Marine Le Pen fa perdere la testa a Matteo Salvini

Scusate se insisto. Consideratemi pure un fissato, ma continuo a invidiare i francesi, reduci dal primo turno delle elezioni presidenziali e incamminati verso il ballottaggio del 7 maggio fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, nell’ordine in cui hanno preso i voti. E che credo sarà anche quello finale, con una distanza maggiore fra i due.

Invidio i francesi ancora più di ieri per la rapidità con la quale, pur avendo a disposizione due settimane per maturare una scelta, i maggiori esponenti dei partiti battuti al primo turno si sono già pronunciati: tutti praticamente a favore di Macron, eccetto Jean-Luc Mèlenchon, una specie di Fausto Bertinotti d’oltralpe. Che, almeno fino al momento in cui scrivo, non sa che pesci prendere o mangiare, nonostante l’appello fattogli in Italia da Matteo Salvini di preferire Le Pen a Macron. Un appello, condiviso in Francia dal padre di Marine, su cui tornerò più avanti per dirvi tutto il male che ne penso.

Invidio i francesi anche se mi scopro in compagnia di Marco Travaglio, dal quale Dio solo sa quanto di solito dissenta, specie sul tema dei magistrati e dei loro rapporti non solo con la politica ma con tutti i cittadini in genere ai quali capiti la disgrazia di avere a che fare con loro. Ne sapeva qualcosa quel quasi ottantenne appena morto a Roma dopo una caduta in carcere, dove si trovava perché ladro di biciclette. Sì, avete letto bene: ladro di biciclette. Uno che nel dizionario di Travaglio, codice penale alla mano, quindi al riparo da ogni denuncia di familiare o altro, poteva e doveva essere definito “pregiudicato”. Cosa che mi verrebbe voglia di definire, a mia volta, da spregiudicato, ma che mi trattengo dal fare davvero perché, coi tempi che corrono, e coi magistrati che trattano questa materia, potrebbe costare cara a me e all’incolpevole Michele Arnese, direttore di questa testata.

Me ne astengo, preferendo il termine “disinvolto” o “eccentrico”, anche se il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli in mio possesso, a pagina 1869, dà allo “spregiudicato” un significato per niente offensivo: “che ostenta un’assoluta indipendenza e libertà di modi e di atteggiamenti” o, al massimo, “privo di scrupoli e condizionamenti”. Che pure mi sembrerebbero logici, o umani, per un quasi ottantenne ladro di biciclette, peraltro solo per mania, o malattia, non per vendersele. Sembra che lo abbiano ammesso anche i derubati.

Comunque, per quanto dissenta da lui per queste ed altre questioni, debbo dirvi che non mi sento per niente a disagio a trovarmi d’accordo con Travaglio sul voto e sul dopo-voto francese. Il direttore del Fatto Quotidiano non può avere necessariamente torto, ci mancherebbe.

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E veniamo a Matteo Salvini, come vi dicevo, con la sua reazione al voto francese, cioè con l’auspicio che al ballottaggio del 7 maggio votino per la sua amica e ispiratrice Marine Le Pen il signor Jean-Luc Mélenchon e compagni.

Eppure il segretario della Lega in Italia è di gusti e tendenze assai diverse. Per molto meno di Mèlenchon e compagni i poveri Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Pier Ferdinando Casini, Denis Verdini e tanti altri, partecipi in passato del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, sono stati condannati da Salvini all’inferno politico. Essi hanno osato accordarsi negli ultimi anni col Pd di Matteo Renzi. Che non mi sembra francamente una edizione giovanile del pur simpatico Bertinotti. E che non più tardi di due mesi fa è stato malamente abbandonato da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni non essendo ritenuto abbastanza, anzi per niente di sinistra: una specie di intruso, di cavallo di Troia, oltre che un prepotente, un aspirante dittatore, uno stupratore della democrazia e via fantasticando.

Quella di avere collaborato con Renzi è quindi una colpa imperdonabile agli occhi e alla coscienza di Salvini, Che tuttavia sarebbe disposto a rifare il centrodestra con Berlusconi, che pure è andato per un bel po’ d’accordo col Pd di Renzi, e prima ancora col Pd di Guglielmo Epifani, mettendo propri ministri nel governo di Enrico Letta, cui la Lega si opponeva. A Berlusconi per emendarsi di questa colpa vengono poste da Salvini solo due condizioni: la rinuncia alla pretesa di guidare daccapo una coalizione di centrodestra senza sottoporsi preventivamente al rito delle primarie, che il segretario leghista pensa di poter vincere, e l’impegno a non fare più accordi con Renzi dopo le elezioni. Come invece Berlusconi ragionevolmente sarebbe tentato di fare se il centrodestra non vincesse le elezioni e Renzi gli chiedesse un aiuto per non far fare il governo ai grillini, magari con l’appoggio proprio dei leghisti. Che peraltro hanno già contribuito, insieme con qualche sfumatura bertinottiana, alla Mèlanchon, a far eleggere nella scorsa primavera sindache pentastellate in città come Roma e Torino.

Tutto questo dovrebbe bastarvi ed avanzarvi per farvi un’idea della lega salviniana e dei suoi progetti: anche di quelli riguardanti l’Europa e l’immigrazione, che sono i suoi cavalli di battaglia. Se manca la chiarezza a monte, figuriamoci a valle.

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Naturalmente nell’ottica di Salvini il probabile nuovo presidente della Repubblica francese è un diabolico agente delle centrali finanziarie e dell’Europa dei burocrati che ne dipende.

