L’irrinunciabile ricorso di Travaglio alla clava contro Berlusconi

            Non  occorre scomodare i terroristi sanguinari per capire i guai di cui è capace certa satira gestita con la leggerezza, la disinvoltura e addirittura la dichiarata, compiaciuta “cattiveria” di una rubrichetta presuntivamente felice di giornata di un foglio che vorrebbe essere un giornale ma non riesce a liberarsi della gabbia di un’officina. Dove tutto viene pensato e modellato con la fiamma ossidrica in mano, fino a quando l’oggetto non diventa l’arma desiderata.

            Prendete Il Fatto Quotidiano di oggi e il modo in cui ha tenuto ad occuparsi di uno degli argomenti politici sul tappeto, cresciuto non certo come un fungo nel bosco dopo una giornata di pioggia: il ruolo che è tornato ad avere dietro le quinte Silvio Berlusconi, alla sua età e con i suoi guai, nello scenario a dir poco confuso della maggioranza di governo. Dove non vi è più un argomento, dico uno, né epidemico né ordinario, a mettere veramente d’accordo le varie e scombinatissime componenti: forse neppure più la paura di una vittoria elettorale di Matteo Salvini, pur evocata ancora un giorno sì e l’altro pure per seminare il panico.

            Anche fra i venditori di castagne nelle strade di Roma, al netto dei divieti di Palazzo Chigi e dintorni,  si parla, si sussurra e quant’altro dei posti più svariati dove si incontrano con finta segretezza emissari più o meno fidati di Berlusconi e maggiordomi con pari grado del campo vagamente governativo per saltare il fosso di giornata ed evitare che qualcuno vi finisca dentro con una crisi dalla quale non poter essere salvato neppure ricorrendo ad una gru.

            Ormai non dico Giuseppe Conte, con quel nome quasi nobiliare che porta, ma neppure certi grillini dall’antico e sprezzante linguaggio antiberlusconiano, a cominciare da Luigi Di Maio, ora alla scoperta anche del pianeta Baden dopo gli studi sprecati appresso a Donal Trump,  parlano più di Berlusconi come una volta. Un tocco di umanità lo riconoscono anche a lui, pensando che sotto sotto, in fondo in fondo, qualcosa di buono potrebbe arrivare anche a loro da un gesto di attenzione, specie parlamentare, o anche di distrazione.

            Invece quel guardiano impertinente e arcigno dell’ordine sovran-grillino Marco Travaglio che ti fa? T’infila nella “cattiveria” di giornata  del suo rasoio di carta la traduzione di un’offerta di Berlusconi e Forza Italia alla maggioranza giallorossa in difficoltà in un “aiuto” giudiziariamente classificabile come “concorso esterno”, naturalmente in associazione mafiosa.

            Poiché Travaglio ha notoriamente estimatori e tifosi anche a destra, persino nel centrodestra, il quotidiano Libero di Vittorio Feltri, Renato Farina e amici gli è corso appresso riaccoppiando in prima pagina Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, richiamato quest’ultimo non so da quale legione straniera fosse finito dopo la fallita esperienza prima di delfino e poi di concorrente del Cavaliere, ai tempi ormai preistorici di Enrico Letta e di Matteo Renzi.

 

 

 

 

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Purchè Bebbe Grillo non aspiri adesso a diventare Nerone

            Ho letto da qualche parte, in questi giorni di forzato e maggiore distacco dagli eventi, che Beppe Grillo sarebbe tentato dal ritorno al teatro. E ciò non solo per bisogno di denaro, anche se questi sono diventati tempi cupi pure per questo settore, tra divieti e paure di contagi. Ci sarebbe in Grillo anche una certa stanchezza o delusione di chi aveva pur investito tanto, direi tutto, sulla capacità di accoppiare politica e spettacolo, facendo letteralmente saltare il banco già compromesso, diciamo la verità, da un ventina d’anni di grande confusione, fra Repubbliche che si inseguivano e si passavano la staffetta di effimeri cambiamenti.

