Un Nunzio per niente galantino

           

            Al monsignore Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, non sono evidentemente bastate le precisazioni con le quali Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, ha cercato di contenere i danni delle proprie aperture a Beppe Grillo. Che egli ha compiuto prima mettendo il comico a suo agio con una lunga intervista allo stesso Avvenire e poi dichiarando al Corriere della Sera una convergenza al 75 per cento sui “grandi temi” col movimento delle 5 stelle, di cui l’amico è capo, garante e quant’altro.

            Il monsignore, reduce da una riunione, dove era già sbottato, è andato su tutte le furie davanti a tutti, giornalisti compresi. Qualcuno lo ha visto opporre segni di insofferenza alla notizia del direttore di Avvenire deciso a precisare il carattere strettamente personale della sua condivisione con i tre quarti delle posizioni pentastellate. E ciò mentre alla Camera grillini e piddini troppo “adulti”, per usare un aggettivo che a suo tempo costo’ a Romano Prodi l’amicizia, o quasi, del potente cardinale Camillo Ruini, approvavano la legge sul bio testamento, o fine vita.

            Chi conosce monsignor Galantino, e non dispera di vederlo succedere ad Angelo Bagnasco ormai in scadenza alla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, è sicuro che il prelato pugliese la farà pagare carissima a Tarquinio, considerato anche il fatto che l’anno della Misericordia, con là maiuscola, proclamato da Papa Francesco è passato.

            Il segretario generale della Cei sarà insomma pure Nunzio, in tutti i sensi, anche in quello di prelato di fiducia del Pontefice felicemente regnante, ma risulterà probabilmente nei riguardi del direttore di Avvenire neppure un po’ galante, come il suo cognome dovrebbe invece portarlo ad essere.

 

 

Severamente vietato chiedere scusa

Fra i tanti divieti in vigore in Italia c’è anche quello delle scuse, scambiate per qualcosa di poco dignitoso, d’indegno, di pusillanime, di infamante. Non te le chiede nessuno, le scuse. Neppure quando, investendoti sulle strisce, uno ti riduce in fin di vita. E gli viene anche la voglia di mandarti a quel paese perché sei tu che non hai saputo fermarti in tempo, e non lui.

In politica le cose non vanno meglio. Ed è naturale, perché la politica non è né migliore né peggiore del posto dove la si pratica. Ne è più semplicemente e banalmente lo specchio. Ciò vale anche per i giornali, le cui redazioni sono sempre più affollate di energumeni della parola e dei sentimenti.

Vi ricordate le reazioni indignate della stampa del non lontano 14 marzo scorso, con quelle foto dell’aula quasi deserta di Montecitorio scattate il giorno prima, all’apertura della discussione sulla legge del cosiddetto biotestamento? In quelle immagini fu indicata la prova del degrado del Parlamento, della sua indifferenza di fronte ai problemi del Paese. Una indifferenza aggravata dalla recentissima morte di un paziente accompagnato in una clinica svizzera dal radicale Marco Cappato a finire volontariamente e dignitosamente i suoi giorni tanto privi di luce quanto pieni di sofferenze.

Si disse e si scrisse che da un Parlamento capace di mobilitarsi solo per difendere i vitalizi, o come altro si chiamano, dei suoi membri non ci sarebbe stato altro da aspettarsi. E quei pochi, pochissimi che ci sforzammo di spiegare come e perché di lunedì mattina non ci si potesse attendere un’aula parlamentare affollata, se non di comparse per qualche film, fummo scambiati e liquidati per i soliti fessi o, peggio ancora, prezzolati.

Ebbene, la legge sul cosiddetto biotestamento, fra le più delicate e difficili per i suoi contenuti e risvolti morali, trattandosi della fine di un paziente, è stata appena approvata, in poco più di un mese d’aula, comprensivo delle sospensioni dei lavori di fine settimana e di Pasqua, con 326 sì e “soli” 37 no, come ha lamentato il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire: lo stesso incautamente avventuratosi proprio alla vigilia di quel voto a ospitare sulle proprie pagine, mettendolo il più possibile a suo agio, il “garante” del movimento 5 Stelle, senza il cui concorso il provvedimento non sarebbe di certo uscito dall’aula di Montecitorio per passare al Senato.

C’è stato un giornale, fra i tanti che dedicarono le loro prime pagine del 14 marzo all’aula “scandalosamente” vuota della Camera, o un giornalista o un politico, fra i tanti che presero a male parole gli assenti, e diedero degli ipocriti ai pochi presenti, che si sia scusato per la tempestività e serietà con cui invece gli uni e gli altri hanno alla fine legiferato? No. Nessuno.