Più articolato ma ugualmente negativo è il giudizio del direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, su Macron. Che egli ha difeso dal tentativo di Matteo Renzi di sentirsene emulo, anzi ispiratore, pur non mancando testimonianze autorevoli della grande attenzione riservata da Macron all’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio italiano, sino a trarne spunto per lasciare i socialisti francesi e improvvisare un suo movimento chiamato “in marcia”, naturalmente verso il centro. E ciò perché è al centro che si gioca la partita politica in Europa, e non solo in Italia, come ha appena dichiarato proprio Renzi, in una intervista ai giornali del gruppo Monti-Riffeser, compiacendosi del successo di Macron, anzi avendovi scommesso.

Questa storia di Renzi macronizzato o di Macron renzizzato non va proprio giù a Sallusti, convinto che Macron debba piuttosto sentirsi emulo di Silvio Berlusconi. Ma il francese temo, per Berlusconi, che non ci pensi proprio, e non solo perché ad una fidanzata giovanissima ha preferito nella sua vita una moglie che ha più di un terzo della sua età. Del resto, se ci pensasse, e fosse ricambiato, si aggraverebbero per Berlusconi i rapporti con Salvini.

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L’astuta scommessa di Scalfari su Renzi e Orlando

Qualcuno sarà’ rimasto a prima vista sconcertato domenica mattina leggendo prima su Repubblica e poi sull’Espresso, fermandosi però al titolo della sua fortunata rubrica del Vetro soffiato, il decano ormai del giornalismo italiano Eugenio Scalfari. Al quale cerca di tenere encomiabilmente testa, per assiduità di attenzione e di interventi sulla complicatissima politica italiana, il quasi coetaneo, ed ex dirigente del Pci, Emanuele Macaluso.

Su Repubblica Scalfari ha tinto di intenso azzurro europeo, il suo colore preferito, in tutti i sensi, il segretario uscente e ormai rientrante del Pd Matteo Renzi, collocandolo in una specie di Olimpo con Romano Prodi, Mario Draghi e Walter Vetroni, non più quindi Enrico Letta, altre volte da lui indicato, per quanto giovane, nella riserva onorevole della Repubblica: quella vera, non di carta come un giornale che ne ha fatto pur felicemente la propria testata.

Di Renzi, in particolare, Scalfari ha apprezzato prima l’idea, da lui peraltro suggeritagli, di sposare la proposta di Draghi di un ministro unico delle Finanze nell’Unione Europea, e poi il progetto di una riforma dei trattati per l’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles, probabilmente insieme col Parlamento, e comunque con tanto di primarie a livello nazionale per definirne la candidatura. Smetteremmo così di avere, per la presidenza della Commissione, da unificare con quella dell’attuale Consiglio Europeo, le solite condizionanti trattative fra i governi, condotte sempre dietro le quinte, nel modo cioè meno trasparente possibile, con veti più o meno odiosamente nascosti.

L ‘europeismo è notoriamente per Scalfari la nuova discriminante politica, come una volta fra destra e sinistra. Oggi per lui si è a sinistra se si condivide il progetto dell’unità europea, si è a destra se non lo si condivide, preferendo il cosiddetto sovranismo e le sue varianti.

Ebbene, letti gli elogi di Renzi su Repubblica, si potrà essere rimasti sorpresi sfogliando l’annesso numero dell’Espresso e vedendo, nel titolo e sommario della rubrica settimanale di Scalfari, l’annuncio ch’egli parteciperà alle primarie del Pd di domenica prossima per non votare Renzi ma uno dei suoi due concorrenti.

Scalfari non ne ha fatto il nome, ma ho motivo di credere ch’egli abbia deciso di votare per l’attuale guardasigilli Andrea Orlando. Non mi pare proprio che l’altro candidato ancora, l’irruente governatore pugliese Michele Emiliano, sotto procedimento al Consiglio Superiore della Magistratura per non volere dismettere la toga dopo tanti anni di attività politica, sino a iscriversi al Pd e a scalarne la segreteria nazionale, corrisponda umanamente e, direi, filosoficamente allo schema scalfariano di un leader.

A leggere poi per intero il Vetro soffiato del fondatore di Repubblica si capisce, e personalmente condivido anche, la logica con la quale egli concilia Renzi, di cui da’ per scontata la rielezione a segretario del partito, con Orlando.

Nello scenario ormai proporzionale della nuova legislatura, dopo i colpi inferti dalla Corte Costituzionale agli aspetti più maggioritari delle leggi elettorali della Camera e del Senato, note rispettivamente come Italicum e Porcellum, e considerata la debolezza o addirittura impotenza del Parlamento in via di scadenza, Scalfari vede realisticamente futuri governi di coalizione. Ma di coalizioni destinate a formarsi dopo le elezioni, in base ai rapporti di forza fra i partiti che saranno usciti dalle urne, oltre che in base alle loro affinità programmatiche.

In questa ottica Scalfari non sbaglia a ritenere prevalente il ruolo di segretario del partito di maggioranza relativa rispetto a quello di presidente  del Consiglio. Che dovrà fare più da mediatore che da propulsore. E Dio solo sa quanto Renzi ne abbia bisogno,dopo le prove date nei più di mille giorni trascorsi a Palazzo Chigi, sino a trasformare rovinosamente la campagna referendaria sulla riforma costituzionale in un plebiscito su di lui. Cioè, contro di lui.

Scalfari evidentemente immagina e persegue un Renzi daccapo segretario del Pd ma senza le vertigini di una vittoria troppo forte. E perciò meglio predisposto ad affidare la guida di un governo di coalizione con i centristi, sino ad un Berlusconi staccatosi dai leghisti, ad uno come il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni. E la guida invece di un governo di centrosinistra “largo” o “ampio”, come dice l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ad uno come Orlando. Che per ora Scalfari può aiutare solo votandolo per la segreteria nel gazebo dove si recherà volenterosamente ed encomiabilmente, alla sua bella età, domenica prossima.

