L’astuta scommessa di Scalfari su Renzi e Orlando

Qualcuno sarà’ rimasto a prima vista sconcertato domenica mattina leggendo prima su Repubblica e poi sull’Espresso, fermandosi però al titolo della sua fortunata rubrica del Vetro soffiato, il decano ormai del giornalismo italiano Eugenio Scalfari. Al quale cerca di tenere encomiabilmente testa, per assiduità di attenzione e di interventi sulla complicatissima politica italiana, il quasi coetaneo, ed ex dirigente del Pci, Emanuele Macaluso.

Su Repubblica Scalfari ha tinto di intenso azzurro europeo, il suo colore preferito, in tutti i sensi, il segretario uscente e ormai rientrante del Pd Matteo Renzi, collocandolo in una specie di Olimpo con Romano Prodi, Mario Draghi e Walter Vetroni, non più quindi Enrico Letta, altre volte da lui indicato, per quanto giovane, nella riserva onorevole della Repubblica: quella vera, non di carta come un giornale che ne ha fatto pur felicemente la propria testata.

Di Renzi, in particolare, Scalfari ha apprezzato prima l’idea, da lui peraltro suggeritagli, di sposare la proposta di Draghi di un ministro unico delle Finanze nell’Unione Europea, e poi il progetto di una riforma dei trattati per l’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles, probabilmente insieme col Parlamento, e comunque con tanto di primarie a livello nazionale per definirne la candidatura. Smetteremmo così di avere, per la presidenza della Commissione, da unificare con quella dell’attuale Consiglio Europeo, le solite condizionanti trattative fra i governi, condotte sempre dietro le quinte, nel modo cioè meno trasparente possibile, con veti più o meno odiosamente nascosti.

L ‘europeismo è notoriamente per Scalfari la nuova discriminante politica, come una volta fra destra e sinistra. Oggi per lui si è a sinistra se si condivide il progetto dell’unità europea, si è a destra se non lo si condivide, preferendo il cosiddetto sovranismo e le sue varianti.

Ebbene, letti gli elogi di Renzi su Repubblica, si potrà essere rimasti sorpresi sfogliando l’annesso numero dell’Espresso e vedendo, nel titolo e sommario della rubrica settimanale di Scalfari, l’annuncio ch’egli parteciperà alle primarie del Pd di domenica prossima per non votare Renzi ma uno dei suoi due concorrenti.

Scalfari non ne ha fatto il nome, ma ho motivo di credere ch’egli abbia deciso di votare per l’attuale guardasigilli Andrea Orlando. Non mi pare proprio che l’altro candidato ancora, l’irruente governatore pugliese Michele Emiliano, sotto procedimento al Consiglio Superiore della Magistratura per non volere dismettere la toga dopo tanti anni di attività politica, sino a iscriversi al Pd e a scalarne la segreteria nazionale, corrisponda umanamente e, direi, filosoficamente allo schema scalfariano di un leader.

A leggere poi per intero il Vetro soffiato del fondatore di Repubblica si capisce, e personalmente condivido anche, la logica con la quale egli concilia Renzi, di cui da’ per scontata la rielezione a segretario del partito, con Orlando.

Nello scenario ormai proporzionale della nuova legislatura, dopo i colpi inferti dalla Corte Costituzionale agli aspetti più maggioritari delle leggi elettorali della Camera e del Senato, note rispettivamente come Italicum e Porcellum, e considerata la debolezza o addirittura impotenza del Parlamento in via di scadenza, Scalfari vede realisticamente futuri governi di coalizione. Ma di coalizioni destinate a formarsi dopo le elezioni, in base ai rapporti di forza fra i partiti che saranno usciti dalle urne, oltre che in base alle loro affinità programmatiche.

In questa ottica Scalfari non sbaglia a ritenere prevalente il ruolo di segretario del partito di maggioranza relativa rispetto a quello di presidente  del Consiglio. Che dovrà fare più da mediatore che da propulsore. E Dio solo sa quanto Renzi ne abbia bisogno,dopo le prove date nei più di mille giorni trascorsi a Palazzo Chigi, sino a trasformare rovinosamente la campagna referendaria sulla riforma costituzionale in un plebiscito su di lui. Cioè, contro di lui.

Scalfari evidentemente immagina e persegue un Renzi daccapo segretario del Pd ma senza le vertigini di una vittoria troppo forte. E perciò meglio predisposto ad affidare la guida di un governo di coalizione con i centristi, sino ad un Berlusconi staccatosi dai leghisti, ad uno come il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni. E la guida invece di un governo di centrosinistra “largo” o “ampio”, come dice l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ad uno come Orlando. Che per ora Scalfari può aiutare solo votandolo per la segreteria nel gazebo dove si recherà volenterosamente ed encomiabilmente, alla sua bella età, domenica prossima.

 

            Pubblicato su Il Dubbio

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