sulla legittima difesa, su immigrazione e sicurezza.

 

 

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