Se neppure il Papa scalda i cuori per l’Europa

Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che poi all’anagrafe si chiama Domenico, quasi coetaneo dei trattati europei firmati a Roma tre mesi prima che lui compisse un anno nella sua Reggio Calabria, deve avere tirato un liberatorio e orgoglioso sospiro di sollievo alla fine del bellissimo sabato primaverile del 25 marzo di questo 2017 nella Capitale d’Italia.

Tutto si è svolto in un ordine davvero inusuale per la città dei sette colli, dove ne abbiamo viste di tutti i colori da molti anni a questa parte ogni volta, o quasi, venisse in testa a qualche centro sociale di metterne a ferro e a fuoco centro e periferie, con i più diversi pretesti.

Pazienza se i soliti disfattisti, a sinistra ma anche a destra, in una sintonia che si ripete da tempo e la dice lunga sulla confusione politica italiana, piuttosto che riconoscere al ministro dell’Interno il merito di avere saputo ordinare e organizzare un uso accorto delle forze dell’ordine, hanno attribuito la calma nelle quali si sono svolte le celebrazioni e si sono snocciolati i cortei alla “indifferenza” del popolo per l’Europa. Contro la quale ormai non varrebbe più la pena neppure protestare in piazza, tanto sarebbe inutile.

L’europarlamentare Barbara Spinelli, figlia del mitico Altiero, autore con Ernesto Rossi del manifesto europeista di Ventotene, che fu scritto mentre ancora l’Europa bruciava per la guerra, è riuscita ad attribuire l’indifferenza della gente anche alla “impunità” celebrata di recente dal Senato salvando dalla decadenza quel grande e pericoloso criminale che sarebbe Augusto Minzolini. E vi pareva? Naturalmente, le ha dato perfettamente ragione sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. Che nei giorni scorsi aveva avvertito il presidente del Senato, quello della Camera e persino il capo dello Stato che la storia di Minzolini “non finisce qui”. E neppure con le dimissioni che il senatore non decaduto sta per presentare, coerentemente con la promessa fatta prima del voto di salvataggio ma con la furbizia di chi sa che per consuetudine l’assemblea le respingerà almeno in prima battuta. E per le successive non ci sarà prevedibilmente il tempo perché la legislatura è più di là che di qua.

 

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Dovremo forse a Minzolini, e alla nausea che sarebbe riuscito a provocare nel paese con quei 19 senatori del Pd che a scrutinio palese lo hanno salvato dalla decadenza, riservata invece nell’autunno del 2013 al suo amico e capo Silvio Berlusconi, colpiti entrambi da una condanna definitiva, l’uno per peculato e l’altro per frode fiscale, anche l’aumento della popolarità di Papa Francesco. Che -ha osservato Travaglio- è riuscito a raccogliere a Milano, per quanto sia l’ultimo monarca assoluto d’Europa e forse anche del mondo, un entusiasmo umiliante per le strade e le piazze di Roma deserte, o percorse di malavoglia dai pochi rassegnatisi a sfilare con bandiere e striscioni.

Figuratevi se Eugenio Scalfari, pur evitando fortunatamente di usare l’argomento in funzione antieuropea, lui poi che è un europeista arciconvinto, si lasciava scappare l’occasione della visita del Papa a Milano per compiacersi del suo successo e ribadire la vecchia convinzione che Francesco sia “il più moderno, il più rivoluzionario, il più convinto della fede e della sua modernità”.

Una telefonata amichevole di ringraziamento del Papa al fondatore di Repubblica è garantita, dopo quella di una ventina di giorni fa raccontata dallo stesso Scalfari ai suoi lettori per rivelare l’ansia europesista del Pontefice di nazionalità argentina ma origine italiana. “Sbrigatevi, per l’Europa il tempo stringe”, ha detto testualmente Francesco all’amico, accomunandolo generosamente ai 27 leader dell’Unione attesi allora a Roma per la dichiarazione di augurabile rilancio da firmare nella stessa sala capitolina dove erano stati sottoscritti i trattati del 1957: cosa poi regolarmente avvenuta, e completata con l’appuntamento che il presidente della Commissione europea ha ottimisticamente dato ai suoi successori per la celebrazione del centenario.

 

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Matteo Renzi naturamente, impegnato nella sua campagna congressuale per essere rieletto segretario del Pd nelle primarie di fine aprile, si è tenuto lontano dalle cerimonie capitoline che proprio lui aveva cominciato a preparare nei mesi scorsi da presidente del Consiglio, prima che la clamorosa sconfitta nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale non lo allontanasse da Palazzo Chigi, sia pure per scelta volontaria, contro i ripetuti inviti del capo dello Stato a rimanere e a lasciarsi rilegittimare da una scontata conferma della fiducia parlamentare.

Durante la sfortunata, sfortunatissima campagna referendaria sulla riforma costituzionale, prima che le certezze della vittoria cominciassero a sfumare, Renzi aveva parlato più volte, anche nei suoi comizi, dell’appuntamento europeo di fine marzo a Roma come dell’occasione buona perché lui potesse porre sul tappeto il problema della revisione dei vecchi trattati. E, immaginandosi rafforzato dalla vittoria referendaria, aveva pensato che non avrebbero certamente potuto resistergli più di tanto un presidente francese arrivato alle sue ultime settimane di mandato, non avendo potuto neppure ricandidarsi alle elezioni di maggio, e una cancelliera tedesca ancora forte, di certo, ma pur sempre in scadenza anche lei, per quanto in autunno.

