La primavera del Pd annunciata da Elly Schlein nella nuvola di Fuksas

Anche se tradita in tante altre occasioni politiche che non tanto in Italia quanto nel mondo vi si sono ispirate, dalla Cecoslovacchia ancora comunista di Dubcek nel 1968 alle meno remote  esperienze arabe della costa mediterranea, la stagione della primavera -una “nuova primavera”, ha detto Elly Schlein insediandosi come segretaria nell’avveniristica nuvola di Fuksas, a Roma- si è aperta festosamente con qualche giorno di anticipo  rispetto al calendario nel e sul Pd. Che è finalmente uscito davvero dal lunghissimo percorso congressuale imboccato dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre scorso. 

E’ una primavera che la Schlein, convinta di potersi sottrarre a “capibastone e cacicchi”cresciuti coltivando gli orti delle loro correnti, dovrà fare proseguire fuori stagione almeno fino alle elezioni europee dell’anno prossimo. Che svolgendosi col sistema proporzionale, e svincolate dal gioco delle alleanze o delle combinazioni di maggioranza e di opposizione al governo nazionale, potranno consentire alla nuova segretaria del Pd di misurare davvero la sua capacità attrattiva, da investire poi nel resto della corrente legislatura italiana,  in vista della prossima. 

Un assaggio di questa capacità attrattiva, nella quale potrà certo aiutarla una certa garanzia unitaria fornita dalla promozione dello sconfitto interno Stefano Bonaccini a presidente del partito, anziché vice segretario gerarchicamente subordinato, Elly Schlein ha potuto farlo nell’operazione voluta di riapertura delle iscrizioni dopo la vittoria nelle primarie del 26 febbraio. Dei diecimila che hanno risposto all’appello della segretaria, una buona parte è fatta di persone adulte, non giovani né giovanissimi, non di ritorno al Pd ma di nuovo arrivo, senza altri precedenti di militanza politica. Sembrano quindi iscrizioni  dettate non da infatuazioni improvvise ma da ragionamenti. 

La nuova segretaria  del Pd è forse riuscita davvero a fare incursione nel mondo tanto cresciuto dell’astensionismo. E nella parte più rischiosa per una democrazia come quella degli indifferenti. Che fra tutti gli avversari reali o potenziali erano i più temuti, e insieme disprezzati, da Antonio Gramsci negli anni in cui in Italia maturava il fascismo. E il socialismo si lasciava svuotare dal mito rivoluzionario del comunismo.Di cui lo stesso Gramsci rimase in qualche modo vittima, pur se la sua figura era destinata a diventare un’icona della sinistra marxista. 

La “nuova primavera”, ripeto, annunciata dalla Schlein potrà forse rivelarsi per la Meloni -come si è detto ottimisticamente sicuro ieri Carlo De Benedetti nella sua “radicalità” tradotta anche in un libro- più pericolosa di quanto abbia mostrato di ritenere la premier dicendo carinerie solidali della sua avversaria. Ma ancor più negativi credo che risulteranno i suoi effetti su ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle ed è stato ereditato da Giuseppe Conte, mentre Grillo si è praticamente restituito alla sua professione di comico.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una festa, o un Karaoke di troppo per il governo e la sua maggioranza

Sarà pure vero, come ha fatto notare il presente vicedirettore del Giornale Nicola Porro, spalleggiato dal direttore di Libero, Alessandro Sallusti, che è difficile pensare ad una maggioranza e a un governo travolti dai contrasti interni dopo una festa di compleanno di Matteo Salvini come quella organizzata dalla fidanzata Francesca Verdini nel Comasco, con la partecipazione di Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, familiari e un centinaio di amici. Sarà pure vero, ripeto, ma francamente neppure a me – come alle opposizioni, che hanno protestato, magari esagerando nel “delirio” denunciato dal Giornale per un compleanno trasformato in “reato”- quella festa differita di un giorno è sembrata una grande idea, specie col karaoke che l’ha coronata o accompagnata. Si è cantata, in particolare, la celebre e sfortunata Marinella di Fabrizio de Andrè, quanto meno inadatta per le circostanze, trattandosi di un’emigrata calabrese finita prostituta e morta in un fiume del Nord. 

