Le doppie firme di Sergio Mattarella per fronteggiare il disordine politico della Repubblica

Tutti celebrano giustamente il salotto portato in televisione dal compianto Maurizio Costanzo rivoluzionando la comunicazione e altro ancora in quello scatolone elettronico davanti al quale si sono formate ormai generazioni di spettatori. Ma non è inferiore, questa volta sul piano istituzionale, l’evoluzione che già nel primo ma ancor più nel secondo mandato di presidente della Repubblica Sergio Mattarella sta imponendo alla politica e al potere. 

Anche il Quirinale è diventato per governi e partiti un salotto che si sbaglia forse a celebrare con parole e immagini non proprio salottiere come “gli schiaffi” evocati oggi da qualche giornale riferendo delle osservazioni critiche formulate dal capo dello Stato alle Camere e al governo in carica per le “mille proroghe” disposte e approvate anche quest’anno. Alle quali Sergio Mattarella non ha negato la firma solo per non aggiungere altri danni a quelli che già contiene la conversione del decreto legge. Ma che gli hanno procurato più delusioni e preoccupazioni del solito. 

Più che schiaffeggiare, mettersi di traverso, intimare ed altre espressioni o immagini usate dai giornali, Mattarella ha cercato di ottenere dall’ospite di turno, e di pietra, del suo salotto -ripeto- quello che ha appena ricevuto con la promessa del governo di una maggiore “attenzione”: parola magica, avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani, che diventò con Aldo Moro addirittura una “strategia” politica. Passata con tutte le altre frattaglie di quella enorme salsiccia che più governi hanno preso l’abitudine di confezionare ogni fine anno per prolungare il provvisorio, la proroga delle concessioni balneari disposta in deroga agli impegni europei, e passibile di costosi procedimenti d’infrazione da parte degli organismi comunitari, è diventata con le osservazioni di Mattarella un errore cui poter rimediare al più presto. E non l’apertura di un nuovo conflitto all’interno di una maggioranza di governo forse già troppo affollata di problemi, paradossalmente tenuta in piedi dalla incapacità delle opposizioni di produrre un’alternativa, neppure se rimesse alla prova di altre elezioni anticipate.

In questo quadro, destinato a non cambiare neppure con la scelta che sarà compiuta domani con le cosiddette primarie per la successione ad Enrico Letta alla segreteria del Partito Democratico,     votando Stefano Bonaccini o Elly Schlein, valgono per la sopravvivenza del Paese più le doppie firme del presidente della Repubblica -una per la promulgazione di una legge e l’altra per farla correggere al più presto- che le procedure fissate dai padri costituenti, come il rinvio di quella legge al Parlamento per un nuovo voto. Essi immaginarono una Repubblica ordinaria come non è quella ridotta da un pò tutti i partiti negli ultimi trent’anni.

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La vecchia abitudine dei magistrati di sottrarre al governo il giudizio sui documenti riservati

La polemica più o meno diretta o a distanza fra il Guardasigilli Carlo Nordio e la magistratura, con velata minaccia di ricorso alla Corte Costituzionale, sulla titolarità del diritto di valutare la riservatezza di certi documenti – nel nostro caso, quello rivelato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro al deputato e collega di partito  Giovanni Donzelli sul caso del detenuto anarchico Alfredo Cospito- mi ricorda una telefonata che nel 1985 l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi mi fece a casa da Bruxelles. Dove aveva appena appreso con stupore dalle agenzie stampa che mi trovavo da qualche giorno agli arresti domiciliari per avere pubblicato due anni prima sulla Nazione in versione integrale un documento sulle connessioni internazionali del terrorismo. Esso era stato confezionato dai servizi segreti e trasmesso dalla Presidenza del Consiglio dell’epoca, cioè da Amintore Fanfani, alla commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro. Che era composta naturalmente da senatori e deputati di ogni gruppo, di maggioranza e di opposizione. 

Sottoposto subito ad indagine giudiziaria, con perquisizioni domiciliari e redazionali, consegna spontanea del documento prevenutomi da fonte che naturalmente mi rifiutai di rivelare e interrogatori condotti con l’iniziale domanda se avessi subìto “altre condanne”, quindi preannunciandomene una sicura, ero stato arrestato su richiesta di un sostituto della Procura di Roma convinto che io non fossi responsabile solo di violazione del segreto di Stato. Mi sospettava anche di depistaggio come promotore di interrogazioni parlamentari sulla vera natura di quel documento. Che io avevo pubblicato nella convinzione che non potesse essere più coperto da alcun segreto nel momento in cui era pervenuto ad una commissione di tanti parlamentari di ogni colore politico. 