            I conti, sia quelli numerici, sia al plurale dei successori arrivati più o meno a caso ai vertici di governo grazie alla fantasia proprio di Grillo e del Movimento da lui guidato nelle diverse modalità suggeritegli dalle circostanze, sono arrivati a zero. O allo zero virgola qualcosa utile chissà a chi negli sviluppi di questa incredibile legislatura che in tempi normali si sarebbe aperta solo per essere chiusa e per restituire la parola agli elettori.

            Ora, con tutto il rispetto, la pazienza, la tolleranza e quant’altro imposto dalle buone maniere, o dalla disperazione, si potrebbe persino comprendere la delusione attribuita a Grillo e il desiderio di essere restituito al suo teatro. Mi chiedo tuttavia se ci sia da fidarsi perché temo il passaggio da Grillo a Nerone, viste le debolezze, a dir poco, dei suoi interlocutori.  

 

 

 

 

 

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I sassolini che Renzi forse non potrà mai togliersi dalle scarpe

            Prolifico com’è nei libri, nelle lettere più o meno settimanali ai militanti e nelle interviste con le quali si racconta politicamente, Matteo Renzi una cosa sicuramente non riuscirà mai a diventare, come d’altronde non è riuscito alla maggior parte dei politici: uno storico della brevità o laconicità quasi scultorea di Tacito. Né gli piacerebbe solo tentare di provare ad esserlo, tanto egli è così poco distaccato, giustamente e naturalmente, da quello che fa.

            Il racconto recentemente affidato a Tommaso Labate del suo ritorno a Palazzo Chigi come ospite di Giuseppe Conte, quasi ammirato dall’ordine del nuovo presidente del Consiglio, che pure francamente non viene molto percepito così all’esterno, non foss’altro per le critiche mossegli spesso dallo stesso Renzi nella gestione della Cavalleria Rusticana succeduta l’anno scorso a quella di colore gialloverde, ha qualcosa di stucchevole che accentua e non riduce la sensazione di una certa reticenza politica del senatore di Scandicci, pur a tanto tempo ormai dai fatti che portarono ad un traumatico passaggio politico come quello delle elezioni ordinarie del 2018. Che dopo la sconfitta referendaria della riforma costituzionale del governo Renzi, pur avvenuta col decoroso distacco di un 60 contro il 40 per cento dei voti, avrebbe portato alla demolizione di ogni equilibrio politico e ad un azzeramento delle prospettive democratiche che fa ancora più paura di fronte alle sopraggiunte emergenze epidemiche e alla sempre più evidente debolezza del rapporto fra potere centrale e poteri regionali.

            Da nessuna crisi si esce nascondendo la verità, o la sua origine. Ebbene, è ora che Renzi si decida a raccontare la verità, appunto, di chi e perché gli impedì, al vertice del  partito dove egli aveva deciso di restare, limitandosi a dimettersi dal governo, per gestire un turno di elezioni anticipate capace di fermare la corsa verso il precipizio rappresentata dalla combinazione fra la scissione e il crollo del Pd e l’avanzata del movimento grillino. Che neppure andando al governo nel modo fortunoso del 2018 è riuscito a far capire cosa volesse essere e far diventare quella specie di teatro elettorale sperimentale diretto, aizzato e quant’altro da Beppe Grillo.

            Posso sbagliare, per carità, e non mi aspetto di certo di sentirmi dare ragione prima o poi da Renzi, ancora convinto com’è, come ha raccontato a Labate, della scelta compiuta nel 2013 per l’ascesa al Quirinale di Sergio Mattarella, preferendolo a Giuliano Amato anche a causa di una certa disinvoltura dimostrata da Silvio Berlusconi nella gestione di una partita delicatissima come quella apertasi per il Colle,  forse scambiata dal Cavaliere per una partita di calcio. Posso sbagliare, ripeto, ma credo che Amato non avrebbe negato a Renzi il diritto alle elezioni anticipate dopo la sconfitta del  referendum costituzionale e il così chiaro esaurimento, ormai, di una legislatura tirata avanti solo con quella finalità. Per l’Italia sarebbe stata tutt’altra storia, e per tanti altri versi.

