La caccia all’infiltrato per la vicenda Moro

A 39 anni ormai di distanza dalla tragica fine di Aldo Moro, e dopo una lunga serie di inchieste giudiziarie e parlamentari, per non parlare dei numerosi e inutili tentativi compiuti in ogni sede di fare uscire i responsabili superstiti di quell’operazione condotta con “geometrica potenza” contro “il cuore dello Stato” dalla sin troppo sfacciata reticenza delle loro deposizioni, e persino memoriali, capisco la diffidenza dell’ottimo Paolo Delgado. Che ha avvertito o temuto su Il Dubbio la presenza dei soliti “saltimbanchi della dietrologia” nella ricostruzione che del sequestro e dell’uccisione di Moro sta facendo la commissione bicamerale presieduta dall’ex ministro Giuseppe Fioroni, del Pd.

Le relazioni sui primi due anni di lavoro sono già state approvate all’unanimità -cosa non frequente nelle commissioni d’inchiesta parlamentare- a dimostrazione del clima unitario in cui si è lavorato, pur in un contesto politico generale di tutt’altro segno. E nella previsione, oltre che auspicio, di una relazione conclusiva largamente condivisa alla fine della legislatura, ordinaria o anticipata che sia destinata a rivelarsi.

Fra i nuovi temi sollevati dalla commissione Fioroni, rispetto alle precedenti indagini, Delgado ha trovato curioso e -temo- irrilevante quello del bar d’angolo fra via Fani e via Stresa, dietro le cui fioriere si nascosero i brigatisti rossi travestiti da avieri, con le loro armi, in attesa che arrivasse l’auto blu che portava Moro dalla sua vicina abitazione di via di Forte Trionfale a Montecitorio, preceduta da una vettura più piccola della scorta. Che, costretta apposta ad una brusca frenata, fu tamponata dalla macchina contro la quale i terroristi spararono uccidendo gli agenti che sedevano davanti e risparmiando il presidente della Dc per sequestrarlo, prelevandolo a forza dai sedili posteriori. “Lasciatemi stare”, furono le uniche parole uscitegli dalla bocca.

Quel bar molto spazioso, che gli agenti di scorta di Moro avevano frequentato per un po’ fino a che non si insospettirono di qualcosa e smisero di andarvi, esortando la figlia di Moro, Maria Fida, che lo frequentava anche lei, a starsene lontana, la mattina del sequestro -il 16 marzo- doveva essere chiuso. E non per turno o altro. Era stato chiuso da un bel po’ per fallimento della società proprietaria. Un socio della quale risultò poi coinvolto in un oscuro e inquietante traffico d’armi e di moneta, oggetto di una indagine giudiziaria dalla gestione a dir poco bizzarra.

Ebbene, quel bar la mattina del 16 marzo fu trovato aperto da cronisti e operatori televisivi accorsi sul posto della tragedia. E che vi si rifugiarono per fare le loro telefonate di lavoro. Così anche altri, fra i quali un uomo alto che parlava tedesco. Tedesco come la lingua usata durante l’eccidio della scorta di Moro da uno sconosciuto   -forse lo stesso- che correva per la strada gridando ai passanti di fermarsi e di stare attenti. Tedesco come la montagna di marchi cambiati dal socio del bar fallito per una partita forse di armi. Tedesca come una terrorista catturata dopo qualche tempo in Germania e trovata in possesso di una carta d’identità italiana falsificata, risultata poi proveniente da una partita trafugata in un Comune del Comasco: la stessa dei documenti ancora intonsi trovati il mese dopo il sequestro di Moro nel covo brigatista di via Gradoli, una traversa della via Cassia. Un covo che la colonna romana delle brigate rosse aveva messo a disposizione di Mario Moretti, mandato nella Capitale dalla direzione strategica ad organizzare e condurre l’operazione contro il presidente della Dc.

Si tratta dello stesso covo nella cui palazzina fu curiosamente eseguito un sopralluogo infruttuoso della Polizia pochi giorni dopo il sequestro di Moro. Si arrivò alla sua scoperta dopo un mese per un allagamento dalla casualità assai sospetta, dopo che il nome Gradoli, raccolto da Romano Prodi in una incredibile seduta spiritica vicino a Bologna, era stato scambiato dalla Polizia per l’omonima località del Reatino, con relativo, inutile dispiego di forze e perdita di tempo.

C’era insomma qualcuno dall’altra parte della barricata che voleva mandare al posto giusto, per catturare Moretti, forze dell’ordine che non riuscivano invece ad arrivarci. Quel qualcuno, forse provvisto delle chiavi, fu alla fine costretto a ricorrere ad una doccia da lasciare aperta. Ma ormai era troppo tardi per beccare il capo dell’operazione. Si riuscì solo a far prendere documenti, come quelle carte d’identità rubate, da cui sperare di dare nuovi e utili impulsi alle indagini.

Ma torniamo a quel maledetto bar d’angolo fra via Fani e via Stresa. Siamo proprio sicuri di poter liquidare come ininfluente, occasionale, dietrologica della peggiore specie, la questione del perché e del come quella maledetta mattina fosse stato ad un certo punto aperto? Dopo le altre circostanze che ho ricordato prendendole dalla prima relazione della commissione Fioroni, non me la sento di fare spallucce.

Spero altresì di trovare nella relazione finale qualche risposta non ad mio interrogativo capriccioso, ma alla domanda che angosciò il povero Giovanni Leone sino alla morte. E che ebbi la ventura di raccogliere dalla sua viva voce in una intervista raccolta per Il Foglio nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro, che so finita tra le carte esaminate dalla commissione Fioroni.

Leone, nella sua casa alle Rughe, sulla Cassia, mi raccontò alla presenza della moglie che il 9 maggio 1978 aveva dato appuntamento al Quirinale verso mezzogiorno al ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio, suo ex allievo, per firmare di propria iniziativa, senza che l’interessata glielo avesse chiesto, e quindi in deroga alla legge allora in vigore, la grazia a Paola Besuschio, condannata in via definitiva per reati di terrorismo, ma non di sangue.

Presente nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare il povero Moro, la Besuschio era stata scelta dall’allora presidente della Repubblica, d’intesa col giurista e amico Giuliano Vassalli e con l’ex capo di Gabinetto di Moro, il consigliere di Stato Giuseppe Manzari, a causa delle sue cattive condizioni di salute.

L’unica copertura che Leone, consapevole di forzare la linea della cosiddetta fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di solidarietà nazionale, estesa sino al Pci di Enrico Berlinguer, si era premurato di chiedere era quella dell’amico di partito e presidente del Senato Amintore Fanfani. Che proprio quella mattina aveva appena preso la parola alla direzione della Dc per affidarsi alle autonome valutazioni del capo dello Stato quando fu interrotto, drammaticamente zittito dall’annuncio del ritrovamento del cadavere di Moro. Che i terroristi avevano preferito ammazzare di prima mattina, piuttosto che dividersi nella valutazione della grazia alla sola Besuschio.

Per dirla in parole povere, Leone mori nel sospetto che in quella disgraziata vicenda, costatagli probabilmente anche il posto con quelle dimissioni reclamate e ottenute sei mesi prima della scadenza del mandato con altre motivazioni di opportunità politica e persino morale, di cui si sarebbero tutti scusati troppo tardi, fosse stato un infiltrato di troppo: o uno infedele dei servizi segreti nelle brigate rosse o uno, purtroppo fedelissimo, delle brigate rosse nei servizi segreti. Che peraltro in quel momento stavano attraversando una difficile transizione per una riforma appena intervenuta.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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