Il contrappasso di Fini e Bocchino

 

L’ingresso di Italo Bocchino, il fedelissimo prima di Pinuccio Tatarella e poi di Gianfranco Fini, nel menù degli indagati per gli appalti della Consip, e accessori, risponde un po’ alla legge dantesca del contrappasso, che comporta una corrispondenza persino fisica della pena alla colpa.

         Quella di Bocchino, ma anche di Fini, di recente accusato -per atto dovuto, ha detto l’ex presidente della Camera- di riciclaggio con la compagna Elisabetta Tulliani e familiari, è una colpa tutta politica per i ruoli pubblici che hanno avuto in passato. E’ la colpa, direi, del giustizialismo, inteso come propensione a prendere per oro colato ogni iniziativa di una Procura della Repubblica e a scambiare per un atto o comportamento ostile alla Giustizia, con la maiuscola, il garantismo. Che, al contrario, preferisce il dubbio alla certezza, i processi in tribunale a quelli inevitabilmente sommari sui giornali, quando un malcapitato ha a che fare con un ufficio giudiziario. Ma ancor più con un pubblico ministero troppo sicuro del fatto suo, magari convinto -alla maniera di Piercamillo Davigo, presidente pro-tempore dell’associazione nazionale dei magistrati- che spesso, se non sempre, l’assolto sia solo un colpevole che l’ha fatta franca, rimettendoci nel peggiore dei casi qualche tempo di scomoda detenzione preventiva.

         Non sto poi esagerando, credetemi, visto ciò che succede in Italia da 25 anni a questa parte: quanti ne sono trascorsi dall’esplosione di Mani pulite: l’inchiesta sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che, secondo l’accusa, necessariamente ne era o a monte o a valle. Venticinque interminabili anni, durante i quali è casualmente accaduto -per carità- ad alcuni degli inquirenti di diventare poi politici, magari eletti in collegi blindatissimi, come fu quello rosso del Mugello assegnato a Tonino Di Pietro nel 1997 da Massimo D’Alema.

         Fini nella scorsa legislatura ruppe con Silvio Berlusconi, sino a votarsi al suicidio politico, per sostenere i magistrati che lo accusavano: alcuni riuscendo poi a condannarlo in sessione estiva della Cassazione per frode fiscale, e altri fallendo clamorosamente con le accuse di prostituzione minorile e concussione.

         Bocchino fu il megafono di Fini, in Parlamento e nei salotti televisivi, seguendolo anche nella mancata rielezione. E ritrovandosi ora indagato per la Consip come consigliere di Alfredo Romeo, l’imprenditore sospettato, fra l’altro, di avere pranzato in una bettola a Napoli col papà di Matteo Renzi per combinare affari illeciti.

                                                      

 

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