 

            Pubblicato su Il Dubbio

Gli italiani condannati a invidiare inglesi e francesi

Di fronte ai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, e dopo l’imbocco della strada delle elezioni anticipate in Gran Bretagna col semplice annuncio, in pratica, della prima ministra Theresa May che gli inglesi voteranno giovedì 8 giugno, mi chiedo perché mai i moderati in Italia, al netto delle arrabbiature procurate loro da chi li dovrebbe rappresentare in Parlamento, debbano essere condannati all’invidia. Sì, all’invidia.

Nel nostro caso, l’invidia è per come all’estero le regole della partita politica e istituzionale funzionino grazie alla loro semplicità e razionalità: cose che in Italia non sembrano avere diritto di cittadinanza. E non ce l’hanno sia per l’incapacità della politica di camminare al passo con i tempi, sia per la sovranità -diciamolo francamente- ch’essa anche in materia di legge elettorale ha ceduto alla magistratura. Sia pure ad una magistratura di livello superiore e atipico com’è quella della Corte Costituzionale, fatta di cinque toghe vere e proprie e di dieci consiglieri “laici”, in quanto nominati per metà dal presidente della Repubblica ed eletti per l’altra metà dalle Camere in seduta congiunta, e con criteri inevitabilmente politici. Che tali rimangono per la natura di chi li deve pur scegliere, secondo l’articolo 135 della Costituzione, “fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrativa, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio”. Anni, peraltro, che non sempre sono stati valutati con criteri unanimemente condivisi, visto che furono contestati, per esempio, quelli attribuiti a Fernanda Contri, giudice costituzionale dal 1996 al 2005 e infine anche vice presidente.

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Ebbene, questa nostra Corte Costituzionale, che taluni esperti ritengono addirittura un modello a livello mondiale, prima ha permesso, con una interpretazione alquanto estensiva dell’articolo 75 sul carattere anche “parziale” di un’abrogazione, che le leggi elettorali venissero manipolate dagli elettori con i referendum. Ai cui promotori è stato consentito, in particolare, di predisporre quesiti, comprensibili solo agli addetti alla materia, in cui certe norme venivano tagliate e cucite, fra parole soppresse e virgole spostate: il tutto studiato apposta non per abolire ma per modificare la legge per l’elezione del Senato, o della Camera, o di entrambe.

Poi, evidentemente non contenta di questo, la stessa Corte si è arrogato il diritto, su ricorso della magistratura ordinaria, di intervenire anch’essa sulle leggi elettorali col metodo del taglia e cuci, per cui la Consulta, come si chiama il Palazzo dove lavorano i giudici costituzionali, è diventata una sartoria elettorale. Dove nei mesi scorsi, per esempio, è stato tagliato dal cosiddetto Italicum, non ancora applicato peraltro all’elezione della Camera, il ballottaggio. Che è il sistema grazie al quale fra meno di quindici giorni, domenica 7 maggio, i francesi potranno eleggere -beati loro- il presidente della Repubblica scegliendo fra i due più votati nel primo turno del 23 aprile: Emmanuel Macron e Marine Le Pen, distanziati di soli due punti.

Da noi il ballottaggio, pur felicemente sperimentato a livello locale con l’elezione dei sindaci, è stato precluso dagli illustrissimi giudici della Corte Costituzionale a livello nazionale.

Sì, lo so, il mio buon amico Giuliano Amato, giudice della Consulta, noto anche come “dottor Sottile” per la sua coscienza e conoscenza, e per la finezza con la quale sa mostrare l’una e l’altra, scelto proprio per questo dal compianto Bettino Craxi come principale collaboratore nei quattro anni del suo governo, in veste di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha spiegato che la Corte non ha bocciato il ballottaggio in sé, ma solo quello previsto dal benedetto o maledetto Italicum. Per cui basterebbe che il Parlamento, in quel poco ormai che resta della legislatura in corso, approvasse una nuova legge con un ballottaggio diversamente prescritto, con soglie di accesso ben o meglio definite, ed equilibrate, per potervi ricorrere già alle prossime elezioni.

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Dice bene -ripeto- il mio buon amico Giuliano. Eppure lui è stato due volte presidente del Consiglio e più volte ministro, dopo l’esperienza di sottosegretario con Craxi. Pertanto sa bene, anzi benissimo, che né queste Camere ormai moribonde né probabilmente quelle successive, destinate a segnare il sostanziale ritorno al sistema elettorale proporzionale proprio dopo l’intervento della Corte Costituzionale prima sul cosiddetto Porcellum e poi sull’Italicum, non avranno mai la forza e la voglia di concedere agli italiani il ballottaggio nazionale, il presidenzialismo e qualsiasi altra forma di sistema istituzionale o legge elettorale improntati alla semplicità, alla logica e alla rapidità. Noi in questo dobbiamo continuare, come dicevo all’inizio, a invidiare gli altri.

D’altronde, quelle volte in cui si è riusciti in Parlamento, con la complicata procedura della doppia lettura, a varare riforme costituzionali -nel 2005 con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi e l’anno scorso con Matteo Renzi, entrambi ostinatisi a volerle approvare a maggioranza assoluta, e non con i due terzi dei voti che avrebbero evitato il passaggio referendario- gli elettori non ne hanno voluto sapere. Cioè, noi non ne abbiamo voluto sapere, per cui sarebbe forse anche il caso di dire che ce lo siamo cercato e ce lo meritiamo il sentiment d’invidia che proviamo nei riguardi dei francesi e, per altro verso, degli inglesi.

