La Schlein e Conte insieme in piazza a Firenze con i sindacati sul fronte antifascista

Anche se tra le foto comparse sui giornali non ce n’è una che lo testimoni, le cronache da Firenze riferiscono di un abbraccio, e non solo di un  colloquio, fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, ospiti ieri dei sindacati alla manifestazione antifascista che ha ispirato, fra l’altro, al manifesto l’annuncio che “c’è vita” in piazza per l’opposizione. 

“Adesso il gioco torna a sinistra”, ha titolato Repubblica con un certo sollievo di Concita De Gregorio, incorsa di recente in riconoscimenti per Giorgia Meloni, a destra, che le avevano procurato un pò di polemiche tra gli avversari della premier. Che proprio ieri è finita nei manifesti sui muri di Milano, accanto al ministro della Pubblica Istruzione, con la testa in giù come Mussolini e i gerarchi nella stessa città, davvero, a piazzale Loreto nel 1945. De gustibus -dicevano i latini- non est disputandum. 

A proposito dello scambio di idee e di parole avute con la Schlein,  protette prudentemente con le mani sulla bocca da letture labiali, l’ex premier Conte ha voluto da una parte annunciare, in dichiarazioni raccolte dal Corriere della Sera, che “il problema non è”, o non è più, “la leadership a sinistra” da lui scalata dopo la sconfitta elettorale di settembre lasciandosi attribuire con i sondaggi l’obbiettivo del sorpasso sul Nazareno, e dall’altra precisare che “a noi interessa rafforzare una politica di forze progressiste”. Alla quale “se questo Pd ci sta, ben venga”. Ma ci deve stare davvero, sembra un sottinteso allusivo alla protesta, lamentela e quant’altro levatasi dal Fatto Quotidiano per la nuova segretaria piddina “pro armi” come il predecessore Enrico Letta.

Le armi della “compagna” Schlein, come l’hanno salutata a Firenze, sono naturalmente quelle che il governo italiano continua a fornire all’Ucraina, con gli alleati occidentali, per aiutarla a difendersi dall’invasione russa. “Necessario mandare armi a Kiev”, ha infatti appena dichiarato la Schlein al New York Times, che l’ha definita con un certo interesse non ostile, se non addirittura simpatizzante, “la scossa” di questo scorcio d’inverno italiano. 

Le carte della Meloni continuano tuttavia ad essere buone negli Stati Uniti, dove si sta preparando una sua visita alla Casa Bianca, dopo le missioni compiute dalla presidente del Consiglio in Africa, in Polonia, in Ucraina, in India e nel Medio Oriente. Una Meloni alle prese in questi giorni in Italia con le polemiche tutte interne sulla strage dei migranti appena consumatasi sulle coste calabresi, e definita “di Stato” nel processo mediatico per direttissima condotto dalle opposizioni. Che hanno tentato, per un suo mancato viaggio sul posto, di contrapporla anche al presidente della Repubblica, più veloce e sensibile nella visita di solidarietà alle vittime e ai sopravvissuti al naufragio dell’ennesima carretta degli scafisti turchi. Ma sul posto -ha appena annunciato la stessa Meloni- si recherà presto l’intero governo riunendosi per discutere proprio di immigrazione. 

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Elly Schlein sulle orme di Ciriaco De Mita nella defunta Dc

Reduce dalla Calabria, dove aveva inseguito il presidente della Repubblica in visita di solidarietà  alle vittime e ai superstiti di una strage di migranti già definita “di Stato” nei processi mediatici e politici svoltisi per direttissima, la segretaria del Pd Elly Schlein ha voluto incontrare il concorrente battuto Stefano Bonaccini prima di partecipare con Giuseppe Conte alla odierna manifestazione antifascista di Firenze. Ne è venuta fuori “l’idea” annunciata dalla Stampa – vedremo se a torto o a ragione- di offrire la carica di vice segretario al suo antagonista, sconfitto nelle “primarie aperte” di domenica scorsa rovesciando il verdetto degli iscritti.

