Il Di Pietro double face: magistrato e poliziotto

Mi sono sempre chiesto se Antonio Di Pietro pre-politico sia stato più bravo come commissario di polizia che come magistrato, pur avendogli dato sicuramente più celebrità e soddisfazione la toga, dismessa improvvisamente il 6 dicembre 1994 per ragioni sulle quali si sono dette e scritte le cose più diverse, senza che si sia mai venuti a capire gran che. Per cui , anche per evitare querele alle quali egli è facile ricorrere, conviene attenersi alla spiegazione dell’interessato: di essersi stancato ad un certo punto di venire “strattonato” da tutte le parti e di avere voluto liberare i colleghi della Procura milanese guidata da Francesco Saverio Borrelli dal rischio di procedere nelle loro indagini sul finanziamento illegale della politica in un clima disturbato dalle polemiche sulla sua persona.

La voglia di capire se “Tonino”, come Di Pietro viene chiamato dagli amici, sia stato più bravo come commissario o come magistrato inquirente mi è tornata irresistibile leggendo l’altro ieri sul Dubbio il bellissimo resoconto fatto da Giovanni M. Jacobazzi di una celebrazione a Merate, vicino Lecco, dei 25 anni trascorsi dall’esplosione delle indagini Mani pulite. Così si chiamò ed è rimasta famosa nella storia giudiziaria l’inchiesta arrivata sulle prime pagine dei giornali il 18 febbraio del 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano sorpreso a riscuotere la sera prima una tangente da una ditta delle pulizie. Fu la scoperta di Tangentopoli.

Affiancato dagli ex colleghi della Procura milanese Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ora presidente uscente dell’associazione nazionale dei magistrati, Di Pietro ha confermato e illustrato una scena del film di Sky su Mani pulite che molti telespettatori hanno forse attribuito alla immaginazione, appunto, dello sceneggiatore.

Dato il grande numero di indagati, Di Pietro aveva allestito una specie di catena di montaggio. Ne raccoglieva in una stessa stanza undici alla volta, collocati in altrettante postazioni fra le quali lui si spostava per completare o avviare, secondo i casi, l’attività della polizia giudiziaria.

Ma più ancora delle undici postazioni per altrettanti interrogatori contemporaneamente, mi ha colpito il trucco, l’espediente, chiamatelo come volete, cui lo stesso Di Pietro ha confessato di avere fatto ricorso per vincere le prevedibili resistenze degli indagati ad ammettere le loro responsabilità e a svelarne magari altre, consentendo l’apertura di nuovi percorsi agli inquirenti.

Quel diavolo di “Tonino” all’occorrenza aumentava artificialmente la consistenza dei fascicoli, o faldoni che li raccoglievano, imbottendoli di giornali o di carta straccia. Come si fa con le borse quando vengono esposte sugli scaffali di vendita perché rimangano ben gonfie e capaci.

A vedere quella montagna pur farlocca di carte, scambiandola per un enorme materiale probatorio raccolto dagli inquirenti, ci poteva essere -e probabilmente ci fu- qualche inquisito crollato di suo, prima ancora che Tonino o altri lo incalzassero con le loro domande, dopo essersi magari limitati a dire: “Ormai sappiamo tutto”. E così l’interrogatorio poteva trasformarsi persino in una lunga, incontenibile, fluviale confessione, superiore ad ogni attesa.

Non dimentichiamo che in quei mesi e in quegli anni gli avvocati spiegavano ai loro clienti più ansiosi, peraltro basandosi su dichiarazioni pubbliche degli stessi magistrati, l’alto rischio di finire in manette già durante le indagini preliminari se non riuscivano a convincere gli inquirenti o di essere davvero estranei alla pratica diffusissima delle tangenti, in uscita o in entrata, o di avervi disgraziatamente partecipato decidendo però di tirarsene fuori davvero. Che significava dimostrare con opportune rivelazioni di non volere più coprire o proteggere nessuno con comportamenti omertosi. Sono rimasti purtroppo celebri, a questo proposito, i passaggi più drammatici della lettera scritta dal carcere alla moglie dall’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari prima di uccidersi infilando la testa in una busta di plastica.

