La solita baldanza di Renzi

Al solito, Matteo Renzi si è presentato al Lingotto, a Torino, con baldanza. Ha usato il plurale “noi” ma ha continuato a pensare al singolare. Ha, per esempio, ribadito la convinzione di sommare le cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio, nel caso in cui dovesse vincere primarie e congresso per tornare alla guida del Pd. E gli dovesse poi tornare, dopo le elezioni, il pallino del governo con l’incarico di presidente del Consiglio come leader della forza politica più votata. O della coalizione più votata, se si dovesse andare alle urne con una legge elettorale diversa da quella uscita dalla sartoria della Corte Costituzionale dopo la sforbiciata all’Italicum. Che prevede il premio della maggioranza alla lista che dovesse ottenere il 40 per cento dei voti. Diversamente, nessun premio di maggioranza a nessuno.

Ho la sensazione che l’ex presidente del Consiglio non si sia reso ancora conto dei cambiamenti intervenuti nel quadro politico e istituzionale dopo la sconfitta da lui subìta il 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale. E’ un quadro ancora più tripolare di prima, con i grillini che da soli potranno forse prendere anche più voti del Pd abbandonato nel frattempo da una parte della sinistra: quella facente capo a Massimo D’Alema e a Pier Luigi Bersani.

In un sistema elettorale proporzionale, per quanto aggiornato rispetto a quello della cosiddetta prima Repubblica, il segretario del partito di maggioranza relativa può scegliersi gli alleati, concordare un programma ma non imporsi come presidente del Consiglio. Nè a destra, se Silvio Berlusconi non dovesse cambiare idea su di lui dopo la rottura del Patto del Nazareno, né a sinistra, se i fuoriusciti dal Pd non rinunceranno all’antirenzismo che li ha portati alla scissione.

A Renzi, se gli dovesse riuscire di tornare al voltante del Pd, converrebbe forse tenersi di riserva l’opposizione interna che gli è rimasta per usarla sul piano del governo nelle trattative post-elettorali, se deciderà di rivolgersi a sinistra. O Paolo Gentiloni, se dovesse rivolgersi al centro berlusconiano, che ha stabilito col presidente del Consiglio in carica un buon rapporto, come dimostra il rifiuto, comunque motivato, di votare per la sfiducia al ministro Luca Lotti per le indagini targate Consip.

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