Il mai di Renzi dopo i tre di Brunetta

Si stanno sprecando i “mai” in politica, a dispetto delle vecchie e buone regole che una volta, forse non a torto, bandivano questo avverbio  nel confronto tra i partiti e i loro leader.

Ai tre “mai” gridati pochi giorni fa dal capogruppo forzista della Camera, Renato Brunetta, ad un accordo governativo dopo le elezioni con Matteo Renzi, forse anche per coprirlo a sinistra nelle primarie congressuali del Pd, è seguito il “mai” opposto dallo stesso Renzi all’ipotesi attribuitagli invece su Panorama da Andrea Marcenaro di un “ritiro questa volta davvero” dalla politica se non dovesse riconquistare la segreteria del partito.

A metà degli ormai lontani anni Settanta mi capitò di raccogliere un’intervista nella quale Carlo Donat-Cattin mi disse che “mai” avrebbe acconsentito ad un accordo di governo con i comunisti.

A intervista pubblicata, mi telefonò imbarazzato per dirmi che “per ragioni di opportunità” avrebbe dovuto precisare di non avere mai detto quel mai. Gli chiesi se ci avesse ripensato. Sempre più imbarazzato, mi rispose che quel mai pronunciato nell’intervista apparteneva al cuore e lì rimaneva ben saldo, ma che in politica occorreva lasciarsi qualche “flessibilità”.  Insomma -mi spiegò- mai dire mai.

Nel 1978, quindici giorni prima che il comune amico Aldo Moro fosse rapito dalle brigate rosse, i gruppi parlamentari della Dc furono convocati congiuntamente per decidere il sì o il no ad un’intesa di programma che  consentisse al Pci di Enrico Berlinguer di non più astenersi, ma  votare la fiducia al governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Fra i contrari c’era proprio Donat-Cattin, allora ministro. Fu per rimuovere quel no che Moro, nonostante fosse febbricitante per un’inflluenza, partecipò alla riunione e pronunciò il suo ultimo discorso politico. E Donat-Cattin se ne lasciò convincere.

Moro, che ci teneva in modo particolare considerando l’amico il rappresentante vero della sinistra democristiana, per i contenuti della sua politica e non per i rapporti con i comunisti, come  accadeva invece all’altra sinistra dc, quella di “Base” facente capo ad “Albertino” Marcora e a Ciriaco De Mita, ne fu sollevato. E difese poi ad oltranza la conferma di Donat-Cattin a ministro quando, nell’incontro alla Camilluccia in cui Andreotti anticipò ai dirigenti del partito la lista che stava portando al Quirinale, non ne trovò il nome. E neppure quello di Antonio Bisaglia. Di entrambi il Pci aveva chiesto la testa in nome del rinnovamento.

Mai -spiegò all’incirca Moro ai suoi amici di partito- bisogna farsi scegliere dagli altri la propria classe dirigente. Anche a  lui, quindi, scappò un mai di troppo. Ma fu l’ultimo perché lo aspettava un destino atroce.

Il vuoto incolmabile di Giovanni Sartori

Giovanni Sartori, Vanni per gli amici, persino per Indro Montanelli, al quale l’amicizia non impediva di invidiarne la schiettezza, la scrittura limpida, il sarcasmo e soprattutto la caratura “scientifica”, che al toscanaccio di Fucecchio metteva persino soggezione, mi mancava già da parecchio. Da quando il Corriere della Sera smise di chiedergli editoriali, o lui di proporgliene. Questo non l’ho mai ben capito. E continuerò a non capirlo, per quante spiegazioni cercheranno di dare dalle parti di via Solferino.

So solo che quando la firma scomparve dal “suo” Corriere lui aveva ancora voglia di parlare, di scrivere, di esprimere la sua opinione. Cioè, di vivere, perché parlare, scrivere, discutere, leggere, insegnare, non importa se fisicamente da una cattedra di università, italiana o americana, o da un giornale, era appunto la sua vita.