Invece il destino, al netto di tutti gli errori che lui stesso ha commesso facilitandone il corso negativo, aveva già assegnato a Renzi il ruolo del grande assente, se non del convitato di pietra, che è qualcosa di più. E ciò almeno nell’ambito della famiglia europea, perché se allunghiamo lo sguardo dobbiamo ricordarci che l’Europa, ammesso e non concesso che riesca a mettere ordine al suo interno all’ombra di quel documento appena sottoscritto dai 27 soci in Campidoglio, dovrà poi continuare a fare i conti con quel curioso e imprevedibile presidente americano che è Donald Trump: un convitato di pietra davvero ingombrante.

Non è neppure detto che Matteo Renzi, guardandosi lo spettacolo in televisione, in diretta o in differita, grazie a qualche registrazione, abbia potuto riconoscersi appieno nell’amico Paolo Gentiloni, da lui stesso voluto a Palazzo Chigi dopo le dimissioni per la sconfitta referendaria.

 

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Matteo Renzi, il grande assente dal Campidoglio

         Non manca mai nelle grandi occasioni il cosiddetto convitato di pietra. O il grande assente. Il protagonista che doveva esserci e non c’è per le più diverse circostanze, ma è pur sempre avvertito, almeno nella mente, o persino nel cuore, di quelli che ci sono. O che magari ci sono al posto suo.

         Sto parlando naturalmente di Matteo Renzi, mancato agli incontri e alle cerimonie che hanno festeggiato tra le aule parlamentari, il Quirinale, il Campidoglio e persino il Vaticano, con l’udienza dal Papa, il sessantesimo anniversario dei trattati europei sottoscritti a Roma.

         Costretto ad una dimensione privata, essendo per il momento sprovvisto anche della carica di segretario del suo partito, cui ambisce con altri due candidati, Renzi ha dovuto vedersi lo spettacolo, se ne ha avuto voglia, da casa o altri posti in cui si è trovato per i suoi impegni congressuali.

         Eppure egli aveva avviato da presidente del Consiglio i preparativi delle cerimonie romane, quando era anche certo di potervi arrivare da protagonista, e non solo da padrone di casa.

         Durante la sfortunata, sfortunatissima campagna referendaria sulla riforma costituzionale, prima che le certezze della vittoria cominciassero a sfumare, Renzi aveva parlato più volte, anche nei suoi comizi, dell’appuntamento europeo di fine marzo a Roma come dell’occasione buona per porre sul tappeto il problema della revisione dei vecchi trattati. E, immaginandosi rafforzato dalla vittoria referendaria, aveva pensato che non avrebbero certamente potuto resistergli più di tanto un presidente francese arrivato alle sue ultime settimane di mandato, non avendo potuto neppure ricandidarsi alle elezioni di maggio, e una cancelliera tedesca ancora forte, di certo, ma pur sempre in scadenza anche lei, per quanto in autunno.

         Invece il destino, diciamo così, al netto di tutti gli errori che lui stesso ha commesso facilitandone il corso negativo, aveva già assegnato a Renzi il ruolo -dicevo- del grande assente, se non del convitato di pietra, che è qualcosa di più. E ciò almeno nell’ambito della famiglia europea, perché se allunghiamo lo sguardo dobbiamo ricordarci che l’Europa, ammesso e non concesso che riesca a mettere ordine al suo interno all’ombra di quel documento appena sottoscritto dai 27 soci in Campidoglio, dovrà poi continuare a fare i conti con quel curioso e imprevedibile presidente americano che è Donald Trump: un convitato di pietra davvero ingombrante.

         Non è neppure detto che Matteo Renzi, guardandosi lo spettacolo in televisione, in diretta o in differita, grazie a qualche registrazione, abbia potuto riconoscersi nell’amico Paolo Gentiloni, da lui stesso voluto a Palazzo Chigi dopo le dimissioni per la sconfitta referendaria. Egli ne aveva appena preso le distanze sul modo un po’ frettoloso e remissivo, almeno per i suoi gusti o le sue abitudini, con cui aveva abolito i voucher. Alla cui liquidazione Gentiloni aveva in effetti preferito arrivare per decreto legge, piuttosto che rischiare di perdere un referendum pure lui: quello promosso dalla Cgil. Del cui dissenso, delle cui proteste, delle cui minacce l’ex presidente del Consiglio usava dire invece, alzando le spalle: “Ce ne faremo una ragione”.

Su Gentiloni l’ombra del governo amico di Pella

Da buon conte, peraltro alle prese in questi giorni con un bel po’ d’impegni di rappresentanza per le celebrazioni romane dei 60 anni dei trattati europei, Paolo Gentiloni ha incassato il colpo con classe, fingendo di non essersene neppure accorto. Ma buone fonti assicurano che il presidente del Consiglio non ha preso per niente bene le distanze che il predecessore Matteo Renzi ha preso in prima persona dal decreto legge che, abolendo i voucher, cioè i buoni di lavoro occasionale, ha evitato il referendum abrogativo, appunto, promosso dalla Cgil di Susanna Camuso.

“E’ una scelta del governo e come tale la rispetto”, ha detto testualmente e freddamente l’ex presidente del Consiglio e segretario rientrante del Pd ai giornalisti del Corriere della Sera. Mancava solo, nei riguardi del governo Gentiloni, l’aggettivo “amico” riservato nel l’estate del 1953 dalla Dc al governo del pur democristiano Giuseppe Pella nominato a sorpresa dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Che non aveva gradito la rinuncia di Attilio Piccioni all’incarico ed era stanco di aspettare che nel partito di maggioranza trovassero un’intesa su un problema che travalicava tutti gli altri: la vera successione ad Alcide De Gasperi, al cui ottavo governo il Parlamento aveva negato la fiducia.

