A che serve ormai la commissione antimafia ?

 

         Rosy Bindi, parlamentare ormai di lunga data, ha non annunciato ma confermato, in una intervista a Libero, la rinuncia a ricandidarsi nelle prossime elezioni ritenendo conclusa la sua esperienza in Parlamento. Così la nuova direzione del Pd, dove bisogna darle atto di avere voluto rimanere, rifiutandosi di seguire Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e gli altri adesso del Dp, non avrà il compito di occuparsi di una sua pratica. Come sarebbe inevitabile nel caso in cui lei stessa, ripensandoci, o qualche suo amico ne proponesse la ricandidatura, in deroga allo statuto di cui sono già rimasti volontarie vittime il già ricordato D’Alema e Walter Veltroni, che pure fu uno dei fondatori del partito e il primo segretario. Meglio rottamarsi da sé che farsi rottamare, parvero dire i due dioscuri del post-comunismo italiano prima che almeno uno dei due -il primo naturalmente- non mettesse un broncio lungo così.

         La Bindi è notoriamente donna di carattere. Cioè, di brutto carattere, perché solo chi non ha carattere, come diceva la buonanima di Sandro Pertini, può vantare di averne uno buono. E Pertini era un altro che non se le faceva dire da nessuno. Quello della Bindi si è visto bene quando le è capitato da presidente della commissione parlamentare antimafia di scontrarsi col caratteraccio del candidato prima e del governatore poi della Campania, il suo compagno di partito Vincenzo De Luca, eletto nonostante la Bindi non gli avesse certamente facilitato le cose indicandolo fra gli “impresentabili”.

         Una cosa tuttavia penso che la Bindi se la meriti davvero: di non avere successori alla presidenza della commissione parlamentare antimafia, in modo che lei sia e rimanga l’ultima ad averla guidata.

         Nata quando la mafia era veramente un fenomeno misterioso, da studiare sotto i più diversi aspetti, e quando gli strumenti giudiziari per combatterla erano davvero inadeguati, che senso ha oggi continuare a seguirla con una commissione parlamentare d’inchiesta permanente? Che sarebbe poi la migliore certificazione della forza e della invincibilità di questa organizzazione criminale, e altre analoghe, come se fossero tutt’uno con la stoffa del Paese. Ci sono ormai magistrati specializzatissimi, forse sin troppo, per occuparsene.

         Se poi si pretendesse di giustificare una commissione parlamentare sulla mafia con i collegamenti che quest’ultima ha o potrebbe avere con la politica, sarebbe una clamorosa autorete. Sarebbe cioè la rivendicazione della politica di vigilare da sola su se stessa. E ciò dopo che gli stessi politici hanno rinunciato a buona parte delle loro originarie immunità per non apparire privilegiati rispetto ai magistrati.

         Finiamola quindi qui, con l’epilogo di questa diciassettesima legislatura, anche con la commissione parlamentare antimafia, congedandola con la sua ultima presidente.

        

Mattarella si allena a Mosca per le turbolenze italiane

Con la sua visita in Russia, e l’incontro fissatogli da Putin al Cremlino per martedì, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si trova in una situazione che più in vista non potrebbe essere dopo la svolta della politica americana nel Medio Oriente. Dove il presidente Donald Trump, diversamente dal predecessore Obama, non ha voluto lasciare impunito l’ennesimo crimine compiuto dal dittatore siriano Assad facendo lanciare bombe chimiche contro la sua popolazione “ribelle”.

Proprio in coincidenza con la presenza di Mattarella a Mosca, Putin incontrerà anche il segretario di Stato americano, ma il presidente italiano sarà il primo interlocutore europeo del Cremlino dopo la svolta statunitense in una regione che interessa da vicino l’Unione Europea, non foss’altro per i guai che le provengono da quella martoriata regione in termini di sicurezza e di immigrazione.

Quella di Mattarella non va scambiata in questa drammatica circostanza per una visita, di sia pur alta rappresentanza, fortuitamente coincidente con un delicatissimo momento della politica internazionale.

