Il vizietto di Berlusconi d’intromettersi nella Lega

 

Eppure Silvio Berlusconi, benedett’uomo, alla fine del 2000 aveva promesso al ritrovato amico Umberto Bossi di non farlo più. Cioè, di non intromettersi nelle vicende interne della Lega, come aveva fatto incautamente sei anni prima perdendo la presidenza del Consiglio, conquistata appena sei mesi prima con la clamorosa vittoria elettorale di esordio della cosiddetta seconda Repubblica. Invece, eccolo ricaduto nella vecchia tentazione con la sostanziale offerta della pur virtuale premiership di un nuovo centrodestra, in pendenza di una propria incandidabilità ,al governatore leghista del Veneto Luca Zaia.

Ora alla guida della Lega non c’è più Bossi, peraltro da tempo in aperta polemica col successore Matteo Salvini, ma la reazione del giovane nuovo segretario del Carroccio è assomigliata molto a quella del suo predecessore. Egli ha accusato senza mezzi termini Berlusconi di voler “seminare zizzania” fra i leghisti e ha moltiplicato dubbi e resistenze all’ipotesi avanzata da Giorgia Meloni di provare quanto meno a Genova, nelle elezioni amministrative della prossima primavera, liste unitarie di quello che fu il centrodestra.

Zaia, dal canto suo, si è rapidamente tirato fuori dalla partita liquidando come “una manfrina” quella di Berlusconi. E ripetendo ciò che aveva detto di fronte alle prime voci circolate sul l’idea del presidente del Consiglio di sponsorizzarlo per Palazzo Chigi: “Noi leghisti un candidato già lo abbiamo”. È naturalmente Salvini, smanioso da tempo di far provare al centrodestra, e di vincere, la pratica delle primarie adottata dalla sinistra. Una pratica della quale Berlusconi invece non vuole neppure sentir parlare perché- dice e fa dire ai suoi- andrebbe disciplinata per legge per evitare gli inconvenienti e i pasticci avvertiti a sinistra ogni volta che vi si ricorre e si contano cinesi, filippini e africani in fila davanti ai gazebo, ma in in realtà perché, o anche perché gli dà fastidio la sola idea di doversi contare al di fuori dei seggi elettorali delle politiche. Dai quali peraltro egli è tenuto lontano dal 2013 per l’incandidabilità procuratagli per sei anni dalla cosiddetta legge Severino, la guardasigilli del governo tecnico di Mario Monti, dopo la condanna definitiva per frode fiscale, costatagli anche il seggio del Senato conquistato proprio nel 2013.

Da questa condizione indubbiamente scomoda, che ne limita l’agibilità politica, come si dice in gergo tecnico, l’ex Cavaliere -ex per effetto sempre di quella disgraziata condanna- potrebbe uscire prima se la Corte dei diritti umani a Strasburgo accettasse un suo ormai vecchio ricorso, motivato anche con l’applicazione retroattiva di una legge che lo ha privato di un diritto così importante come quello del cosiddetto elettorato passivo con una sanzione che viene curiosamente considerata soltanto “amministrativa”.

Già di per pesante, il contenzioso politico di Berlusconi con Salvini, o viceversa, si è aggravato il mese scorso anche con le voci diffusesi, a torto o a ragione, sull’offerta di una candidatura da indipendente a Umberto Bossi nelle liste di Forza Italia nelle prossime elezioni politiche, se Salvini volesse davvero lasciarlo a casa per ragioni di ricambio generazionale, utili a coprire il dissenso politico esistente tra il fondatore del movimento e il giovane segretario. Di cui i soliti retroscenisti maliziosi dicono che sia infastidito anche per le frequenti puntate conviviali di Bossi ad Arcore.

Certo, viene da sorridere pensando al 1994. Quando Bossi già in campagna elettorale mordeva il freno chiamando l’alleato Berluscaz e poi, ad elezioni vinte dall’editore del Biscione, resisteva a stento alle sollecitazioni di Eugenio Scalfari e persino dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a negare l’assenso al conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio all’uomo di Arcore.

A governo finalmente fatto, nel mese di maggio, Bossi non tardò a creare problemi a Berlusconi. Già a luglio lo costrinse ad arrendersi, praticamente, alla rivolta della Procura di Milano contro un decreto legge, firmato anche dal ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni e controfirmato dal pur esigentissimo capo dello Stato, per limitare il ricorso alle manette nelle indagini preliminari. Il presidente del Consiglio dovette lasciar decadere il decreto, rinunciando alla cosiddetta conversione. I pubblici ministeri ambrosiani avevano chiesto al loro capo, Francesco Saverio Borrelli, di essere destinati ad altri incarichi per non applicare una legge a loro avviso iniqua, che avrebbe indebolito la lotta alla corruzione. Maroni si giustificò penosamente dicendo o di non avere capito il contenuto del decreto predisposto dal ministro forzista della Giustizia Alfredo Biondi, o di avere firmato un testo diverso da quello poi letto sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica. In realtà, la Lega era prigioniera del giustizialismo cavalcato in campagna elettorale.

Seguì la torrida estate di Bossi in canottiera sulle spiagge della Sardegna, a due passi dalla lussuosa villa del presidente del Consiglio. Che faceva finta di non vedere e di non sentire le ruvide minacce dell’alleato, fino a quando Bossi in autunno non si rivoltò, insieme con la Cgil, contro la riforma restrittiva delle pensioni predisposta da Dini al Ministero del Tesoro per allineare i conti, già allora, ai parametri dell’Unione Europea.

Fu allora che, con la prospettiva o la minaccia di elezioni anticipate, escluse però da Scalfaro a Bossi, ricevuto molto calorosamente al Quirinale, sino ad essere salutato come “liberatore”, con la scusa di ironizzare sulla sua pretesa di liberare la Padania, Berlusconi cominciò a corteggiare politicamente alcuni parlamentari leghisti in funzione antbossiana, a cominciare da Maroni. Che rilasciò dichiarazioni contro i rischi di una crisi. Ma le cose anziché fermarsi, precipitarono per le durissime reazioni del segretario leghista a quella che definì “una campagna acquisti” del presidente del Consiglio nei gruppi parlamentari del Carroccio.

Seguirono l’annuncio della sfiducia parlamentare dopo un dibattito spietato, la crisi e la formazione del governo tecnico di Dini, anziché le elezioni anticipate. Che erano state inutilmente reclamate al Quirinale da Berlusconi, calendario alla mano. Esse arrivarono invece dopo più di un anno, nel 1996, quando il centrosinistra contrassegnato dall’Ulivo, costruito da D’Alema e guidato da Romano Prodi, fu in grado di vincere grazie alla perdurante rottura fra Berlusconi e Bossi.

Erano altri tempi. Verrebbe voglia di parlare di un’altra epoca, quando nessuno poteva immaginare, fra l’altro, l’irruzione sullo scenario politico italiano di un movimento improvvisato da un comico.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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