Quei fascicoli farlocchi di Antonio Di Pietro

         Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, ha raccontato in provincia di Lecco, celebrando con gli ex colleghi della Procura di Milano Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo i 25 anni trascorsi dall’inchiesta Mani pulite sul finanziamento illegale dei partiti, e la corruzione o concussione che spesso lo accompagnava, come riuscisse a strappare agli indagati confessioni, ammissioni e quant’altro.

         Egli truccava i suoi fascicoli, riempiendoli di giornali o carta straccia, in modo che apparissero, nelle cartelle che li raccoglievano, densi di chissà quale e quanto materiale probatorio.

         L’indagato di turno, sollecitato anche da parole e frasi appropriate, come “sappiamo ormai tutto” e simili, si sentiva perduto e parlava. Magari, aggiungo io senza paura di correre troppo con la fantasia, il poveretto diceva anche più di quello che sapeva, immaginando di compiacere così il magistrato che gli stava davanti coinvolgendo nelle indagini nomi grossi di politici, di aziende e simili.

         In questa frenesia di interrogare e raccogliere rivelazioni, lo stesso Di Pietro ha raccontato che si spostava da un banco all’altro, essendone stati allestiti di diversi in una stessa stanza o stanzone, per essere più produttivo. Ciò spiega i verbali di più interrogatori risultati svolti alla stessa ora, o quasi. Alcuni dei quali, se non ricordo male, finirono all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura determinando l’apertura di un procedimento non concluso per le improvvise dimissioni di Di Pietro dalla magistratura, presentate con motivazioni a dir poco controverse, non essendosi mai ben capite le ragioni vere per le quali il pubblico ministero ormai più famoso d’Italia appese al chiodo la toga e cambiò mestiere, sorprendendo per primo il suo superiore Francesco Saverio Borrelli. Che poi commentò la nomina di Tonino a ministro dei lavori pubblici del primo governo di Romano Prodi e, ancora dopo, la candidatura a senatore offertagli dal Pds-ex Pci nel blindatissimo collegio rosso del Mugello augurandosi che il suo ormai ex collaboratore fosse finalmente riuscito a realizzarsi appieno, o qualcosa del genere.

         Il racconto degli interrogatori di Di Pietro magistrato fatto da lui stesso, di cui trovo lodevole solo la sincerità, penso che sia la più plastica e involontaria dimostrazione di che cosa fosse stata quella che molti scambiarono, e scambiano tuttora, per l’epopea di Mani pulite. Quei fascicoli farlocchi, in quanto gonfiati con carta straccia e giornali, sia pure a fin di bene, come avrà pensato Di Pietro nell’inseguimento della verità e del colpevole di turno, non sono proprio il massimo che uno si aspetta nell’amministrazione della Giustizia. Almeno di quella con la prima lettera maiuscola. E almeno per un sempliciotto come me.

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