E’ un’idea simile a quella che ebbe nel 1982  Ciriaco De Mita, appena eletto direttamente dal congresso segretario della Dc, di offrire la vice segreteria a Roberto Mazzotta, capolista dei candidati al Consiglio Nazionale battutisi inutilmente per l’elezione di Arnaldo Forlani al vertice dello scudo crociato. Persino Indro Montanelli, nonostante al Giornale avessimo seguito una linea antidemitiana, ne rimase entusiasta cercando di convincermi dell’opportunità di “mettere alla prova” il nuovo segretario “per rispetto -mi disse- dei nostri lettori che votano Dc”. Ma neppure Montanelli, che nel 1976 era riuscito ad evitare il sorpasso del Pci  con la famosa formula del voto alla Dc “turandosi il naso”, riuscì l’anno dopo a risparmiare a De Mita la perdita secca di sei punti percentuali in un turno anticipato di elezioni politiche. Che costò allo scudo crociato Palazzo Chigi, dove arrivò esattamente quel Bettino Craxi che De Mita aveva promesso di tenere lontano dalla guida del governo.

Non so se e come finirà l’avventura della Schlein in condizioni certamente così diverse da allora, con De Mita, Craxi e Spadolini morti nel frattempo tutti e tre con i loro rispettivi partiti. So però che si sprecano i tentativi di dare una mano alla Schlein da provenienze a sorpresa, diciamo così, ciascuno pensando ai danni che potrebbero subire altri indesiderati. 

Sorpresa nella sorpresa, ci si è messo anche il fedelissimo berlusconiano, di nome e di fatto,  Confalonieri. Del quale il Corriere della Sera ha appena annunciato “la simpatia” espressa in un incontro conviviale, anche a costo di vedere danneggiata Giorgia Meloni, pure lei risuscita simpatica al presidente di Mediaset prima ancora che arrivasse a Palazzo Chigi fra preoccupazioni, delusioni, condizioni respinte e quant’altro di Berlusconi in persona. Che -va detto anche questo- ha già augurato pure lui le migliori cose alla Schlein non pensando solo al nonno materno ricordato da Fedele Confaloneri, l’avvocato ed ex senatore Agostino Viviani passato anche per un’esperienza in Forza Italia al Consiglio Superiore della Magistratura, ma pure alla comune diffidenza. a dir poco, verso l’Ucraina di Zelensky. Una diffidenza ieri apprezzata pubblicamente dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov con tanto di citazione di Berlusconi. 

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Mattarella strattonato nel suo viaggio in Calabria dopo la strage di migranti

Tutti d’accordo, naturalmente, sulla presenza del Capo dello Stato in Calabria dopo la strage di migranti sulle sue coste. “Quell’uomo  in silenzio che salva lo Stato dal naufragio della pietà”, ha titolato Repubblica all’interno. “Il testimone di un Paese che dice no al cinismo”, ha titolato La Stampa. 

“Shhhhhhhhhh!”, silenzio, ha fatto dire a Mattarella  giustamente il vignettista del Foglio in risposta alle polemiche esplose sulle responsabilità vere o presunte per l’accaduto: dagli scafisti alle stesse vittime, secondo una sortita tanto sostanziale quanto infelice del prefetto e ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dalla Guardia Costiera alla Guardia di Finanza e al governo nella sua interezza “sparito” dalla scena, ha gridato il Riformista.

“Grazie, presidente Mattarella”, ha titolato all’interno Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, ma purtroppo riconoscendosi nella missiva di un lettore di Brescia che immiserisce la presenza del Capo dello Stato attribuendole un significato polemico a dir poco arbitrario. Mattarella -ha scritto Carlo Vassalli da Brescia, apprezzato dal direttore del quotidiano- ha aspettato che Gorgia Meloni andasse a Crotone. Nulla. Ha aspettato che Ignazio La Russa andasse a Crotone. Nulla. Ha aspettato che Lorenzo Fontana andasse a Crotone. Nulla. Alla fine è andato lui, e ha restituito dignità e civiltà a un Paese in lutto. E noi ci siamo sentiti al suo fianco”. 