 

 

 

 

 

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Ci ripenso: tenete lontanisssimo Matteo Renzi da Roma

            Come le cose piccole, di noi presi singolarmente con un nostro problema imprevisto, moltiplicato solo dagli accidenti per chissà quante altre volte, per esempio uscire da una sola operatoria apparentemente come si era entrati, storditi ma col cuore salvato, ci fanno perdere davvero la bussola e renderci inconsapevoli della nostra intrinseca, umana e incommensurabile debolezza.

            Ha avuto coraggio Emilio Giannelli a subire ed esprimere nella sua vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera la tentazione di un nuovo avvio. Ed è fuggito dal disordine del Covid, delle loro morti, della nostra spavetuosa inadeguetezza a tutto, aggravata dalla solita presunzione di sapere tutto e di poterne uscire con  le solite operazioni da rammendo, immaginando un nuovo, possente Mihelangelo a resistituirci la nuova vita.

            Ad averlo un nuovo Michelangelo, portarlo nella Cappella Sistina da Papa Bergoglio con quel nome miracoloso di Francesco.

            Se in un attimo di sbandamento, quasi ancora sotto i ferri, con le ultime cose sentite e lette della nostra quotidianità, sono stato così mallacorto da recuperare la riforma costituzionale di Matteo Renzi sventatatamemte bocciata cinque anni fa dagli italiani e restitituire  un ordine alle competenze locali capaci di sopravvavivere a una pandemia sciaguratamente lasciata alle competenze regionali, provate ad immaginare davvero, essendo peraltro di quelle parti, il senatore di Scandicci sotto i soffitti della Sistina tornare a proporci la “nuova vita”, come l’ha chiamata Giannelli.

            Che altri guai riuscirebbe a combinare Renzi portando alla dannazione stavolta Bergoglio. Altro che le mie ingenue aperture di credito, nonostante tutti i casini combinati l’anno scorso -scusate la parolaccia- spingendo all’alleanza di governo il suo Pd e i grillini. E ritrovandosi adesso insieme col rottamato più storico della sua covata -Massimo D’Alema- su una strada che farebbe trabocccare gli ospedali come le discoteche dell’estate scorsa, nella rappresentazione fatta sul Secolo XIX da Stefano Rolli. Per carità, non facciamone niente.

 

 

 

 

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Ridateci la riforma costituzionale di Renzi e facciamola finita

           Scampato il pericolo Trump e uscito dall’officina indenne col mio cuore rimesso a posto, vedo che i signori della nostra maggioranza giallorossa stanno dando i numeri, al solito, immaginando una Quarta Repubblica di Bengodi.

            Si, avremo ancora un po’ di guai col Covid, Giuseppe Conte continuerà a perdere un po’ della popolarità guadagnata a buon mercato nella prima parte dell’anno e ora grazie ai fondi europei da investire in Italia Sergio Mattarella ce la farà a migliorare il clima nelle Camere perché maggioranza e opposizioni si diano una mano, o una manina. Non vorranno essere così fessi quelli del centrodestra di non partecipare al banchetto di 209 miliardi di ripresa, di nuova generazione e qualcosina anche alle casse di Rousseau e Davide Casaleggio per vivere la decrescita felice del loro partito dimezzato.

            Ma pensano davvero che gli europei ci faranno spendere tutti quei soldi  per rimpinguare le nostre regioni e finire di non accorgersi del loro dissesto? Pensano davvero che le regioni siano state affondate nel 2016 dalla fallita riforma della Costituzione di Matteo Renzi, scambiato per un pazzo che voleva finalmente mettere ordine nelle loro competenze e non trasformare la Corte Costituzionale nel  manicomio di manutenzione delle autonomie locali.

