Marine Le Pen fa perdere la testa a Matteo Salvini

Scusate se insisto. Consideratemi pure un fissato, ma continuo a invidiare i francesi, reduci dal primo turno delle elezioni presidenziali e incamminati verso il ballottaggio del 7 maggio fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, nell’ordine in cui hanno preso i voti. E che credo sarà anche quello finale, con una distanza maggiore fra i due.

Invidio i francesi ancora più di ieri per la rapidità con la quale, pur avendo a disposizione due settimane per maturare una scelta, i maggiori esponenti dei partiti battuti al primo turno si sono già pronunciati: tutti praticamente a favore di Macron, eccetto Jean-Luc Mèlenchon, una specie di Fausto Bertinotti d’oltralpe. Che, almeno fino al momento in cui scrivo, non sa che pesci prendere o mangiare, nonostante l’appello fattogli in Italia da Matteo Salvini di preferire Le Pen a Macron. Un appello, condiviso in Francia dal padre di Marine, su cui tornerò più avanti per dirvi tutto il male che ne penso.

Invidio i francesi anche se mi scopro in compagnia di Marco Travaglio, dal quale Dio solo sa quanto di solito dissenta, specie sul tema dei magistrati e dei loro rapporti non solo con la politica ma con tutti i cittadini in genere ai quali capiti la disgrazia di avere a che fare con loro. Ne sapeva qualcosa quel quasi ottantenne appena morto a Roma dopo una caduta in carcere, dove si trovava perché ladro di biciclette. Sì, avete letto bene: ladro di biciclette. Uno che nel dizionario di Travaglio, codice penale alla mano, quindi al riparo da ogni denuncia di familiare o altro, poteva e doveva essere definito “pregiudicato”. Cosa che mi verrebbe voglia di definire, a mia volta, da spregiudicato, ma che mi trattengo dal fare davvero perché, coi tempi che corrono, e coi magistrati che trattano questa materia, potrebbe costare cara a me e all’incolpevole Michele Arnese, direttore di questa testata.

Me ne astengo, preferendo il termine “disinvolto” o “eccentrico”, anche se il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli in mio possesso, a pagina 1869, dà allo “spregiudicato” un significato per niente offensivo: “che ostenta un’assoluta indipendenza e libertà di modi e di atteggiamenti” o, al massimo, “privo di scrupoli e condizionamenti”. Che pure mi sembrerebbero logici, o umani, per un quasi ottantenne ladro di biciclette, peraltro solo per mania, o malattia, non per vendersele. Sembra che lo abbiano ammesso anche i derubati.

Comunque, per quanto dissenta da lui per queste ed altre questioni, debbo dirvi che non mi sento per niente a disagio a trovarmi d’accordo con Travaglio sul voto e sul dopo-voto francese. Il direttore del Fatto Quotidiano non può avere necessariamente torto, ci mancherebbe.

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E veniamo a Matteo Salvini, come vi dicevo, con la sua reazione al voto francese, cioè con l’auspicio che al ballottaggio del 7 maggio votino per la sua amica e ispiratrice Marine Le Pen il signor Jean-Luc Mélenchon e compagni.

Eppure il segretario della Lega in Italia è di gusti e tendenze assai diverse. Per molto meno di Mèlenchon e compagni i poveri Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Pier Ferdinando Casini, Denis Verdini e tanti altri, partecipi in passato del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, sono stati condannati da Salvini all’inferno politico. Essi hanno osato accordarsi negli ultimi anni col Pd di Matteo Renzi. Che non mi sembra francamente una edizione giovanile del pur simpatico Bertinotti. E che non più tardi di due mesi fa è stato malamente abbandonato da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni non essendo ritenuto abbastanza, anzi per niente di sinistra: una specie di intruso, di cavallo di Troia, oltre che un prepotente, un aspirante dittatore, uno stupratore della democrazia e via fantasticando.

Quella di avere collaborato con Renzi è quindi una colpa imperdonabile agli occhi e alla coscienza di Salvini, Che tuttavia sarebbe disposto a rifare il centrodestra con Berlusconi, che pure è andato per un bel po’ d’accordo col Pd di Renzi, e prima ancora col Pd di Guglielmo Epifani, mettendo propri ministri nel governo di Enrico Letta, cui la Lega si opponeva. A Berlusconi per emendarsi di questa colpa vengono poste da Salvini solo due condizioni: la rinuncia alla pretesa di guidare daccapo una coalizione di centrodestra senza sottoporsi preventivamente al rito delle primarie, che il segretario leghista pensa di poter vincere, e l’impegno a non fare più accordi con Renzi dopo le elezioni. Come invece Berlusconi ragionevolmente sarebbe tentato di fare se il centrodestra non vincesse le elezioni e Renzi gli chiedesse un aiuto per non far fare il governo ai grillini, magari con l’appoggio proprio dei leghisti. Che peraltro hanno già contribuito, insieme con qualche sfumatura bertinottiana, alla Mèlanchon, a far eleggere nella scorsa primavera sindache pentastellate in città come Roma e Torino.

Tutto questo dovrebbe bastarvi ed avanzarvi per farvi un’idea della lega salviniana e dei suoi progetti: anche di quelli riguardanti l’Europa e l’immigrazione, che sono i suoi cavalli di battaglia. Se manca la chiarezza a monte, figuriamoci a valle.

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Naturalmente nell’ottica di Salvini il probabile nuovo presidente della Repubblica francese è un diabolico agente delle centrali finanziarie e dell’Europa dei burocrati che ne dipende.