Non credo che Mattarella, lettore pure lui dell’Avvenire quando ne ha il tempo, abbia potuto gradire. Ugo Magri, il quirinalista della Stampa, ha opportunamente avvertito che “il capo dello Stato non fa le veci, non è il surrogato di nessuno, tantomeno di una premier in grado di discernere dove e quando recarsi”, e peraltro – osservo- in partenza per una missione all’estero. “Idem per chi crede -ha aggiunto Magri dopo averne parlato, penso, almeno con i più stretti collaboratori di Mattarella già all’erta per le prime avvisaglie polemiche- di scorgere dietro i silenzi del presidente una contestazione al governo……Al Quirinale escludono che Mattarella sia sceso a Crotone per rimettere le cose a posto……..Molte altre volte, viene fatto notare, l’inquilino del Colle si è fatto carico del lutto collettivo: ad esempio, dopo il crollo a Genova del ponte Morandi”, all’epoca del primo governo Conte. Come, aggiungo io, è andato di recente nelle località più colpite dalla pandemia da Covid nel bergamasco non certo per incoraggiare la locale Procura a fare le sue indagini come le ha fatte e concluse, con una raffica di avvisi di garanzia e di accuse smentite dallo stesso Procuratore capo dicendo che “non è stato accusato nessuno”. A cominciare dal presidente del Consiglio dell’epoca, che invece si trova sospettato anche di omicidio. 

Bisognerebbe smetterla di strattonare il presidente della Repubblica, mancandogli di rispetto personale e istituzionale. O inseguirne l’ombra, come ha fatto la nuova segretaria del Pd a Crotone.

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Il dramma di Piantedosi: da prefetto di ferro a prefetto di latta, suo malgrado

Prefetto di carriera e politico di complemento, essendogli capitato di fare il ministro dell’Interno in un governo politico come quello di Giorgia Meloni, succedendo tuttavia ad altri colleghi nello stesso posto nei governi di Mario Monti e di Mario Draghi, il povero Matteo Piantedosi si trova un pò come Cesare Primo Mori passato alla storia come “il prefetto di ferro” mandato da Mussolini in Sicilia nel 1924, e rimastovi sino al 1929, per combattere la mafia. “Vostra Eccellenza- gli telegrafò il Duce- ha carta bianca. L’autorità dello Stato deve essere assolutamente -ripeto, assolutamente- ristabilita. Se le leggi attualmente in vigore La ostacoleranno, non costituirà un problema. Noi faremo nuove leggi”.

Investito di tanto potere, Mori spesso finì per abusarne, scontrandosi ad un certo punto anche  con un generale che se ne considerò vittima e andò a protestare dal Duce in persona senza fargli cambiare opinione, almeno all’istante, sul prefetto. Che, un anno prima della fine della sua missione, nel 1928, si guadagnò dal Re la nomina a senatore, di fatto a vita, essendovi morto in carica nel 1942. 

La missione ricevuta da Piantedosi è anche contro la mafia, naturalmente, ma soprattutto contro l’immigrazione clandestina e chi la favorisce o vi specula, come gli scafisti che si fanno pagare lautamente viaggi spericolati su carrette che spesso, troppo spesso, o vengono travolte dalle onde e s’infrangono contro secche e scogli, facendo del Mediterraneo anche un gigantesco cimitero sommerso. 

Come capitò a Mori con le sue retate ed assedi a interi paesi della Sicilia, ogni tanto  scambiando per mafiosi le loro vittime, così è appena accaduto a Piantedosi, per fortuna solo con le parole, ma con esiti ugualmente infelici o sventurati, di scambiare le vittime degli scafisti per sostanziali loro complici, avventurandosi in viaggi troppo pericolosi per se e familiari, persino bambini. Poi il ministro prefetto -direi più di latta che di ferro perché non provvisto della “carta bianca” lasciata da Mussolini a Mori- ha cercato di rimediare all’attacco alle vittime della strage appena consumatasi sulle coste calabresi mettendoci una pezza forse peggiore del buco. Cioè dicendo di avere voluto solo invitare i fuggiaschi da guerre, carestie, terremoti e altro ad aspettare fiduciosi i mezzi che l’Italia e altri paesi europei prima o poi manderanno a prenderli in tutta sicurezza: un’attesa che potrebbe trasformarsi in altre tragedie, visto -per esempio- come in Libia gli aspiranti all’emigrazione attendono il loro turno, chiamiamolo così. 

