Dalla piazza di Pisapia al parco di Vasco Rossi

         Non so se alla sua veneranda età, ma con lo scrupolo professionale che lodevolmente continua a distinguerlo, Eugenio Scalfari sia andato pure lui nella piazza romana dei Santi Apostoli a curiosare fra tutte quelle bandiere rosse al vento per festeggiare la “nuova sinistra” promessa dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Tante bandiere rosse, che qualcuno sul palco ha invitato il “popolo” che le sventolava, e che non ha per niente gradito, a rinunciarvi perché impedivano alle telecamere di riprendere la manifestazione e gli oratori che si alternavano sul palco.

         Che sia andato anche lui di persona o che abbia seguito tutto per radio o tv standosene seduto comodamente a casa, la maggiore impressione che ne ha ricavato Scalfari nel suo appuntamento domenicale coi lettori di Repubblica è stata uguale a quella di uno che sicuramente c’era sul posto: il mio amico Pigi Battista, del Corriere della Sera. “Renzi- hanno notato entrambi- è stato pochissimo nominato”.

         Il giornale capofila dell’antirenzismo, che è naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ha in qualche modo confermato con un titolo in cui è sembrato rimproverare a Pisapia – che non so per quale motivo il mio computer scambia continuamente per Risappia- di avere ignorato l’odiato risegretario del Pd, ma in compenso “Bersani lo ha attaccato”. E come avrebbe potuto non farlo, se l’uomo di Bettola ne è sempre più ossessionato, d’altronde ricambiato, per avere osato impadronirsi della famosa “ditta” traslocata tanto tempo fa dalle Botteghe Oscure e averlo praticamente costretto, insieme col compagno di tante battaglie Massimo D’Alema, ad emigrare. Un D’Alema che naturalmente è accorso nella piazza, per quanto ridotta alle dimensioni di una piazzetta nel confronto col Parco Ferrari riempito dopo qualche ora da Vasco Rossi a Modena, per intimare praticamente al suo rottamatore di prestargli un po’ di voti alle prossime elezioni, se veramente vuole uscire dall’isolamento in cui si sarebbe ficcato, anzi barricato. “Dialogo col Pd -ha infatti ammonito D’Alema- se avremo successo al voto”.

         Altrimenti, muoia Sansone con tutti i filistei, deve avere pensato “Baffino” scambiando per morte, naturalmente politica, l’accordo che lui ritiene già stretto dietro le quinte fra Renzi e il non meno odiato Silvio Berlusconi. Di cui pure “Baffino”, sempre lui, accettò l’aiuto decisivo per scalare il ruolo di statista diventando nel 1997 presidente dell’ultima commissione bicamerale per la riforma costituzionale. E di cui avrebbe accettato anche i voti per scalare poi il Quirinale, se il disponibile Giuliano Ferrara fosse riuscito a convincere a questo passo l’allora Cavaliere.

         Informato dell’assai curiosa richiesta dalemiana   di soccorso elettorale in cambio della disponibilità a trattare dopo le elezioni con lui la formazione di un governo di centrosinistra analogo a quelli realizzati, e falliti, negli anni scorsi, Renzi non ha voluto neppure rispondere. D’altronde, si era già espresso a Milano qualche ora prima dicendo ad un raduno dei circoli del Pd: “Siamo pronti ad ascoltare tutti ma non ci fermeremo davanti a nessuno”.

         Forse per ciò che si è visto e si è sentito nella fossa dei Santi Apostoli, quale deve essere apparsa agli operatori televisori chiedendo di abbassare tutte quelle bandiere che oscuravano le telecamere, per le persone che c’erano e per quelle che avevano ritenuto per le più diverse ragioni di non esserci, o che non erano state deliberatamente invitate, il titolo più azzeccato è stato quello dedicato alla festa di una nuova, presunta sinistra o “casa comune”, come l’ha chiamata Pisapia, dall’insospettabile Manifesto: “Melina rossa”.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime baruffe democratiche fra Massimo D’Alema e Matteo Renzi

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