Diversamente, se avesse veramente deciso di chiudere bottega, di tirare i remi in barca, di godersi con la moglie gli ultimi anni della vita, di guardare dall’alto in basso quelli che lui considerava “pigmei” travestiti da protagonisti della nostra cosiddetta politica, il professore si sarebbe negato a chi gli telefonava per chiedergli un parere, un commento, una battuta, un’intervista. Invece egli era sempre, o quasi sempre, disponibile. Il fatto è che mancavano gli interessati a raccoglierne le impressioni, sapendo forse quanto queste avrebbero potuto infastidire i potenti di turno. Dei quali Sartori diffidava quasi d’istinto.

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Morto nella sua abitazione romana a poco più di un mese dal compimento di 93 anni per insufficienza respiratoria, lui che di aria era stato insaziabile per averne sempre da buttare fuori dai polmoni insieme con i suoi giudizi e qualche volta anche imprecazioni, Sartori non amava il potere e i potenti, veri o presunti che fossero. E neppure li temeva. Li contrastava quando li sentiva forti e li disprezzava quando diventavano cascami.

Preside della facoltà di Scienze Politiche all’università della sua Firenze negli anni della contestazione, dopo la pretesa dei sessantottini d’oltralpe di portare la fantasia al potere, Sartori fronteggiò come pochi gli emuli italiani della presunta rivoluzione. Lui seppe ascoltare ma ancor più seppe farse sentire e, all’occorrenza, ubbidire. Se ne andò via, abbastanza stanco e deluso, solo quando le contestazioni divennero appunto cascami. A quel punto non lo interessarono più.

Per arrivare a tempi meno lontani, quando la sua fiducia, chiamiamola così, nel sistema elettorale maggioritario in funzione   della cosiddetta governabilità sembrò appagata col referendum che nel 1993 liquidò, o quasi, il metodo proporzionale, mentre i magistrati ne decapitavano i protagonisti, Sartori fu il primo a capire che non se ne sarebbe ricavato granchè. E cominciò a dileggiare le leggi elettorali che via via cercavano di mettere ordine al disordine latinizzandone i nomi, quasi per sottolinearne il carattere maccheronico. Così la legge Mattarella del 1993 divenne Mattarellum, quella Calderoli applicata nel 2006 Porcellum, quella prodotta dai tagli della Corte Costituzionale, nel Palazzo della Consulta, Consultellum.

 

 

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         Di Silvio Berlusconi, sempre per limitarci ai tempi più recenti della storia repubblicana dell’Italia, non ho mai capito se a Sartori avesse dato più fastidio negli anni del governo il cosiddetto conflitto d’interessi, di cui scriveva spesso come di una dannazione, o l’improvvisazione con la quale lo vedeva affrontare un po’ tutti i temi che non riguardassero i suoi interessi, appunto, inseguendo con i sondaggi più gli umori che i bisogni reali del Paese. Che fu una pratica seguita anche sui banchi dell’opposizione.

Di Matteo Renzi, che forse come sindaco e poi ex sindaco di Firenze si aspettava dal fiorentino Sartori un po’ di comprensione, l’esigentissimo Vanni diffidò subito liquidandolo come “un fanciullino”. Non gli bastava evidentemente “il giovanotto” scelto da altri critici.

La legge elettorale renziana chiamata Italicum, come per prevenire autonomamente la traduzione latina imposta proprio da Sartori a tutti i provvedimenti di quel tipo, per quanto ipermaggioritaria, specie nel cosiddetto combinato disposto con la riforma costituzionale poi bocciata col referendum del 4 dicembre scorso, venne liquidata da Vanni con gli amici, in mancanza dei lettori del suo Corriere, come un bastardellum.

         A questo punto, visto che viene la tentazione di passare agli argomenti del dibattito politico di questi giorni, fra i quali è tornato a primeggiare il problema di come mandare alle urne gli italiani la prossima volta, mi fermo. Lo faccio per lutto. In onore e in memoria del grandissimo Giovanni Sartori. Addio, professore. Addio, Vanni. Già mi mancavi, ripeto, e ancor più mi mancherai adesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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