Si vede -e come si vede- che il povero Piantedosi, senza volerlo offendere, sta alla politica come io, modesto giornalista per niente scientifico, sto alla fisica nucleare. E immagino quanto debba essere rimasto male a sentirsi dare del disumano, dell’inetto e altro ancora da chi ne ha anche chiesto le dimissioni per mettere alla prova la propria nuova natura, o funzione, come la segretaria del Pd Eddy Schlein.

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A ciascuno la sua Elly Schlein (se vi pare pirandellianamente)

Ormai è assodato. Prima ancora dell’ex ministra Maria Elena Boschi, affrettatasi a chiamarla per complimentarsi pensando ai voti che la sua elezione a segretaria del Pd potrebbe procurare a Carlo Calenda e a Matteo Renzi, nell’ordine che si sono dati i leader del cosiddetto terzo polo, è stata la presidente del Consiglio Gorgia Meloni a chiamare Elly Schlein per congratularsi e incoraggiarla con apparente generosità a farle una dura opposizione. Dura quanto è stata quella praticata dalla stessa Meloni a governi appoggiati o partecipati anche da qualcuno dei suoi due principali alleati di centrodestra, o entrambi.

Una generosità, quella della Meloni, soltanto apparente, come dicevo, perché la premier ha forse pensato dentro di sé ciò che poi ha in qualche modo tradotto sul Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli facendo chiedere da Berlusconi, sarcastico, a Salvini se la Schlein sarebbe riuscita ad essere per il governo una spina “più di noi”, ora più scoperti nella loro dissidenza.

Non risultano, almeno pubblicamente, telefonate alla Schlein da parte di Giuseppe Conte, di cui pure il sondaggista Antonio Noto ha avvertito lo zampino nelle primarie del Pd, avendo attribuito il 22 per cento dei partecipanti al voto nei gazebo ad elettori delle 5 Stelle. “Il capo del Pd eletto dai grillini”, ha titolato  Libero forzando la mano ma non troppo. 

La margherita che ora sta sfogliando Conte è composta di due tipi di petali: uno riguarda i voti che il Pd della Schlein potrà perdere a destra, diciamo così, e l’altro i voti che potrà guadagnare a sinistra togliendoli allo stesso Conte, propostosi dopo le elezioni di settembre di sorpassare il partito del Nazareno. 

Carlo De Benedetti, ospite a distanza ieri sera del salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, ha scommesso sul secondo tipo di petali della margherita di Conte, cioè sui guadagni a sinistra della Schlein superiori alle perdite a destra. E ha incoraggiato la segretaria del Pd a far piangere una buona volta i ricchi con una patrimoniale progressiva sui patrimoni superiori a 500 mila euro, quanto vale all’incirca per il ceto medio solo la casa di proprietà di chi l’abita. 

Dei ricchi naturalmente Carlo De Benedetti fa parte ma ha precisato di “non esserne il rappresentante”, per cui è inutile che qualche collega di censo lo disconosca. Forse all’ingegnere con i suoi 87 anni suonati, amareggiato anche per lo sperpero di ricchezza rimproverato ai figli per la gestione e la vendita della Repubblica di carta, non gliene frega più nulla dell’eredità che potrà lasciare. Peccato che a goderne sarà il fisco svizzero, da lui preferito a quello italiano che alla Schlein nella sua nuova veste politica dovrebbe interessare di più. 

Altri hanno festeggiato la Schlein -Concita De Gregorio, per esempio, proprio su Repubblica- perché essendo più giovane invecchia un pò la Meloni. Ma Giuliano Ferrara sul Foglio l’ha avvertita che “anche i giovani possono invecchiare velocemente”.

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In attesa di vedere cosa ci sarà davvero dietro l’angolo del Nazareno

Non foss’altro in omaggio del compianto Maurizio Costanzo c’è da chiedersi che cosa ci sia dietro l’angolo del Pd appena affidatosi con le primarie a Elly Schlein, anziché allo Stefano Bonaccini scelto dagli iscritti. E potremmo forse ripetere, come il compianto Giancarlo Pajetta allo stesso Costanzo, che c’è un altro angolo ancora. Ma il gioco non potrebbe durare a lungo. Fra un anno ci saranno le elezioni europee, alle quali ciascuna forza concorrerà da sola col proporzionale. E si capirà che cosa sarà rimasto del Pd, o che cosa lo stesso Pd avrà guadagnato dalla sorpresa della sua prima donna segretaria. 