 

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Poco più di un mese è passato anche dal famoso -e per molti scandaloso- salvataggio di Augusto Minzolini dalla decadenza da senatore proposta dalla competente giunta di Palazzo Madama, in applicazione della cosiddetta legge Severino, per una condanna definitiva rimediata quasi un anno e mezzo prima dall’ex direttore del Tg1 per peculato. Un salvataggio avvenuto con voto non segreto ma palese, grazie a 19 senatori del Pd convinti che quella condanna fosse stata ingiusta o quanto meno anomala non per una ma per una serie di ragioni: per esempio, per il contributo dato alla sentenza da un magistrato reduce da una lunga esperienza politica dalla parte opposta a quella dell’imputato, o per essere stato quest’ultimo assolto per la stessa questione in sede civile.

Oltre agli insulti a Minzolini e a quanti lo avevano “salvato”, partì una campagna ad opera del solito Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, con l’altrettanto solito sostegno di grillini e simili, contro lo stesso Minzolini per inadempienza della promessa fatta, prima del voto, di dimettersi in ogni caso da senatore. Cominciarono a contargli i giorni, le ore, i minuti e i secondi che trascorrevano inesorabilmente dalla promessa senza che lui si decidesse a scrivere e a consegnare la lettera di dimissioni agli uffici del Senato.

Una volta presentate, le dimissioni vennero però bollate come una manfrina, essendo destinate, secondo le previsioni e valutazioni dell’espertissimo Travaglio, a rimanere in qualche cassetto sino alla fine ordinaria, e non lontana, della legislatura. O ad arrivare in aula solo per essere respinte, a scrutinio obbligatoriamente segreto, con la scusa della consuetudine consolidata del no in prima battuta ad una rinuncia spontanea al seggio. Seguivano gli immancabili conti delle indennità e altre entrate senatoriali di Minzolini già riscosse dopo la condanna definitiva, e la mancata decadenza immediata, e di quelle che il mascalzone forzista avrebbe continuato a percepire sino all’epilogo della legislatura. Non parliamo poi degli inviti più o meno minacciosi al presidente del Senato, e persino a quello della Repubblica, perché venisse impedita una simile vergogna.

Ebbene, le dimissioni di Minzolini, una volta presentate, registrate e timbrate, sono arrivate in aula in meno di un mese. E a scrutinio rigorosamente segreto, nonostante il tentativo del capogruppo del Pd Luigi Zanda di strappare al presidente del Senato una deroga per il voto palese che avrebbe, a mio modestissimo avviso, semplicemente disonorato il Parlamento, le dimissioni sono state accolte con 142 sì e 106 no.

In un paese civile il giornale di Travaglio ne avrebbe preso atto scusandosi con il pur “pregiudicato” Minzolini, come l’ex senatore viene definito abitualmente dal direttore del Fatto Quotidiano. Che ha dato la notizia titolando così, sopra la stessa testata del giornale: “16 mesi dopo la condanna definitiva e l’interdizione Minzolini finalmente lascia il Senato e dà la colpa al Fatto. Grazie di cuore, per noi è una medaglia”. Sempre in prima pagina sono dedicate al caso Minzolini cinque, dico cinque, righette in corsivo di una rubrica il cui titolo basta e avanza per capire di che cosa si tratti: La cattiveria.

 

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         Poche parole infine per dirvi delle scuse che non riceverà mai Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità Anticorruzione al quale un decreto del Consiglio dei Ministri di aggiornamento del cosiddetto codice degli appalti, per delega ricevuta dal Parlamento, ha tolto il controllo preventivo delle gare. Rimedieremo all’errore, è stato annunciato dal ministro cosiddetto competente, Graziano Delrio.

Ma chi materialmente abbia potuto o voluto commettere lo sbaglio, di quale livello e per quale motivo, naturalmente non si saprà mai. Anche questa è un’abitudine tutta italiana.

 

 

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Quei capretti pasquali di Berlinguer e Cossiga

Ho la sensazione, da un’indagine artigianale di mercato che ho fatto personalmente girando per macellerie e supermercati, che i pastori abbiano vinto alla grande la loro campagna di Pasqua. Eppure hanno dovuto fare quest’anno i conti con una potenza mediatica come quella di Silvio Berlusconi, lasciatosi riprendere mentre proteggeva un agnello allattandolo.

Gli italiani non si sono privati dell’abbacchio, come spicciativamente i romani   chiamano anche l’agnello non proprio di latte, o svezzato da poco.

D’altronde, non solo il consumatore comune, ma anche la politica ha una certa dimestichezza col capretto nobilitato da Enrico Berlinguer come il piatto della tradizione pasquale per eccellenza. Era esattamente il 1980.