Debbo aggiungere, paradossalmente, che proprio sotto l’aspetto di quella che considero la perniciosa invadenza della Corte Costituzionale in materia elettorale, sono contento che la riforma della Costituzione targata Renzi sia stata bocciata nel referendum del 4 dicembre. Fra i suoi inconvenienti c’era il divieto di applicazione di una nuova legge elettorale senza il preventivo giudizio, cioè assenso, dei giudici costituzionali. Ai quali, a quel punto, non restava solo che trasferirsi nel dirimpettaio Palazzo del Quirinale e sostituirsi collegialmente, al capo dello Stato, magari a turno, come si sono già abituati a fare con i loro presidenti scegliendo quello più vicino alla scadenza. Una prospettiva, formale o sostanziale che fosse, semplicemente da pazzi.

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Scalfari aiuta Renzi a modo suo. Berlusca preferisce gli agnelli ai centristi

Grazie anche al contributo non certo disinteressato del terrorismo islamista, e chissà poi se soltanto islamista, le elezioni francesi sono diventate l’epicentro d’Europa. Più ancora di quanto l’anno scorso non fosse avvenuto col referendum inglese, sfociato in quella che tutti ora chiamiamo Brexit.

I fatti, solo i fatti, come sempre del resto, potranno dire se tanta attenzione attorno ai seggi elettorali di Francia sia giustificata. E se non scopriremo invece alla fine che, salvo l’elezione di Marine Le Pen, una campionessa della destra sovranista e un po’ anche razzista nata quasi a dispetto nel 1968, l’anno della contestazione destinata a travolgere nel 1969 anche uno come il presidente e generale Charles De Gaulle; salvo, dicevo, l’elezione eventuale di Marine Le Pen, tutto rimarrà come prima in Francia, e dintorni.

I fatti francesi hanno oscurato in Italia anche l’ultima e decisiva settimana delle primarie del Pd, per ravvivare le quali Eugenio Scalfari ha tinto di azzurro quanto più poteva Matteo Renzi. Che, pur avendolo deluso con le dimissioni da presidente del Consiglio dopo la scoppola referendaria del 4 dicembre scorso, ma anche con qualche ambiguità sul tema di un suo ritorno a Palazzo Chigi, sconsigliatogli per diverse ragioni politiche, e forse temperamentali, è rimasto nel cuore del fondatore di Repubblica. Se ne faranno una ragione fuori dal Pd i vari Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, andati via perché non sopportavano più Renzi neppure fisicamente, e dentro i concorrenti alla segreteria, compreso il guardasigilli Andrea Orlando. Col quale si è schierato alla fine anche pubblicamente Romano Prodi, che pure è un altro rimasto nel cuore di Scalfari, con Mario Draghi e Walter Veltroni, come gli europeisti più convinti. E l’europeismo è considerato da Scalfari come il nuovo discrimine politico e persino ideologico. Come una volta era con la destra e la sinistra.

 

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         Renzi, pur non ottenendone il voto nel gazebo di fine mese perchè la vittoria non risulti tanto forte da fargli perdere la testa,  si è guadagnato la fiducia di un uomo pur esigente e diffidente come Scalfari con un corteggiamento lungo e paziente, trasformando i loro incontri e le loro telefonate in lezioni dove naturalmente lui è l’allievo e l’altro il maestro, con tanto di libri da leggere fra un appuntamento e l’altro e su cui poi riferire e lasciarsi interrogare. Libri che spaziano dichiaratamente, secondo le rivelazioni dello stesso Scalfari, dalla storia, antica e recente, alla filosofia. Ma credo anche alla psicologia.

Il punto decisivo alla cucitura dei loro rapporti credo che Renzi l’abbia dato con la proposta delle primarie e poi dell’elezione diretta del presidente della Commissione Europea, sottraendone quindi la scelta ai negoziati fra i governi dei paesi dell’Unione e ai relativi condizionamenti. Un tema, questo, che mi sembra obiettivamente lontano dalla sensibilità, per esempio, di un Michele Emiliano, il concorrente di Renzi alla segreteria del Pd tutto preso adesso più dalle decine di alberi d’ulivo pugliesi da espiantare e rimettere al loro posto dopo che vi scorreranno sotto i tubi del gasdotto che credo si chiami Tap. Ma neppure il ministro della Giustizia mi sembra tanto preso dal problema dell’elezione diretta del presidente europeo, interessandogli di più le prospettive di un governo di centrosinistra, senza o con trattino, abbastanza “largo”, come dice anche Giuliano Pisapia, perché possa cadere solo per lo starnuto di un ministro o di un segretario dei tanti partiti e partitini della coalizione. Accadde già nel 1998 e nel 2008.

Un simile scenario prescinde naturalmente dall’ipotesi di un governo grillino “di minoranza e combattimento”, alla rovescia di quello perseguito penosamente nel 2013 dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani puntando sulla fiducia iniziale di Grillo, col quale poi lui avrebbe negoziato giorno per giorno, ora per ora, qualsiasi provvedimento, dichiarazione o semplice accesso al gabinetto per i bisogni corporali. Non se ne fece per fortuna nulla grazie allo stesso Grillo e soprattutto all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che da quel momento cominciò ad usare il bastone un po’ per aiutarsi a camminare, alla sua età, ma un po’ forse anche per allontanare malintenzionati.