Non a caso, del resto, qualche mese dopo la diffusione sulla Nazione quel documento fu pubblicato in uno dei volumi conclusivi, e acquistabili come la Gazzetta Ufficiale, dell’inchiesta parlamentare come allegato ad una relazione di minoranza. Cosa, questa, che il mio avvocato fece presente alla Procura di Roma senza riuscire evidentemente a farle cambiare idea sull’inchiesta che continuava contro di me e, naturalmente, il direttore responsabile della testata fiorentina. 

Craxi, che quel documento del resto conosceva bene avendolo letto dalla prima all’ultima parola prima di difenderlo in un comizio a Firenze durante la campagna elettorale del 1983 dall’annuncio delle perquisizioni e indagini condotte dalla Procura di Rona, mi chiese che “cazzo”- testualmente- fosse accaduto di nuovo da avermi procurato l’arresto, sia pure domiciliare. E mi preannunciò, sapendo bene che il mio telefono potesse essere intercettato, un intervento personale. 

Titolare, per legge, del diritto di valutazione del segreto di Stato, Craxi di ritorno a Palazzo Chigi scrisse alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma chiarendo l’ovvio, cioè che il documento aveva perduto il suo carattere di segretezza nel momento in cui era arrivato alla commissione parlamentare per la quale era stato confezionato allo scopo di una valutazione dei collegamenti internazionali del terrorismo italiano, di sinistra e di destra. 

Tornato a mia volta in libertà, per quanto allora definita “provvisoria”, attesi per un pò di conoscere la mia sorte giudiziaria. Ci volle un anno abbondante per ottenere il proscioglimento pieno, senza neppure il dibattimento pubblico, con una sentenza però velenosissima verso il presidente del Consiglio e i criteri adottati per desecretare praticamente il documento con effetto retroattivo, cioè dal momento in cui era pervenuto alla commissione parlamentare d’inchiesta. Dove evidentemente qualcuno aveva voluto farlo uscire disapprovando la decisione di non discuterlo, ed evitare imbarazzi a qualche parte politica, per il sopraggiunto scioglimento anticipato delle Camere. Che era stato provocato nel 1983 dalla Dc guidata da Ciriaco De Mita per interrompere la prima esperienza di un laico -il repubblicano Giovanni Spadolini- a Palazzo Chigi. 

Craxi lesse con crescente stupore e malumore le critiche ricevute dalla magistratura obbligandola di fatto -si sosteneva- a prosciogliermi. E dovetti sudare le proverbiali sette camicie per indurlo a non fare ricorso, che avrebbe riaperto la mia vicenda giudiziaria in sede d’appello. Cosa di cui diffidavo temendo che un successivo presidente del Consiglio -già sentivo puzza di bruciato nei dintorni di Palazzo Chigi per la smania di De Mita di interrompere con elezioni anticipate anche la seconda esperienza non democristiana alla guida del governo- potesse reagire diversamente a richieste o sollecitazioni della magistratura. Gli subentrò in effetti Fanfani, che già la volta precedente aveva risposto alla magistratura sulla natura di quel documento in modo così evasivo da indurla a credere che fosse davvero segreto, anzi segretissimo. Ed era invece pubblicabile, e soprattutto discutibile in un dibattito parlamentare di fatto invece impedito. 

Non so se questa mia esperienza può rivelarsi utile a Carlo Nordio nella contingenza attuale. L’ho voluta raccontare come testimone, a questo punto, pur sapendo che le circostanze e la stessa natura dei documenti in questione, per carità, sono diverse. I metodi tuttavia mi sembrano gli stessi.

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L’Onu continua a votare inutilmente contro la guerra di Putin all’Ucraina

Non dico un marziano tornato a Villa Borghese come ai tempi di Ennio Flaiano, col traduttore questa volta incorporato negli occhi, ma anche un italiano ingenuo o di media cultura, che prenda alla lettera la denominazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, con tanto di sede a New York, cui partecipano 193 Paesi di cui solo due -il Venezuela e il Libano- esclusi dal voto per morosità, potrebbe oggi tirare un sospiro di sollievo leggendo sulle prime pagine dei maggiori giornali italiani della condanna della Russia, la terza in un anno, per la guerra in Ucraina. 

Hanno votato in 141 contro Putin, invitato in una risoluzione proposta da 75 Paesi, fra i quali l’Italia, a sgomberare i territori occupati e a smetterla di bombardare, distruggere e uccidere, in soli 7 a favore, a cominciare naturalmente dalla Russia per proseguire con il Mali, la Siria, Bielorussia, Eritrea, Nicaragua e Corea del Nord, e 32 astenuti, fra i quali l’India e la Cina.  Col cui ambasciatore a Roma Beppe Grillo deve essersi complimentato in anticipo andandolo a trovare festosamente con un pallone bianco in mano, evocativo di quello-spia di Pechino abbattuto dai soliti, permalosi americani. 