Il povero Cagliari, deluso da una mancata scarcerazione che riteneva gli fosse stata invece promessa dopo l’ennesimo interrogatorio, si era drammaticamente convinto che inquirenti e giudici lo volessero lasciare in carcere, magari muovendogli altre imputazioni, fino a quando non fossero riusciti a sentirsi dire da lui ciò che si aspettavano.

Quel suicidio sorprese e addolorò per primo -va riconosciuto- proprio Di Pietro, colpito anche dalla decisione dell’indagato Raul Gardini di uccidersi in quegli stessi giorni dell’estate del 1993 a casa sua, a Milano, nella convinzione che non potesse uscire libero da un interrogatorio che lo attendeva di lì a poco.

Scoppiarono polemiche giustamente furibonde. Anche alcuni giornalisti entusiasti della “rivoluzione” di Mani pulite, e dei cortei che sfilavano per le strade di Milano con uomini e donne in maglietta bianca che chiedevano ai magistrati di farli ancora e sempre più “sognare”, ebbero momenti di dubbio e di sconcerto. Ma durò poco. Gli umori tornarono subito giustizialisti, cioè favorevoli più all’accusa che alla difesa degli imputati.

Di questo ritorno al giustizialismo, se mai qualcuno se ne fosse ritirato davvero, si ebbe la prova nell’estate successiva, quando il primo governo di Silvio Berlusconi, arrivato inaspettatamente a Palazzo Chigi all’esordio della sua avventura politica, adottò un decreto legge per limitare il ricorso alle manette nella fase delle indagini preliminari.

Per quanto prontamente firmato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, non certamente sospettabile di scarse simpatie per i suoi ex colleghi magistrati o di scarso interesse alle loro esigenze di lavoro, quel decreto provocò il finimondo nella Procura di Milano. Di Pietro e gli altri inquirenti chiesero, per protesta contro le nuove misure, di essere destinati ad altri compiti. I leghisti si dissociarono dal provvedimento, per quanto firmato anche dal loro Bobo Maroni, ministro dell’Interno, sostenendo di non averlo ben compreso, o di averlo trovato sulla Gazzetta Ufficiale diverso dal previsto. E a Berlusconi non restò che piegarsi rinunciando alla conversione per accontentarsi delle scarcerazioni nel frattempo eseguite. Egli non volle anticipare all’estate la crisi che i leghisti gli avrebbero però procurato ugualmente alla fine dell’anno su altri versanti.

Ma torniamo alla storia della catena di montaggio, per quanto metaforica, degli interrogatori in Procura raccontata con baldanza e divertimento da Di Pietro celebrando a Merate le nozze d’argento di Mani pulite con gli italiani.

Non credo proprio che “Tonino”, convinto della sua buona fede nella ricerca della verità come inquirente, possa o debba offendersi se gli dico che quelle undici postazioni per gli interrogatori e soprattutto quei fascicoli gonfiati ad arte, con giornali e carta straccia, mi sono apparsi più da commissario di polizia che da magistrato.

Ma quella storia, che ad occhio e croce doveva comportare anche verbali d’interrogatorio di più persone redatti e firmati dallo stesso o dagli stessi magistrati alla stessa ora dello stesso giorno, o quasi, mi riporta alla mente pure ciò che in quegli anni mi raccontò l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il mio amico Giovanni Galloni. Che era assediato, diciamo così, da altri amici e colleghi di partito che si lamentavano con lui del trattamento ricevuto persino da familiari incorsi a Milano sotto le lenti giudiziarie.

Galloni mi parlò, fra l’altro, proprio di più verbali milanesi redatti alla stessa ora, ma a volte persino svoltisi in luoghi diversi, su cui era prevedibile l’interessamento del Csm. Ma poi non se ne fece o non se ne seppe più niente. Mentre fece invece un rumore enorme il 6 dicembre 1994 il già ricordato annuncio delle dimissioni di Antonio Di Pietro dalla magistratura.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

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