Questa volta i grillini potrebbero chiedere aiuto, per un loro governo minoritario e combattivo, ai leghisti di Matteo Salvini e ai fratelli di Giorgia Meloni grazie alle affinità sul terreno non certamente secondario dell’immigrazione, specie se dovesse prendere corpo l’ipotesi su cui sta indagando la Procura di Catania. Dove sono incuriositi, diciamo così, dalle navi di facoltose organizzazioni non governative che si spingono sino alle acque libiche per soccorrere e trasportare in Italia, a chiamata, migranti imbarcati dai trafficanti su gommoni fatiscenti.

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Sì, lo so. C’è anche la prospettiva di un ritorno vittorioso di quello che fu il centrodestra, accarezzata dal signore degli agnelli, come Silvio Berlusconi viene chiamato da quando ne ha salvati cinque dalla strage stagionale di Pasqua e li allatta personalmente sui suoi prati di Arcore. Ma permettetemi di non crederci perché vedo quell’area ancora più confusa e pasticciata della sinistra, con un intreccio rovinoso di rivalità personali, rancori, ambizioni e persino frustrazioni.

Ho invidiato la capacità che hanno appena avuto il direttore di formiche.net Michele Arnese e Andrea Picardi di esplorare le zone, chiamiamole così, di confine del vecchio centrodestra costituite dai centristi, letteralmente immolatisi nel mantenimento in vita di questa diciassettesima legislatura.

Arnese e Picardi hanno raccolto nel loro salvagente mediatico -Berlusconi, Salvini e Meloni a parte, naturalmente- Angelino Alfano, Pierferdinando Casini, Enrico Zanetti, Flavio Tosi, Stefano Parisi, Alberto Bombassei, Giovanni Monchiero, Gabriele Albertini, Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto, Gaetano Quagliariello e Denis Verdini. Hanno inoltre sfiorato il ministro Carlo Calenda, che Renzi teme sia ormai più di là che di qua. E non sono caduti nella trappola della Santa, intesa come Daniela Santanchè, che ha annunciato la nascita di una sua associazione –Noi repubblicani- per potere contribuire non so se più alla composizione o scomposizione dell’area di centrodestra.

Ma che fine ha fatto Corrado Passera? Ne ho perse personalmente le tracce, per cui comprendo e condivido il silenzio riservatogli degli ottimi Arnese e Picardi

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Soccorso di Grillo al direttore di Avvenire

         Chissà se Beppe Grillo ruscirà a salvare la sedia di direttore di Avvenire al suo amico Marco Tarquinio con l’attacco a freddo che ha fatto sul suo blog ai radicali, contestandone le battaglie per il divorzio, l’eutanasia ed altro ancora. E ciò appena dopo avere contribuito con i “portavoce” del suo movimento politico all’approvazione, alla Camera, della legge sul cosiddetto biotestamento. Che certamente non è la legge voluta dai radicali, ma viene in qualche modo incontro alla loro posizione sul fine vita.

         Accusato dal segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, di avere dato troppo credito proprio a Grillo con una lunga intervista commissionata nei giorni scorsi a due giornalisti del quotidiano dei vescovi, e di avere rincarato la dose con una propria intervista al Corriere della Sera in cui dichiarava di riconoscersi nel tre quarti delle posizioni pentastellate sui grandi problemi, Tarquinio può ora dire al suo “editore” e censore che in fondo il comico genovese un po’ di attenzione e di comprensione se la merita da parte dei cattolici.

         Un attacco ai radicali dovrebbe essere in effetti musica per le orecchie dei prelati, anche se la buonanima di Marco Pannella non aveva rapporti proprio cattivi con i Pontefici di Santa Romana Chiesa. Ed ancora di recente i radicali si sono sentiti di casa con i preti, e questi con loro, reclamando amnistia e migliore trattamento dei carcerati.

         Il direttore di Avvenire si è affrettato naturalmente a registrare e valorizzare l’attacco di Grillo ai radicali, dedicandogli spazio all’interno e un richiamo in prima pagina, con piccola ma visibile foto dell’amico.

         A questo punto non resta che augurare buon avvenire, con la minuscola, al direttore dell’Avvenire, con la maiuscola.

Storia ordinaria di cantonate italiane

 

Spero che a nessuna Procura della Repubblica, né a Trani, dove hanno già fatto cose del genere, né altrove venga ora la tentazione di aprire un’inchiesta a carico dell’agenzia americana Fitch Ratings. Che ha appena tolto quell’unica + accanto alle tre B assegnate all’Italia, facendoci quindi scendere di un gradino nella valutazione internazionale di affidabilità. E ciò a causa del solito elevatissimo debito pubblico e del rischio politico. Di cui purtroppo non basta ripetere l’aggettivo “solito” perché esso aumenta ancor più del debito ogni volta che a qualcuno di Fitch o d’altra agenzia venga la malaugurata tentazione di leggere o di farsi tradurre le cronache politiche, appunto, dei giornali italiani.

C’è obiettivamente da mettersi le mani nei capelli, per chi li ha, o grattarsi a sangue la testa, per chi è calvo, di fronte allo spettacolo di una miriade ormai di partiti divisi fra di loro e al loro interno. Nessuno dei quali ha la minima possibilità di vincere le elezioni -ma di vincerle davvero- con le due leggi in vigore per il rinnovo della Camera e del Senato. Due leggi delle quali il Parlamento nega giustamente la paternità dopo i tagli apportati a entrambe dalla Corte Costituzionale lasciandone in vigore, immediatamente applicabile, ciò che ne è rimasto. Un Parlamento che rivendica legittimamente, spinto un giorno sì e l’altro pure dal presidente della Repubblica, il diritto di intervenire, ma non riesce a farlo proprio per le divisioni che lo attraversano.