            Grillini e soci di governo non  hanno ancora capito che la riforma Renzi dovrà essere ritirata fuori dalle casse, riportata in Palamento per rifare più semplicemente l’Italia e finalmente governarla. Altro che le fesserie del centrosinistra per regalare ai leghisti il presunto federalismo e impedirne una nuova intesa con Berlusconi nel 2011. Va rifatta l’Italia daccapo e governarla. Bisogna finirla con le feste celebrate, peraltro anche al Quirinale, paghi di avere sconfitto la riforma costituzionale di Renzi, avere restituito il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ad una seconda giovinezza, avere negato il rimedio delle elezioni anticipate ed avere avviato quella legislatura ad una Cavalleria Rusticana recitata in tutta Italia da Beppe Grillo e comparse.  Ora i giochi sono a zero, e si ricomincia daccapo. E Nicola Zingaretti, se vuole avere finalmente un’idea buona, rifondi il Pd, si riprenda Renzi indietro, con gli interessi, e faccia gli Stati Generali, non quelle finzioni dei mesi scorsi.

            La scelta del nuovo Capo dello Stato nel 2022 non  sia occasione anche questa solo  per trovare un presidente della Repubblica. E non faccia morire tutti di Covid.

            Lo spettacolo, signori, è finito. I comici tornino in teatro, i lavoratori nelle fabbriche e gli studenti a scuola.

Il mondo col fiato sospeso e lui, Trump, con quel pugno infilato nel guantone nero

            Vi giuro che non c’entrano nulla quei “Giuseppi” lanciati come due palle a Conte l’anno scorso, una per la maggioranza con la quale aveva governato sino al giorno prima e l’altra per la nuova su cui stava trattando più o meno dietro le quinte per restare a Palazzo Chigi sino alla fine ordinaria, addirittura, della legislatura cominciata nel 2018. Eppure il maggiore partito uscito dalle urne aveva già perduto per strada metà dei voti nelle occasioni avute dagli italiani per tornare in cabina. Nell’antipatia che sto per esprimere, o ribadire, nei riguardi del presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump c’è dell’altro.

            La diffidenza verso Conte per la disinvoltura con la quale ha svolto sinora il suo ruolo oggettivamente improvvisato di presidente del Consiglio, avendo fatto tutt’altro mestiere prima di arrivare a Palazzo Chigi, limitata nei suoi danni solo dalla crescente e sempre meno silenziosa supplenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, non influisce minimamente su quella che mi ispira Trump. Il quale probabilmente, per come vanno le cose da un certo tempo a questa parte anche otre Atlantico, Uniti, fatto e detto le stesse cose con e per qualsiasi inquilino del lontanissimo palazzo romano di Piazza Colonna.

            Mi basta e avanza per confermare la diffidenza verso Trump quel guantone nerissimo da pugile alzato mentre si contavano i voti degli americani per festeggiare una vittoria materialmente non ancora conquistata e al temo spesso per minacciare di prendere a pugni il concorrente qualora lo avesse davvero sorpassato, e comunque per contestarne l’eventuale successo con pratiche che in Italia definiremmo giudiziarie, tra carte bollate, avvocati, avvocaticchi e magistrati dagli umori non meno variabili di quelli di casa nostra. Ho scritto casa, badate bene, non cosa, e tanto meno con la maiuscola. Per fortuna Trump ha mostrato, fra l’altro, nei suoi quattro anni di regno di non avere grande considerazione delle Nazioni Unite. Avrebbe già chiamato i caschi blu per sorvegliare seggi e poste americane.