Due anni dopo il colpo più clamoroso compiuto dalle brigate rosse col sequestro di Aldo Moro, la strage della scorta in via Fani e l’uccisione anche dell’ostaggio, a conclusione di una prigionia durata 55 giorni, la lotta al terrorismo subì una svolta decisiva con la cattura di Patrizio Peci. Da cui Carlo Alberto dalla Chiesa, trattandolo astutamente da militare a militare, riuscì ad ottenere preziose informazioni, e infine il pentimento, per spirito di ritorsione contro i capi che – gli dimostrò il generale dei Carabinieri- non ne avevano saputo o voluto proteggere la clandestinità.

Fra le rivelazioni di Peci, verbalizzate ad opera della magistratura di Torino, vi fu la militanza terroristica, nell’organizzazione “Prima Linea”, di Marco Donat-Cattin, figlio dell’ex ministro Carlo, allora vice segretario unico della Dc. Lo era diventato da poco, messo a guardia, diciamo così, della segreteria di Flaminio Piccoli scaturita da un congresso di partito che aveva archiviato la fase politica della “solidarietà nazionale”.

Peci raccontò di avere saputo di Marco Donat-Cattin dall’amico e compagno di lotta Roberto Sandalo. Che al primo interrogatorio parlò così tanto da scampare lì per lì alle manette, e da vedersi poi coperte col perdono giudiziario una lista di ben 110 capi d’imputazione.

Venuto a conoscenza della posizione del figlio con una lettera anonima che dichiarò di avere strappato immediatamente, Carlo Donat-Cattin chiese un appuntamento al presidente del Consiglio in carica, Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno all’epoca del sequestro Moro. Secondo altre versioni fu invece Cossiga a chiamare l’amico di partito nel proprio ufficio privato, vicino a Piazza San Silvestro, per avvertirlo dei guai del figlio e consigliargli, se fosse mai riuscito a mettersi in qualche modo in contatto con lui, di costituirsi per chiarire la situazione con la magistratura, pur non essendovi ancora nei suoi riguardi contestazioni di singoli fatti di sangue, oltre all’appartenenza ad un’organizzazione terroristica. Solo in seguito il giovane sarebbe stato accusato di avere partecipato i29 gennaio 1979 all’agguato mortale al giudice Emilio Alessandrini, a Milano.

Già l’indomani mattina Carlo Donat-Cattin, ancora in pigiama, ricevette a casa sua, a Torino, Roberto Sandalo, chiamato con urgenza dalla consorte dell’ex ministro, che lo sapeva amico del figlio Marco. Ma probabilmente Sandalo era pedinato per ordine della magistratura, che fu pertanto in grado di concatenare poi gli eventi e, reinterrogandolo di nuovo, allestire un fascicolo da mandare al Parlamento a carico del presidente del Consiglio.

Per i reati ministeriali c’era ancora in quel periodo la competenza della Corte Costituzionale, alla quale si accedeva con la messa in stato di accusa da parte delle Camere in seduta congiunta, dopo l’esame in un’apposita commissione inquirente.

Carlo Donat-Cattin raccontò a Sandalo dell’incontro avuto la sera prima con Cossiga e chiese di rintracciare il figlio Marco, col quale lui aveva perso da mesi ogni contatto, perché chiamasse la sorella Maria Pia e si facesse aiutare ad evitare la cattura riparando all’estero. Consiglio, questo, che poi a torto o a ragione fu attribuito allo stesso Cossiga, aggravandone la posizione davanti alla commissione inquirente. Che discusse la vicenda nel mese di maggio, convocando e interrogando separatamente lo stesso Sandalo, Carlo Donat-Cattin e il presidente del Consiglio.

La tensione politica salì naturalmente alle stelle e finì per coinvolgere il Quirinale, dove il presidente Sandro Pertini seguiva la vicenda con crescente insofferenza. Egli sbottò però all’estero, durante una visita ufficiale a Madrid, dove disse al suo portavoce Antonio Ghirelli, comprensibilmente pressato dagli inviati alla caccia di reazioni ai fatti di Roma, che le dimissioni del capo del governo gli sembravano inevitabili se la commissione inquirente non avesse chiuso la faccenda con un proscioglimento a così larga maggioranza da non lasciare dubbi.

Il povero Ghirelli si sentì autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito del capo dello Stato. Ma a Roma il segretario della Dc non gradì e minacciò iniziative parlamentari contro Pertini, che a distanza schivò il colpo prendendosela con Ghirelli, sino a licenziarlo seduta stante. Gli inviati chiesero clemenza per il collega -un simpaticissimo collega- al presidente che usciva dall’albergo. Ma ricevettero come risposta il pollice verso della mano destra del capo dello Stato, come un imperatore romano dei tempi antichi. Poi Pertini se ne sarebbe pentito, a tal punto da consentire, se non addirittura da consigliare, a Bettino Craxi nel 1983, quando il leader socialista formò il suo primo governo, di prendere Girelli come capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. Pertini, per fortuna, era fatto così.