Certo, impressiona che un’estimatrice della Schlein come Michela Murgia l’abbia appena definita sulla Stampa “la donna giusta per noi nel partito sbagliato per lei”, pur aggiungendo che “non si può avere tutto”, per cui “prendiamo il buono”. Ma il buono è un Pd semplicemente spaccato, dove Roberto Gressi sul Corriere della Sera si chiede giustamente se la Schlein sia una “veggente destinata a sfondare o velleitaria pronta a spegnersi”. 

Un ospite o migrante illustre, chiamiamolo così, come Pier Ferdinando Casini, che ha scelto di restare in Parlamento facendosi eleggere come indipendente nella sua Bologna fra i candidati del Pd, ha confessato alla Stampa che “un pò per tutti”, a cominciare naturalmente da lui, ”era meglio Bonaccini perché fa parte dell’orizzonte politico tradizionale. Schlein -ha aggiunto- è meno conosciuta, è più difficile capire che tipo di avversario sarà”. Avversaria, quindi, più che alleata. “La realtà è che tutti avrebbero preferito l’usato sicuro”, ha insistito Pierfurby. 

Infatti l’ex ministro Giuseppe Fioroni, proveniente come Casini dalla Dc ma accasatosi a suo tempo in pieno nel Pd, ha già annunciato la sua uscita. Ed altri “vecchi diccì” sono tentati dalla “fuga”, come ha annunciato Il Fatto Quotidiano. Spero, per loro, che non facciano la fine dei tonni in una tonnara, compreso -prima o poi- Dario Franceschini, ancora una volta schieratosi col vincitore di turno nella convinzione di avere stipulato l’ennesima polizza di assicurazione. 

Non mancherà certamente lo spettacolo nella nuova edizione del Pd partorita dalle primarie congressuali, e aperte, che dovevano essere di “rifondazione”. Sarà probabilmente lo spettacolo della “socialconfusione” annunciata dal Foglio, che pure nelle ultime elezioni politiche si schierò col Pd già destinato a perdere sotto la guida di Enrico Letta. Ed ora finito, si vedrà se nel bene o nel male, nelle mani di una segretaria che Giuliano Ferrara ha definito “modaiola e convenzionale”.

L’irriverente, indelicato e quant’altro Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX  ha già forzato un po’ la natura della Schlein dandole della Contessa, intesa come moglie  di Giuseppe Conte. Che temo, per lei, preferisca la compagna attuale, pur provvista di un solo passaporto.

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Altro che Bonaccini, è la Schlein la scommessa di Renzi sul suo ex Pd

Luigi Zanda, che conosce il Pd come le sue tasche per esserne stato il capogruppo al Senato ed anche per un pò il tesoriere, aveva previsto con troppo ottimismo alla vigilia che pure questa volta con le primarie gli esterni, chiamiamoli così, non avrebbero osato contraddire il voto degli interni, cioè degli iscritti, per l’elezione del segretario del Partito Democratico. Ed aveva deciso di votare per Stefano Bonaccini, pur avendo disapprovato all’annuncio della sua candidatura il proposito -svanito con la vittoria della concorrente Elly Schlein- di guidare il partito senza rinunciare alla presidenza della sua regione, l’Emilia-Romagna. Zanda si era convinto insomma che la ripetizione dell’esperienza pur non fortunatissima di Nicola Zingaretti, per qualche tempo segretario del partito e presidente della regione Lazio,  potesse essere il male minore rispetto all’alternativa di una donna appena reiscrittasi al Pd, dopo essersene polemicamente allontanata, giusto per potersi candidare a guidarlo. E questo col  generoso permesso di tutti i concorrenti, che all’inizio erano tre, correndo per la segreteria anche Ganni Cuperlo e Paola De Micheli. 

“Finora non c’era il rischio di due maggioranze diverse, una nei circoli e una nei gazebo”, si era avventurato a dire Zanda a Repubblica. “Questo risultato -aveva spiegato   l’autorevole esponente del Pd- produrrebbe una spaccatura molto grave con aspetti serissimi sulla tenuta del Pd. Non solo negherebbe agli iscritti il diritto di scegliersi il segretario, ma li delegittimerebbe”. 