Formato il 17 agosto di quell’anno, il governo Pella esaurì il suo mandato già il 5 gennaio 1954 con le dimissioni praticamente impostegli dal partito perché gli succedesse Amintore Fanfani. Che però rimase in carica solo 12 giorni, dal 18 al 30 gennaio, non essendo riuscito ad ottenere la fiducia parlamentare neppure lui, come l’ultimo De Gasperi l’anno prima. Venne quindi il turno di Mario Scelba, che avrebbe governato per meno di un anno e mezzo.

Nei pur pochi mesi della sua durata il governo “d’affari” o “amministrativo” di Pella lasciò ugualmente un segno nella storia del paese uscito alquanto malmesso dalla seconda guerra mondiale. Esso riuscì a risvegliare il sentimento patriottico rivendicando con forza il ritorno di Trieste all’Italia, mobilitando le truppe sul fronte orientale contro la Iugoslavia, che voleva annettersi la città giuliana sotto amministrazione internazionale, e riscuotendo consensi popolari che allarmarono la sinistra interna ed esterna alla Dc, molto più di quanto avessero entusiasmato la destra.

Gentiloni nella sua esperienza a Palazzo Chigi non ha alcuna Trieste da rivendicare. Ha solo da chiedere ancora un po’ di flessibilità nel controllo europeo dei nostri conti. E non ha potuto neppure reclamare, come ha invece fatto Renzi senza averne però il titolo istituzionale, le dimissioni o la rimozione del ministro olandese delle Finanze Jeroen Dijsselbligen da presidente del cosiddetto Eurogruppo per avere praticamente dato agli italiani e agli altri meridionali dell’Unione Europea- greci, maltesi, spagnoli, portoghesi e francesi almeno della Provenza- degli spendaccioni erotomani e ubriachi.

 

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Dell’intervista di Renzi ai giornalisti del Corriere della Sera non deve essere rimasto molto soddisfatto neppure il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, già scontratosi peraltro con lui, pur senza negargli il suo voto nelle primarie congressuali, sulla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche. Che Zanda non ritiene opportuna prima delle elezioni perché la campagna elettorale è già troppo lunga e carica di esche di suo. Non sarebbe quindi per niente prudente, e tanto meno conveniente per il Pd, offrire altri motivi e occasioni di scontro ad un partito come il movimento 5 stelle, che andrebbe a nozze.

Eppure è proprio per paura delle 5 stelle, più che per la coerenza vantata, come vedremo, rispetto ad altre vicende, che Renzi ha ribadito il proprio dissenso dalla libertà di coscienza lasciata da Zanda ai senatori piddini e tradottasi nel salvataggio del forzista Augusto Minzolini dalla decadenza da parlamentare più di un anno e mezzo dopo la condanna definitiva per peculato alla Rai, per quanto smentito dal giudice civile.

Già costretto nei giorni scorsi a reagire, sia pure con garbo, alle critiche del ministro Graziano Delrio con un richiamo alla linea fissata, sulla questione, in una riunione del direttivo del gruppo all’unanimità, compreso quindi il voto dell’esponente renziano, Zanda troverà forse il modo per replicare anche all’ex presidente del Consiglio.

Il ragionamento di Renzi, curiosamente a prescindere anche per lui, come per Valerio Onida ed altri, dal merito della vicenda giudiziaria di Minzolini, è che “finchè c’è questa legge”, cioè la cosiddetta legge Severino adottata quattro anni fa, all’epoca del governo tecnico di Mario Monti, “quello che valeva per Berlusconi deve valere anche per gli altri”.

Ma anche sul contenuto di “questa legge”, controversa per la sua applicazione retroattiva, Renzi ha voluto evitare di pronunciarsi. Non ha cioè voluto chiarire se anche lui, come qualche suo amico spintosi a parlarne solo a titolo personale, ritenga opportuno mettervi mano.

Il richiamo di Renzi al caso Berlusconi, decaduto per effetto della legge Severino nell’autunno del 2013 con un voto innovativamente palese del Senato, tradisce un po’ la difficoltà in cui si trova il segretario uscente e rientrante del Pd su questo problema. Fu proprio lui allora, pur non facendo parte del Senato né essendo segretario del partito, ma correndo per la segreteria e influenzando quindi dibattito e comportamenti nel Pd, ad assumere una posizione intransigente e a bloccare ogni iniziativa per sospendere il voto su Berlusconi e affidare all’esame della Corte Costituzionale gli aspetti più controversi della legge Severino.

L’intransigenza evidentemente faceva allora comodo a Renzi, come probabilmente gli fa comodo adesso nello scontro, all’esterno del suo partito, con i grillini. Allora comunque Renzi, appena diventato segretario del Pd, non ebbe alcuna remora politica a stringere con Berlusconi, pur decaduto da senatore, il famoso e riabilitante Patto del Nazareno sulle riforme istituzionali, che si tradusse anche in qualche aiuto al governo, dai banchi dell’opposizione, quando ad assumerne la guida fu lo stesso Renzi.

 

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Chissà se anche su quel passaggio riusciremo a sapere qualcosa in più quando uscirà nelle edicole il “libello” di Renzi da lui preannunciato sui suoi mille giorni e più di doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio. Un libello dove ha promesso che potremo, fra l’altro, scoprire nel “passaggio della scelta delle persone e delle nomine la vera frattura” tra lui e “un mondo della politica romana che è la vera causa -ha detto- per cui ho perso la sfida”: almeno quella referendaria sulla riforma costituzionale.

 

 

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Quella corte di Berlusconi ai pm di Milano

Per la nomina di Piercamillo Davigo a ministro della Giustizia nel primo governo di Silvio Berlusconi, nella primavera del 1994, si spese dietro le quinte persino il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al quale non sembrava vero di potersi così sottrarre al disagio procuratogli dalle prime voci giuntegli al Quirinale sulla volontà del presidente del Consiglio incaricato di proporgli per la carica di guardasigilli uno dei suoi avvocati: l’amico di vecchia data Cesare Previti. Un altro legale, operante soprattutto a Milano, Vittorio Dotti, era stato già destinato alla carica di capogruppo alla Camera.

