Quei capretti pasquali di Berlinguer e Cossiga

Ho la sensazione, da un’indagine artigianale di mercato che ho fatto personalmente girando per macellerie e supermercati, che i pastori abbiano vinto alla grande la loro campagna di Pasqua. Eppure hanno dovuto fare quest’anno i conti con una potenza mediatica come quella di Silvio Berlusconi, lasciatosi riprendere mentre proteggeva un agnello allattandolo.

Gli italiani non si sono privati dell’abbacchio, come spicciativamente i romani   chiamano anche l’agnello non proprio di latte, o svezzato da poco.

D’altronde, non solo il consumatore comune, ma anche la politica ha una certa dimestichezza col capretto nobilitato da Enrico Berlinguer come il piatto della tradizione pasquale per eccellenza. Era esattamente il 1980.

Due anni dopo il colpo più clamoroso compiuto dalle brigate rosse col sequestro di Aldo Moro, la strage della scorta in via Fani e l’uccisione anche dell’ostaggio, a conclusione di una prigionia durata 55 giorni, la lotta al terrorismo subì una svolta decisiva con la cattura di Patrizio Peci. Da cui Carlo Alberto dalla Chiesa, trattandolo astutamente da militare a militare, riuscì ad ottenere preziose informazioni, e infine il pentimento, per spirito di ritorsione contro i capi che – gli dimostrò il generale dei Carabinieri- non ne avevano saputo o voluto proteggere la clandestinità.

Fra le rivelazioni di Peci, verbalizzate ad opera della magistratura di Torino, vi fu la militanza terroristica, nell’organizzazione “Prima Linea”, di Marco Donat-Cattin, figlio dell’ex ministro Carlo, allora vice segretario unico della Dc. Lo era diventato da poco, messo a guardia, diciamo così, della segreteria di Flaminio Piccoli scaturita da un congresso di partito che aveva archiviato la fase politica della “solidarietà nazionale”.

Peci raccontò di avere saputo di Marco Donat-Cattin dall’amico e compagno di lotta Roberto Sandalo. Che al primo interrogatorio parlò così tanto da scampare lì per lì alle manette, e da vedersi poi coperte col perdono giudiziario una lista di ben 110 capi d’imputazione.

Venuto a conoscenza della posizione del figlio con una lettera anonima che dichiarò di avere strappato immediatamente, Carlo Donat-Cattin chiese un appuntamento al presidente del Consiglio in carica, Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno all’epoca del sequestro Moro. Secondo altre versioni fu invece Cossiga a chiamare l’amico di partito nel proprio ufficio privato, vicino a Piazza San Silvestro, per avvertirlo dei guai del figlio e consigliargli, se fosse mai riuscito a mettersi in qualche modo in contatto con lui, di costituirsi per chiarire la situazione con la magistratura, pur non essendovi ancora nei suoi riguardi contestazioni di singoli fatti di sangue, oltre all’appartenenza ad un’organizzazione terroristica. Solo in seguito il giovane sarebbe stato accusato di avere partecipato i29 gennaio 1979 all’agguato mortale al giudice Emilio Alessandrini, a Milano.

Già l’indomani mattina Carlo Donat-Cattin, ancora in pigiama, ricevette a casa sua, a Torino, Roberto Sandalo, chiamato con urgenza dalla consorte dell’ex ministro, che lo sapeva amico del figlio Marco. Ma probabilmente Sandalo era pedinato per ordine della magistratura, che fu pertanto in grado di concatenare poi gli eventi e, reinterrogandolo di nuovo, allestire un fascicolo da mandare al Parlamento a carico del presidente del Consiglio.

Per i reati ministeriali c’era ancora in quel periodo la competenza della Corte Costituzionale, alla quale si accedeva con la messa in stato di accusa da parte delle Camere in seduta congiunta, dopo l’esame in un’apposita commissione inquirente.

Carlo Donat-Cattin raccontò a Sandalo dell’incontro avuto la sera prima con Cossiga e chiese di rintracciare il figlio Marco, col quale lui aveva perso da mesi ogni contatto, perché chiamasse la sorella Maria Pia e si facesse aiutare ad evitare la cattura riparando all’estero. Consiglio, questo, che poi a torto o a ragione fu attribuito allo stesso Cossiga, aggravandone la posizione davanti alla commissione inquirente. Che discusse la vicenda nel mese di maggio, convocando e interrogando separatamente lo stesso Sandalo, Carlo Donat-Cattin e il presidente del Consiglio.

La tensione politica salì naturalmente alle stelle e finì per coinvolgere il Quirinale, dove il presidente Sandro Pertini seguiva la vicenda con crescente insofferenza. Egli sbottò però all’estero, durante una visita ufficiale a Madrid, dove disse al suo portavoce Antonio Ghirelli, comprensibilmente pressato dagli inviati alla caccia di reazioni ai fatti di Roma, che le dimissioni del capo del governo gli sembravano inevitabili se la commissione inquirente non avesse chiuso la faccenda con un proscioglimento a così larga maggioranza da non lasciare dubbi.