            Già sbeffeggiato dal Covid, d’altronde in numerosa compagnia dappertutto, dal terrazzo della sua Casa Bianca Trump con quel guantone, quel pugno, quello stile e quella vigoria tutta studiata, solida come la cartapesta, non potrà andare lontano: non molto più lontano di dove sia già arrivato tenendo tutto il mondo col fiato sospeso: tutto l’opposto dell’America alla quale si era abituata almeno la mia generazione, sia pure chiusa a scopo cautelativa da Giovanni Toti, il governatore della Liguria, in qualcuno degli armadi delle sue residenze.

            Entro in officina per ragioni di cuore scommettendo sulla vignetta di Makkox per Il Foglio, cioè su Joe Biden. Va bene, l’ex vice di Obama finirebbe il suo mandato a  82 anni: quanti ne aveva Sandro Pertini -ho sentito ricordare in qualche trasmissione televisiva con un certo scetticismo- al momento dell’elezione a presidente della Repubblica italiana, nel 1978. Sette anni dopo, se fosse dipeso da lui, avrebbe raddoppiato. Ed è stato, anzi è nella memoria degli italiani il presidente forse più rimpianto fra quelli succedutisi al Quirinale, senza offesa per i morti e per i vivi.  

 

 

 

 

 

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Più di Giuseppe Conte vale la coppia realizzata con Sergio Mattarella

Quando finirà -perché tutto finisce ad un certo punto anche in politica- questa curiosa, anomala e non so cos’altro ancora vicenda di una legislatura a dir poco capricciosa, nata con una maggiorana e proseguita con un’altra di segno opposto, sempre guidata dalla stessa persona arrivata in politica davvero per caso, chi ne vorrà raccontare davvero la storia con dati inoppugnabili, e tentarne anche un’analisi psicologica, oltre che politologica e istituzionale, non potrà davvero fare a meno delle 243 pagine scritte dal mio amico Paolo Armaroli per le edizioni La Vela. Il libro s’intitola “Conte e Mattarella- Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale- Un racconto sulle istituzioni”.

Non so francamente se Paolo sia più un professore, già ordinario di diritto pubblico e comparato e docente di diritto parlamentare nell’Università di Genova, nonché di Storia delle Costituzioni nell’Università di Firenze, prestato al giornalismo per la facilità e brillantezza con cui scrive, facendoti capire anche l’incomprensibile, o un giornalista prestato alla docenza, e per una legislatura persino alla politica, nella tredicesima legislatura. Allora fu capogruppo di Alleanza Nazionale alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, componente della Giunta del regolamento e della famosa Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema.

Mi consola l’idea che anche il mio maestro Indro Montanelli, esigentissimo con i suoi collaboratori, non seppe mai sciogliere lo stesso mio dubbio sulle qualità preminenti di Armaroli. E -guarda caso- si chiama proprio Il Dubbio il giornale in cui ci siamo alla fine ritrovati insieme a scrivere.

Ebbene, dicevo, il cronista o lo storico di domani o dopodomani non potrà fare a meno di questo libro per raccontare, spiegare e prima ancora capire la complessità politica che avvolge Conte e Mattarella, in ordine rigorosamente alfabetico, anche se il secondo prevale istituzionalmente sul primo. Lo ricordò una volta ruvidamente la buonanima di Francesco Cossiga, buon amico anche lui di Armaroli, ricordando da capo dello Stato al presidente del Consiglio allora in carica Giulio Andreotti che a Palazzo Chigi si stava meno stabilmente che al Quirinale. E ciò proprio mentre lo stesso Andreotti, dissentendo dal presidente dell’epoca della Dc Ciriaco De Mita, pensava che si potesse resistere a lungo alla guida del governo limitandosi a tirare a campare. Che era sempre meglio che tirare le cuoia.

