Il sessantesimo missile di Trump sui suoi tifosi in Italia

Mentre tutti si occupano, giustamente, dei 59 missili fatti lanciare dal presidente americano Donald Trump contro l’indegno arsenale chimico di Assad in Siria, appena adoperato dal dittatore contro quelli che lui considera ribelli comprendendovi i bambini, vi voglio raccontare del sessantesimo missile. Che è quello, fortunatamente solo di carta, che il presidente degli Stati Uniti ha lanciato personalmente contro i suoi improvvidi tifosi in Europa. I quali ne salutarono l’imprevista elezione alla Casa Bianca come l’arrivo del Messia della sovranità nazionale, del “facciamoci i fatti nostri” e “al diavolo tutti gli accordi o fenomeni internazionali: globalizzazione, Unione Europea, Nato” eccetera eccetera.

Tutti costoro si sono trovati dalla sera alla mattina con una mano davanti e l’altra di dietro, increduli e storditi.

Dalle nostre parti non ho saputo francamente se ridere di gusto o dolermi di compassione vedendo le facce -solo le facce- del segretario leghista Matteo Salvini e della sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Che non hanno esitato un istante a scaricare il “loro” Trump, sprofondato all’improvviso nell’inferno costringendoli ad aggrapparsi ancora di più a Putin, e si spera non anche alle sue minacce di ritorsione e quant’altro contro i soliti americani prepotenti e guerrafondai.

 

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Per quanto più abituati alle pratiche e agli sottigliezze del governo per l’imprudenza avuta da Silvio Berlusconi di portarveli e lasciarveli per un po’ d’anni, affidandolo loro persino i Ministeri degli Esteri, dell’Interno, della Difesa e della Giustizia, i signori della nuova o vecchia destra italiana, poco importa, sono riusciti a fare peggio dei grillini. Che pure di governo hanno pratica solo recente e locale. E la cui politica estera è gestita, almeno per ora, dall’ingegnere informatico Manlio Di Stefano, un palermitano eletto deputato in Lombardia quattro anni fa e di esteri conosce solo il nome della Commissione della Camera alla quale il gruppo 5 Stelle lo assegnò all’inizio della legislatura.

Persino questo Di Stefano, per quanto deluso di certo pure lui dalla svolta di Trump, considerandolo magari mal consigliato dai soliti militari, si è trattenuto nella reazione. E’ attribuito a lui un comunicato anonimo, diffuso dal blog del movimento, in cui si dice che gli attacchi ordinati dal presidente degli Stati Uniti “rischiano di costituire”, quindi non costituiscono tout court, come hanno gridato a destra, “una chiara violazione del diritto internazionale”.

Questa formulazione diplomatica non è sfuggita alla pancia del movimento grillino, come si capisce consultandone il sito e leggendo le reazioni dei naviganti.

“Rischiano? Rischiano soltanto? Siete ubriachi?”, ha chiesto un tale Guglielmo. “Sarà impossibile rimanerne fuori”, ha avvertito Rosanna Scarpa dopo che qualcun altro aveva appunto raccomandato di starsene indifferenti alla finestra. “Trump ha cercato di limitare i danni”, ha scritto Mario Genovesi, non so se riferendosi agli altri missili non lanciati contro la Siria o alle bombe chimiche distrutte in territorio siriano perché non venissero adoperate contro altri innocenti.

Un altro grillino ancora -Aldo B.- si è lodevolmente ricordato di quella che recentemente apparve una gaffe da ubriaco, quando il presidente americano parlò di una bomba a Stoccolma. Forse disponeva di una buona informazione ricevuta dai servizi segreti, allertati su ciò che sarebbe potuto accadere, com’è purtroppo avvenuto, nella capitale svedese con quel tir lanciato come una bomba in pieno centro per seminare morte fra i passanti. Rimase sempre una gaffe, sia chiaro, ma c’era almeno un retroterra.

 

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Non sono naturalmente mancate fra gli internauti grillini grida antiamericane della solita, peggiore specie. E richieste, come quella di Giuliano Antonio, di non lasciarsi scappare, per carità, questa preziosa occasione per “uscire dalla Nato”. O imprecazioni come quella di Adriano. Che, dichiaratosi cinquantenne, ha garantito che “da quando sono ragazzo gli americani mi stanno sui c…….ni”. Fine e davvero multirazziale, questo Adriano, del quale il meno che si possa dire è che i genitori gli hanno dato un nome sbagliato.