Le “circostanze” che avrebbero consigliato almeno un altro repertorio sono naturalmente quelle della strage di migranti nelle acque di Cutro, delle bare che la premier non ha avuto il tempo di visitare neppure nella trasferta sul posto di un Consiglio dei Ministri straordinario, delle proteste ancora in corso in Calabria e altrove e di una  difficile conferenza stampa, diciamo così, della stessa premier, sempre a Cutro, infelicemente chiusa -direi- sul piano politico ed anche umano dal vice presidente del Consiglio Salvini rivendicando i suoi cosiddetti porti chiusi del 2019. E il numero più basso di morti in mare con la sua gestione del Viminale, all’epoca della partecipazione al primo governo del grillino Giuseppe Conte. 

Beh, al netto -ripeto- di tutte le esagerazioni nelle proteste delle opposizioni, compresa “la cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano sull’immaginario karaoke al suono della “barca va”, penso che un pò di imbarazzo sia lecito attenderselo  dai leader di governo e di maggioranza accorsi alla festa dei “primi 50 anni” di Salvini. Della cui fidanzata e organizzatrice quel birbante di Giuliano Ferrara aveva ieri tessuto gli elogi sulla prima pagina del Foglio attribuendole la capacità di ammorbidire il “truce” Matteo, avendo iil suo “cuore immacolato temperato l’uso a portachiavi del rosario e di Maria Vergine da parte del ministro dei Trasporti e vice presidente del Consiglio”. 

Meno male- direi- che alle opposizioni non si è aggiunta questa volta la prima pagina di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Che ha lasciato nascosto o ammortizzato all’interno la notizia della festa e le relative polemiche, come anche il manifesto e, sul fronte filogovernativo, La Verità di Maurizio Belpietro, Il Tempo, Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino, Domani e i giornali del gruppo Riffeser Monti. Che hanno definito “grottesca” la polemica, senza tuttavia contestarla in prima pagina come Il Giornale nella sua vistosa apertura.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il passaggio stretto in cui Meloni si è infilata tra errori e altro sul fronte dei migranti

Non saranno certamente i soccorsi in mare seguiti alla strage di migranti a Cutro, con i mille e più salvati di cui il vignettista del Foglio fa vantare la presidente del Consiglio con l’auspicio di “pareggiare” la partita apertasi sulle coste calabresi, a far cambiare il clima politico e mediatico attorno a Giorgia Meloni. Che ormai, volente o nolente, con quel Mattarella lasciato andare solo a omaggiare le salme e a consolare familiari e superstiti, non visitati peraltro da lei neppure in occasione della trasferta del Consiglio dei Ministri a Cutro, si è non dico guadagnata ma certamente procurata l’immagine di una premier poco accorta. Gliel’ha appena rimproverato sul Dubbio il direttore Davide Varì suggerendole di cambiare registro, certamente con più grazia di quanto  non avesse fatto il giorno prima sulla Stampa Lucia Annunziata. 

Debbo scrivere con franchezza che non ha aiutato Meloni a migliorare la situazione, o a contrastare la rappresentazione demonizzata o demonizzante della sua posizione di fronte al fenomeno inevitabilmente drammatico dell’immigrazione clandestina gestita dagli scafisti, o dalla loro manovalanza, come sostiene non senza ragione il presidente dei penalisti italiani Gian Domenico Caiazza; non l’ha aiutata, dicevo, l’iniziativa presa ieri di volare da Roma a Milano, dopo l’incontro col premier israeliano, per festeggiare a cena con Berlusconi  il  compleanno di Matteo Salvini. Un volo perfidamente enfatizzato in un titolo da Repubblica accanto alla vignetta di Altan nella quale La Meloni è rappresentata come una specie di bambola di Salvini. 

Di quest’ultimo, evidentemente, la presidente del Consiglio non si è accorta, o gli ha già perdonata la perfidia con la quale ha voluto chiudere lui la conferenza stampa di governo a Cutro vantandosi del minore numero di morti in mare verificatosi quando egli fu ministro dell’Interno nel primo governo con i grillini sventolando la formula pur approssimativa dei “porti chiusi”. Che fu alla fine contestata anche dall’allora presidente del Consiglio con un duro discorso di rottura al Senato. 

Questi sono errori che non si debbono compiere né permettere. Errori che non consentono solo al vignettista di Repubblica di ridurre la premier ad una bambola di Salvini, ma anche al Foglio di attribuirle in prima pagina “l’eredità del trucismo”, Così dice un titolo spiegato così in quello che tecnicamente si chiama sommario: “Una Meloni in affanno fa sì che Salvini rivendichi quel 2019 dei porti chiusi, che fu un disastro”, finito non a caso in un processo ancora in corso in Sicilia consentito dal Parlamento grazie al voltafaccia grillino. 