Il marziano, giustificato in quanto tale, e l’italiano di cultura e informazione -temo- corrente non sanno che la costosa, anzi costosissima assemblea generale delle Nazioni Unite può tornare a votare all’infinito e inutilmente contro la Russia. Che nel Consiglio di Sicurezza dispone del famoso diritto di veto per impedire che una risoluzione di condanna si traduca in un intervento dei cosiddetti caschi blu spediti, con tutti gli armamenti necessari, in soccorso di Zelensky: “il signore”, come lo chiama Silvio Berlusconi in Italia, che ha provocato Putin tanto da fargli perdere la testa, o il Signore con la maiuscola che il solito Fatto Quotidiano, una volta tanto d’accordo col pregiudicato, puttaniere e altri insulti vari riservati all’ex premier, ha sfottuto oggi in una vignetta come un emulo di Gesù -Gesunsky appunto- che “cammina sulle democrazie” come quello vero faceva sulle acque. E già è tanto che il vignettista  Riccardo Mannelli non lo abbia immaginato impegnato anche a fare la pipì o la cacca sulle democrazie fra le quali si è arbitrariamente iscritto, essendo in realtà quello che Putin e soci indicano come erede e imitatore, da comico, di Hitler.

Resta da capire, volendo essere franco sino in fondo, e refrattario al conformismo e alla retorica cui non è riuscito a sottrarsi nessuno dei tanti governi succedutisi nella storia della Repubblica italiana, di conduzione ora anche e finalmente femminile, per quale dannato motivo dobbiamo spendere tanti soldi per mantenere questa organizzazione internazionale utile a fare sparare ogni tanto inutili titoli come quelli di oggi sul Corriere della Sera e sulla Stampa: rispettivamente “l’Onu vota il ritiro di  Mosca” e “L’Onu chiede il ritiro dei russi”, fra un bombardamento e l’altro. 

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Il processo più scomodo al Berlusconi politico, difeso da avvocati imbarazzanti

Paola De Caro, che segue abitualmente Silvio Berlusconi per il Corriere della Sera, ne scrive oggi come Ludovico Ariosto dell’Orlando furioso. Lo descrive “arrabbiato, fortemente deluso” e “offeso” col presidente ucraino Zelensky. Che notoriamente lo ricambia dell’antipatia e della disistima che l’ex premier italiano certamente non ha mai nascosto nei suoi riguardi, considerandolo responsabile della guerra nel suo Paese più dello stesso Putin che lo ha invaso un anno fa e lo  bombarda ogni giorno non essendo riuscito a impadronirsene del tutto. 

Con Zelensky, ma un pò Berlusconi ce l’ha pure con Giorgia Meloni, la sua alleata, con la quale non ha caso “è finora mancato” un contatto diretto. Da lei non solo Berlusconi ma anche alcuni suoi accaniti avversari si aspettavano una difesa esplicita dagli attacchi derisori rivoltigli da Zelensky, rispondendo ai giornalisti, nella conferenza stampa congiunta e conclusiva della visita della presidente del Consiglio italiana a Kiev. 

Leggete che cosa ha scritto sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio cercando di trascinare nella polemica il Quirinale: “In un Paese serio, a rimettere in riga l’ucraino sarebbe già intervenuto il presidente della Repubblica, con le stesse parole con cui tappò la bocca alla ministra francese Boone che ci insegnava come votare il 25 settembre e minacciava di “vigilare” su di noi: “L’Italia sa badare a se stessa”. Invece purtroppo Mattarella tace. E tace anche la Meloni, mostrando vieppiù com’è il suo “sovranismo”: a sovranità limitata”. 

Ma Travaglio se da una parte ha invitato o sfidato Sergio Mattarella a intervenire in difesa di Berlusconi, dall’altra si è messo in concorrenza col presidente ucraino per strapazzarlo nella “cattiveria” di giornata in prima pagina. Dove è scritto: “Zelensky contro Berlusconi: “Non ha mai avuto le bombe in casa”. Preferiva le bimbe”. 

La disgrazia di Berlusconi, nelle paradossali contingenze interne e internazionali. è di essere sostenuto da avvocati per lui più imbarazzanti e dannosi che utili. “Mosca difende Berlusconi” grida proprio oggi in prima pagina Repubblica valorizzando al massimo la reazione della portavoce del ministro degli Esteri russo alle parole del presidente ucraino asserragliato nel suo bunker come Hitler a Berlino nei suoi ultimi giorni di vita paranoica.

