Quell’apostrofo galeotto per Antonio Di Pietro

Dite e scrivete quello che volete, ma l’immagine che mi è rimasta più impressa, del raduno organizzato a Ivrea da Davide Casaleggio per celebrare il padre, è quella di Antonio Di Pietro. Che ha detto di essere accorso lì anche lui per onorare il ricordo di Gianroberto Casaleggio, la cui amicizia e i cui consigli l’avrebbero aiutato agli esordi della sua Italia dei Valori, ma non riuscirà mai a togliere dalla testa che vi è andato pure per annusare l’aria che tira attorno al movimento delle 5 stelle. E per capire se potrà ritentare l’operazione, mancata qualche tempo fa, di inserirsi nel nuovo filone politico che ha tante cose in comune con i suoi sentimenti, i suoi umori, le sue diffidenze, le sue ambizioni: le stesse per le quali 25 anni fa mezza Italia lo scambiò per l’uomo delle pulizie dell’intero Paese. E si mise a sfilare sotto le sue finestre, a Milano, sino ad allarmare il capo ufficio, per chiedergli di sognare con lui. “Mi preoccupa tanto entusiasmo”, si lasciò sfuggire una volta Francesco Saverio Borelli in Galleria.

         Si sa poi come finì. Al netto di tutte le “strattonate” da lui attribuite a chi gli voleva male, Di Pietro lasciò la magistratura, svolse per qualche tempo consulenze parlamentari e collaborazioni giornalistiche, insegnò in qualche università, pubblicò libri con prefazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che lo aveva preso in simpatia per essersi rifiutato una volta “Tonino” di scioperare con i propri colleghi contro di lui, che era allora al Quirinale, e poi dove approdò? In politica: prima ministro, poi senatore, poi fondatore di un proprio partito, poi ancora ministro, socio influente prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, le due edizioni del centrosinistra guidate da Romano Prodi, e infine vittima di un processo mediatico durato contro di lui poco più di un’ora: la parte di una puntata di Report dedicatagli, per fargli i conti in tasca, da quell’impertinente di Milena Gabanelli. Che poi sarebbe stata corteggiata dai grillini addirittura per il Quirinale, e nei cui riguardi, in una intervista appena rilasciata a Libero, Di Pietro ha lodevolmente mostrato di non avere risentimenti.

         Mi sembra normale che ora “Tonino” riconosca ai grillini di essere stati un po’ i suoi eredi, accorra dove loro si ritrovano e alterni la tentazione umanissima di soffrire del confronto tra i voti che prendeva lui e quelli che prendono i successori, e di offrirsi a dare loro una mano per conquistarne ancora di più. Se prevarrà il Di Pietro che soffre o quello che s’offre ce lo potranno dire solo i fatti. E questione di tempo, e naturalmente di apostrofo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio, pagina 14 dei commenti

                                                   

 

 

 

 

 

 

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