Debbo dire che la coppia uscita dal libro di Armaroli è bene assortita, nel senso che l’uno in qualche modo completa l’altro. Tanto improvvisato, a caso, giunto alla guida del governo quasi a sua insaputa è stato ed è Giuseppe Conte, come d’altronde a sua insaputa era capitato anche a Cristoforo Colombo di scoprire l’America dopo essersi proposto di raggiungere le Indie, tanto studiato, preparato, attrezzato si è rivelato Sergio Mattarella. Che pure era l’uomo della sua famiglia non destinato alla politica, spintovi a forza dalla drammatica scomparsa del fratello Piersanti, il presidente della Regione Sicilia ucciso sotto casa dalla mafia  e figlio di Bernardo, già ministro di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro, nonché personaggio storico del già Partito Popolare di Luigi Sturzo.

Ha avuto ragione Armaroli a rappresentare Mattarella allo studio permanente di questo presidente del Consiglio da lui nominato -diciamo la verità- più per dovere istituzionale, essendosi rilevato l’unico uomo o punto d’incontro tra forze politiche così diverse sia nella prima che nella seconda maggioranza, che per convinzione. Egli avrebbe preferito -dicendolo anche  pubblicamente, con lodevole franchezza- sentirsi proporre e designare un uomo esperto più di politica e amministrazione che di diritto, quasi avesse avvertito che i tempi già straordinari di quella crisi di apertura della diciottesima legislatura, nel 2018, lo sarebbero diventati ancora di più con la sopravvenienza di una pandemia non esageratamente paragonata o paragonabile ad una guerra, persino più insidiosa di quella tradizionale combattuta col fuoco delle armi.

Sotto tanti aspetti Mattarella ha saputo sorprendere Conte e i suoi alleati più di quanto avesse saputo sorprendere l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che nel 2015 lo aveva fortemente voluto mandare al Quirinale dalla quasi adiacente Corte Costituzionale, preferendolo ad un altro giudice di quella stessa Corte, Giuliano Amato, anche a costo di una rottura con Silvio Berlusconi che gli avrebbe complicato non poco il percorso della riforma costituzionale in cantiere. Bocciata la quale, nel referendum del 4 dicembre 2016, Renzi si aspettava che Mattarella gli concedesse le elezioni anticipate, risparmiandogli il logoramento dell’anno residuo della legislatura, comprensivo di una scissione del Pd. Ma Mattarella gli oppose un garbato ma fermo rifiuto. E sarà la storia, non certo la cronaca, a dire chi dei due sbagliò, o sbagliò di più. Lo stesso Renzi, d’altronde, nella scorsa estate, quando promosse ancora dall’interno del Pd l’accordo di governo con i grillini piuttosto che le elezioni anticipate reclamate dal leader leghista Matteo Salvini, riconobbe che le legislature nascono per “durare cinque anni”, non meno.

Ora, nel consigliare ai lettori di leggere il libro di Armaroli appena pubblicato mi permetto amichevolmente di consigliare all’autore di metterne subito in cantiere un altro, ma stavolta di fantapolitica, in cui immaginare un’altra coppia fra Quirinale e Palazzo Chigi: Giuliano Amato e Giuseppe Conte, anche questa volta in ordine rigorosamente alfabetico. Dai, Paolo, provaci. E, visto che ci troviamo, ti prego di assolvermi dalla tentazione in cui sono una volta caduto, sia pure con le dovute cautele che non mi hai riconosciuto, nella tentazione di paragonare Conte al suo corregionale Aldo Moro, come aveva già fatto d’altronde anche Eugenio Scalfari.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Festa al Fatto Quotidiano: Denis Verdini è finalmente e inattesamente in galera

            A dispetto del Covid, delle eternamente penultime misure disposte dal governo per fronteggiarlo e persino dei risultati elettorali americani in arrivo, la notizia di giornata per me è la volontaria costituzione dell’ex senatore Denis Verdini nel carcere romano di Rebibbia dopo la condanna definitiva a 6 anni e mezzo in Cassazione per il crac del Credito Cooperativo Fiorentino, da lui presieduto per un ventennio.

