Procure in conflitto e guardasigilli “inquieto”

C’è quanto meno una preposizione di troppo nel titolo dedicato alla vicenda giudiziaria della Consip da Repubblica: “Procure verso lo scontro sui falsi del capitano”. Verso ? Soltanto “verso”? Ma le Procure di Napoli e di Roma, in ordine rigorosamente alfabetico, si sono ormai già scontrate. Mi sembra inutile, anzi controproducente, che si faccia ancora finta di non capire e di non sentire. E che il ministro della Giustizia Andrea Orlando si limiti a parlare di una vicenda “inquietante”.

Ma poi, se proprio lo inquieta questa brutta faccenda di due Procure entrate in conflitto indagando sulle stesse cose e sugli stessi uomini in maniera e con criteri e mezzi che fanno a cazzotti fra di loro, il guardasigilli ha un solo modo di uscirne: usare il suo potere ispettivo. Che gli deriva dall’articolo 107 della Costituzione, in forza del quale egli “ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare”, e dall’articolo 110, per il quale “ferme le competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, spettano al Ministro della Giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia”. Stanno davvero funzionando bene le cose a Napoli o, se preferiscono dalle parti del Fatto Quotidiano, a Roma, o fra le due Procure?

Come i due diversi uffici giudiziari stiano muovendosi lo racconta bene proprio Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, che riferisce in un titolo di prima pagina: “Voodcoock conferma fiducia al Noe. E Roma tira dritto su Consip”. Ciò significa, in particolare, che il pubblico ministero dal nome complicato continua ad avvalersi a Napoli, nelle indagini sugli appalti della Consip, del nucleo operativo ecologico dei Carabinieri. A Roma invece da più di un mese usano un diverso reparto della stessa Arma non fidandosi dell’altro, al cui capitano Gian Paolo Scafarto hanno rivolto l’accusa di falso ideologico e materiale nell’uso delle intercettazioni che hanno portato, o contribuito a portare al coinvolgimento del padre di Matteo Renzi, Tiziano, nelle indagini per traffico di influenze illecite. E ciò con tutte le turbative che sono derivate sul piano politico, essendo l’ex presidente del Consiglio un protagonista ancora attivo sulla scena. O no? Sono in pieno corso, fra l’altro, le procedure congressuali del Pd, con le votazioni già svoltesi nei circoli e con le primarie già fissate a fine mese, per la conferma proprio di Renzi alla segreteria.

 

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Il caso vuole però che corra per la segreteria del Pd anche il ministro della Giustizia, oltre al governatore della Puglia Michele Emiliano, che già gli ha contestato questa spiacevole e comunque scomoda coincidenza sperando forse di trarne beneficio, visto che nei circoli del partito Orlando, pur superato da Renzi, ha preso voti tre volte in più dello stesso Emiliano.

Probabilmente il guardasigilli non si sente di andare oltre quell’aggettivo “inquietante”, parlando della vicenda giudiziaria della Consip, per considerazioni di opportunità politica, oltre che istituzionale. Un ordine di ispezione ministeriale a Napoli, o a Roma, o in entrambe, potrebbe esporsi al sospetto di un’iniziativa voluta o destinata a produrre effetti mediatici, e politici, su quel che resta del percorso congressuale del Pd, che è la parte più importante.

Proprio in questi giorni, peraltro, una esponente non fra le minori del Pd, la presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, nel contesto di un’intervista a Libero concessa per annunciare che con questa legislatura finirà anche la sua più che ventennale esperienza di parlamentare, ha esortato a non dare per scontata l’elezione di Renzi a segretario. Lei ritiene che Orlando abbia ancora molte carte da giocare nelle primarie partecipate dagli esterni, cioè dai non iscritti ma elettori o tentati elettori del partito. La Bindi naturalmente tiferà, quanto meno, per lui non piacendogli di Emiliano, probabilmente, l’ostinazione a non dimettersi dalla magistratura dopo tanti anni di impegno in politica, e ritenendo Renzi una mezza rovina, anzi una rovina intera per il Pd, dove il suo conterraneo toscano vorrebbe comandare da solo.

Capisco che in questa situazione il ministro della Giustizia, che si è offerto come segretario del dialogo, del centrosinistra “largo” eccetera eccetera, possa trovarsi in imbarazzo ad occuparsi della bega giudiziaria sinora largamente adoperata contro il suo maggiore, anzi unico concorrente alla guida del partito, ma non credo che questo giovi al chiarimento che si dovrà pur fare tra Napoli e Roma. Cioè tra una Procura che usa nelle sue indagini un reparto di polizia giudiziaria di cui non si fida l’altra Procura impegnata nello stesso lavoro, sino a decidere, dopo la contestazione del falso al capitano Scafarto, di risentire e verificare tutte le intercettazioni e tutte le altre attività gestite dai carabinieri del nucleo ecologico: intercettazioni e attività che gli uffici giudiziari romani hanno ereditato da Napoli nel troncone della vicenda Consip ritenuto solo in un secondo momento di loro competenza territoriale.