Ma nessuno riuscì a smuovere l’allora sostituto procuratore dalla indisponibilità: neppure l’amico avvocato Ignazio La Russa, dirigente dell’allora Movimento Sociale-Alleanza Nazionale. Al quale era stata attribuita, a torto o a ragione, l’idea di proporre a Berlusconi il nome di quello che alla Procura di Milano era considerato una specie di “dottor Sottile”, da tempo già soprannome, nel campo politico, del socialista Giuliano Amato, ex sottosegretario di Bettino Craxi a Palazzo Chigi negli anni Ottanta e poi presidente del Consiglio pure lui, fra il 1992 e il 1993, proposto a Scalfaro dallo stesso Craxi dopo il naufragio del progetto di un proprio ritorno diretto alla guida del governo. Progetto concordato con l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani ma che si infranse contro gli scogli dell’inchiesta giudiziaria Mani pulite, quando il capo della Procura di Milano in persona, convocato inusualmente al Quirinale, informò il presidente della Repubblica che il leader socialista “allo stato” non risultava coinvolto ma non escluse che potesse diventarlo, come in effetti sarebbe avvenuto dopo sei mesi.

Caduta rapidamente l’ipotesi di Davigo alla Giustizia, da dove il pm temeva che non avrebbe potuto tornare a fare il magistrato senza perdere la credibilità guadagnatasi come inquirente, Scalfaro si trovò di fronte alla temuta proposta di nomina di Previti, alla quale si oppose energicamente. L’avvocato romano fu allora dirottato al Ministero della Difesa. E al dicastero di via Arenula fu chiamato un altro avvocato: Alfredo Biondi, approdato a Forza Italia dal Partito Liberale, di cui era stato anche segretario.

L’esordio di Biondi alla Giustizia non fu dei più felici. Fu lui a predisporre un decreto legge, condiviso e controfirmato dal capo dello Stato, per limitare il ricorso alla carcerazione cautelare durante le indagini. La reazione della Procura milanese fu durissima. I leghisti, il cui ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva partecipato al cosiddetto concerto del provvedimento, si tirarono indietro. E Berlusconi, deludendo Biondi, rinunciò alla conversione del decreto in legge, che pure aveva già causato alcune scarcerazioni.

Diversamente da Davigo, il suo collega di ufficio Antonio Di Pietro, anche lui sostenuto da un deputato bergamasco della destra, l’estimatore ed amico Mirko Tremaglia, arrivò vicino alla nomina a ministro dell’Interno. Egli accettò quanto meno di discuterne con Berlusconi nello studio legale di Previti, a pochi passi dal Palazzaccio della Cassazione.

Il presidente del Consiglio ancora incaricato era attratto dalla grande popolarità di “Tonino”, convinto che potesse procurare al suo governo le simpatie di vasti strati di opinione pubblica, compresi purtroppo quanti partecipavano ai cortei in maglietta chiedendo al magistrato molisano di farli “sognare” anche a suon di avvisi di garanzia, di manette e di udienze giudiziarie nelle quali imputati e testimoni perdevano spesso una sicurezza acquisita in anni di notorietà e di potere.

D’altronde, alle imprese di Di Pietro e dei suoi colleghi di Procura le televisioni di Berlusconi nei due anni precedenti non avevano certamente lesinato attenzione e riguardi. Il più celebre dei cronisti giudiziari in video, piazzato dalla mattina alla sera davanti al Palazzo di Giustizia di Milano per riferire, mentre i tram gli scorrevano davanti, degli arresti eseguiti e qualche volta anche di quelli previsti, era del Tg 4 dell’allora Fininvest, non ancora Mediaset.

Sulle modalità del no, alla fine, anche di Di Pietro all’offerta di governo di Berlusconi ci sono sempre state due correnti, diciamo così, di pensiero. Secondo una delle quali, “Tonino” andò all’appuntamento insicuro, comunque pago dell’onore di ricevere una proposta del genere, che gli avrebbe consentito di arrivare al vertice di un’amministrazione che aveva servito da commissario di Polizia. Secondo l’altra scuola di pensiero, Di Pietro sarebbe stato molto tentato ma, avendo chiesto consiglio al suo superiore gerarchico, Francesco Saverio Borrelli, si lasciò convincere dell’opportunità di non accettare un incarico politico, non certamente tecnico, qual era quello di ministro, specie dell’Interno. Per cui egli avrebbe rifiutato la proposta lasciando però socchiuso l’uscio per un incarico amministrativo.

A questo punto debbo raccontarvi una chiacchierata conviviale che ebbi dopo qualche mese ad Hammamet con Bettino Craxi. Che mi chiese a bruciapelo se risultasse pure a me che nell’estate di quel 1994, nell’ambito di un avvicendamento ai vertici militari e di sicurezza, Antonio Di Pietro fosse stato sul punto di essere nominato capo dei servizi segreti. Ne rimasi del tutto sorpreso e gli chiesi da chi avesse ricevuto quell’informazione. “Lasciamo perdere”, mi rispose.

Alla fine della cena Bettino, non so francamente fino a che punto scherzando o parlando seriamente, mi disse che se quella “operazione” fosse andata davvero in porto, lui non sarebbe rimasto con le mani in mano, ma avrebbe mandato alla Procura di Milano “una raccomandata con ricevuta di ritorno per mettere certe cose in chiaro”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il bersangrillismo è troppo anche per D’Alema

Persino Massimo D’Alema, che certo non si risparmia quando si mette in testa un obiettivo, com’è quello che lo accomuna a Pier Luigi Bersani di espellere dalla sinistra quell’intruso di Matteo Renzi, ha ritenuto di prendere le distanze dal compagno ora di Dp, sigla rovesciata dell’abbandonato Pd, nell’inseguimento di Beppe Grillo.