Affidato in prima pagina alla difesa di Mosca, il giornale fondato dalla buonanima di Eugenio Scalfari ha dedicato all’interno all’ex presidente del Consiglio un’analisi di Stefano Folli a dir poco liquidatoria delle ragioni per le quali egli ha assunto sulla guerra in Ucraina una posizione così imbarazzante per un governo in cui pure il suo partito è rappresentato addirittura dal ministro degli Esteri Antonio Tajani in veste anche di vice presidente del Consiglio. In particolare, Folli se l’è presa con “l’egocentrismo, l’orgoglio, soprattutto il cinismo di un uomo che per una paio di decenni ha dominato la scena politica e non si rassegna al declino ormai totale”.

L’abitudine di vedere la politica estera con gli occhiali della politica interna

Forse è inevitabile, essendosi il fenomeno verificato anche nella cosiddetta e lontana prima Repubblica, e proseguito nelle edizioni successive di cui ho personalmente perso il conto, tante  ne sono state avvertite e persino analizzate da esperti veri o presunti della materia, ma è sicuramente rischioso vedere la politica estera con gli occhiali della politica interna. Ed anche viceversa, naturalmente. Ne esce fuori una visione deformata, a discapito della chiarezza e dell’obiettività. 

Ne ha appena toccato gli effetti -credo- la giovane presidente del Consiglio Giorgia Meloni di ritorno dalla tanto desiderata missione a Kiev nel primo anniversario della guerra indubitabilmente condotta contro l’Ucraina dalla Russia di Putin nella convinzione, clamorosamente smentita dai fatti, di chiuderla in pochi giorni o settimane come una “operazione speciale”. Così ancora i russi sono obbligati a chiamarla per non finire in galera dandole il nome che le spetta, e si è sinistramente meritato. 

Nelle intenzioni della premier italiana doveva essere una missione di ulteriore o definitivo accreditamento internazionale sul versante atlantista ed europeista del suo governo di destra-centro, o di centrodestra come preferisce ancora chiamarlo Silvio Berlusconi per rivendicare una specie di denominazione controllata e garantita dalla sua partecipazione, pur a ranghi ridotti rispetto alle precedenti edizioni, in una serie cominciata nel 1994.  Doveva essere, ripeto. Ma ha cominciato proprio Berlusconi a comprometterne la credibilità rilanciando una sua ormai vecchia polemica contro “il signor Zelensky”, immeritevole, secondo lui, di corteggiamento, amicizia, solidarietà e quant’altro per avere provocato la guerra più e prima di Putin. 

Costretta a casa da un’influenza stagionale che le ha lasciato l’inconveniente di colpi insistenti di tosse, la premier ha dovuto seguire con comprensibile disappunto questa specie di antipasto, immeritato dopo che aveva dato generosamente, per le ambizioni e la vanità dell’interessato, del “nostro migliore ministro degli Esteri” al Cavaliere, a rischio di declassare quello in carica che è Antonio Tajani, vice dello stesso Berlusconi nel partito. Dove da un pò di tempo crescono gli aspiranti a prenderne il posto, potendogli  e dovendogli bastare il ruolo che divide fra la Farnesina e Palazzo Chigi come ministro degli Esteri, appunto, e capo della delegazione forzista al governo con i gradi vice presidente del Consiglio.

Poi, rimessasi finalmente dall’influenza e fatti i bagagli per il viaggio, la premier italiana si è vista sorpassare nel traffico internazionale dal presidente americano Joe Biden, presentato in Italia dalle opposizioni come un furbacchione mossosi in tempi e modi tali da offuscare deliberatamente la Meloni, sino a negarle o comunque ad evitare un incontro fra il suo arrivo in Polonia da Kiev e la partenza  della stessa Meloni dalla Polonia all’Ucraina. Una telefonata di Biden non è bastata a risparmiare alla premier italiana sui giornali antipatizzanti di casa una mezza degradazione, utile ai fini della politica interna. 

Poi a Kiev nella conferenza stampa comune con Zelenski, dopo la visita alle località più vicine devastate dalla guerra e l’incontro conclusivo della missione, sulla premier è caduta come una tegola sulla testa  la sferzante risposta del presidente ucraino ai giornalisti ancora curiosi, dopo quello che aveva già detto nei giorni precedenti, di conoscere le sue opinioni sui rapporti fra Putin e Berlusconi. Cui l’amico russo ha risparmiato -ha detto Zelensky- le bombe e il sangue riservato agli ucraini. Gli ha risposto da Roma  dell’ex presidente del Consiglio, interrompendo “il silenzio” annunciato dal Giornale, rivendicando il ricordo degli anni adolescenziali in cui capitò alla sua famiglia, nella seconda guerra mondiale, l’esperienza degli sfollati.

Abbiamo assistito, sempre grazie agli occhiali della politica interna con cui in Italia siamo abituati o condannati, come preferite, a vedere la politica estera, allo spettacolo alquanto insolito di giornali ferocemente antiberlusconiani insorti contro la Meloni per non avere difeso “l’alleato” dagli attacchi e dalle derisioni di Zelensky. Che avrebbe umiliato, col suo modo di fare, la stessa ospite corsa a confermargli l’appoggio alla difesa dell’Ucraina  “sino alla fine”. 