Peccato che la fortuna abbia risparmiato al giovane Davide Casaleggio di esordire di giovedì, e non di venerdì, nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Che non si sarebbe certamente sottratta alla tentazione di chiedergli un giudizio sui missili di Trump contro la Siria di Assad. Chissà a quale algoritmo avrebbe fatto ricorso l’ospite per sfuggire anche a un simile tema, oltre che alle pensioni d’oro e alle comunarie. Ma non è detto che qualcuno non riesca a fargli qualche coraggiosa domanda a Ivrea, del cui convegno organizzato per celebrare la memoria del padre l’erede ha a lungo parlato in una intervista al Fatto Quotidiano, una volta tanto assente invece nel salotto della Gruber giovedì sera, dove a supportare, non certo ad incalzare l’ospite c’erano il giornalista Gianluigi Nuzzi e il sociologo Domenico De Masi.

Comunque, pur avendone avuta l’occasione, neppure l’intervistatore del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, ha ritenuto di dover fare una domanda -dico, solo una domanda- a Davide Casaleggio sula questione siriana riesplosa dopo l’esordio televisivo a La 7. Silenzio assoluto. Ha invece parlato, anzi tuonato, il solito Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, che ha dato al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni del “vassallo degli Stati Uniti” per averne definito l’azione militare contro la Siria di Assad “limitata” e “una risposta ad un crimine di guerra”. E così Dibba ha pure pensato di mettere in riga il troppo cauto ingegnere informatico del movimento.

 

 

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La caccia all’infiltrato per la vicenda Moro

A 39 anni ormai di distanza dalla tragica fine di Aldo Moro, e dopo una lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari, per non parlare dei numerosi e inutili tentativi compiuti in ogni sede di fare uscire i responsabili superstiti di quell’operazione condotta con “geometrica potenza” contro “il cuore dello Stato” dalla sin troppo sfacciata reticenza delle loro deposizioni, e persino memoriali, capisco la diffidenza dell’ottimo Paolo Delgado. Che ha avvertito o temuto su Il Dubbio la presenza dei soliti “saltimbanchi della dietrologia” nella ricostruzione che del sequestro e dell’uccisione di Moro sta facendo la commissione bicamerale presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, del Pd.

Le relazioni sui primi due anni di lavoro sono già state approvate all’unanimità -cosa non frequente nelle commissioni d’inchiesta parlamentare- a dimostrazione del clima unitario in cui si è lavorato, pur in un contesto politico generale di tutt’altro segno. E nella previsione, oltre che auspicio, di una relazione conclusiva largamente condivisa alla fine della legislatura, ordinaria o anticipata che sia destinata a rivelarsi.

Fra i nuovi temi sollevati dalla commissione Fioroni, rispetto alle precedenti indagini, Delgado ha trovato curioso e -temo- irrilevante quello del bar d’angolo fra via Fani e via Stresa, dietro le cui fioriere si nascosero i brigatisti rossi travestiti da avieri, con le loro armi, in attesa che arrivasse l’auto blu che portava Moro dalla sua vicina abitazione di via di Forte Trionfale a Montecitorio, preceduta da una vettura più piccola della scorta. Che, costretta apposta ad una brusca frenata, fu tamponata dalla macchina contro la quale i terroristi spararono uccidendo gli agenti che sedevano davanti e risparmiando il presidente della Dc per sequestrarlo, prelevandolo a forza dai sedili posteriori. “Lasciatemi stare”, furono le uniche parole uscitegli dalla bocca.

Quel bar molto spazioso, che gli agenti di scorta di Moro avevano frequentato per un po’ fino a che non si insospettirono di qualcosa e smisero di andarvi, esortando la figlia di Moro, Maria Fida, che lo frequentava anche lei, a starsene lontana, la mattina del sequestro -il 16 marzo- doveva essere chiuso. E non per turno o altro. Era stato chiuso da un bel po’ per fallimento della società proprietaria. Un socio della quale risultò poi coinvolto in un oscuro e inquietante traffico d’armi e di moneta, oggetto di una indagine giudiziaria dalla gestione a dir poco bizzarra.