Dell’attuale capo dello Stato si potrà anche dire, come fa un suo amico economista che non per questo non lo stima o gli vuole meno bene, che ha una certa difficoltà quando si trova alle prese con problemi finanziari, ma non che non abbia pratica di politica estera. Egli se n’è sempre interessato anche prima di arrivare al Quirinale, contribuendo anche a gestirla dal governo prima come vice presidente del Consiglio di Massimo D’Alema e poi come ministro della Difesa dello stesso D’Alema e del secondo governo di Giuliano Amato, negli anni più roventi della crisi nei Balcani.

Il presidente Mattarella ha quindi le cognizioni e le conoscenze giuste per far fare una bella figura al suo Paese

 

 

in questi pericolosi frangenti internazionali, ben consapevole che l’Europa non possa e non debba essere ridotta alla funzione di “spettatrice”, per ripetere un aggettivo usato con delusione pari alla preoccupazione nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri dal renziano Graziano Delrio.

 

##########

 

La sua maggiore esposizione internazionale potrebbe riuscire utile a Mattarella anche dopo la visita in Russia, quando tornerà alle prese con la solita, intricata situazione politica interna, continuamente agitata da una permanente campagna elettorale. Tale è quella in corso dalla fine del referendum sulla riforma costituzionale, anche se tutti fingono di non accorgersene e voltano lo sguardo dall’altra parte.

D’altronde basterebbero e avanzerebbero già le votazioni amministrative dell’11 giugno e i ballottaggi del 25, riguardanti circa dieci milioni di elettori sparsi un po’ per tutta Italia, per tenere alta la tensione, a cominciare dal Pd. Dove pure Matteo Renzi contava e conta ancora di chiudere il capitolo delle incertezze a fine aprile, con la sua ormai scontata rielezione a segretario nelle primarie aperte ai dichiarati elettori del partito: anche quelli che poi voteranno magari per gli scissionisti del Dp, interessati a irrobustire intanto le minoranze di Andrea Orlando e di Michele Emiliano per continuare a complicare la vita all’ex presidente del Consiglio.

Alle elezioni amministrative di giugno seguirà un’estate per niente tranquilla, durante la quale gli ormai ineludibili appuntamenti parlamentari con le tante, persino troppe proposte sul tappeto per quanto meno armonizzare, come si attende Mattarella, le leggi elettorali della Camera e del Senato rimaste in vigore dopo i tagli

 

 

apportati dalla Corte Costituzionale, potrebbero diventare in ogni momento il pretesto giusto per interrompere la legislatura. Alla cui prosecuzione sino alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo è interessato, per diverse e persino opposte ragioni, un fronte politico molto meno vasto delle apparenze.

Quello attratto dalle elezioni anticipate è un fiume carsico dove confluisce ogni giorno acqua nuova, proveniente soprattutto dalla paura di mandare i cittadini alle urne subito dopo l’approvazione di una pesantissima legge finanziaria, da varare quando le autorità europee di vigilanza non avranno forse più remore derivanti dalle incertezze delle attuali vigilie elettorali in Francia e in Germania.

 

#############

 

Pochi osano più o meno ipocritamente parlarne in pubblico, ma chi frequenta stanze e corridoi dei palazzi parlamentari sa di quella specie di oggetto misterioso di cui mormorano gli specialisti della legge finanziaria e che si chiama esercizio provvisorio. Se ne occupa un comma dell’articolo 81 della Costituione che, diversamente da altre parti modificate nel 2012, i cosiddetti eurocrati non sono riusciti a far cambiare negli anni del loro maggiore potere, che furono quelli del governo tecnico di Mario Monti.

Quel comma dell’articolo 81, studiato per affrontare le emergenze, elettorali o d’altro tipo, risultate d’impedimento all’approvazione entro dicembre del bilancio annuale, cioè ordinario, prevede il ricorso per legge al cosiddetto esercizio provvisorio “per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi”. Durante i quali non si può spendere, mese per mese, più di un dodicesimo di ciò che si è speso nell’esercizio precedente, per cui non si rischiano in quel periodo procedure europee di cosiddetta insolvenza, possibili invece con una normale legge finanziaria che abbia l’inconveniente di non corrispondere alle attese dei vigilanti.

 

 

 

 

Diffuso da http://www.formiche.net

Blog su WordPress.com.

Su ↑