Il povero Ghirelli si sentì autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito del capo dello Stato. Ma a Roma il segretario della Dc non gradì e minacciò iniziative parlamentari contro Pertini, che a distanza schivò il colpo prendendosela con Ghirelli, sino a licenziarlo seduta stante. Gli inviati chiesero clemenza per il collega -un simpaticissimo collega- al presidente che usciva dall’albergo. Ma ricevettero come risposta il pollice verso della mano destra del capo dello Stato, come un imperatore romano dei tempi antichi. Poi Pertini se ne sarebbe pentito, a tal punto da consentire, se non addirittura da consigliare, a Bettino Craxi nel 1983, quando il leader socialista formò il suo primo governo, di prendere Girelli come capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. Pertini, per fortuna, era fatto così.

La commissione parlamentare inquirente chiuse il suo lavoro sulla vicenda Cossiga proprio come il presidente della Repubblica aveva temuto: col proscioglimento senza la larga maggioranza necessaria per evitare un passaggio nell’aula di Montecitorio, a Camere riunite congiuntamente su richiesta di una qualificata minoranza.

La palla a quel punto passò nelle mani di Enrico Berlinguer, alle cui indicazioni i parlamentari del Pci si sarebbero attenuti nella raccolta delle firme.

Cossiga, per quanto parente del segretario comunista da parte di madre, era troppo orgoglioso per chiamarlo di persona. Lasciò che lo facessero altri, del suo partito e di quello comunista, dove il più sensibile e aperto alla posizione personale del presidente del Consiglio fu Gerardo Chiaromonte, un parlamentare napoletano dal tratto molto umano. Che già nel 1978 aveva inutilmente tentato di evitare all’amico Giovanni Leone l’umiliazione delle dimissioni da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Erano state allora invocate ragioni di presunta opportunità morale, oltre che politica, rivelatesi poi inconsistenti. E che era toccato allo stesso Chiaromonte, alla fine, di spiegare al povero Leone per conto del proprio partito.

Chiaromonte toccò con Berlinguer anche il tasto dei rapporti di parentela tra le famiglie sarde del segretario del Pci e del presidente del Consiglio. Ma Berlinguer, irremovibile, gli disse che i vincoli di parentela potevano e dovevano esaurirsi con la tradizione di mangiare insieme il capretto a Pasqua.

Informato della risposta, Cossiga non si arrese. Chiese a Chiaromonte un altro piacere ancora: un incontro conviviale con Berlinguer per spiegargli di persona la sua posizione. La cena si svolse con la partecipazione anche di Ugo Pecchioli: un torinese rigorosissimo fra un napoletano pacioso come Chiaromonte e due sardi che più diversi fra loro non potevano essere. Cossiga parlò fluvialmente. Berlinguer stette a sentirlo senza proferire parola se non alla fine, mentre prendeva il gelato, solo per dire al cugino che all’indomani i parlamentari del suo partito avrebbero votato contro di lui.

Il “processo” a Cossiga nell’aula di Montecitorio si svolse dal 23 al 27 luglio. La posizione dei comunisti fu illustrata da Luciano Violante con la richiesta di un supplemento di istruttoria in commissione. Che fu respinta con 507 voti contro 416. Prevalse così l’archiviazione.

Dopo qualche mese il governo Cossiga sarebbe tuttavia caduto lo stesso per i soliti “franchi tiratori” esercitatisi contro un provvedimento economico. E il mio amico Francesco tornò per un po’ nell’ombra. Ma, appunto, per un po’. Dopo soli tre anni sarebbe diventato presidente del Senato per succedere a Pertini, nel 1985, al Quirinale. Enrico Berlinguer nel frattempo era morto in circostanze drammatiche, consumando generosamente le sue ultime energie in un comizio a Padova. Ma vi giuro che Cossiga aveva già smesso di serbargli rancore per quel no freddo come il gelato che consumava e per quella storia del capretto pasquale che poteva e doveva bastare a segnarne la parentela. Un capretto però -raccontò a Bettino Craxi, che me ne riferì ad Hammamet autorizzandomi anche a scriverne- che spesso Cossiga da ragazzo fu costretto a consumare non con i parenti, tutti raccolti attorno alla stessa tavola, ma in cucina con i domestici.

Il fatto è che Francesco era irrequieto sin da piccolo. Faceva dispetti e capricci, di cui veniva punito proprio in quel modo, mangiando in cucina, anziché in sala da pranzo con i “grandi” e i coetanei disciplinati, com’era sicuramente Enrico, almeno in famiglia.

A dire il vero, Cossiga raccontò a Craxi anche di avere avuto spesso il sospetto che quelle punizioni col capretto da mangiare in cucina fossero anche il frutto dell’insofferenza dei Berlinguer per la decisione presa dalla mamma del futuro capo dello Stato di sposare un uomo degnissimo, per carità, ma un borghese non all’altezza del loro lignaggio. Sarà stato vero?, chiesi a Bettino. “Beh, i Berlinguer erano a loro modo degli aristocratici”, mi rispose.

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

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