L’Unità vittima purtroppo di un ossimoro

C’è da capire la delusione, l’amarezza, la rabbia, chiamatela come volete, di Sergio Staino, al quale la redazione dell’Unità, la storica testata fondata da Antonio Gramsci, ha rifiutato di limitare alle parole di un comunicato, anche il più duro possibile, senza la proclamazione dello sciopero, la protesta contro l’ennesimo dimagrimento imposto dalla ormai cronica crisi di quello che fu il giornale del Pci. E che ha poi ha cercato di essere il quotidiano di tutte le sigle succedutesi dalla caduta del muro di Berlino in poi, con sporadiche sospensioni delle pubblicazioni.

         Neppure con la sua satira di prim’ordine il vecchio e per niente stanco vignettista più famoso della sinistra è riuscito ad arrestare la corsa in giù del giornale. Che vende solo poche migliaia di copie: troppo poche per essere tenuto in vita, anche dal più generoso dei mecenati.

         Riportata nelle edicole da Matteo Renzi dopo avere scalato la segreteria del partito, l’Unità sembrò compromessa da una direzione troppo allineata al renzismo, appunto. Che fu ed è tuttora scambiato da parecchi a sinistra per un incidente genetico. Fu allora cercata, con l’autocandidatura generosa di Staino e l’astuta adesione del segretario del partito e allora anche presidente del Consiglio, una soluzione più sentimentale che politica alla crisi del quotidiano. Ma nemmeno le vignette con Bobo e familiari sono riuscite evidentemente a scaldare il cuore dei vecchi lettori dell’Unità o a portarne di nuovi.

         E a Staino è anche andata bene a non trovarsi fra gli editori del giornale quell’Alfredo Romeo da poco finito, anzi tornato in carcere per gli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

         A dire il vero, l’Unità paga la tragedia della sinistra, divisasi ormai in tante parti che la pur storica testata di Gramsci è finita per diventare un ossimoro.

A ciascuno la sua ossessione più o meno politica

Ognuno ha le sue ossessioni, contro le quali non c’è nulla, ma proprio nulla da fare. Il sindaco di Napoli, e per fortuna ex magistrato, Luigi de Magistris ha quella di non riuscire a vedere Renzi farsela finalmente addosso, per non ripetere le parole più pesanti usate dal primo cittadino partenopeo. Che ha appena aggiunto alle sue ossessioni quella di non farla pagare cara ad un questore sorpreso in un fuori onda a dargli del pazzo, o a lasciarglielo dare dal governatore campano Vincenzo De Luca. Il quale a sua volta ha l’ossessione di non fare uscire pazzi davvero tutti i suoi avversari, a cominciare da quelli che ancora indossano la toga.

Beppe Grillo ha l’ossessione di non far morire di paura tutto il paese all’idea di un governo a 5 stelle per riservarsi la soddisfazione di farlo poi morire, invece, di risate.

Il povero Sergio Mattarella, al Quirinale, ha l’ossessione di non ottenere la modifica parlamentare delle leggi elettorali uscite negli ultimi tre anni dalla sartoria repubblicana della Corte Costituzionale, dove anche lui ha lavorato per qualche tempo di ago e di filo come giudice.

Senza un intervento omologativo delle Camere il presidente della Repubblica teme di trovarsi prima o dopo -per iniziativa non importa di chi, se di un Matteo Renzi fresco di vittoria congressuale o di un Paolo Gentiloni ossessionato a sua volta dalla preparazione di una legge finanziaria destinata comunque a fargli perdere le elezioni- di fronte all’ingrato obbligo di interrompere la legislatura. E di mandare gli italiani alle urne non immaginando neppure come e a chi affidare poi l’incarico di formare il governo.

Pier Luigi Bersani è già pronto ad aiutare Mattarella aiutando a sua volta i grillini a guadagnarsi i voti del suo nuovo partito -Dp al posto di Pd- per improvvisare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Ma è anche lui preda di un’ossessione: di non riuscire neppure a tornare a Montecitorio e a Palazzo Madama con gli altri fuoriusciti dalla “ditta” post-comunista, per cui non gli resterebbe poi che farsi un giro consolatorio per le birrerie di Roma.

