Montanelli e Ottone, due campioni del giornalismo

Diavolo di un uomo e di un giornale. L’uomo è Beppe Grillo. il giornale è il Fatto Quotidiano, il solo al quale il “garante” del Movimento 5 Stelle si rivolge quando si stufa del suo blog.

Per quanto diffida dell’uno e dell’altro per la mania che hanno di liquidare gli altri come infedeli, debbo riconoscere loro il merito di avere celebrato la Pasqua denunciando un’assurdità vera, non inventata o esagerata. E’ quella di un intero palazzo di proprietà del Comune di Roma, davanti ai Fiori Imperiali, affittato ai Cavalieri di Malta al prezzo simbolico di 14 euro e 40 centesimi l’anno. Di cui Grillo si è divertito a proporre un aumento di 2 euro e 88 centesimi per tenersi alla misura del 20 per cento, come simbolico contributo di quel di più che basterebbe perché ciascuno desse una mano al dissestato Campidoglio.

Il palazzo affittato dal Comune di Roma ad una rappresentanza del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta ha attirato l’attenzione del comico genovese per due motivi. Innanzitutto, perché ne porta casualmente il nome, essendo noto come il Palazzo del Grillo, inteso però come l’omonimo marchese pontificio immortalato da Alberto Sordi nel famoso film di Mario Monicelli, del 1981, in cui la guardia nobile del Papa riassume il suo stato dicendo agli astanti: “Io so io e voi non siete un cazzo”. Scusate la parolaccia, ma non è mia.

Non ditelo, per favore, all’insegnante genovese ripudiata come candidata a sindaco della sua città dal capo dei 5 stelle perché quella potrebbe credere che il Grillo da lei denunciato sia un discendente davvero del personaggio recitato dal grandissimo attore romano. Quella di fare il prepotente e il villano è un’abitudine di famiglia, può pensare la signora.

Un’altra ragione per la quale quel palazzo si è guadagnato l’interesse del “garante” pentastellato sta nella sua collocazione: a due passi, e perciò a vista, dall’albergo dove egli alloggia quando viene a Roma, nell’omonima Salita del Grillo. Informarsi negli uffici della sindaca grillina di Roma e scoprire, scandalizzato, l’arcano dell’affitto virtuale, per quanto motivato dal fatto che i Cavalieri di Malta si sono assunti l’onere della manutenzione dell’edificio, è stato tutt’uno. Non lo ha aiutato a consolarsi il sospetto che,   lasciato sfitto nelle mani dei custodi capitolini, il palazzo avrebbe fatto probabilmente la fine dei ruderi dirimpettai. Giustamente il comico ha pensato che si potesse quanto meno tentare di trovare un altro inquilino.

Bravi. Chapeau questa volta a Grillo e al Fatto. I signori di Malta scendano pure da cavallo e si passino la mano sulle loro insegne per chiedersi se non hanno esagerato, non si sa se più della munificenza o della dabbenaggine degli amministratori capitolini di ogni colore succedutisi da quando è cominciata questa storia incredibile.

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A proposito di giornali e giornalisti, mi preme di tornare sulla scomparsa di Piero Ottone e sugli elogi che ho fatto della sua signorilità quasi aristocratica, perché dalle reazioni mi sono accorto di avere sorpreso e persino irritato amici e lettori. Che non mi perdonano di avere dimenticato due cose del collega appena scomparso: la lettera di licenziamento a Indro Montanelli, di cui sono stato collaboratore al Giornale come notista politico per ben dieci anni, e la censura applicata al suo nome sulla prima pagina del Corriere della Sera a direzione ottonista quando egli fu gambizzato dalle brigate rosse, il 2 giugno 1977.

Ebbene, pur con tutta l’amicizia, la stima e la mia riconoscenza che merita la buonanima di Indro Montanelli, debbo onestamente riconoscere e ricordare ai suoi estimatori che quella lettera di licenziamento lui se l’era cercata. Nel senso che l’aveva in qualche modo provocata, avendo già in mente l’idea di lasciare il Corriere, dopo l’allontanamento dell’amico Giovanni Spadolini e la nomina di Ottone a direttore. Se l’era cercata con una intervista ad un settimanale nella quale, pur editorialista ancora in forza in via Solferino, aveva invitato la borghesia milanese a boicottare il Corriere nelle edicole, e anche fuori, appartenendo a quella borghesia anche molti inserzionisti pubblicitari della storica testata italiana.

Dopo quell’intervista la principale editrice del quotidiano, Giulia Maria Crespi, che già per conto suo si era invaghita del sessantottismo, non prevedendone le potenzialità anche eversive emerse negli anni di piombo, pretese o le scuse di Montanelli o il licenziamento. Che, mancando le scuse, Ottone fu ragionevolmente costretto a promuovere anche per evitare una rivolta, a quel punto, di mezza redazione del Corriere, specie quella più giovane, che si era pur’essa risentita dell’intervista montanelliana.

Montanelli purtroppo non c’è più e la mia potrebbe sembrare una rivelazione temeraria perché postuma e indimostrabile. Ma vi assicuro che una volta, mentre lo accompagnavo a piedi dalla redazione romana alla vicina Piazza Navona, dov’era la sua abitazione con vista mozzafiato, Montanelli mi disse che ormai non riusciva a sopportare più “fisicamente” Ottone, per quante gentilezze il suo nuovo direttore avesse cercato di fargli. L’incompatibilità da politica si era fatta anche personale, e perciò irrimediabile.

D’altronde, Montanelli era stato abituato dai precedenti direttori ad essere quello che lui si definiva “il regolo” del Corriere. Ad un certo punto o ne diventava il direttore davvero o doveva andar via e accasarsi altrove, come accadde prima accettando l’ospitalità della Stampa della famiglia Agnelli e poi fondando Il Giornale con l’aiuto di Eugenio Cefis e, politicamente, dell’allora segretario della Dc Amintore Fanfani.

 

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Per quanto riguarda l’episodio indubbiamente grave del titolo della prima pagina del Corriere in cui mancò il nome di Montanelli quando fu gambizzato dalle brigate rosse, seppi anni dopo la mia uscita dal Giornale da fonti dello stesso Corriere che non era stata colpa di Ottone, in quei giorni in vacanza sulla sua barca e non raggiungibile per telefono e radio, ma dei suoi collaboratori. Ai quali, una volta a terra e informato dell’accaduto, contestò ruvidamente l’errore, assumendosene tuttavia la responsabilità.

Sono stato particolarmente lieto quando il collega ed amico Gennaro Malgieri, un ex deputato e un intellettuale tra i più fini e onesti della migliore destra italiana, legato da stima e amicizia con Ottone per la comune frequentazione ideale e letteraria del tedesco Oswald Spengler, autore già nel 1914 del celeberrimo “Tramonto dell’Occidente” pubblicato dopo quattro anni, mi ha confermato in una lunga chiacchierata telefonica la versione di quei fatti a mia conoscenza. E mi ha aggiunto dei particolari personali che mi hanno accreditato ulteriormente Ottone come un grande signore del nostro giornalismo. Un signore che nei drammatici anni Settanta, più che tradire, rappresentò una borghesia lombarda che per un misto di opportunismo, vigliaccheria e incultura prese politicamente fischi per fiaschi, senza neppure adottare, nei riguardi degli avvenimenti, il distacco anglosassone di Piero Ottone, già Mignanego, qual era il suo primo e vero cognome.

 

 

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