In questa situazione di per sé già caotica e allarmante, visto che siamo ormai a meno di un anno dalla scadenza ordinaria della legislatura, per cui in ogni caso si dovrà pur votare, a meno che non si prolunghi il mandato delle Camere elette nel 2013 dichiarando guerra a qualcuno, magari alla Repubblica di San Marino, per ricorrere con apposita legge alla proroga prevista dal secondo e ultimo comma dell’articolo 60 della Costituzione; in questa situazione, dicevo, già così caotica e allarmante, oltre alle verifiche costituite dalle elezioni amministrative, il cui prossimo turno, a giugno, riguarderà circa dieci milioni di elettori, da nord a sud, ci permettiamo il lusso, chiamiamolo così, anche di una lunghissima campagna elettorale di livello nazionale.

Questa campagna elettorale nazionale, che condiziona tutto e tutti, dal governo ai partiti, e alle stesse istituzioni, è cominciata all’indomani della bocciatura referendaria della riforma costituzionale, il 5 dicembre scorso. Allora il presidente del Consiglio e insieme segretario del maggiore partito italiano, valutati i risultati del voto del 4 dicembre, dichiarò senza mezzi termini di considerare politicamente esaurita la legislatura e propose al suo stesso partito e naturalmente al capo dello Stato, unico titolare del potere di sciogliere le Camere, le elezioni anticipate. Ma fu trattato da qualcuno come un pazzo, da qualche altro come un provocatore, da qualche altro ancora come un terrorista, per quanto disarmato, o armato solo di giocattoli. E non se ne fece nulla un po’ col pretesto di quelle due leggi elettorali troppo diverse tra loro e bisognose quanto meno di un’armonizzazione, per ripetere la parola magica usata dal capo dello Stato, e un po’ per una questione che non saprei dire se più morale o igienica sollevata con vigore dal presidente emerito, cioè ex, della Repubblica Giorgio Napolitano. Che non considera “normale” un Paese in cui si ricorra allo scioglimento anticipato delle Camere, pur avendolo lui stesso fatto disposto una volta, al pari dei suoi predecessori, qualcuno dei quali anche più volte, come la buonanima di Oscar Luigi Scalfaro.

 

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In questo contesto politico e istituzionale, oltre a quella o quel + sottrattoci da Fitch, non deve sorprendere neppure la notizia che ho letto da qualche parte di una buona metà del proprio tempo dedicata per telefono dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in missione tra gli Stati Uniti e il Canada, alla questione sollevata dall’amico magistrato Raffaele Cantone. Che si è visto sottratto da un decreto delegato del governo il diritto di sorveglianza preventiva sulle gare d’appalto ed ha avvertito manine e manone di quanti non gradiscono l’Autorità Anticorruzione da lui presieduta con grande visibilità.

Gli uffici dove è avvenuto il pasticcio sono stati individuati nel Dipartimento degli affari legali di Palazzo Chigi, dove l’aggiornamento del codice degli appalti è arrivato in un modo ed è uscito in un altro, il 13 aprile, per essere esaminato ed approvato dal Consiglio dei Ministri.

A indurre in errore i funzionari del Dipartimento, senza che se ne accorgesse peraltro la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, che dovrebbe sovrintendere al lavoro del direttore Roberto Cerreto, sarebbe stato un parere del Consiglio di Stato. Secondo il quale Cantone dovrebbe limitarsi ad investire l’autorità giudiziaria di eventuali irregolarità scoperte nell’esame preventivo delle gare di appalto.

Il Consiglio di Stato è fatto naturalmente di magistrati, sia pure amministrativi. Magistrati sono anche quelli delle Procure cui Cantone dovrebbe limitarsi, secondo il nuovo decreto, a segnalare le sue scoperte. Magistrato, ma in aspettativa, è lo stesso Cantone, la cui Autorità però è stata recentemente definita inutile da un altro magistrato che era in quel momento anche presidente dell’associazione dei suoi colleghi: Piercamillo Davigo. Troppi magistrati, forse. E, come dice un vecchio proverbio inglese, troppi galli a cantare non fa mai giorno.

 

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Ma la sorpresa più grande, di questo pasticcio di cui si è lamentato in più sedi Cantone e cui Gentiloni prima ancora di rientrare in Italia si è preoccupato dall’estero di disporre un rapido rimedio, viene dalla lettura della norma soppressa dal nuovo codice degli appalti.

Ciò che risulta tolto a Raffaele Cantone e all’Autorità che presiede è il diritto di rivolgere alla stazione appaltante incorsa in errore o violazione di legge una “raccomandazione vincolante”.

Adesso, con tutta la buona volontà di questo mondo, e con tutta la stima e la simpatia che merita il dottor Cantone, riesce francamente difficile capire come possa o debba risultare “vincolante” una “raccomandazione”.

Dizionario della lingua italiana alla mano, raccomandazione significa “esortazione o consiglio improntati a motivi affettivi, professionali o di autorità, reale o presunta”, o ancora “segnalazione”. Sono tutte parole o concetti alquanto diversi dalla perentorietà di un aggettivo come “vincolante”. Che, sempre dizionario della lingua italiana alla mano, comporta o “costituisce un obbligo morale o giuridico”.

A questo punto non so francamente se la cantonata -è proprio il caso di chiamarla così- sia più il contenuto della norma soppressa o la soppressione della norma.

 

 

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Le attrazioni fatali fra Grillo e Salvini

 

         A dispetto delle previsioni o sensazioni di Marco Travaglio, che pure di Grillo e grillini se ne intende anche perché ha più occasioni di altri di frequentarli, godendo di una loro quasi istintiva fiducia per disporre di comuni antipatie, c’è qualcosa che sempre di più avvicina pentastellati e leghisti. Qualcosa che potrebbe anche indurli ad alleanze post-elettorali per il governo, se la somma dei loro seggi parlamentari, e magari anche di quelli di destra dei Fratelli d’Italia, dovessero bastare a fare maggioranza.