Peraltro l’occasione di fare gli auguri a Salvini per i suoi “primi 50 anni” vantati da Libero, soltanto quattro in più di lei, la premier l’aveva già avuta proprio a Cutro fra una cosa e l’altra. O, sarebbe forse meglio dire, fra uno sgambetto e l’altro. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it il 13 marzo

Cronache vere e immaginarie del Consiglio straordinario dei ministri da Cutro

A leggere certe cronache politiche da e su Cutro, dove si è tenuta la riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri per inasprire “la guerra agli scafisti” e insieme allargare le maglie dell’immigrazione regolare dopo la strage nella notte del 26 febbraio, la foto “opportunity” dell’evento non dovrebbe essere quella della presidente del Consiglio, dei due vice presidenti, dei ministri e del principale sottosegretario di Palazzo Chigi schierati davanti ai giornalisti per la conferenza stampa. Dovrebbe essere invece quella più ristretta di Giorgia Meloni con le dita appoggiate sulla fronte che subisce l’incontenibile Matteo Salvini, riuscito a festeggiare i suoi “primi 50 anni”, come li ha salutati Libero, spogliandola di ruolo e funzioni, cioè imponendole la propria linea. Sua, per esempio, è rimasta la gestione dei porti e della Guardia Costiera, a dispetto della norma del decreto legge, saltata all’ultimo momento, che cercava di aumentare le funzioni del ministro della Difesa, e collega di partito della presidente del Consiglio: il fisicamente gigante Guido Crosetto. 

Sue, di Salvini, sarebbero anche certe misure restringenti entrate nel decreto dopo un tentativo fallito di inserirle in un altro provvedimento all’esame del Parlamento. Una giornata, insomma,  politicamente “nera” per la premier, come ha titolato il solito Fatto Quotidiano.  Ma non solo politicamente, perché qualcuno l’ha messa anche sul piano morale impartendo lezioni, sotto forma di consigli, alla presidente del Consiglio vittima del suo “complesso di colpa”: passata anche per le strade di Cutro, nella sua auto blindata, senza un minimo di vera umanità. Non sentendo, per esempio, l’opportunità di passare prima o dopo la riunione di governo a Crotone, dove giacciono le bare ancora insepolte, e preannunciando invece la convocazione dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti a Palazzo Chigi nei prossimi giorni. 

Lucia Annunziata, l’editorialista della Stampa alla quale forse la Meloni avrebbe dovuto offrire -chissà- l’incarico di portavoce e di consigliere conferito invece a Mario Sechi, ha così commentato un certo nervosismo della premier di fronte alle domande incalzanti e proteste dei giornalisti nella conferenza stampa: “No, signora. L’abbiamo capito che Lei è forte, che lo Stato è presente a se stesso e che le pene sono pronte. Molti di noi tuttavia non dubitano della forza, ma della pietà. Uno dei peluche lanciato contro il corteo delle macchine del governo, era l’orsetto Winnie the Pooh. Dopo il passaggio del corteo di governo, è rimasto sull’asfalto, ignorato e guardato da un poliziotto in tenuta antisommossa. Forse sarebbe bastato fermare la macchina e raccogliere l’orsetto. Pensi che forza in questo salvataggio” dalla strada, mancando l’acqua. Ma se lo avesse fatto, vista certa pratica di giornalismo, qualcuno avrebbe cinicamente accusato la Meloni di avere raccolto l’orsetto solo per portarlo alla figlia, a Roma.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il governo in trasferta a Cutro fra le proteste, ma anche i dubbi della sinistra

A torto o a ragione, avvertito nella vignetta   di Emilio Giannelli sul Corriere  della Sera un tono polemico in quel “finalmente” attribuito  al  sindaco di Cutro, Antonio Ceraso, accogliendo  Giorgia Meloni nella trasferta del governo, convocato oggi nel Comune calabrese per discutere di immigrazione dopo l’orrenda strage locale del 26 febbraio. Temo che Giannelli sia rimasto fermo a quel primo rammarico espresso dal sindaco nei riguardi della premier per non avere avvertito “almeno come mamma” la necessità di correre immediatamente sul posto. Magari unendosi al presidente della Repubblica e ritardando di qualche ora la partenza per il programmato viaggio di Stato in India.

Oltre e dopo quel rammarico il sindaco Ceraso ha detto parole e compiuto gesti che lo hanno visto solidale con la posizione assunta dal governo sulle responsabilità dell’accaduto. In particolare, ha condiviso le reazioni pur esagerate, francamente, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi allo spazio che gli stessi migranti lasciano ai trafficanti di carne umana avventurandosi in viaggi non della speranza, come d’altronde ha lamentato anche il Papa, ma della morte in acqua, lasciandosi stipare come sardine su navi che al solo chiamarle così si compie un delitto. 