“Meglio soli” a continuare a sognare “il 51 per cento” dei voti, ha detto l’ex deputato di Gallipoli, piuttosto che offrire ai grillini dopo le prossime elezioni i voti che dovessero mancare per la fiducia ad un loro governo rigorosamente monocolore. E questo solo per togliersi la soddisfazione di vedere Renzi all’opposizione con gli odiati Silvio Berlusconi, Denis Verdini e Angelino Alfano. Che ormai non si parlano più fra di loro, forse neppure per scambiarsi gli auguri di compleanno e simili, ma sono ugualmente accomunati da Bersani in quella “robaccia di destra” che minaccia la democrazia italiana. E di cui la famosa “mucca” penetrata nella sede del Pd, al Nazareno, ha potuto per mesi e mesi riempire corridoi e uffici senza che nessuno ne avvertisse la puzza: neppure il “tacchino” che vaga sul tetto dell’edificio.

Le metafore di Bersani sono ormai mitiche, come quelle delle bambole da pettinare e del giaguaro da smacchiare, ma gli sono servite a ben poco, visto che anche nel nuovo inseguimento di Grillo egli è riuscito solo a raccoglierne il dileggio, sino a rimediarsi la qualifica di “pugile suonato”. O un morso alla mano, secondo un titolo un po’ da canile dell’Unità, che il giorno prima se l’era cavata con una vignetta contro “le emozioni” troppo forti cercate dal deputato di Bettola.

 

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A qualcosa comunque è servito l’ostinato ritorno di Bersani, se mai se ne fosse allontanato, all’inseguimento dei grillini, promossi addirittura ad un ruolo “di centro” nello scenario politico italiano: un centro attorno al quale tutto dovrebbe quindi muoversi, come fu una volta per la Dc e avrebbe potuto essere per il Pd, sempre secondo la versione di Bersani, se non gli fosse capitata la disgrazia non di perdere, o non vincere, le elezioni del 2013 ma di imbattersi in una prima e poi addirittura in una seconda, ormai scontata segreteria di Renzi: sempre lui, eternamente lui, ossessivamente lui.

E’ servita, l’ostinazione filogrillina di Bersani, a fornire altro carburante politico a Grillo, anche se, da buon figlio di benzinaio, l’ex segretario del Pd ritiene che il distributore frequentato dal comico genovese sia quello di Renzi, che pompa regali alle banche e ai ricchi proprietari di case, tutti immaginati ad abitare in appartamenti condominiali, anziché in ville regolarmente sottoposte all’Imu. Altri regali di Renzi alla fame di qualunquismo e di demagogia dei grillini sarebbero stati la difesa del ministro dello sport Luca Lotti, coinvolto nelle indagini sugli appalti della Consip, e la partecipazione -col voto palese, inteso come sfrontato, di 19 senatori del Pd, di cui 15 collocabili nell’area renziana- al salvataggio di quel pericoloso criminale che sarebbe Augusto Minzolini dalla decadenza parlamentare un anno e mezzo dopo una condanna definitiva per peculato alla Rai. Che però è stata condannata da un altro giudice a restituire all’ex direttore del Tg 1 i soldi da questi versati all’azienda volontariamente per saldare i conti che gli erano stati contestati.

Fior di giuristi si stanno ancora accapigliando sullo “scandaloso” salvataggio del senatore Minzolini. Poco ci manca che non venga reclamato lo scioglimento anticipato quanto meno del Senato per l’insopportabile offesa allo Stato di diritto, annessi e connessi, ma nessuno riesce a spiegare decentemente la logica di un sistema giudiziario –si fa per dire- nel quale si può essere condannati penalmente per un peculato negato in sede civile. Ma non fa niente. E’ sempre benzina -ragiona Bersani- che si mette nel serbatoio dell’automobile di Grillo, cui lui intanto -sempre Bersani- pulisce i vetri e controlla la pressione delle gomme.

 

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Nel frattempo, per non parlare della nostra Roma blindata per la celebrazione dei 60 anni dei trattati europei, accadono nel mondo cose che potrebbero coinvolgerci ancora più di quanto già non lo siamo: da Washington a Londra, da Bruxelles a Berlino, dall’Aja ad Ankara e alle acque del Mediterraneo, dove continuiamo a raccogliere quotidianamente migliaia di immigrati che nessuno sa come sistemare. Ma le urgenze, le priorità, chiamatele come volete, della nostra politica e del nostro Parlamento sono altre.

A dettare l’agenda della politica italiana sono la mattina il vice presidente grillino della Camera Luigi Di Maio e la sera l’incompreso Bersani. Dio li fa e poi li accoppia.

 

 

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Il bersangrillismo ultimo prodotto dell’antirenzismo

Ci vuole coraggio, lo so, ad occuparsi ancora di Pier Luigi Bersani e di Beppe Grillo, o di quel fenomeno politico che chiamerei “Bersangrillismo”, dopo che a Londra è tornato a scorrere sangue per mano islamista e a Roma le celebrazioni dei 60 anni trascorsi dalla firma dei trattati europei sono state oltraggiate freddamente da un ministro olandese delle finanze, e presidente del cosiddetto eurogruppo, dal nome impronunciabile che ha dato a noi italiani, ai greci, ai maltesi, agli spagnoli, ai portoghesi e a buona parte dei francesi, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, degli spendaccioni ubriachi e maniaci del sesso, pur facendo avvertire ad un sarcastico Romano Prodi più “invidia” che denuncia.