         Grillini e leghisti hanno una crescente e comune diffidenza, a dir poco, di fronte al fenomeno dell’immigrazione. Che è destinato ad avere un peso sempre più grande nella valutazione dei programmi delle forze politiche e delle loro compatibilità.

         E’ significativa la luce che Grillo sta accendendo sulle indagini giudiziarie dalle quali è tentata la Procura di Catania sulla presenza sempre più numerosa di associazioni non governative, cioè di volontariato, provviste di navi e naturalmente di soldi, per il soccorso in mare dei migranti già al largo delle coste libiche. Che sono quelle dalle quali proviene la maggior parte dell’immigrazione destinata verso le coste italiane ma imbarcata su mezzi sfacciatamente inadatti a coprire le distanze fra i due paesi.

         C’è il sospetto sempre più fondato e inquietante di affari su un fenomeno che ormai costa all’Italia più di quattro miliardi e mezzo di euro l’anno.

         La denuncia di simili affari è da tempo una costante della Lega guidata da Matteo Salvini. Dal cui elettorato peraltro i grillini hanno giù avuto consistenti soccorsi nelle elezioni amministrative per la vittoria dei loro candidati a sindaci nei ballottaggi con esponenti del Pd.

         Travaglio, ospite sempre più abituale del salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, ha dubitato che gli elettori grillini, particolarmente numerosi nel Sud, gradiscano aiuti dai leghisti. Ma gli aiuti, si sa, si possono prendere e guadagnare anche quando non sono graditi. Basta che siano utili.

         Ciò avvenne durante la cosiddetta prima Repubblica quando Indro Montanelli invitò i suoi lettori, prevalentemente laici, a votare la Dc turandosi il naso pur di non farla sorpassare dal Pci, allora, di Enrico Berlinguer.

         Quel naso turato diede fastidio grandissimo ai dirigenti e a molti elettori tradizionali dello scudo crociato. Ma altrettanto grande fu il beneficio che ne ricavarono nelle elezioni anticipate del 1976, quando la Dc non solo non fu sorpassata dal Pci ma aumentò le distanze che li avevano separati nelle elezioni regionali dell’anno prima. Con l’effetto, poi poco gradito da Montanelli, che democristiani e comunisti si accordarono dopo le elezioni in nome della “solidarietà nazionale”: gli uni realizzando un governo “monocolore” presieduto da Giulio Andreotti e gli altri appoggiandolo dall’esterno.

         Chissà se non potrà accadere lo stesso con grillini e leghisti nella nuova legislatura, in nome del comune interesse ad evitare il fallimento del paese per gli oneri dell’immigrazione.

Un Nunzio per niente galantino

           

            Al monsignore Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, non sono evidentemente bastate le precisazioni con le quali Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, ha cercato di contenere i danni delle proprie aperture a Beppe Grillo. Che egli ha compiuto prima mettendo il comico a suo agio con una lunga intervista allo stesso Avvenire e poi dichiarando al Corriere della Sera una convergenza al 75 per cento sui “grandi temi” col movimento delle 5 stelle, di cui l’amico è capo, garante e quant’altro.

            Il monsignore, reduce da una riunione, dove era già sbottato, è andato su tutte le furie davanti a tutti, giornalisti compresi. Qualcuno lo ha visto opporre segni di insofferenza alla notizia del direttore di Avvenire deciso a precisare il carattere strettamente personale della sua condivisione con i tre quarti delle posizioni pentastellate. E ciò mentre alla Camera grillini e piddini troppo “adulti”, per usare un aggettivo che a suo tempo costo’ a Romano Prodi l’amicizia, o quasi, del potente cardinale Camillo Ruini, approvavano la legge sul bio testamento, o fine vita.

            Chi conosce monsignor Galantino, e non dispera di vederlo succedere ad Angelo Bagnasco ormai in scadenza alla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, è sicuro che il prelato pugliese la farà pagare carissima a Tarquinio, considerato anche il fatto che l’anno della Misericordia, con là maiuscola, proclamato da Papa Francesco è passato.

            Il segretario generale della Cei sarà insomma pure Nunzio, in tutti i sensi, anche in quello di prelato di fiducia del Pontefice felicemente regnante, ma risulterà probabilmente nei riguardi del direttore di Avvenire neppure un po’ galante, come il suo cognome dovrebbe invece portarlo ad essere.

 

 

Severamente vietato chiedere scusa

Fra i tanti divieti in vigore in Italia c’è anche quello delle scuse, scambiate per qualcosa di poco dignitoso, d’indegno, di pusillanime, di infamante. Non te le chiede nessuno, le scuse. Neppure quando, investendoti sulle strisce, uno ti riduce in fin di vita. E gli viene anche la voglia di mandarti a quel paese perché sei tu che non hai saputo fermarti in tempo, e non lui.

In politica le cose non vanno meglio. Ed è naturale, perché la politica non è né migliore né peggiore del posto dove la si pratica. Ne è più semplicemente e banalmente lo specchio. Ciò vale anche per i giornali, le cui redazioni sono sempre più affollate di energumeni della parola e dei sentimenti.

Vi ricordate le reazioni indignate della stampa del non lontano 14 marzo scorso, con quelle foto dell’aula quasi deserta di Montecitorio scattate il giorno prima, all’apertura della discussione sulla legge del cosiddetto biotestamento? In quelle immagini fu indicata la prova del degrado del Parlamento, della sua indifferenza di fronte ai problemi del Paese. Una indifferenza aggravata dalla recentissima morte di un paziente accompagnato in una clinica svizzera dal radicale Marco Cappato a finire volontariamente e dignitosamente i suoi giorni tanto privi di luce quanto pieni di sofferenze.