Poi ancora il sindaco si è affrettato a mettere a disposizione del Consiglio dei Ministri la sede del Comune per la sua riunione straordinaria di oggi procurandosi un pesante, incredibile attacco del segretario provinciale del Pd. Che lo ha accusato di essere un “dipendente del governo” rimediandosi come risposta -a testimonianza degli umori politici, chiamiamoli così, del primo cittadino di Cutro-  la liquidazione a “comunista”. 

Anche a sinistra, d’altronde, nonostante le apparenze, fra le quali il comizio lasciato pronunciare in aula alla Camera all’ex ministro Giuseppe Provenzano dalla nuova segretaria del Pd Elly Schlein, limitatasi a sedergli accanto e ad applaudirlo -direi- d’ufficio, si cominciano ad avvertire segni di stanchezza o di dubbio in un assalto al governo che rischia di essere scambiato per una sottovalutazione dell’infamia dei “trafficanti” denunciati anche dal Papa, pur con la postilla del Segretario di Stato sull’obbligo invariato del soccorso e dell’accoglienza alle vittime. Cui neppure il governo ha certamente dichiarato di volersi sottrarre. 

Più ancora del governo nel suo complesso -di cui alcuni ministri come il già citato titolare del Viminale e il collega leghista delle Infrastrutture, Matteo Salvini, sono trattati come mezzi delinquenti- a sinistra si comincia ad essere preoccupati della popolarità e credibilità della Meloni. Della quale, ospite di Mattarella al Quirinale nella festa della donna, Concetto Vecchio ha scritto sull’insospettabile Repubblica, commentando l’accoglienza ricevuta dalla premier, che “è una statista, e anche da sinistra si mettono in fila per farsi un selfie”.   

Fra quattro anni la Meloni avrà l’età per il Quirinale disponibile fra sei

Flavia Perina, l’ex direttrice del Secolo d’Italia che la conosce bene e ne apprezza, come ha scritto sulla Stampa, “la velocità con cui sta conducendo il suo mondo  verso nuove sponde”, più europeiste o meno sovraniste della destra cui eravamo abituati, ha mostrato qualche preoccupazione per il proposito appena annunciato da Giorgia Meloni di fare arrivare per la prima volta una donna alla carica di amministratore delegato di una società a partecipazione statale, cioè pubblica. Se non all’Eni, dove Claudio De Scalzi è dato per intoccabile, una mimosa potrebbe arrivare altrove inavvertita, come la stessa Meloni dice delle donne che avanzano condividendo le parole pronunciate da Elly Schlein a proposito della propria elezione imprevista al vertice del Pd. Dove invece era stata generalmente prevista l’elezione dell’ennesimo uomo, il ben piantato Stefano Bonaccini, preferito dai circoli nelle votazioni riservate agli iscritti.

All’annuncio, anzi proposito, di una mimosa al vertice operativo di un’azienda pubblica “l’attenzione -ha riferito la Perina- si desta all’improvviso, il sussulto nel parterre dei rappresentanti della maggioranza è quasi percepibile. Perché -ha proseguito la brillante editorialista della Stampa- va bene tutta questa roba da donne -l’Europa, il grazie a Boldrini, il riconoscimento a Schlein- ma sulle nomine, sulle partecipate, sull’eterna trincea del potere maschile, ecco, lì uno strappo diventerebbe davvero difficile da deglutire”.  

Sarà pur vero quello che ha pensato e scritto la Perina liquidando come “più lontano e simbolico” il “riferimento alle sue prossime ambizioni e progetti” avvertibile nella  prospettiva di una donna al Quirinale indicata dalla Meloni in una festa a Montecitorio, davanti al suo ritratto aggiunto a quelle di altre signore entrate nella storia delle istituzioni repubblicane; sarà pur vero, dicevo, quello che ha pensato e scritto la Perina, ma da cronista purtroppo molto più avanti di lei negli anni posso assicurarvi che dietro le quinte, specialmente a sinistra, un Quirinale al femminile oggi fa più impressione di una donna al vertice di un’azienda partecipata.  Oggi, perché la destra si trova in posizioni di vantaggio.