E’ il solito Prodi, che la butta a ridere piuttosto che unirsi come ex presidente della Commissione Europea alle richieste di dimissioni di questo scostumatissimo Jeroen Dijsselbloen. Che, spalleggiato dal potente omologo tedesco, si è permesso anche di opporre un rifiuto alle scuse, quanto meno, reclamate da qualche “terrone” che contribuisce a pagargli l’indennità.

E questa -verrebbe voglia di dire se non fossi trattenuto dal fastidio di ritrovarmi con Matteo Salvini e Beppe Grillo- sarebbe l’Europa per festeggiare la quale Roma è stata blindata in questi giorni.

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Ma veniamo al bersangrillismo, inteso come vecchio e rinnovato desiderio dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, specie ora che ha rovesciato in Dp le insegne della sua “ditta”, di inseguire Beppe Grillo: prima per ottenerne l’aiuto, nel 2013, ad un governo “di minoranza e di combattimento” e ora per offrirglielo, se nella nuova legislatura, fra un anno o anche meno, dovesse trovarsi il capo delle 5 stesse nella condizione di averne bisogno.

Allora Grillo liquidò Bersani, dopo averlo fatto sbeffeggiare dai suoi “portavoce” in uno streaming a dir poco imbarazzante, come uno “zomby”, un “morto” e altre amenità del genere. La prossima volta, a parti rovesciate, con un grillino provvisto dell’incarico di formare il governo senza avere però i numeri parlamentari della fiducia e un Bersani sopravvissuto miracolosamente alle elezioni, non so cosa potrebbe mai accadere.

Ma che cosa di Grillo attrae così irresistibilmente Bersani? Non credo soltanto la verve comica, alla quale l’ex segretario del Pd è certamente sensibile, come abbiamo tutti potuto constatare vedendolo ridere di gusto, nei salotti televisivi, delle imitazioni riservategli da Maurizio Crozza. Le risate non bastano a spiegare un fenomeno come il bersagrillismo. E temo che non basti neppure la convinzione dichiarata da Bersani che Grillo costituisca l’unico o il principale argine, ormai, a quella “robaccia di destra” che minaccerebbe tutti e che l’uomo di Bettola ha inutilmente rappresentato nella famosa “mucca” penetrata nei corridoi del Pd senza che nessuno se ne accorgesse. Non ci credo perché spesso e volentieri Grillo appare così simile a Matteo Salvini, per esempio, che i due sembrano fatti apposta per intendersi, com’è già avvenuto del resto con i loro elettorati l’anno scorso a Roma e in altri comuni dove governano adesso, si fa per dire, sindaci a 5 stelle.

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Nossignori. C’è, ci dev’essere dell’altro a spiegare questa attrazione fatale di Grillo. L’ho intravista in un anticipo dello spettacolo che lo stesso Grillo darà sabato sera a Lugano guardandosi nello specchio, esibendosi cioè in uno spettacolo in cui farà il politico senza rinunciare a fare il comico e viceversa: uno spettacolo al quale noi italiani, a dire la verità. siamo ormai abituati ma gli svizzeri forse no, per loro fortuna.

Lasciatosi intervistare dal Corriere del Ticino proprio in vista di questa performance, e dopo avere assicurato di essere “serio come un comico”, Grillo si è abbandonato ad un po’ dei suoi florilegi su Matteo Renzi: “menomato morale”, “ragazzetto borioso e inconsistente”, “il nulla che non fa né ridere né piangere”.

Ecco, forse, svelato l’arcano. Grillo e Bersani sono accomunati dall’antirenzismo, dalla pratica di combattere l’avversario di turno sino al disprezzo. Con una differenza però, temo tragica per l’ex segretario del Pd. Grillo, nella sua onnipotenza magari inconsapevole, potrebbe anche fare a meno di Bersani. Che invece, vista l’ostinazione con la quale lo insegue da quattro anni, non mi sembra che possa o voglia fare a meno di Grillo.

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Le bugie con le gambe corte sulla Perego

A riprova che le bugie hanno le game corte, anche quando sono confezionate in nome di grandi ideali e battaglie civili, come l’antisessismo, l’antirazzismo eccetera eccetera, si è scoperto quello che era già intuibile quando fu annunciata la soppressione della trasmissione televisiva di Paolo Perego del sabato pomeriggio su Rai 1.

         L’argomento della puntata -perchè le donne dell’est piacciono agli italiani- era stato approvato senza alcuna difficoltà dai responsabili della struttura e del canale su cui sarebbe stata trasmessa.

         Nè si può dire che la soppressione disposta dall’azienda, nonostante il rispetto di tutte le procedure da parte della conduttrice, sia stata causata dallo spazio eccessivo che la Perego avrebbe lasciato -diciamo pure che ha lasciato- a qualche ospite poco rispettoso della peculiarità dell’azienda e del pubblico. Non lo si può dire perché l’intervento contro la trasmissione è stato motivato solo con l’argomento scelto per quel pomeriggio infelice. Un argomento talmente banale, dato l’interesse che esso obiettivamente suscita, che nessuno degli uffici preposti al controllo, ripeto, aveva avuto da ridire.

         A quel punto, la presidente e il direttore generale della Rai, per essere coerenti con le loro reazioni conformi a quelle esterne di natura prevalentemente politica, intesa in senso laico, avrebbero dovuto procedere ad una epurazione, addirittura.

         Invece si è sparato contro la Perego come con una mitragliatrice contro una papera, senza doppi sensi.

Addio Reichlin, grandissimo signore

Debbo ad Alfredo Reichlin, di cui rimpiango la cortesia e la cultura, il mio primo incontro con la vanità.