Si disse e si scrisse che da un Parlamento capace di mobilitarsi solo per difendere i vitalizi, o come altro si chiamano, dei suoi membri non ci sarebbe stato altro da aspettarsi. E quei pochi, pochissimi che ci sforzammo di spiegare come e perché di lunedì mattina non ci si potesse attendere un’aula parlamentare affollata, se non di comparse per qualche film, fummo scambiati e liquidati per i soliti fessi o, peggio ancora, prezzolati.

Ebbene, la legge sul cosiddetto biotestamento, fra le più delicate e difficili per i suoi contenuti e risvolti morali, trattandosi della fine di un paziente, è stata appena approvata, in poco più di un mese d’aula, comprensivo delle sospensioni dei lavori di fine settimana e di Pasqua, con 326 sì e “soli” 37 no, come ha lamentato il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire: lo stesso incautamente avventuratosi proprio alla vigilia di quel voto a ospitare sulle proprie pagine, mettendolo il più possibile a suo agio, il “garante” del movimento 5 Stelle, senza il cui concorso il provvedimento non sarebbe di certo uscito dall’aula di Montecitorio per passare al Senato.

C’è stato un giornale, fra i tanti che dedicarono le loro prime pagine del 14 marzo all’aula “scandalosamente” vuota della Camera, o un giornalista o un politico, fra i tanti che presero a male parole gli assenti, e diedero degli ipocriti ai pochi presenti, che si sia scusato per la tempestività e serietà con cui invece gli uni e gli altri hanno alla fine legiferato? No. Nessuno.

 

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Poco più di un mese è passato anche dal famoso -e per molti scandaloso- salvataggio di Augusto Minzolini dalla decadenza da senatore proposta dalla competente giunta di Palazzo Madama, in applicazione della cosiddetta legge Severino, per una condanna definitiva rimediata quasi un anno e mezzo prima dall’ex direttore del Tg1 per peculato. Un salvataggio avvenuto con voto non segreto ma palese, grazie a 19 senatori del Pd convinti che quella condanna fosse stata ingiusta o quanto meno anomala non per una ma per una serie di ragioni: per esempio, per il contributo dato alla sentenza da un magistrato reduce da una lunga esperienza politica dalla parte opposta a quella dell’imputato, o per essere stato quest’ultimo assolto per la stessa questione in sede civile.

Oltre agli insulti a Minzolini e a quanti lo avevano “salvato”, partì una campagna ad opera del solito Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, con l’altrettanto solito sostegno di grillini e simili, contro lo stesso Minzolini per inadempienza della promessa fatta, prima del voto, di dimettersi in ogni caso da senatore. Cominciarono a contargli i giorni, le ore, i minuti e i secondi che trascorrevano inesorabilmente dalla promessa senza che lui si decidesse a scrivere e a consegnare la lettera di dimissioni agli uffici del Senato.

Una volta presentate, le dimissioni vennero però bollate come una manfrina, essendo destinate, secondo le previsioni e valutazioni dell’espertissimo Travaglio, a rimanere in qualche cassetto sino alla fine ordinaria, e non lontana, della legislatura. O ad arrivare in aula solo per essere respinte, a scrutinio obbligatoriamente segreto, con la scusa della consuetudine consolidata del no in prima battuta ad una rinuncia spontanea al seggio. Seguivano gli immancabili conti delle indennità e altre entrate senatoriali di Minzolini già riscosse dopo la condanna definitiva, e la mancata decadenza immediata, e di quelle che il mascalzone forzista avrebbe continuato a percepire sino all’epilogo della legislatura. Non parliamo poi degli inviti più o meno minacciosi al presidente del Senato, e persino a quello della Repubblica, perché venisse impedita una simile vergogna.

Ebbene, le dimissioni di Minzolini, una volta presentate, registrate e timbrate, sono arrivate in aula in meno di un mese. E a scrutinio rigorosamente segreto, nonostante il tentativo del capogruppo del Pd Luigi Zanda di strappare al presidente del Senato una deroga per il voto palese che avrebbe, a mio modestissimo avviso, semplicemente disonorato il Parlamento, le dimissioni sono state accolte con 142 sì e 106 no.

In un paese civile il giornale di Travaglio ne avrebbe preso atto scusandosi con il pur “pregiudicato” Minzolini, come l’ex senatore viene definito abitualmente dal direttore del Fatto Quotidiano. Che ha dato la notizia titolando così, sopra la stessa testata del giornale: “16 mesi dopo la condanna definitiva e l’interdizione Minzolini finalmente lascia il Senato e dà la colpa al Fatto. Grazie di cuore, per noi è una medaglia”. Sempre in prima pagina sono dedicate al caso Minzolini cinque, dico cinque, righette in corsivo di una rubrica il cui titolo basta e avanza per capire di che cosa si tratti: La cattiveria.

 

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         Poche parole infine per dirvi delle scuse che non riceverà mai Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità Anticorruzione al quale un decreto del Consiglio dei Ministri di aggiornamento del cosiddetto codice degli appalti, per delega ricevuta dal Parlamento, ha tolto il controllo preventivo delle gare. Rimedieremo all’errore, è stato annunciato dal ministro cosiddetto competente, Graziano Delrio.

Ma chi materialmente abbia potuto o voluto commettere lo sbaglio, di quale livello e per quale motivo, naturalmente non si saprà mai. Anche questa è un’abitudine tutta italiana.

 

 

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