La favola dei poveri imprenditori concussi di Tangentopoli

Raffaele Cantone, da più di tre anni presidente dell’Autorità nazionale dell’anticorruzinne, considera “sfascista” l’idea, pur diffusa fra i meno giovani di lui, che il malaffare dei nostri tempi sia peggiore dei “tempi di Tangentopoli”, quando si sprecavano gli arresti e la gente sfilava per le strade di Milano in maglietta bianca invitando l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro a farla sognare. Che significava arrestare ancora di più, spesso alla presenza di puntualissime telecamere, in modo che il pubblico potesse godersi lo spettacolo guardando il telegiornale a pranzo e a cena.

“Davvero vogliamo credere -ha chiesto il pur ottimo Cantone a Fiorenza Sarzanini, del Corriere della Sera- che la maxitangente Enimont sia uguale alle mazzette versate per gli appalti del Campidoglio o per il G8 ?”. O per quelli della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, su cui -aggiungo io -s’intrecciano le indagini delle Procure della Repubblica di Napoli e di Roma con criteri non proprio univoci, e la seconda non fidandosi della polizia giudiziaria adoperata dalla prima?       I tempi della vecchia Tangentopoli, secondo Cantone, rimangono quindi peggiori di quelli attuali perché “prima la politica era il fine dell’attività corruttiva”, mentre “adesso è il mezzo”. Sarebbero cioè i gruppi di potere economico a utilizzare la politica per fare affari e corrompere. Ciò “vuol dire -ha detto ancora Cantone- che i corruttori sono in grado di tenere sotto controllo i politici”, allevati “come polli in batteria per essere messi nei posti giusti a garantire gli interessi di pochi”.

Da questa rappresentazione dei fatti di adesso e di allora il presidente dell’Anticorruzione mi ha dato l’impressione, spero sbagliata, di essersi fatta un’idea, essendo allora un giovane appena entrato in magistratura, un po’ approssimativa dell’era di Tangentopoli, quando una politica vorace e spregiudicata, secondo una convinzione del resto generalizzata, teneva sotto scacco l’imprenditoria vessandola con finanziamenti illeciti. E infatti il reato che più frequentemente la magistratura contestava allora ai politici era quello della concussione, prendendo per buona la difesa dei corruttori. Che essi cioè fossero stati costretti a pagare partiti, correnti e singoli esponenti politici pur di lavorare e procurare lavoro.

Ebbene, la mia sensazione fu diversa, forse condizionata -lo ammetto- dal fatto di conoscere per motivi professionali un bel po’ del personale politico finito nel tritacarne del giustizialismo. La storia dei poveri industriali concussi, costretti cioè a finanziare, e in nero, la classe politica pur di lavorare e far lavorare la considerai subito più fantasia che realtà. Fui decisamente controcorrente. Ma credo, modestamente, che i fatti mi diedero spesso ragione quando dai processi mediatici si passò finalmente ai processi veri: quelli nei tribunali.

La Fiat -tanto per fare il nome di un’azienda o di un gruppo- mi apparve subito troppo grande e forte per poterla immaginare in ginocchio di fronte ad una politica ancora più forte di lei, dei suoi amministratori, del suo mitico “avvocato” e presidente. Che metteva soggezione al solo mostrare quell’orologio originalmente allacciato sul polso della camicia, credo non per non usurarne l’orlo.

Gli industriali -mi creda, dottor Cantone- facevano letteralmente la fila davanti alle segreterie dei partiti, e delle correnti, per finanziarle. Ne erano tanti che qualcuno dei leader o politico di turno si prendeva anche il lusso o il gusto di dire no. Il compianto Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi, raccontò – credo anche agli inquirenti, prima di morire d’infarto- di avere avuto disposizioni da Craxi di rifiutare soldi, per esempio, da Carlo De Benedetti.

Anche alle Botteghe Oscure si faceva una discreta selezione fra quanti erano disposti ad aiutare il Pci, specie dopo che Enrico Berlinguer aveva disposto di non accettare più finanziamenti da Mosca, dove d’altronde non avevano più voglia di darne ad un partito che si concedeva troppa autonomia.

Quando scoppiò il finimondo di Mani pulite, con l’arresto persino banale del presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano, che aveva appena intascato una miserabile mazzetta di sette milioni di lire, equivalente a circa 3500 euro di adesso, sia pure come acconto o rata di una somma maggiore, molti imprenditori profittarono dell’occasione per raccontare balle agli inquirenti. Che a loro volta non credevano ai loro occhi vedendo di poterne usare deposizioni, confessioni e quant’altro per ghigliottinare leader e partiti, per giunta selezionandoli a dovere.

Gli ammanchi di molte società, i cui titolari avevano sottratto capitali mandandoli all’estero e frodando soci e creditori, furono allegramente attribuiti a versamenti ai partiti, di cui spesso non si riuscivano a trovare tracce, senza che per questo venisssero meno le accuse.

A favorire quell’andazzo era anche un codice di procedura penale che consentiva a chi raccontava frottole di sottrarsi poi, durante il pubblico dibattimento, al confronto col presunto concussore. Ci furono condanne legittimamente emesse con questi criteri a dir poco barbari. Ciò durò fino a quando non provvide la Corte Costituzionale a decretare l’illegittimità di quella procedura.

Antonio Di Pietro usa raccontare spesso che l’azione di pulizia sua e dei colleghi fu boicottata e infine interrotta da misteriose minacce, intromissioni, dossieraggi, mani e manine di servizi segreti e quant’altro.

Non so francamente se vi è stato anche questo, visto che l’ex magistrato si rifà ad uno e persino più documenti in questo senso approvati dal comitato parlamentare di controllo dei servizi. Ma di sicuro quando la Corte Costituzionale pose termine alla pacchia dei presunti concussi che potevano sottrarsi impunemente al confronto con gli accusati, allora sì che si essiccò il fiume delle confessioni e delle delazioni. E i magistrati dissero, sconsolati, che la famosa e non più tanto apprezzata “società civile” si era stancata di collaborare, o aveva cominciato ad avere paura che l’opera di pulizia andasse tanto avanti da travolgere anche la gente comune, che si arrangiava a suo modo evadendo, per esempio, il fisco.

Seguii praticamente da solo come giornalista, allora per Il Foglio, quasi tutte le udienze di un processo a Roma che avrebbe dovuto essere quello emblematico di Tangentopoli perché riguardava gli appalti dell’Anas. L’ex ministro dei lavori Pubblici Gianni Prandini fu condannato in prima istanza, dove peraltro i giudici si rifiutarono di prendere atto della pronuncia della Corte Costituzionale e di cambiare verso al processo ancora in corso. Quando i giudici di appello fecero invece il loro dovere e, annullando il primo verdetto, ordinarono all’accusa di riprendere le indagini daccapo, di raccogliere di nuovo le deposizioni e di portarle in dibattimento col dovuto confronto, l’inchiesta si arenò da sola, Non vi fu un solo accusatore della prima ora disposto a ripetere la sua versione dei fatti. Prevalse nei numerosi e facili concussi il timore di finire in galera al posto dei politici da loro accusati negli anni precedenti e spesso passati per la debilitante esperienza della custodia cautelare.

Questa o anche questa fu, caro il mio Di Pietro, Tangentopoli. E mi piacerebbe che lo riconoscesse anche l’ottimo –ripeto- Raffaele Cantone, che ha già avuto molte volte il coraggio di non lasciarsi condizionare dalla comune percezione di molti suoi colleghi di cosiddetta prima linea.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

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