Le buone notizie da Berlino scambiate per cattive in Italia

            Cattive notizie da Berlino, si sono affrettati a dire e a scrivere con un certo compiacimento in Italia gli ostili alle cosiddette larghe intese commentando le tensioni esistenti fra i socialdemocratici tedeschi, dopo l’accordo raggiunto fra i loro dirigenti e i democristiani per la formazione del nuovo governo di grande coalizione guidato dalla cancelliera uscente Angela Merkel. Vedete che non funzionano queste operazioni politiche fra diversi ?, è la domanda sottintesa alle reazioni romane, di destra e di sinistra, all’annuncio dell’imprevista rinuncia del socialdemocratico Martin Schulz, ex presidente del Parlamento europeo, ad assumere  la guida degli Affari Esteri nella nuova combinazione ministeriale.

            Questa rinuncia è, al contrario, una buona notizia ai fini della nuova edizione della grande coalizione tedesca perché ne facilita l’approvazione da parte della base del partito socialdemocratico nel referendum interno che si svolgerà dal 20 febbraio al 2 marzo. Vi parteciperanno i 463.723 risultati iscritti alla data del 6 febbraio scorso.

            Come sempre accade in queste occasioni, a protestare di più, e più insidiosamente, contro gli accordi sono quelli che non ne ricavano vantaggi diretti sul piano personale, subendone anzi i danni. In questo caso Schulz ha giustamente considerato pericolose le proteste levatesi contro le trattative con i democristiani e i loro risultati dal compagno di partito Sigmar Gabriel. Che è il ministro uscente degli Esteri, poco contento evidentemente di dover lasciare il posto a Schulz. Che, pur di smontare la campagna condotta da Gabriel contro di lui, colpevole di avere prima escluso e poi trattato una riedizione del governo con i democristiani su sollecitazione del presidente della Repubblica, anche lui socialdemocratico e preoccupato dell’instabilità tedesca dopo il fallimento del negoziato fra democristiani, liberali e verdi, non ci ha pensato un attimo a togliere dal tavolo, o fra i piedi, l’oggetto vero della contesa. E si è quindi tirato indietro, non per sabotare la ratifica dell’accordo da parte della base ma per facilitarla, dicendo di voler chiudere così “il dibattito sul personale”.

            Da questo fatto emerge un’altra differenza fra la sinistra tedesca e quella italiana, o fra la socialdemocrazia tedesca e quella italiana, per essere più precisi e per prendere per buono l’approdo socialdemocratico vantato dai post-comunisti italiani nel passaggio dal Pci al Pds, e poi dal Pds ai Ds, e infine al Pd.

            In Germania la sinistra ha uno Schulz che si rottama, o quasi, da solo per portare avanti il progetto di una sinistra di governo, e non di mera e rovinosa opposizione, con lo sguardo rivolto più all’avvenire che al passato, anche a costo di perdere un po’ di voti.

           In Italia la sinistra ha avuto e ha invece un D’Alema –Massimo solo nel nome- che prima finge di fare un passo indietro non ricandidandosi volontariamente alle elezioni nel 2013,  dopo una  vita di onori più che di oneri, avendo scalato con successo segreteria del partito, presidenza del Consiglio, Farnesina e quant’altro, e poi spacca il partito e ne fa un altro per cercare di recuperare le posizioni perdute. Cioè per risentimento o vendetta, come hanno avvertito in molti fra le sue sdegnate smentite e proteste. Il cui tasso di credibilità sarà verificato la sera del 4 marzo, quando si conoscerà la percentuale elettorale dei Liberi e Uguali  di D’Alema, Pier Luigi Bersani  e compagni, guidati per il momento dal presidente uscente del Senato, e perciò terminale, Pietro Grasso.                

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