La commissione parlamentare inquirente chiuse il suo lavoro sulla vicenda Cossiga proprio come il presidente della Repubblica aveva temuto: col proscioglimento senza la larga maggioranza necessaria per evitare un passaggio nell’aula di Montecitorio, a Camere riunite congiuntamente su richiesta di una qualificata minoranza.

La palla a quel punto passò nelle mani di Enrico Berlinguer, alle cui indicazioni i parlamentari del Pci si sarebbero attenuti nella raccolta delle firme.

Cossiga, per quanto parente del segretario comunista da parte di madre, era troppo orgoglioso per chiamarlo di persona. Lasciò che lo facessero altri, del suo partito e di quello comunista, dove il più sensibile e aperto alla posizione personale del presidente del Consiglio fu Gerardo Chiaromonte, un parlamentare napoletano dal tratto molto umano. Che già nel 1978 aveva inutilmente tentato di evitare all’amico Giovanni Leone l’umiliazione delle dimissioni da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Erano state allora invocate ragioni di presunta opportunità morale, oltre che politica, rivelatesi poi inconsistenti. E che era toccato allo stesso Chiaromonte, alla fine, di spiegare al povero Leone per conto del proprio partito.

Chiaromonte toccò con Berlinguer anche il tasto dei rapporti di parentela tra le famiglie sarde del segretario del Pci e del presidente del Consiglio. Ma Berlinguer, irremovibile, gli disse che i vincoli di parentela potevano e dovevano esaurirsi con la tradizione di mangiare insieme il capretto a Pasqua.

Informato della risposta, Cossiga non si arrese. Chiese a Chiaromonte un altro piacere ancora: un incontro conviviale con Berlinguer per spiegargli di persona la sua posizione. La cena si svolse con la partecipazione anche di Ugo Pecchioli: un torinese rigorosissimo fra un napoletano pacioso come Chiaromonte e due sardi che più diversi fra loro non potevano essere. Cossiga parlò fluvialmente. Berlinguer stette a sentirlo senza proferire parola se non alla fine, mentre prendeva il gelato, solo per dire al cugino che all’indomani i parlamentari del suo partito avrebbero votato contro di lui.

Il “processo” a Cossiga nell’aula di Montecitorio si svolse dal 23 al 27 luglio. La posizione dei comunisti fu illustrata da Luciano Violante con la richiesta di un supplemento di istruttoria in commissione. Che fu respinta con 507 voti contro 416. Prevalse così l’archiviazione.

Dopo qualche mese il governo Cossiga sarebbe tuttavia caduto lo stesso per i soliti “franchi tiratori” esercitatisi contro un provvedimento economico. E il mio amico Francesco tornò per un po’ nell’ombra. Ma, appunto, per un po’. Dopo soli tre anni sarebbe diventato presidente del Senato per succedere a Pertini, nel 1985, al Quirinale. Enrico Berlinguer nel frattempo era morto in circostanze drammatiche, consumando generosamente le sue ultime energie in un comizio a Padova. Ma vi giuro che Cossiga aveva già smesso di serbargli rancore per quel no freddo come il gelato che consumava e per quella storia del capretto pasquale che poteva e doveva bastare a segnarne la parentela. Un capretto però -raccontò a Bettino Craxi, che me ne riferì ad Hammamet autorizzandomi anche a scriverne- che spesso Cossiga da ragazzo fu costretto a consumare non con i parenti, tutti raccolti attorno alla stessa tavola, ma in cucina con i domestici.

Il fatto è che Francesco era irrequieto sin da piccolo. Faceva dispetti e capricci, di cui veniva punito proprio in quel modo, mangiando in cucina, anziché in sala da pranzo con i “grandi” e i coetanei disciplinati, com’era sicuramente Enrico, almeno in famiglia.

A dire il vero, Cossiga raccontò a Craxi anche di avere avuto spesso il sospetto che quelle punizioni col capretto da mangiare in cucina fossero anche il frutto dell’insofferenza dei Berlinguer per la decisione presa dalla mamma del futuro capo dello Stato di sposare un uomo degnissimo, per carità, ma un borghese non all’altezza del loro lignaggio. Sarà stato vero?, chiesi a Bettino. “Beh, i Berlinguer erano a loro modo degli aristocratici”, mi rispose.

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

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