Da qui a sostenere, come si è gridato dai palchi o dalle curve delle opposizioni, il fallimento, il flop e simili della missione della Meloni a Kiev il passo è stato naturalmente breve, anzi brevissimo. Ma, anche a costo di sembravi quello che non sono, cioè un elettore del partito della premier italiana, e cercando di pulire ben bene le lenti dei miei occhiali, mi riesce francamente difficile vedere la Meloni indebolita dal suo viaggio in Ucraina. E dare ragione a Berlusconi, che glielo aveva praticamente sconsigliato. 

Chi esce indebolito, o più indebolito di tutti, da questa vicenda internazionale, anche ai fini della politica interna, mi sembra piuttosto l’ex presidente del Consiglio. Il quale si trova ora, volente o nolente, con le sue posizioni vantate di “uomo di pace” opposto a tutti gli altri uomini di guerra, più allineato neppure al Pd, con tutti i suoi guai interni destinati a non finire con le primarie di domenica prossima, ma a Giuseppe Conte. Non proprio il massimo, direi: né per lui personalmente né per il suo partito. E neppure per il suo, e nostro, ministro degli Esteri.

Pubblicato sul Dubbio

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Il dramma ucraino nel solito fango della politica interna italiana

Se il problema non fosse drammaticamente serio, trattandosi della guerra in Ucraina, ci sarebbe da divertirsi a vedere, sentire e leggere le rappresentazioni politiche e mediatiche in Italia del grande traffico, chiamiamolo così, svoltosi nelle ultime 48 ore tra Kiev e Varsavia. Cui hanno partecipato il presidente americano Joe Biden e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni per ribadire e rappresentare fisicamente il sostegno dei rispettivi paesi, e più in generale dell’alleanza atlantica e dell’Unione Europea, alla causa dell’indipendenza e della sopravvivenza dell’Ucraina aggredita dai russi. 

Ciò che di questo traffico, e dello scontro a distanza verificatosi fra Biden e Putin -“a testate”, ha titolato il manifesto pensando forse anche a quelle nucleari di cui dispongono l’uno e l’altro- è diventato centrale nei racconti italiani “lo schiaffo” -come ha titolato La Stampa- che  il presidente ucraino Zelensky, nella conferenza stampa congiunta con la Meloni dopo il loro incontro, ha voluto dare a Silvio Berlusconi rispondendo ai giornalisti sulla posizione critica assunta verso di lui in Italia dall’ex presidente del Consiglio. Che notoriamente lo considera “il signore” maggiormente o unicamente responsabile della guerra in corso.

Mentre Berlusconi dall’Italia ha scelto sul Giornale di famiglia “il silenzio” gridato nel titolo di prima pagina, rompendolo solo per opporre la sua esperienza adolescenziale di “sfollato”, nella seconda guerra mondiale, alla situazione rinfacciatagli da Zelensky di non avere subito attacchi alle sue case e cose dall’amico Putin; mentre Berlusconi, dicevo, ha scelto “il silenzio” altri insospettabili suoi avversari come Il Fatto Quotidiano ne hanno preso le difese. E accusato la Meloni di aver lasciato offendere il suo alleato di governo. “Zelensky -ha titolato il giornale di Marco Travaglio- umilia Meloni insultando Berlusconi”. 

Anche il mio amico Piero Sansonetti, che con Travaglio si prende di solito a testate, per  dirla come ilmanifesto, ha tradotto e liquidato così sul suo Riformista la conferenza stampa congiunta del presidente ucraino e della premier italiana: “Zelensky insulta Berlusconi. Fallisce la visita di Meloni a Kiev”. Che ora dovrà vedersela con l’alleato, forse come l’ha rappresentata Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX, dove la premier respinge con un cazzotto un Berlusconi smanioso di sapere come fosse andata la missione a Kiev da lui sconsigliata pubblicamente.

Non so se la Meloni sia davvero rimasta spiazzata e umiliata dal presidente ucraino rappresentato su Repubblica come “l’elefante nella stanza”. Ma so che nella conferenza stampa congiunta, come ho letto sul Sole 24 Ore con la firma dell’inviata Barbara Fiammeri, non ha avuto alcun imbarazzo a confermare l’appoggio del suo governo all’Ucraina “sino alla fine”, a prescindere dalle opinioni del Cavaliere. “E’ così che si parla”, ha titolato e commentato Il Foglio. 