Matteo Renzi ha l’ossessione dei libri che si è impegnato con Eugenio Scalfari a leggere per riferirgliene al prossimo incontro, quando peraltro si sentirà chiedere dal fondatore di Repubblica, che sarà pure vecchio ma non fesso, se l’ultima volta lo ha voluto prendere in giro dicendogli di non avere ancora deciso se proporsi di tornare alla guida anche del governo, e non solo del partito. Al giovanotto toscano è infatti capitato poi di dire in qualche circolo del Pd che il doppio incarico è praticamente imposto dal fatto che così si comportano dappertutto in Europa, per cui non vedrebbe il motivo per diventare un’eccezione, potendo bastare ed avanzare quella che ha concesso dimettendosi da presidente del Consiglio dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

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L’altro Matteo, il leghista Salvini, ha l’ossessione di essere costretto a fare nelle prossime elezioni un listone con Silvio Berlusconi, visto che le coalizioni sono precluse dalla nuova legge elettorale della Camera. Eppure esse gli consentirebbero di ambire al pur improbabile premio di maggioranza e al tempo stesso di misurare la consistenza del Carroccio rispetto a quella di Forza Italia: cosa che gli potrebbe permettere, con la sicurezza che ha di vincere la partita, di risolvere finalmente il problema della premiership del centrodestra, sfuggendo al rifiuto ostinato dell’ex Cavaliere di adottare il metodo delle primarie.

Anche il listone è però l’ossessione di Berlusconi, ma per altre ragioni. In particolare, per il timore di dover pagare un prezzo troppo alto di candidature sicure a Salvini, che ha imparato bene da Umberto Bossi, pur se fra i due non corre buon sangue, l’arte delle trattative in questo campo.

Quanti meno parlamentari racimolerà Forza Italia nelle nuove Camere, tanto più alto sarà il rischio che, pur rompendo dopo le elezioni con Salvini per offrire a Renzi i numeri necessari ad una grande coalizione dei “responsabili” contro i “populisti” alla Grillo, Berlusconi non disporrà di alcun potere contrattuale. O ne disporrà ad un prezzo sempre più alto da pagare a quanti sono usciti dalla sua Forza Italia, a cominciare da Angelino Alfano, e avranno una grande voglia di ricambiare l’insofferenza, a dir poco, loro riservata dall’uomo di Arcore.

Non parliamo poi dell’altra, grande ossessione di Berlusconi: quella di una bocciatura o di una troppo tardiva accettazione da parte della Corte di Strasburgo del ricorso contro la decadenza dal Senato e la incandidabilità procurategli dalla cosiddetta legge Severino nell’autunno del 2013, dopo la condanna definitiva per frode fiscale.

A questa ossessione Berlusconi ha appena pagato un prezzo a Malta, dove si è recato per il raduno dei partiti popolari europei, ha avuto incontri un po’ con tutti, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durato una ventina di minuti al lordo del tempo presosi dai traduttori, ma non ha voluto parlare dal palco per motivi di orgoglio personale.

Grandi sono, come al solito, le ambizioni dell’ex presidente del Consiglio ma grandi anche i suoi perduranti impedimenti. Dei quali naturalmente sono pronti a profittare avversari e concorrenti.

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Ci sono naturalmente anche le ossessioni dei politici di complemento, come possono essere considerati taluni giornalisti convinti di fare opinione e di poter condizionare le scelte dei politici di professione, o di elezione.

E’ il caso, fra gli altri, o sopra gli altri, del solito Marco Travaglio. Che è stato per un po’ ossessionato nelle scorse settimane dall’idea di non riuscire a provocare le dimissioni dell’odiato ministro renziano dello Sport Luca Lotti, coinvolto per presunta violazione del segreto d’ufficio nelle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ora, pur senza rinunciare alle spallate contro Lotti, il direttore del Fatto Quotidiano si dimena tra l’offensiva contro la ministra, renziana anche lei, Marianna Madia per via di una tesi di dottorato senza tutte le virgolette a posto, e quella contro il “pregiudicato” Augusto Minzolini, sfuggito con l’aiuto palese di 19 senatori del Pd alla decadenza da parlamentare dopo più di un anno e mezzo dalla condanna penale per un peculato alla Rai non riconosciuto dal tribunale civile e dalla Corte dei Conti.