            Sono più gli anni nei quali si è sviluppata la vicenda, cominciata nel 2010 con una ispezione della Banca d’Italia, che quelli della condanna infine inflitta all’imputato. E ancor più del tempo che egli, sessantanovenne, è destinato a trascorrere materialmente in carcere, prima che al compimento dei 70 anni potrà cercare di accedere alle misure alternative.

             Già questo è un aspetto quanto meno anomalo dell’avventura dell’ex senatore, passato dalle origini repubblicane, intese come partito, quello che fu di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini, alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, sino a diventarne il luogotenente, e ad una formazione quasi sua, chiamata Ala e sospettata, a torto o a ragione, di fiancheggiamento di Matteo Renzi degli anni d’oro, diciamo così, o almeno d’argento.

            Ma di anomalie, si sa, è piena, anzi affollata la giustizia italiana. Che quanto più noto, importante, decisivo e politico è l’imputato finito sotto i suoi riflettori tanto più speciale e sorprendente diventa, come se tutto dipendesse più dal contesto che da altro. Sorprendente davvero, se alla vigilia del verdetto finale il giornale più informato dei processi italiani, più ancora di un Casellario, con predilezione per le posizioni dell’accusa, dava per scontato in prima pagina che l’imputato potesse “sfangarla ancora”. Alludo naturalmente al Fatto Quotidiano fondato da Antonio Padellaro uscendo dall’Unità  e diretto da qualche tempo da Marco Travaglio, sconsolato -dal suo punto di vista- per la posizione assunta in Cassazione dall’accusa, cioè dalla Procura Generale, per niente convinta della colpevolezza, almeno per intero, di Verdini. Per il quale aveva pertanto proposto un nuovo processo d’appello, dopo quello che si era chiuso, fra l’altro, con l’imputato in lacrime che giurava di avere dato davvero tutto alla sua banca fallita, per niente gestita come il “bancomat personale” contestatogli sin dal primo momento dall’accusa.

            Per una volta, pensate, Il Fatto è stato spiazzato non solo dalla Procura Generale della Cassazione ma poi anche dai giudici, che in qualche modo ne hanno paradossalmente contestato le richieste prendendone il posto d’accusa. E ha potuto il giorno dopo titolare trionfalmente sulla condanna, aggiungendo “la cattiveria” di giornata del figlio che ha accompagnato il padre in carcere, invece del “preferibile” e potenziale genero, che è Matteo Salvini.

            Tutto legittimo, per carità. Non è la prima volta che ciò è accaduto e non sarà -credo- neppure l’ultima. Ma proprio per questo, nel clima giudiziario arroventato dalla politica, non capisco l’ostinazione con la quale i manettari diffidano a tal punto dei giudici che inorridiscono all’idea che le loro carriere vegano separate da quelle dei pubblici ministeri, ritenendo che ciò toglierebbe forza e autonomia a questi ultimi, a tutto vantaggio degli imputati. Che non a caso sono divisi dall’ormai fortunatamente ex magistrato Pier Camillo Davigo tra quelli che riescono disgraziatamente a farla franca, con l’assoluzione, e quelli che meritatamente non ce le fanno.

 

 

 

 

 

 

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La maledizione di diventare anziani in questo Paese di matti

            Non da ultrasettantenne ma addirittura da ultraottantenne, quasi 82 anni, premetto di essere in cosiddetto conflitto di interessi scrivendo ancora dell’idea partorita dal governatore della Liguria Giovanni Toti di confinare gli anziani in modo cautelativo, come con la detenzione che viene chiamata appunto così in attesa degli sviluppi delle indagini. In questo caso dovremmo aspettare negli armadi di casa -come ha osservato con sarcasmo un  giornale non certo ostile al centrodestra in cui milita Toti, cioè Libero- che passi la seconda e magari anche la terza e chissà quante altre di Covid, senza finire dall’armadio in una bara.