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La staffetta Biden-Meloni a Kiev scambiata per uno sgambetto da Carnevale

Va bene che il diavolo si nasconde nei dettagli, come dice un vecchio proverbio, ma non bisognerebbe esagerare a vedere ovunque l’uno e gli altri. Così hanno fatto invece gli antipatizzanti di Giorgia Meloni sovrapponendo al suo viaggio in Ucraina quello di Joe Biden, come se i presidenti emericano e ucraino si fossero accordati per sminuire, umiliare e quant’altro l’arrivo della presidente del Consiglio italiano a Kiev. E magari fare così un piacere in Italia a Silvio Berlusconi, espostosi come più non poteva a rimproverare alla sua premier e alleata la smania di incontrare “il signor” Zelensky, responsabile della guerra nel suo paese più di Putin che l’ha invaso e insanguinato con l’obiettivo di impadronirsene, anche a costo di distruggerlo. Anzi, con l’obiettivo ormai di distruggerlo per impadronirsi delle sue macerie, non essendogli riuscito di annetterlo ancora in piedi. 

“Biden a Kiev impalla Meloni”, ha annunciato quasi orgogliosamente il solito Fatto Quotidiano, perdonando così al capo della Casa Bianca la colpa rimproveratagli in altra parte della prima pagina, nella “Cattiveria” di giornata, di essere “atterrato a sorpresa a Kiev per visitare il cantiere”: quello non della guerra di Putin all’Ucraina ma dell’Ucraina a Putin commissionato dagli Stati Uniti a Zelensky rifornendolo di soldi e di armi insieme con gli alleati occidentali. 

E la telefonata di Biden in arrivo da Kiev in Polonia alla Meloni in partenza dalla Polonia per Kiev dopo gli incontri politici avuti a Varsavia? Telefonata annunciata dall’Ansa e riferita negli articoli di tutti gli inviati dei giornali italiani al seguito della presidente del Consiglio italiana. Una iniziativa evidentemente presa dal presidente americano non per materializzare una staffetta con l’alleata nel sostegno all’Ucraina ma per partecipare da lontano al Carnevale italiano. 

Sino a quando l’informazione, con la minuscola, in nome della quale si commettono più porcate che in nome della Patria, con la maiuscola, riferirà gli eventi politici in questo modo, privilegiando il retroscena alla notizia, non potremo né dovremo lamentarci delle edicole che chiudono per mancanza di clienti e delle urne disertate da elettori frastornati. Che magari stanno scambiando l’Ucraina saccheggiata da Putin per un presepe gestito da Zelenski, oltre che per il cantiere di Biden.

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Berlusconi kamikaze in picchiata contro i democristiani tedeschi

Da orgogliosamente concavo e convesso, secondo le convenienze del momento, quale si era sempre detto Silvio Berlusconi parlando dei rapporti sia con gli alleati sia con gli avversari, e guadagnandosi anche per questo a suo tempo da Francesco Cossiga il riconoscimento di avere impiegato pochissimo a diventare in politica da dilettante a professionista, l’ex presidente del Consiglio deve avere sorpreso non pochi dei suoi amici, e forse anche estimatori, a diventare un paracarro sul terreno addirittura della politica estera. Che sembrava la sua materia preferita, coltivata in prima persona a Palazzo Chigi anche quando disponeva alla Farnesina di fior di ministri come i compianti Antonio Martino e Franco Frattini

Dell’antica e solita malleabilità di Berlusconi si è appena avuta una conferma in politica interna a proposito della polemica esplosa nella maggioranza sul decreto legge non riuscito neppure a Mario Draghi, ma che Giorgia Meloni non ha esitato a varare per fronteggiare il disordine creato da Giuseppe Conte col cosiddetto superbonus edilizio, lasciando a ruota libera il mercato dei crediti d’imposta. Insorto direttamente o indirettamente anche lui contro il provvedimento immediatamente controfirmato invece dal capo dello Stato, consapevole della sua necessità e urgenza, Berlusconi si è praticamente sfilato in meno di 24 ore da una posizione quasi concorrenziale rispetto all’offesissimo Conte. Egli ha riconosciuto la ‘inevitabilità” dell’intervento del governo e ordinato ai suoi di smetterla di minacciare, anche solo a mezza voce, di non votarlo. Così nella trattativa aperta con le parti interessate alle modifiche da apportare nel percorso parlamentare di conversione del decreto la Meloni è riuscita non dico ad eliminare ma almeno ad attenuare la sponda berlusconiana che i protestatari più scatenati pensavano di avere trovato, insensibili al costo sproporzionato cui era arrivata per la finanza pubblica l’operazione escogitata dal secondo governo Conte. Che peraltro ancora si vanta di avere in quel modo miracolato l’economia nazionale. 