Prima Travaglio ha inesorabilmente incalzato, calendario e orologio alla mano, il senatore Minzolini perché presentasse le dimissioni alle quali si era comunque impegnato, orgogliosamente, nel dibattito sulla richiesta di decadenza. Poi ha cominciato ad incalzare il Senato perché non abusi della votazione obbligatoriamente a scrutinio segreto, questa volta, respingendo le dimissioni per una maledetta prassi in uso nelle aule parlamentari in queste occasioni. Una vera ossessione, insomma.

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Il Di Pietro double face: magistrato e poliziotto

Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro pre-politico sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato sicuramente più celebrità e soddisfazione la toga, dismessa improvvisamente il 6 dicembre 1994 per ragioni sulle quali si sono dette e scritte le cose più diverse, senza che si sia mai venuti a capire gran che. Per cui , anche per evitare querele alle quali egli è facile ricorrere, conviene attenersi alla spiegazione dell’interessato: di essersi stancato ad un certo punto di venire “strattonato” da tutte le parti e di avere voluto liberare i colleghi della Procura milanese guidata da Francesco Saverio Borrelli dal rischio di procedere nelle loro indagini sul finanziamento illegale della politica in un clima disturbato dalle polemiche sulla sua persona.

La voglia di capire se “Tonino”, come Di Pietro viene chiamato dagli amici, sia stato più bravo come commissario o come magistrato inquirente mi è tornata irresistibile leggendo l’altro ieri sul Dubbio il bellissimo resoconto fatto da Giovanni M. Jacobazzi di una celebrazione a Merate, vicino Lecco, dei 25 anni trascorsi dall’esplosione delle indagini Mani pulite. Così si chiamò ed è rimasta famosa nella storia giudiziaria l’inchiesta arrivata sulle prime pagine dei giornali il 18 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano sorpreso a riscuotere la sera prima una tangente da una ditta delle pulizie. Fu la scoperta di Tangentopoli.

Affiancato dagli ex colleghi della Procura milanese Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ora presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati, Di Pietro ha confermato e illustrato una scena del film di Sky su Mani pulite che molti telespettatori hanno forse attribuito alla immaginazione, appunto, dello sceneggiatore.

Dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio. Ne raccoglieva in una stessa stanza undici alla volta, collocati in altrettante postazioni fra le quali lui si spostava per completare o avviare, secondo i casi, l’attività della polizia giudiziaria.

Ma più ancora delle undici postazioni per altrettanti interrogatori contemporaneamente, mi ha colpito il trucco, l’espediente, chiamatelo come volete, cui lo stesso Di Pietro ha confessato di avere fatto ricorso per vincere le prevedibili resistenze degli indagati ad ammettere le loro responsabilità e a svelarne magari altre, consentendo l’apertura di nuovi percorsi agli inquirenti.

Quel diavolo di “Tonino” all’occorrenza aumentava artificialmente la consistenza dei fascicoli, o faldoni che li raccoglievano, imbottendoli di giornali o di carta straccia. Come si fa con le borse quando vengono esposte sugli scaffali di vendita perché rimangano ben gonfie e capaci.

A vedere quella montagna pur farlocca di carte, scambiandola per un enorme materiale probatorio raccolto dagli inquirenti, ci poteva essere -e probabilmente ci fu- qualche inquisito crollato di suo, prima ancora che Tonino o altri lo incalzassero con le loro domande, dopo essersi magari limitati a dire: “Ormai sappiamo tutto”. E così l’interrogatorio poteva trasformarsi persino in una lunga, incontenibile, fluviale confessione, superiore ad ogni attesa.

Non dimentichiamo che in quei mesi e in quegli anni gli avvocati spiegavano ai loro clienti più ansiosi, peraltro basandosi su dichiarazioni pubbliche degli stessi magistrati, l’alto rischio di finire in manette già durante le indagini preliminari se non riuscivano a convincere gli inquirenti o di essere davvero estranei alla pratica diffusissima delle tangenti, in uscita o in entrata, o di avervi disgraziatamente partecipato decidendo però di tirarsene fuori davvero. Che significava dimostrare con opportune rivelazioni di non volere più coprire o proteggere nessuno con comportamenti omertosi. Sono rimasti purtroppo celebri, a questo proposito, i passaggi più drammatici della lettera scritta dal carcere alla moglie dall’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari prima di uccidersi infilando la testa in una busta di plastica.