 

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A tutte queste osservazioni su quello che a questo punto si potrebbe pur definire il pasticciaccio Consip si deve aggiungere un problema sollevato -credo non a torto- dalla presidente della commissione Giustizia della Camera, la piddina Donatella Ferrante, magistrata in aspettativa. La quale ha ricordato che la polizia giudiziaria partecipa alle indagini sotto la direzione del magistrato di turno, che non per questo finisce di esserne responsabile.

Ciò significa, per tradurre in parole povere il ragionamento della Ferrante, che il Voodcoock di turno non può limitarsi a prendere per buoni i brogliacci e le sintesi delle intercettazioni consegnategli da un capitano, o suo subordinato, ma deve verificarne contenuto e corrispondenza con gli originali. Cosa che -ripeto- stanno facendo appunto a Roma, atto per atto, intercettazione per intercettazione, dopo avere scoperto che un generico incontro con Renzi riferito ad Alfredo Romeo dal suo consulente Italo Bocchino è stato scambiato per un incontro con Tiziano Renzi raccontato a Bocchino da Romeo. Che è cosa a dir poco allucinante, vista la successiva incriminazione del padre dell’ex presidente del Consiglio. E, aggiungo io, visto anche il silenzio a lungo adottato da Bocchino quando ha scoperto, credo ben prima dei magistrati di Roma, l’equivoco creatosi attorno alla sua conversazione con l’imprenditore napoletano. Alla notizia del cui arresto l’ex deputato finiano, peraltro anche lui indagato, si sarà pur informato attraverso i propri legali del come e perché vi si fosse arrivati.

 

 

 

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Quell’apostrofo galeotto per Antonio Di Pietro

Dite e scrivete quello che volete, ma l’immagine che mi è rimasta più impressa, del raduno organizzato a Ivrea da Davide Casaleggio per celebrare il padre, è quella di Antonio Di Pietro. Che ha detto di essere accorso lì anche lui per onorare il ricordo di Gianroberto Casaleggio, la cui amicizia e i cui consigli l’avrebbero aiutato agli esordi della sua Italia dei Valori, ma non riuscirà mai a togliere dalla testa che vi è andato pure per annusare l’aria che tira attorno al movimento delle 5 stelle. E per capire se potrà ritentare l’operazione, mancata qualche tempo fa, di inserirsi nel nuovo filone politico che ha tante cose in comune con i suoi sentimenti, i suoi umori, le sue diffidenze, le sue ambizioni: le stesse per le quali 25 anni fa mezza Italia lo scambiò per l’uomo delle pulizie dell’intero Paese. E si mise a sfilare sotto le sue finestre, a Milano, sino ad allarmare il capo ufficio, per chiedergli di sognare con lui. “Mi preoccupa tanto entusiasmo”, si lasciò sfuggire una volta Francesco Saverio Borelli in Galleria.

         Si sa poi come finì. Al netto di tutte le “strattonate” da lui attribuite a chi gli voleva male, Di Pietro lasciò la magistratura, svolse per qualche tempo consulenze parlamentari e collaborazioni giornalistiche, insegnò in qualche università, pubblicò libri con prefazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che lo aveva preso in simpatia per essersi rifiutato una volta “Tonino” di scioperare con i propri colleghi contro di lui, che era allora al Quirinale, e poi dove approdò? In politica: prima ministro, poi senatore, poi fondatore di un proprio partito, poi ancora ministro, socio influente prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, le due edizioni del centrosinistra guidate da Romano Prodi, e infine vittima di un processo mediatico durato contro di lui poco più di un’ora: la parte di una puntata di Report dedicatagli, per fargli i conti in tasca, da quell’impertinente di Milena Gabanelli. Che poi sarebbe stata corteggiata dai grillini addirittura per il Quirinale, e nei cui riguardi, in una intervista appena rilasciata a Libero, Di Pietro ha lodevolmente mostrato di non avere risentimenti.

         Mi sembra normale che ora “Tonino” riconosca ai grillini di essere stati un po’ i suoi eredi, accorra dove loro si ritrovano e alterni la tentazione umanissima di soffrire del confronto tra i voti che prendeva lui e quelli che prendono i successori, e di offrirsi a dare loro una mano per conquistarne ancora di più. Se prevarrà il Di Pietro che soffre o quello che s’offre ce lo potranno dire solo i fatti. E questione di tempo, e naturalmente di apostrofo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, pagina 14 dei commenti

                                                   

 

 

 

 

 

 

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