Sul tema invece della guerra in Ucraina, e delle responsabilità addebitabili secondo lui  non tanto a Putin quanto al presidente Zelensky – quel “signore” tanto sostenuto e ammirato dalla Meloni- l’ex presidente del Consiglio è rimasto sulle sue da quando fece la  prima sortita sostanzialmente filorussa, l’anno scorso, a Napoli. Che è la città dove, guarda caso, il presidente e capogruppo del Partito Popolare Europeo nel Parlamento di Strasburgo, Manfred Weber, ha appena annunciato che non si terrà più un programmato summit di partito dove Berlusconi da padrone di casa avrebbe potuto distinguersi, nonostante la polemica continuata e aggravata con Zelensky. L’appoggio alla cui resistenza all’invasione russa -ha ammonito Weber- “non è facoltativo”. 

Ma io sono un uomo di pace, ha reagito Berlusconi facendo salire ulteriormente la temperatura nei rapporti con un Partito Popolare evidentemente guidato da uomini di guerra come Weber. Che la capogruppo di fiducia di Berlusconi al Senato, Licia Ronzull, ha definito “inadatto” a rappresentare i popolari europei. Unfit, in inglese, come gridò a suo tempo proprio di Berlusconi alla guida del governo italiano il famoso settimanale britannico Economist, ora di proprietà degli eredi del compianto avvocato Gianni Agnelli. 

Ai democristiani tedeschi, quali sono i popolari in Germania, col passato che ha il loro Paese sulle spalle, la peggiore offesa che si possa fare è proprio dar loro degli uomini di guerra, come se avessero ereditato dai nonni le svastiche e gli elmetti hitleriani. Possibile -mi chiedo- che non se renda conto non dico la giovane Ronzulli ma il vecchio, ultraottuagenario Berlusconi? Peraltro ricovando tutte le fatiche fatte, dopo la discesa in campo politico con la sua Forza Italia, per essere ammesso al Partito Popolare Europeo? E vantarsi poi di tanta appartenenza favorita a suo tempo da democristiani italiani doc come Pier Ferdinando Casini, che convinse un riluttante o dubbioso Helmut Khool a vedere nell’affiliazione di Berlusconi una occasione preziosissima per poterlo meglio indirizzare, controllare e quant’altro. 

Più che con il Partito Popolare Europeo Berlusconi in questi mesi e giorni di scatenamento contro Zelensky ha voluto scontrarsi con la sua componente tedesca. Che Weber rappresenta peraltro non tanto come uomo della vecchia CDU ma della CSU, l’Unone  Cristiana Sociale, cioè la Democrazia Cristiana bavarese. Che è sempre stata più a destra della CDU, come sanno i più anziani, o meno giovani, che ricorderanno quanto contasse anche nella Germania dello storico cancelliere Adenauer il bavarese, appunto, Franz Joseph Strauss, capo della CSU. La  Baviera è sempre stata terra di convinzioni radicali: la terra non a caso del compianto Papa Ratzinger.

Personalmente ritengo che Berlusconi abbia aperto in Europa, con questo scontro con i popolari, una partita destinata a ritorcersi contro di lui anche nella politica interna, lasciando a Giorgia Meloni, la leader anche dei conservatori europei attesa a Kiev, spazi o praterie sino a qualche anno fa inimmaginabili. 

Pubblicato sul Dubbio

Zelensky aspetta a Kiev una Meloni “forte che può tenere compatto il suo governo”

Nelle interviste ai giornali italiani rilasciate alla vigilia del viaggio di Giorgia Meloni a Kiev via Polonia, il paese della Nato che gli americani hanno scelto come avamposto degli aiuti militari all’Ucraina aggredita da russi, il presidente Zelensky ha fatto una rapida incursione nella mostra politica interna  per scommettere sulla “solidità” del governo di Roma. Solo Il Messaggero, a dire la verità, ha ritenuto opportuno farne il titolo in prima pagina. Tutti gli altri, pur riportando gli elogi a “Giorgia”, come Zelensky chiama confidenzialmente la presidente del Consiglio italiana, hanno preferito sorvolare su questo particolare, Che pure ritengo abbia la sua importanza per il contesto nazionale nel quale la visita della Meloni a Kiev è stata preparata e di cui Zelensky è sicuramente informato: tra le critiche di Silvio Berlusconi, all’interno della maggioranza, alla smania della premier di incontrare “quel signore” ucraino, e il putiferio scoppiato, sempre nella maggioranza, sul malaffare del mercato dei crediti d’imposta derivanti dal cosiddetto superbonus edilizio delle facciate e simili, lasciato per troppo tempo senza disciplina dal secondo governo di Giuseppe Conte, 

Anche in questo affare, o malaffare, la maggioranza è stata terremotata dal sostegno di Berlusconi alla rivolta contro il decreto legge cui il governo ha dovuto ricorrere per evitare lo sfascio della finanza pubblica, ma anche il costo di duemila euro subìto da ciascun italiano. Va riconosciuto tuttavia che almeno su questo punto Berlusconi -con un casco da muratore in testa messogli dal Giornale di famiglia rispolverando una vecchia foto d’archivio- ha cercato rapidamente di mettere una pezza abbassando i toni e non insistendo sulla minaccia di non votare il provvedimento riconosciuto “inevitabile”. Sulle cui modifiche il governo ha aperto una trattativa con le parti interessate.  