La scadenza del Quirinale è lontana effettivamente, come accennato dalla Perina,  finendo nel 2029 il secondo mandato di Sergio Mattarella, cioè nell’anno successivo all’inizio della prossima legislatura in tempi ordinari. Che mi sembra difficile compromettere con una crisi, com’è avvenuto nella scorsa estate interrompendo il percorso del governo di Mario Draghi e della legislatura.  

Per quanto abbia i suoi problemi, per carità, anche al netto delle amplificazioni cui possono essere legittimamente interessate le varie opposizioni, la maggioranza di centrodestra o destra-centro ha buone possibilità di resistere sino alla conclusione ordinaria -ripeto- della legislatura e quindi del suo mandato. E nella prossima non è affatto detto che la Schlein, per quanto potrà ancora sorprendere o arrivare inavvertita chissà dove, riuscirà a capovolgere davvero i rapporti di forza usciti dalle urne del 25 settembre scorso. 

Di certo, invece, nella nuova legislatura e, più in particolare nel 2029, alla scadenza-ripeto- del secondo mandato di Mattarella, la premier avrà 52 anni: due in più del minimo richiesto anagraficamente dall’articolo 84 della Costituzione per aspirare al Quirinale. Silvio Berlusconi ne avrebbe 92, validi di certo per ritentare la corsa fallita l’anno scorso ma forse troppi, superiori persino agli 82 anni maturati dall’indimenticato Sandro Pertini quando fu eletto al Quirinale, nel 1978, e agli 89 che lo stesso Pertini avrebbe compiuto sul colle più alto di Roma se fosse riuscito a ottenere la rielezione, inseguita nel 1985 dietro le quinte a dispetto dei dinieghi o smentite ufficiali, prima che venisse chiamato a succedergli Francesco Cossiga. 

La Meloni, insomma, qualche carta da giocare l’avrebbe di sicuro, specie se nel frattempo riuscisse a produrre nell’Unione Europea e relativo Parlamento i cambiamenti che persegue sostituendo alle solite maggioranze di popolari e socialisti una di popolari e conservatori. 

Se sono rose, con le sue spine naturalmente per la sinistra di qualsiasi trazione, fioriranno. Sennò rimarrà alla Meloni il privilegio non non certo irrilevante di avere rotto -come si è soliti dire-il soffitto di cristallo maschile di Palazzo Chigi. Che non è francamente poco, vista anche la velocità con la quale ha saputo o potuto decuplicare la forza del suo partito fondato dopo l’eclisse di Gianfranco Fini, vittima non so se più del famoso infortunio della casa di Montecarlo, appena ammesso pubblicamente in un’aula di tribunale, o della smania di affrancarsi dalla leadership di Berlusconi. Che pure aveva sdoganato politicamente la destra, esclusa per tantissimi anni dal cosiddetto arco costituzionale di conio demitiano, scendendo in campo nel 1994 e vincendo le prime elezioni della cosiddetta secondo Repubblica in alleanza anche con l’ancòra Movimento Sociale.

Pubblicato sul Dubbio 

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 marzo

                   

Le mimose presidenziali auspicate dalla Meloni anche per il futuro del Quirinale

Questa del 2023 è un’edizione della festa delle donne politicamente particolare in Italia, anzi particolarissima. Una donna per la prima volta è a Palazzo Chigi a capo del governo, un’altra è appena arrivata al cosiddetto Palazzaccio, sempre per la prima volta, alla presidenza della Corte di Cassazione. Un’altra è già passata alla presidenza della Corte Costituzionale. Altre donne – e che donna nel caso della compianta Nilde Jotti, senza volere offendere le altre felicemente in vita- sono passate per le presidenze delle Camere. Resta ormai da rompere metaforicamente solo il soffitto di cristallo del Quirinale, dove quattro donne -la democristiana Rosa Russo Jervolino, la piddina Anna Finocchiaro, la forzista Elisabetta Casellati e l’attuale capa dei servizi segreti Elisabetta Belloni- si sono solo affacciate inutilmente come candidate possibili o reali.

Ebbene proprio Giorgia Meloni, la premier ospite ieri di una cerimonia alla Camera nella Sala delle Donne, dove è stato aggiunto il suo ritratto a quelli delle signore più titolate nella storia delle istituzioni, ha posto il problema del colle più alto di Roma al femminile definendo “non lontano il giorno di una donna al Quirinale”. Vi ha titolato in apertura di prima pagina a Napoli Il Mattino, non a caso dei compianti Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao. 