Più articolato ma ugualmente negativo è il giudizio del direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, su Macron. Che egli ha difeso dal tentativo di Matteo Renzi di sentirsene emulo, anzi ispiratore, pur non mancando testimonianze autorevoli della grande attenzione riservata da Macron all’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio italiano, sino a trarne spunto per lasciare i socialisti francesi e improvvisare un suo movimento chiamato “in marcia”, naturalmente verso il centro. E ciò perché è al centro che si gioca la partita politica in Europa, e non solo in Italia, come ha appena dichiarato proprio Renzi, in una intervista ai giornali del gruppo Monti-Riffeser, compiacendosi del successo di Macron, anzi avendovi scommesso.

Questa storia di Renzi macronizzato o di Macron renzizzato non va proprio giù a Sallusti, convinto che Macron debba piuttosto sentirsi emulo di Silvio Berlusconi. Ma il francese temo, per Berlusconi, che non ci pensi proprio, e non solo perché ad una fidanzata giovanissima ha preferito nella sua vita una moglie che ha più di un terzo della sua età. Del resto, se ci pensasse, e fosse ricambiato, si aggraverebbero per Berlusconi i rapporti con Salvini.

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L’astuta scommessa di Scalfari su Renzi e Orlando

Qualcuno sarà’ rimasto a prima vista sconcertato domenica mattina leggendo prima su Repubblica e poi sull’Espresso, fermandosi però al titolo della sua fortunata rubrica del Vetro soffiato, il decano ormai del giornalismo italiano Eugenio Scalfari. Al quale cerca di tenere encomiabilmente testa, per assiduità di attenzione e di interventi sulla complicatissima politica italiana, il quasi coetaneo, ed ex dirigente del Pci, Emanuele Macaluso.

Su Repubblica Scalfari ha tinto di intenso azzurro europeo, il suo colore preferito, in tutti i sensi, il segretario uscente e ormai rientrante del Pd Matteo Renzi, collocandolo in una specie di Olimpo con Romano Prodi, Mario Draghi e Walter Vetroni, non più quindi Enrico Letta, altre volte da lui indicato, per quanto giovane, nella riserva onorevole della Repubblica: quella vera, non di carta come un giornale che ne ha fatto pur felicemente la propria testata.

Di Renzi, in particolare, Scalfari ha apprezzato prima l’idea, da lui peraltro suggeritagli, di sposare la proposta di Draghi di un ministro unico delle Finanze nell’Unione Europea, e poi il progetto di una riforma dei trattati per l’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles, probabilmente insieme col Parlamento, e comunque con tanto di primarie a livello nazionale per definirne la candidatura. Smetteremmo così di avere, per la presidenza della Commissione, da unificare con quella dell’attuale Consiglio Europeo, le solite condizionanti trattative fra i governi, condotte sempre dietro le quinte, nel modo cioè meno trasparente possibile, con veti più o meno odiosamente nascosti.

L ‘europeismo è notoriamente per Scalfari la nuova discriminante politica, come una volta fra destra e sinistra. Oggi per lui si è a sinistra se si condivide il progetto dell’unità europea, si è a destra se non lo si condivide, preferendo il cosiddetto sovranismo e le sue varianti.

Ebbene, letti gli elogi di Renzi su Repubblica, si potrà essere rimasti sorpresi sfogliando l’annesso numero dell’Espresso e vedendo, nel titolo e sommario della rubrica settimanale di Scalfari, l’annuncio ch’egli parteciperà alle primarie del Pd di domenica prossima per non votare Renzi ma uno dei suoi due concorrenti.

Scalfari non ne ha fatto il nome, ma ho motivo di credere ch’egli abbia deciso di votare per l’attuale guardasigilli Andrea Orlando. Non mi pare proprio che l’altro candidato ancora, l’irruente governatore pugliese Michele Emiliano, sotto procedimento al Consiglio Superiore della Magistratura per non volere dismettere la toga dopo tanti anni di attività politica, sino a iscriversi al Pd e a scalarne la segreteria nazionale, corrisponda umanamente e, direi, filosoficamente allo schema scalfariano di un leader.

A leggere poi per intero il Vetro soffiato del fondatore di Repubblica si capisce, e personalmente condivido anche, la logica con la quale egli concilia Renzi, di cui da’ per scontata la rielezione a segretario del partito, con Orlando.

Nello scenario ormai proporzionale della nuova legislatura, dopo i colpi inferti dalla Corte Costituzionale agli aspetti più maggioritari delle leggi elettorali della Camera e del Senato, note rispettivamente come Italicum e Porcellum, e considerata la debolezza o addirittura impotenza del Parlamento in via di scadenza, Scalfari vede realisticamente futuri governi di coalizione. Ma di coalizioni destinate a formarsi dopo le elezioni, in base ai rapporti di forza fra i partiti che saranno usciti dalle urne, oltre che in base alle loro affinità programmatiche.

In questa ottica Scalfari non sbaglia a ritenere prevalente il ruolo di segretario del partito di maggioranza relativa rispetto a quello di presidente  del Consiglio. Che dovrà fare più da mediatore che da propulsore. E Dio solo sa quanto Renzi ne abbia bisogno,dopo le prove date nei più di mille giorni trascorsi a Palazzo Chigi, sino a trasformare rovinosamente la campagna referendaria sulla riforma costituzionale in un plebiscito su di lui. Cioè, contro di lui.

Scalfari evidentemente immagina e persegue un Renzi daccapo segretario del Pd ma senza le vertigini di una vittoria troppo forte. E perciò meglio predisposto ad affidare la guida di un governo di coalizione con i centristi, sino ad un Berlusconi staccatosi dai leghisti, ad uno come il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni. E la guida invece di un governo di centrosinistra “largo” o “ampio”, come dice l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ad uno come Orlando. Che per ora Scalfari può aiutare solo votandolo per la segreteria nel gazebo dove si recherà volenterosamente ed encomiabilmente, alla sua bella età, domenica prossima.

 

            Pubblicato su Il Dubbio

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