Erano i primi anni di vita del Giornale fondato e diretto da Indro Montanelli. Quel giorno era uscito uno dei miei primi editoriali, che riguardava i comunisti di Enrico Berlinguer: breve quanto bastava per rimanere tutto in un colonnino e mezzo di prima pagina, perché Montanelli odiava le girate.

Avevo spesso visto alla Camera Alfredo Reichlin ma non ci eravamo mai parlati. Nessuno me lo aveva presentato. Mi sorpresi pertanto quando mi si avvicinò, staccandosi da un gruppo di amici con cui si stava intrattenendo. E pensai che mi volesse fare qualche appunto. Invece voleva solo conoscermi e congratularsi per l’articolo, pur non condividendo buona parte di quello che avevo scritto del segretario del Pci e della sua pretesa di sentirsi sicuro sotto l’ombrello di una Nato di cui però il Pci non voleva il riarmo missilistico imposto dagli SS 20 sovietici puntati anche contro Roma.

Non avevo finito di ringraziarlo della cortesia che Reichlin mi somministrò un’altra dose di vanità dicendomi di avere trovato nei miei ragionamenti la razionalità addirittura del compianto Panfilo Gentile: un anticomunista di cui -mi raccontò- non si era mai perso un articolo fin quando ne aveva scritti.

Non mi montai la testa. Ma Reichlin da allora vi entrò dentro come un grandissimo signore, di cui non mi persi più un pezzo, pur condividendoli di rado.

Le fisime dei separati Renzi e Bersani

Non delle due, ma delle tre l’una. O Eugenio Scalfari prende fischi per fiaschi, pur con l’attenuante dell’età. O Renzi è un bugiardo, anche peggiore di come lo rappresentino i suoi peggiori avversari, che peraltro non è detto siano solo quelli usciti dal Pd, perché ve ne sono rimasti ancora. O Renzi, sempre lui, non riesce ad uscire dal pallone in cui si trova da ancor prima che gli segnassero una ventina di gol nella rete referendaria della riforma costituzionale, quando aveva personalizzato al massimo la campagna per il sì cercando poi, a quel punto inutilmente, di spersonalizzarla, visti i consigli o i moniti giuntigli dai presidenti della Repubblica: l’emerito Giorgio Napolitano e l’effettivo Sergio Mattarella.

Domenica scorsa Scalfari nel suo appuntamento abituale con i lettori di Repubblica ci aveva consegnato un Renzi quanto meno indeciso con quel “vedrò” finale sul problema, sollevatogli dall’amico e consigliere, del doppio incarico di segretario del partito e di presidente del Consiglio dopo le elezioni, ordinarie o anticipate, e l’interruzione dell’esperienza del conte Paolo Gentiloni Silveri   a Palazzo Chigi.

Quel “vedrò” tuttavia sembrava tendere più al no che al sì di fronte all’immane compito propostosi, come al solito, dal segretario uscente e rientrante del Pd di capo di un partito da riformare profondamente -si spera meglio di quanto abbia tentato con la Costituzione- ma anche della “sinistra italiana e soprattutto europea”. “Vasto programma”, usava dire Charles De Gaulle quando ne sentiva, secondo lui, di sproporzionati.

Eppure dopo qualche giorno, uscendo o entrando -non ho capito bene- da uno dei tanti appuntamenti con il pubblico del suo giro d’Italia in vista delle primarie congressuali di fine aprile, sempre lui, Renzi, ha riaperto al doppio incarico per sé dicendo che “così si fa dappertutto, in Europa”. Per cui il toscano sembra tornato a non capire perché mai in Italia si debba fare eccezione separando le due cose, come non lo capì alla fine degli anni 50 nella Dc il corregionale Amintore Fanfani. Che, ad abundantiam, per recuperare il deficit che lo obbligava a mettere dei libri sotto i piedi quando arringava le folle dei congressi e delle piazze, si prese anche il ruolo di ministro degli Esteri cadendo però tanto rapidamente quanto male.      Per fortuna della Dc, a Fanfani successe allora Aldo Moro, che si guardò bene dall’imitarlo accontentandosi della segreteria del partito, prontamente lasciata nel 1963, quando riuscì a realizzare il primo governo “organico” di centro-sinistra, con la partecipazione cioè dei socialisti di Pietro Nenni. Egli lasciò allora la guida dello scudo crociato al “doroteo” Mariano Rumor riuscendo solo così a rimanere a Palazzo Chigi, pur tra qualche crisi, per l’intera legislatura 1963-1968.

 

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Matteo Renzi tuttavia non è il solo cocciuto, ostinato, chiamatelo come volete, del palcoscenico politico italiano. Gli fa buona compagnia, almeno a sinistra, per limitarci a questo settore, senza sconfinare nelle altre aree, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, l’ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, ora alle prese con una “ditta” dalla sigla rovesciata: Dp.

Il povero Bersani, dubbioso evidentemente, e forse neppure a torto, che Renzi voglia davvero fare, o far fare ad altri del suo partito, quel centrosinistra “ampio” che è diventato lo slogan di Giuliano Pisapia, ha indicato ai suoi vecchi e nuovi o ritrovati compagni un’uscita, secondo lui, di sicurezza per la democrazia: un accordo di governo nella nuova legislatura con i grillini, se costoro non dovessero riuscire a conquistare da soli il 55 per cento circa dei seggi di Montecitorio raggiungendo o addirittura superando il 40 per cento dei voti che il candidato pentastellato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, oggi costretto ad accontentarsi di essere uno dei vice presidenti della Camera, già sente a portata di mano.