E se dovesse o potesse capitare proprio alla Meloni di rompere anche quel soffitto di cristallo, e non solo di raggiungere il più modesto e vicino obiettivo propostosi di fare arrivare per la prima volta una donna anche alla carica di amministratore delegato di un’azienda partecipata, cioè pubblica? E’ una domanda troppo impertinente o avventata? Non ha osato porsela, forse scaramanticamente, neppure la sua amica Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia, scrivendo oggi con ammirazione sulla Stampa della “velocità con cui la premier sta conducendo il suo mondo verso nuove sponde”. Dove ormai le donne arrivano senza essere neppure avvertite, come ha detto di sé l’appena eletta segretaria del Pd Elly Schlein con parole non a caso festosamente condivise dalla Meloni. 

Pare obiettivamente difficile, nonostante i problemi reali e quelli immaginari che ha anche il suo governo, prevedere un’uscita della Meloni da Palazzo Chigi prima della conclusione ordinaria di questa legislatura. Ma in quella successiva, quando scadrà nel 2029 il secondo mandato presidenziale di Sergio Mattarella, l’attuale presidente del Consiglio avrà sei anni in più dei suoi attuali 46. Avrà cioè più dei 50 anni compiuti richiesti dall’articolo 84 della Costituzione a un candidato al Quirinale. Chi vivrà vedrà, con tutte le cautele naturalmente imposte dalla nota imprevedibilità della politica. E con le stesse dita incrociate, anche per lei, prudentemente evocate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti annunciando l’altro ieri che è o sembra “scongiurato il rischio di una recessione”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Quella vecchia protesta di Aldo Moro contro il bene che non fa notizia

Aldo Moro, che passava per un pessimista,  un rassegnato al peggio che sorprese pertanto molti quando, rapito delle brigate rosse fra il sangue della sua scorta, inondò il mondo politico e istituzionale di lettere disperate in difesa della sua vita, prese spunto una volta da una polemica su un fatto di cronaca per scrivere sul Giorno un bellissimo editoriale di protesta contro l’abitudine di non considerare “il bene una notizia”. 

Me ne sono ricordato in queste ultime ore vedendo, fra tante cattive notizie di cronaca, di politica, di costume, la fine non modesta ma miserrima riservata all’annuncio pur documentato del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che “il rischio di recessione è scongiurato”. O, nella versione più riduttiva ma pur sempre consolante,  “il rischio sembra scongiurato, incrociando le dita”.

Dello stesso ministro Giorgetti si è generalmente preferito valorizzare sui giornali il timore ribadito di una ricaduta negativa sui nostri conti del rialzo degli interessi annunciato, coltivato e altro ancora dalla presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde: quella signora francese elegante e abitualmente abbronzata che fa spesso rimpiangere il pallido predecessore italiano Mario Draghi. 

Abbiamo insomma un debole irrefrenabile, e un pò suicida, per le cattive notizie e una indifferenza, nel migliore dei casi, o diffidenza nel peggiore, verso le buone notizie. Che sono naturalmente tali anche intese come mancate cattive notizie. Fra una strage incidentale provocata da trafficanti di carne umana, come li chiama il Papa, che caricano di clienti disperati, ma in grado di pagare carissimo il loro viaggio, carrette sbullonate che spugnano in acqua come cartone o si sfasciano contro una secca, e una strage di Stato, cercata da ministri o governi cinici e bari, è solitamente più attendibile la seconda nella nostra politica e informazione, o informazione politica e giudiziaria. E se non vi sono notizie sufficienti a suffragarla, se ne inventano apposta.

Mi ha consolato, in questo cattivo contesto, un editoriale controcorrente pubblicato oggi dal Corriere della Sera in cui Federico Rampini ha avvertito onestamente -anzi coraggiosamente nei tempi correnti- che “dovremmo imparare qualcosa dall’Apocalisse che non è mai avvenuta” per la guerra in Ucraina voluta da Putin sopravvalutando peraltro le proprie forze, o sottovalutando quelle altrui.

“Un anno fa a quest’epoca l’Occidente -ha ricordato Rampini- cominciava ad applicare le sanzioni economiche contro la Russia. Ne seguì  uno psicodramma nazionale sui danni tremendi che ci saremmo auto-inflitti con quelle sanzioni”. Ma “un anno dopo, nulla di tutto ciò si è verificato. L’arrivo di una recessione -ha scritto Rampini- continua a slittare, forse potrebbe non verificarsi, in ogni caso sarebbe la conseguenza delle strette monetarie per domare l’inflazione, non delle sanzioni…..Non abbiamo passato l’inverno al gelo. Il gas oggi costa meno di prima della guerra”.  