Ebbene, quel bar la mattina del 16 marzo fu trovato aperto da cronisti e operatori televisivi accorsi sul posto della tragedia. E che vi si rifugiarono per fare le loro telefonate di lavoro. Così anche altri, fra i quali un uomo alto che parlava tedesco. Tedesco come la lingua usata durante l’eccidio della scorta di Moro da uno sconosciuto   -forse lo stesso- che correva per la strada gridando ai passanti di fermarsi e di stare attenti. Tedesco come la montagna di marchi cambiati dal socio del bar fallito per una partita forse di armi. Tedesca come una terrorista catturata dopo qualche tempo in Germania e trovata in possesso di una carta d’identità italiana falsificata, risultata poi proveniente da una partita trafugata in un Comune del Comasco: la stessa dei documenti ancora intonsi trovati il mese dopo il sequestro di Moro nel covo brigatista di via Gradoli, una traversa della via Cassia. Un covo che la colonna romana delle brigate rosse aveva messo a disposizione di Mario Moretti, mandato nella Capitale dalla direzione strategica ad organizzare e condurre l’operazione contro il presidente della Dc.

Si tratta dello stesso covo nella cui palazzina fu curiosamente eseguito un sopralluogo infruttuoso della Polizia pochi giorni dopo il sequestro di Moro. Si arrivò alla sua scoperta dopo un mese per un allagamento dalla casualità assai sospetta, dopo che il nome Gradoli, raccolto da Romano Prodi in una incredibile seduta spiritica vicino a Bologna, era stato scambiato dalla Polizia per l’omonima località del Reatino, con relativo, inutile dispiego di forze e perdita di tempo.

C’era insomma qualcuno dall’altra parte della barricata che voleva mandare al posto giusto, per catturare Moretti, forze dell’ordine che non riuscivano invece ad arrivarci. Quel qualcuno, forse provvisto delle chiavi, fu alla fine costretto a ricorrere ad una doccia da lasciare aperta. Ma ormai era troppo tardi per beccare il capo dell’operazione. Si riuscì solo a far prendere documenti, come quelle carte d’identità rubate, da cui sperare di dare nuovi e utili impulsi alle indagini.

Ma torniamo a quel maledetto bar d’angolo fra via Fani e via Stresa. Siamo proprio sicuri di poter liquidare come ininfluente, occasionale, dietrologica della peggiore specie, la questione del perché e del come quella maledetta mattina fosse stato ad un certo punto aperto? Dopo le altre circostanze che ho ricordato prendendole dalla prima relazione della commissione Fioroni, non me la sento di fare spallucce.

Spero altresì di trovare nella relazione finale qualche risposta non ad mio interrogativo capriccioso, ma alla domanda che angosciò il povero Giovanni Leone sino alla morte. E che ebbi la ventura di raccogliere dalla sua viva voce in una intervista raccolta per Il Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro, che so finita tra le carte esaminate dalla commissione Fioroni.

Leone, nella sua casa alle Rughe, sulla Cassia, mi raccontò alla presenza della moglie che il 9 maggio 1978 aveva dato appuntamento al Quirinale verso mezzogiorno al ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, suo ex allievo, per firmare di propria iniziativa, senza che l’interessata glielo avesse chiesto, e quindi in deroga alla legge allora in vigore, la grazia a Paola Besuschio, condannata in via definitiva per reati di terrorismo, ma non di sangue.

Presente nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare il povero Moro, la Besuschio era stata scelta dall’allora presidente della Repubblica, d’intesa col giurista e amico Giuliano Vassalli e con l’ex capo di Gabinetto di Moro, il consigliere di Stato Giuseppe Manzari, a causa delle sue cattive condizioni di salute.

L’unica copertura che Leone, consapevole di forzare la linea della cosiddetta fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di solidarietà nazionale, estesa sino al Pci di Enrico Berlinguer, si era premurato di chiedere era quella dell’amico di partito e presidente del Senato Amintore Fanfani. Che proprio quella mattina aveva appena preso la parola alla direzione della Dc per affidarsi alle autonome valutazioni del capo dello Stato quando fu interrotto, drammaticamente zittito dall’annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro. Che i terroristi avevano preferito ammazzare di prima mattina, piuttosto che dividersi nella valutazione della grazia alla sola Besuschio.

Per dirla in parole povere, Leone mori nel sospetto che in quella disgraziata vicenda, costatagli probabilmente anche il posto con quelle dimissioni reclamate e ottenute sei mesi prima della scadenza del mandato con altre motivazioni di opportunità politica e persino morale, di cui si sarebbero tutti scusati troppo tardi, fosse stato un infiltrato di troppo: o uno infedele dei servizi segreti nelle brigate rosse o uno, purtroppo fedelissimo, delle brigate rosse nei servizi segreti. Che peraltro in quel momento stavano attraversando una difficile transizione per una riforma appena intervenuta.

 

 

 

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