Ebbene, è esattamente quello che è accaduto pur tra le feste generali in una giornata che peggio d’altronde non poteva cominciare: con la notizia della strage dei migranti sulle coste calabresi subito portata dalla Schlein nell’arena delle primarie, fra gli elettori in fila davanti ai gazebo, accollando i cento e più morti della tragedia alla “coscienza” del governo in carica. Non agli scafisti, e neppure all’Europa che finanzia  la Turchia per farle tenere sigillati i confini terrestri ed alimentare così l’emigrazione clandestina via mare di quanti fuggono da guerre, fame e terremoti. Un genio, questa Schlein, che tuttavia per solidarietà di genere, chiamiamola così, ha ottenuto lo stesso gli auguri e gli incoraggiamenti di Giorgia Meloni  con la coscienza così compromessa. A raccontarla sembra una storia assurda. E’ invece piena realtà. 

Non per infierire sul povero, e peraltro mio carissimo amico Zanda, che conosco dai tempi in cui era il portavoce di Francesco Cossiga al Ministero dell’Interno, all’epoca del sequestro di Aldo Moro fra il sangue della  scorta e del suo assassinio dopo 55 giorni di penosa prigionia, ma mi permetto di fargli osservare che la regola delle primarie conformi nel risultato all’esito delle votazioni nelle sezioni del partito è saltata nella peggiore e meno legittimante edizione di questo modo di eleggere il segretario. Sono state, in particolare, le primarie meno partecipate, anche se a votare nei gazebo, o ad usare il computer nei casi consentiti dalle regole stabilite all’ultimo momento, sono stati più di un milione di persone.

E’ francamente difficile prevedere che cosa potrà produrre in un partito già sfiancato da un percorso congressuale di ben cinque mesi, dopo avere perduto le elezioni politiche del 25 settembre scorso e quelle regionali di due settimane fa, la combinazione di queste due prime volte costituite da una donna segretaria e dalla platea più bassa di elettori. Che sarà conforme, per carità, al fenomeno più generale dell’astensionismo ma rimane ugualmente una fonte o ragione di preoccupazione, non di fiducia. 

“La tenuta del Pd”, per ripetere le parole usate da Zanda, sarà tutta da verificare dopo la sorpresa della vittoria della Schlein, distanziata di una ventina di punti da Bonaccini nelle sezioni di partito. Temo per la nuova e prima segretaria del Nazareno che i “sorci verdi” in arrivo saranno più per lei che per la Meloni alla quale li ha promessi, o minacciati. 

Visto che la campagna congressuale è stata dominata, secondo molti e acuti commentatori, più dai “fantasmi” che dai concorrenti alla segreteria, in particolare da Matteo Renzi, visto a torto o a ragione dietro la,  figura del suo ex coordinatore Bonaccini, e da Massimo D’Alema, visto dietro tutti i più navigati capicorrente schieratisi per la “novità” della Schlein; visto, dicevo, che la campagna congressuale è stata dominata dai fantasmi di Renzi e D’Alema, ad occhio e croce mi sentirei di scommettere sui benefici che potrà trarne più il pur malandato ex rottamatore toscano, a caccia di voti moderati,  che il rottamato ex deputato di Gallipoli. Essi in fondo, molto in fondo, si assomigliano più di quanto non lasci ritenere la loro storia antagonistica. 

Pubblicato sul Dubbio

La Schlein conquista la guida del Pd accollando alla Meloni la strage dei migranti in Calabria

Altro che il “fattore donna” evocato “anche a sinistra” dalla Stampa per spiegare “la sorpresa”, avvertita da un pò tutti i giornali, della vittoria di Elly Schlein su Stefano Bonaccini nelle primarie per la segreteria del Pd. Purtroppo pesa su questo successo indubitabile sul piano numerico,  per carità,  lo sciacallaggio compiuto dalla Schlein, volente o nolente, addebitando alla “coscienza del governo” la strage di migranti sulla costa calabrese di Cutro. Nelle cui acque o sulla cui spiaggia sono state raccolte una sessantina di salme di donne, bambini e uomini ma si teme che il bilancio delle vittime superi i cento morti. 