Il povero Cagliari, deluso da una mancata scarcerazione che riteneva gli fosse stata invece promessa dopo l’ennesimo interrogatorio, si era drammaticamente convinto che inquirenti e giudici lo volessero lasciare in carcere, magari muovendogli altre imputazioni, fino a quando non fossero riusciti a sentirsi dire da lui ciò che si aspettavano.

Quel suicidio sorprese e addolorò per primo -va riconosciuto- proprio Di Pietro, colpito anche dalla decisione dell’indagato Raul Gardini di uccidersi in quegli stessi giorni dell’estate del 1993 a casa sua, a Milano, nella convinzione che non potesse uscire libero da un interrogatorio che lo attendeva di lì a poco.

Scoppiarono polemiche giustamente furibonde. Anche alcuni giornalisti entusiasti della “rivoluzione” di Mani pulite, e dei cortei che sfilavano per le strade di Milano con uomini e donne in maglietta bianca che chiedevano ai magistrati di farli ancora e sempre più “sognare”, ebbero momenti di dubbio e di sconcerto. Ma durò poco. Gli umori tornarono subito giustizialisti, cioè favorevoli più all’accusa che alla difesa degli imputati.

Di questo ritorno al giustizialismo, se mai qualcuno se ne fosse ritirato davvero, si ebbe la prova nell’estate successiva, quando il primo governo di Silvio Berlusconi, arrivato inaspettatamente a Palazzo Chigi all’esordio della sua avventura politica, adottò un decreto legge per limitare il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari.

Per quanto prontamente firmato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, non certamente sospettabile di scarse simpatie per i suoi ex colleghi magistrati o di scarso interesse alle loro esigenze di lavoro, quel decreto provocò il finimondo nella Procura di Milano. Di Pietro e gli altri inquirenti chiesero, per protesta contro le nuove misure, di essere destinati ad altri compiti. I leghisti si dissociarono dal provvedimento, per quanto firmato anche dal loro Bobo Maroni, ministro dell’Interno, sostenendo di non averlo ben compreso, o di averlo trovato sulla Gazzetta Ufficiale diverso dal previsto. E a Berlusconi non restò che piegarsi rinunciando alla conversione per accontentarsi delle scarcerazioni nel frattempo eseguite. Egli non volle anticipare all’estate la crisi che i leghisti gli avrebbero però procurato ugualmente alla fine dell’anno su altri versanti.

Ma torniamo alla storia della catena di montaggio, per quanto metaforica, degli interrogatori in Procura raccontata con baldanza e divertimento da Di Pietro celebrando a Merate le nozze d’argento di Mani pulite con gli italiani.

Non credo proprio che “Tonino”, convinto della sua buona fede nella ricerca della verità come inquirente, possa o debba offendersi se gli dico che quelle undici postazioni per gli interrogatori e soprattutto quei fascicoli gonfiati ad arte, con giornali e carta straccia, mi sono apparsi più da commissario di polizia che da magistrato.

Ma quella storia, che ad occhio e croce doveva comportare anche verbali d’interrogatorio di più persone redatti e firmati dallo stesso o dagli stessi magistrati alla stessa ora dello stesso giorno, o quasi, mi riporta alla mente pure ciò che in quegli anni mi raccontò l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il mio amico Giovanni Galloni. Che era assediato, diciamo così, da altri amici e colleghi di partito che si lamentavano con lui del trattamento ricevuto persino da familiari incorsi a Milano sotto le lenti giudiziarie.

Galloni mi parlò, fra l’altro, proprio di più verbali milanesi redatti alla stessa ora, ma a volte persino svoltisi in luoghi diversi, su cui era prevedibile l’interessamento del Csm. Ma poi non se ne fece o non se ne seppe più niente. Mentre fece invece un rumore enorme il 6 dicembre 1994 il già ricordato annuncio delle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

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