Conte ride ma ha già dovuto rinunciare all’obiettivo del primato a sinistra

Giuseppe Conte è evidentemente convinto che il cambio della guardia al vertice del Pd, da lui stesso d’altronde posto come condizione per riprendere la collaborazione, alleanza o quant’altro interrottasi con la fine del governo di Mario Draghi e le conseguenti elezioni anticipate di settembre, sia destinato a lasciare il segno anche nel campo d’azione del MoVimento 5 Stelle, da lui conquistato dopo gli alterni rapporti con un Beppe Grillo restituitosi quasi del tutto al teatro. Dove ogni tanto, per carità, il comico e “garante” torna a fare notizia politica, per esempio riscrivendo di recente la storia dei rapporti con Draghi e aggiudicandosi il merito di avergli di fatto negato il Quirinale alla scadenza del primo mandato di Sergio Mattarella, ottenendone per ritorsione -ha detto- un peggioramento dei rapporti già difficili dal primo momento col predecessore a Palazzo Chigi. 

  A questo punto, col Pd cui è bastata l’elezione della nuova segretaria per salire fra il 21 e il 28 febbraio di più di due punti nel sondaggio di Alessandra Ghisleri raggiungendo il 19,6 per cento delle intenzioni di voto, e col Momento 5 Stelle sceso di quasi un punto e mezzo e fermatosi al 15,6, Conte ha riconosciuto che il suo problema “non è” – o non è più, si potrebbe precisare- “il primato o la leadership della sinistra”. Lo ha detto dopo un incontro di dieci minuti con Elly Schlein alla manifestazione antifascista di Firenze organizzata dai sindacati. 

Il problema ora è quello -ha spiegato l’ex premier- di “lavorare per rafforzare l’azione politica delle forze progressiste”. Di cui lui era riuscito a diventare verso la fine del suo secondo mandato a Palazzo Chigi “il punto di riferimento più alto” per ammissione dello stesso segretario del Pd dell’epoca, Nicola Zingaretti, e dell’animatore, chiamiamolo così, Goffredo Bettini. Se “col nuovo vertice del Pd si rafforzerà questo orizzonte, ben venga”, ha concluso Conte riproponendosi di incontrare più a lungo la Schlein e di parlare con lei anche degli argomenti per forza di tempo rimasti estranei al loro colloquio diretto e fisico a Firenze. 

Fra gli argomenti da trattare o approfondire successivamente ci sono quelli del lavoro, trattati invece dalla Schlein parlando col segretario generale della Cgil Massimo Landini, quasi un padrone di casa nella manifestazione antifascista dopo il sindaco piddino della città Dario Nardella, e quelli della politica estera. Che sono poi, più concreti e drammatici, i problemi della guerra della Russia all’Ucraina. A proposito dei quali  la Schlein ha tuttavia rotto tutti gli indugi, anche quelli lamentati all’interno del Pd dalla deputata responsabile uscente del settore Lia Quartapelle, moglie di Claudio Martelli, dichiarando non al fantomatico Giornale di Peretola ma al New York Times, che l’ha avvertita come “una scossa” in Italia,  di “non essere d’accordo” con i pentastellati. E di ritenere “corretti” -o necessari, come altri hanno tradotto- i perduranti aiuti militari e d’altro tipo all’Ucraina aggredita da Putin. 

Non mi sembra, francamente, una novità da poco per l’analisi delle prospettive dell’azione unitaria dell’area progressista, come la chiamerebbe Conte, o -più in generale- del “gioco” che ora “torna a sinistra”, come ha scritto su Repubblica Concita De Gregorio potendosi finalmente liberare dall’assedio  polemico procuratosi  col troppo, compiaciuto interesse per Giorgia Meloni rimproveratole da quelle parti. Una Meloni, dal canto suo, neppure tanto preoccupata dei “sorci verdi” preconizzati dai sostenitori della Schlein perché convinta, o speranzosa, che un bipolarismo più forte nella versione femminile di quello consumatosi a guida maschile negli anni scorsi lasci meno spazio ai mal di pancia nella maggioranza di centrodestra, o di destra-centro. E anche alla cosiddetta terra di mezzo coltivata dal terzo polo di Carlo Calenda, Letizia Moratti e Matteo Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico. 