Il barcone che trasportava dalla Turchia  disperati provenienti da terre devastate dalle guerre e dal terremoto si è spezzato per le condizioni agitate del mare ed ha fornito alla Schlein, ad urne dei gazebo ancora aperte, l’occasione di prendersela appunto col governo in carica: non con gli scafisti che si fanno strapagare la corsa alla morte che offrono ai disperati, non con l’Europa che finanzia il rigore della Turchia nella sorveglianze dei confini terrestri, per precluderli a chi cerca altrimenti  la salvezza, non con la cattiva sorte. No, solo e sempre con il governo, come se qualche nave dei soccorsi volontari fosse sul percorso scelto dai mercanti di carne umana e fosse stata tenuta lontana dalle direttive di Gorgia Meloni a Palazzo Chigi, o del ministro Matteo Piantedosi al Viminale, o di un altro Matteo, Salvini, dal Ministero di Porta Pia.

La sola idea che l’attacco al governo della Meloni, scomodatasi lo stesso a complimentarsi con la sua vittoria, possa avere aumentato le carte in mano alla Schlein per la sua scalata al Nazareno mi procura personalmente i brividi. E mi sorprende -a proposito di sorprese, appunto- che non ne abbia procurati anche ad altri leggendo o spulciando le tante cronache e i tanti commenti alla conclusione, finalmente, del lunghissimo percorso congressuale dell’ancora principale partito di opposizione. Attorno al quale la nuova segretaria si è impegnata ad organizzare una rete di rapporti e di iniziative da fare vedere finalmente i cosiddetti sorci verdi alla  presidente del Consiglio. 

Mi permetto e mi limito a ricordare agli smemorati ciò che ieri, quando ancora non si era verificata la tragedia sulle coste calabresi e tutto sembrava avviato verso  l’abitudinaria conferma nei gazebo del candidato designato dalla maggioranza degli iscritti, “il rischio” confidato a Repubblica dall’ex capogruppo al Senato ed ex tesoriere del Pd Luigi Zanda, convintosi a votare Bonaccini pur dopo averne contestato il proposito di fare contemporaneamente il segretario del partito e il presidente della sua regione: “il rischio  -ha spiegato Zanda- di due maggioranze diverse, una nei circoli e una nei gazebo. Questo risultato produrrebbe una spaccatura molto grave con aspetti serissimi sulla tenuta del Pd. Non solo negherebbe agli iscritti il diritto di scegliersi il segretario, ma li delegittimerebbe”.  

Il Pd finalmente al capolinea del suo lunghissimo congresso (ri)costituente

In un eccesso di retorico rifermento allo sbarco per la liberazione della Normandia e delle altre parti d’Europa occupate allora dalle truppe naziste, come l’Italia evidentemente oggi dal governo di Giorgia Meloni, la Repubblica fortunatamente solo di carta ha definito “il giorno più lungo” quello odierno del Pd. In cui si è più modestamente chiamati a scegliere nei gazebo -come ha ricordato il Corriere della Sera- fra Stefano Bonaccini ed Elly Schlein come segretario. 

Sulla stessa Repubblica, d’altronde, il vignettista Altan ride della retorica della testata osservando che “il bello delle primarie è che chi vince è uno dei nostri”, come “anche chi perde” per prendere il posto del povero Enrico Letta. Che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano  ha iscritto alla sua anagrafe come “BaioLetta”, variante letterario-anagrafica della baionetta con la quale fino all’ultimo giorno del suo mandato si è schierato sulla guerra in Ucraina a favore dell’aggredito Zelensky e non dell’aggressore Putin. Cosa, quest’ultima, che confermerebbe di sicuro Bonaccini, al quale Travaglio non ha storpiato il nome limitandosi a inchiodarlo al suo passato di sostenitore dell’allora segretario del Pd Matteo Renzi. Che per lui basta e avanza per dirne e pensarne il peggio possibile.