Questa storia dei grillini da inseguire senza neppure smacchiarli, perché le macchie notoriamente ce le ha tutte soltanto Berlusconi, è ormai una fisima di Bersani, costatagli nel 2013, in apertura di questa diciassettesima legislatura, l’incarico di presidente del Consiglio. Che gli fu dato e ritirato al Quirinale da Giorgio Napolitano. Al quale l’allora segretario del Pd aveva chiesto di lasciargli fare e presentare alle Camere un governo dichiaratamente “di minoranza e di combattimento”, scommettendo sull’aiuto che prima o dopo gli sarebbe giunto dai grillini, tutti o in parte, per quanto quelli lo avessero ben bene sbeffeggiato come presidente incaricato.

Neppure dopo le ultime di Grillo, compresa la vicenda di Genova, dove il “garante” ha preso a calci anche la sua democrazia digitale quando dai computer delle comunarie è uscita una candidata a sindaco a lui non gradita, Bersani ha rinunciato all’idea che il movimento 5 stelle sia una risorsa della Repubblica, capace di risparmiarci “una robaccia di destra”. Che è poi la famosa “mucca” intravista già l’anno scorso proprio da Bersani nei corridoi del Pd e inutilmente segnalata agli uomini di Renzi lasciati al Nazareno per custodirne gli uffici.

 

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All’ostinazione di Bersani fa concorrenza, su un altro piano, quella del Fatto Quotidiano, che non si rassegna alla mancata decadenza di Augusto Minzolini da senatore, per giunta grazie al voto palese di 19 parlamentari del Pd. Il giornale di Marco Travaglio ha perciò avviato una campagna di persuasione -sola persuasione, per ora- sui vertici istituzionali per cacciare anche con le cattive “Minzo” da Palazzo Madama. E pure presto, magari anche obbligandolo a restituire tutte le indennità e simili riscosse abusivamente, secondo Travaglio, nei 15 o 16 o 17 mesi -ormai non si riesce più a contarli bene- trascorsi dalla sua condanna definitiva per peculato ai danni della Rai.

Si, è vero, il Senato ha votato no alla decadenza, ma non vale per il direttore del Fatto. Che per fortuna non è al Quirinale, neppure ora che ha l’età per candidarvisi, o lasciarsi candidare da Grillo. Diversamente avrebbe già mandato un bel plotone di Carabinieri a Palazzo Madama per metterne in riga il vertice, come una volta il mio amico Francesco Cossiga minacciò di fare col Consiglio Superiore della Magistratura, davvero e non per gioco, prendendosela col vice presidente Giovanni Galloni, contrario a farsi dettare “l’agenda” da lui, che ne era il presidente. Erano gli anni di Craxi a Palazzo Chigi, che il Consiglio Superiore della Magistratura voleva in qualche modo processare per reati di opinione, non volendolo fare il Parlamento.

 

 

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Onida boccia il Senato con poca cortesia e dottrina

Di solito cortese e dotto, il presidente emerito della Corte Costituzionale non lo è stato per niente bacchettando il Senato per il diniego opposto alla decadenza parlamentare di Augusto Minzolini, dopo che la Cassazione lo aveva condannato nel mese di novembre del 2015 per peculato ai danni della Rai a due anni e mezzo di reclusione, per quanto assolto in sede civile e di Corte dei Conti. Anche questo va detto quando si discute di questa condanna per dare e rendersi conto di come viene amministrata la giustizia nel nostro sfortunatissimo Paese. Che sarà pure la patria del diritto, ma non del buon senso, per cui anche il diritto non ci fa una bella figura.

“Vi è da dubitare -ha scritto il professore Onida su 24 Ore- che i senatori che hanno votato contro la decadenza di Minzolini abbiano letto davvero la lunga e motivata relazione con cui la giunta delle elezioni aveva escluso che si potesse esimersi dal dichiarare la decadenza”.

A parte il fatto che il professore Onida forse non sa che l’autrice di quella relazione era tanto poco convinta, evidentemente, che fosse inattaccabile da avere poi augurato in privato a Minzolini di avere  ragione lui e non lei nella votazione, mi chiedo che cosa autorizzi un pur presidente emerito della Corte Costituzionale a dubitare della diligenza dei senatori che si sono trovati a dissentire da lui: la diligenza, appunto, di “avere letto davvero” gli atti parlamentari.

Hanno votato a favore di Minzolini, la sera del 16 marzo, senatori come Pietro Ichino e Massimo Mucchetti, per non parlare di altri, che avrebbero tutto il diritto, per esperienza e professione, di chiedere a Onida, come si fa in queste occasioni: “Ma Lei come si permette?”. E questo per parlare solo dei senatori del Pd che in libertà di coscienza hanno votato a favore del loro collega di altra parte politica, senza tener conto della esperienza giuridica dei parlamentari colleghi di partito, di gruppo o di area dell’ex direttore del Tg 1.

Ma oltre alla relazione della giunta, e relativi atti, il professore Onida ha contestato ai senatori risultati in maggioranza di avere letto bene, e quindi di conoscere, la Costituzione. Per cui ci sarebbe da chiedergli un’altra volta come si permette di spingere a tanto i suoi dubbi.

D’altronde, non ci vuole molta scienza e dottrina per leggere e capire le poche parole di quell’articolo della Costituzione che Onida ha accusato la maggioranza del Senato di ignorare o aver voluto violare. “Ciascuna Camera -dice l’articolo 66- giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità”.

Ebbene, con buona pace della dottrina e della cortesia del presidente emerito della Corte Costituzionale, giudicare non significa né ratificare prendere atto di una sentenza giudiziaria, e dell’applicazione che se ne vorrebbe col richiamo ad una legge -quella Severino- che a sua volta si rifà all’articolo 66 della Costituzione, non avendo mai avuto evidentemente la pretesa di sovrapporvisi.

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