Concita De Gregorio, vantando una conoscenza del Pd forse maggiore di Conte per averne diretto per qualche tempo il giornale ufficiale che era l’Unità, ha in qualche modo esortato l’ex presidente del Consiglio a non stupirsi più di tanto della partecipazione di  molti elettori grillini -il 22 per cento, è stato calcolato da Antonio Noto- alle primarie “aperte” del 26 febbraio che hanno permesso alla Schlein di sorpassare il Bonaccini  largamente preferito dagli iscritti nelle votazioni nei circoli.. “Da dove pensavate -ha chiesto Concita- che venissero i voti grillini quando hanno sfiorato un terzo dell’elettorato? Tutti da destra? Tutti dal neo qualunquismo, tutti originati nella notte del vaffaday? E’ stato allora che una parte consistente degli elettori di sinistra orfani di rappresentanza ha trovato lì la nuova casa. Molti venivano dai movimenti, qualcuno dall’Italia dei Valori (di Di Pietro, mi permetto di ricordare io), moltissimi dal Pd. Adesso che c’è Schlein non arrivano ma, prudentemente tornano”. E vi tornano tanto che Conte, secondo Concita, “valuta l’ennesimo posizionamento. al Centro, anche lui”. Si vedrà.

Certo è che fra i tornati almeno nei gazebo del Pd ha voluto esserci anche il sociologo Domenico De Masi. cui Beppe Grillo l’anno scorso confidò le pressioni anti-Conte esercitate su di lui da Draghi ancora a Palazzo Chigi. Altri tempi, ma in fondo neppure tanto lontani. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il Papa soccorre Giorgia Meloni, che ringrazia e rilancia la lotta agli scafisti

La presidente del Consiglio sarà pure “arrivata tardi”, come le ha rimproverato sulla Stampa Alessandro De Angelis riferendo della sua decisione di riunire il Consiglio dei Ministri a Cutro, in Calabria, per discutere d’immigrazione dopo la strage avvenuta nella notte del 26 febbraio. Una strage definita “di Stato” dai soliti giornali sostituitisi ai tribunali nelle indagini, nel processo e nella sentenza per direttissima. Ma vi è arrivata con le spalle coperte addirittura dal Papa insorto in Piazza San Pietro non contro lo Stato, o il governo, ma contro “i trafficanti” di povera carne umana imbarcata a caro prezzo su miserabili carrette che si sfasciano su una secca a 50 metri dalla costa. E su rotte neppure coperte dal traffico delle navi dei soccorsi volontari che proteggono o prevengono, come preferite, nefandezze di altri scafisti: non turchi ma libici e affini. “Farò mie queste parole”, ha immediatamente commentato quelle del Papa la Meloni, riportata doverosamente in prima pagina dal Corriere della Sera.

Coi tempi che corrono in questa Italia un pò troppo imbastardita -ammettiamolo- dall’odio di   un bipolarismo bislacco -o tripolarismo, se vogliamo considerare i pur podesti  numeri di Carlo Calenda, Matteo Renzi, Letizia Moratti eccetera- è già un miracolo che non si siano levate voci da giornali di tradizione laica contro una presunta interferenza della Chiesa, e del suo Pontefice in persona, nella politica interna italiana. La Repubblica e La Stampa, i due quotidiani fra i maggiori del paese, hanno soltanto censurato il Papa ignorandolo sulle loro prime pagine. E ciò a vantaggio della notizia, vera o presunta che sia, di un sostanziale, polemico  stop della Meloni al suo ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nella lotta appunto ai trafficanti di carne umana, o “scafisti” come riduttivamente ci siamo abituati a chiamarli nelle cronache e nei commenti.

Trafficanti di carne umana in mare e di notizie in terra, direi. Piantedosi, un prefetto imprudentemente promosso politico come ministro dell’Interno al pari di qualche altro, avrà fatto i suoi errori di parole, fatti o omissioni, come dice una preghiera all’inizio di ogni messa; avrà pure messo a disagio la Meloni per prima, ma mi sembra alquanto esagerato o prematuro immaginarlo e tanto meno presentarlo come ripudiato, sconfessato e quant’altro dalla premier. E neppure dal sindaco di Cutro, che forse conosce i fatti meglio di tanti giornalisti e inquirenti per averli visti e vissuti sul posto. La strage di Stato sta alla realtà come uno sbarco di marziani sulle coste calabresi in quella maledetta notte di due domeniche fa. E pazienza, per gli interessati, “se il Vaticano aiuta Giorgia e non la sinistra”, come ha scritto Antonio Socci su Libero commentando “il messaggio di Bergoglio”.  

Comincia bene la prima settimana di lavoro del mio amico ed ex direttore Mario Sechi a Palazzo Chigi come portavoce del governo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