Elly Schlein, invece, pur con qualche riserva che neppure Travaglio si risparmia,  e per sfortuna appena derubata dello zaino nel suo viaggio ferroviario e congressuale per tutta l’Italia, qualcosa di diverso da “BaioLetta” potrebbe dire e fare anche sul fronte ucraino. E pazienza se a  sostenerla paradossalmente nella sua corsa alla segreteria sono state le correnti  e gli uomini che più a lungo e più ostinatamente -prima, dopo e durante la stessa segreteria Renzi- hanno governato “la ditta”, come Pier Luigi Bersani chiamava il partito prima, durante e dopo -anche lui- la propria segreteria. 

Più modestamente, o meno retoricamente, della rappresentazione epica di Repubblica, e al prezzo di soli due euro l’uno, gli elettori chiamati nei gazebo, e quelli che potranno votare da casa digitalmente, col rito grillino, dovranno alla fine decidere se lasciare il Pd mezzo punto sopra il MoVimento 5 Stelle, come risulta dall’ultimo sondaggio effettuato da Demos, farlo risalire non so francamente di quanto, magari accorciando le distanze quasi lunari dal partito di Giorgia Meloni, o farlo davvero sorpassare da Giuseppe Conte. Che vi spera naturalmente, sfruttando ancora la promozione ottenuta dallo stesso Pd, guidando il suo secondo  governo, a “punto altissimo di riferimento dei progressisti”: parola dell’allora segretario del partito nazarenico, Nicola Zingaretti, ora ex anche come presidente della regione Lazio, e del mai abbastanza contemplativo filosofo della sinistra Goffredo Bettini. Dio li fa e poi li accoppia, dice un vecchio e felice proverbio. 

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Le doppie firme di Sergio Mattarella per fronteggiare il disordine politico della Repubblica

Tutti celebrano giustamente il salotto portato in televisione dal compianto Maurizio Costanzo rivoluzionando la comunicazione e altro ancora in quello scatolone elettronico davanti al quale si sono formate ormai generazioni di spettatori. Ma non è inferiore, questa volta sul piano istituzionale, l’evoluzione che già nel primo ma ancor più nel secondo mandato di presidente della Repubblica Sergio Mattarella sta imponendo alla politica e al potere. 

Anche il Quirinale è diventato per governi e partiti un salotto che si sbaglia forse a celebrare con parole e immagini non proprio salottiere come “gli schiaffi” evocati oggi da qualche giornale riferendo delle osservazioni critiche formulate dal capo dello Stato alle Camere e al governo in carica per le “mille proroghe” disposte e approvate anche quest’anno. Alle quali Sergio Mattarella non ha negato la firma solo per non aggiungere altri danni a quelli che già contiene la conversione del decreto legge. Ma che gli hanno procurato più delusioni e preoccupazioni del solito. 

Più che schiaffeggiare, mettersi di traverso, intimare ed altre espressioni o immagini usate dai giornali, Mattarella ha cercato di ottenere dall’ospite di turno, e di pietra, del suo salotto -ripeto- quello che ha appena ricevuto con la promessa del governo di una maggiore “attenzione”: parola magica, avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani, che diventò con Aldo Moro addirittura una “strategia” politica. Passata con tutte le altre frattaglie di quella enorme salsiccia che più governi hanno preso l’abitudine di confezionare ogni fine anno per prolungare il provvisorio, la proroga delle concessioni balneari disposta in deroga agli impegni europei, e passibile di costosi procedimenti d’infrazione da parte degli organismi comunitari, è diventata con le osservazioni di Mattarella un errore cui poter rimediare al più presto. E non l’apertura di un nuovo conflitto all’interno di una maggioranza di governo forse già troppo affollata di problemi, paradossalmente tenuta in piedi dalla incapacità delle opposizioni di produrre un’alternativa, neppure se rimesse alla prova di altre elezioni anticipate.

In questo quadro, destinato a non cambiare neppure con la scelta che sarà compiuta domani con le cosiddette primarie per la successione ad Enrico Letta alla segreteria del Partito Democratico,     votando Stefano Bonaccini o Elly Schlein, valgono per la sopravvivenza del Paese più le doppie firme del presidente della Repubblica -una per la promulgazione di una legge e l’altra per farla correggere al più presto- che le procedure fissate dai padri costituenti, come il rinvio di quella legge al Parlamento per un nuovo voto. Essi immaginarono una Repubblica ordinaria come non è quella ridotta da un pò tutti i partiti negli ultimi trent’anni.

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