I toni invece Berlusconi non ha ritenuto di abbassarli nella polemica contro Zelensky e i troppi riguardi che la Meloni avrebbe per lui, ignorandone la responsabilità che avrebbe nella guerra sferrata da Putin. Anzi, li ha in qualche modo accentuati respingendo come “uomo di pace” le dure reazioni polemiche del presidente del Partito Popolare Europeo e capogruppo a Strasburgo Manfred Weber: un uomo evidentemente di guerra. 

Zelensky poteva ripetere nelle interviste ai giornali italiani l’accusa già rivolta a Berlusconi una volta di stringere “le mani insanguinate di Putin”. Ma questa volta ha preferito rimproverargli solo la “disinformazione” russa nella quale è caduto e sfotterlo un pò dicendo di essere pronto anche a lui, come Putin, a mandargli qualche cassa di vodka ucraina, per niente inferiore di qualità a quella russa. L’importante per il presidente ucraino era non compromettere le capacità riconosciute alla Meloni: “una donna forte -ha detto in un passaggio riportato dalla Stampa– che può tenere compatto il suo governo”, non solo sul sostegno militare e politico all’Ucraina. 

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Berlusconi concorrente di Conte su superbonus edilizio e guerra in Ucraina

In apparenza il problema principale del governo è la controversia esplosa anche al suo interno sul cosiddetto superbonus edilizio tagliato dal decreto legge che i forzisti hanno imposto alla Meloni, e al ministro leghista dell’Economia, di negoziare nel percorso parlamentare di conversione, minacciando di non votarlo. E’ un pò il mattone lanciato contro la presidente del Consiglio, rompendole il vetro della finestra, rappresentato da Stefano Rolli nella vignetta di prima pagina del Secolo XIX. 

Qualche accordo si finirà per trovarlo considerando anche la rapidità con la quale Sergio Mattarella ha controfirmato il decreto legge condividendolo, a causa del rischio di sfondare il bilancio col debito pubblico spinto dal mercato dei crediti d’imposta alimentato dalla improvvida disciplina del superbonus adottata dal secondo governo Conte. Ma considerando anche la insostenibilità politica della concorrenza di Berlusconi al capo del Movimento 5 Stelle sul terreno dello spreco delle risorse. Pure le imprese, in subbuglio, dovranno prima o poi rassegnarsi a riconoscere gli abusi ai quali si è prestata la disciplina Conte, che già Mario Draghi aveva denunciato, e cui non aveva potuto rimediare per la partecipazione dei grillini al suo governo. Caduto forse nella scorsa estate anche o soprattutto per questo.

Ma ancora più ingombrante della concorrenza con Conte sul terreno economico e finanziario si è fatta per Berlusconi la vertenza apertasi col Partito Popolare Europeo per i suoi attacchi al presidente ucraino, come se fosse di Zelensky la responsabilità della guerra aperta da un Putin provocato. Attacchi che Berlusconi continua  vantandosi di essere “uomo di pace”, anche dopo che per ritorsione i presunti uomini di guerra del Partito Popolare, a cominciare dal presidente e capogruppo a Strasburgo Manfred Weber, hanno annullato per protesta un summit organizzato a Napoli per il mese di giugno.

L’ancòra Giornale della famiglia Berlusconi dà oggi per “chiuso” l’incidente dopo un incontro di Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vice del presidente di Forza Italia, che tuttavia non è riuscito a fare revocare la rinuncia al summit di Napoli. Del resto, l’insospettabile Verità di Maurizio Belpietro, di area orgogliosamente di centrodestra, oggi titola su un “Berlusconi umiliato”, passato “da vero statista ad appestato”, anzi “stritolato”, dal “dogma” dell’appoggio a Kiev. 

Del caso per niente chiuso si occupa su Repubblica nel suo suo editoriale il direttore Maurizio Molinari in persona sottolineando i problemi di credibilità e quant’altro dell’Italia creati da Berlusconi alla Meloni in procinto della sua vita a Kiev. Dove Zelensky, come potrebbe accadere oltre Oceano quando la Meloni vi andrà, potrà chiederle chiarimenti e garanzie di tenuta dell’Italia sul fronte contrario alle mire espansionistiche di Putin. Un fronte che è diventato per Berlusconi il classico tallone d’Achille: lui, così a lungo fideisticamente europeista e atlantista.

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