            Non è la prima volta, peraltro, che scrivo in conflitto d’interessi. E potrebbe anche essere l’ultima, visto che sono ricoverato per un intervento di by pass al cuore, avendo una coronaria otturata ed essendosi il chirurgo incaponito a cercare di salvarmi la vita.

              Questa storia degli anziani da guardare a vista, vuoi per prolungarne la vita ma quasi in segregazione, perché non diano fastidi ai nipoti o non ne ricevano, vuoi per accorciargliela e contribuire alla soluzione finale del problema della spesa pensionistica, mi sta sugli zebedei, direbbe l’anziano -pure lui- Vittorio Feltri, meno misurato di me nel linguaggio e anche nelle espressioni facciali.

            E’ da almeno una trentina d’anni -per caso dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica in poi, quando cominciò a crescere la voglia di rottamazione, ben più di quanto non fosse avvenuto negli anni 68 del secolo scorso- che gli anziani danno fastidio. Se continuano a lavorare rubano i posti, anzi l’avvenire, ai giovani. Se hanno smesso di lavorare e sono andati in pensione lla regolare scadenza delle leggi in vigore, alcune delle quali oggettivamente balorde, ma pur sempre modificabili, hanno lo stesso rubato l’avvenire ai giovani percependo trattamenti privilegiati, col sistema retributivo, rispetto  a quello meno  vantaggioso del contributivo. Per cui maggioranze di tutti i colori si sono rincorse nei tentativi di tagliare le pensioni con imposte travestite da contributi di solidarietà, anche a costo di risparmiare nel complesso poche centinaia di milioni di euro l’anno e ridurre di molto di più le entrate fiscali. Non parliamo poi delle riduzioni imposte a quel sistema di assistenza o aiuto sociale che gli anziani con pensioni non da fame hanno potuto per anni garantire ai loro figli e nipoti, supplendo allo Stato sempre a corto di soldi per sprechi e simili.

            Ora è arrivato anche il Covid di prima, seconda ed altra ondata o edizione per sentirsi dire da un poco più che cinquantenne portato in politica da un generoso suo datore di lavoro che se si è anziani, e per giunta “non produttivi”, bisogna sparire dalla circolazione.

            Personalmente accetto lezioni di altruismo e simili da una sociologa -anziana pure lei- come Chiara Saraceno, della quale ho letto due volte un’intervista a Repubblica condividendone gli argomenti, anche quelli adoperati contro Toti. Ne accetto da un sociologo e statistico ancora più anziano come Giuseppe De Rita. E tento magari di convincere il chirurgo a risparmiarsi la fatica e a farmi morire in anestesia, senza farmene accorgere. Ma da Toti, da questo presunto politico e persino “governatore” di una regione importante come la Liguria, no. Non accetto lezioni, consigli, proposte e quant’altro. Gli chiedo solo di abbassare la cresta e chiedere scusa, ma chiaramente, non con frasi ambigue come ha fatto, a tutti gli anziani che ha offeso, sorpassando persino la recente  proposta di Beppe Grillo di privarli del diritto di voto.

 

 

 

 

 

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Tutte le colpe della sinistra nei conflitti fra lo Stato e le Regioni

Fra gli effetti di questa maledetta pandemia virale c’è il fallimento che più clamoroso non poteva rivelarsi della riforma del titolo quinto della Costituzione voluto nel 1999, in vista delle elezioni ordinarie del 2001, dal centrosinistra d’edizione ulivista. Che aveva avuto in quella legislatura ben quattro edizioni, in barba alla semplificazione, maggiore governabilità e altre meraviglie ancora promesse al popolo con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica. Il cui esordio tuttavia non era spettato al centrosinistra ma, a sorpresa, al centrodestra improvvisato da Silvio Berlusconi, con la sua Forza Italia, alleandosi al Nord con la Lega di Umberto Bossi e al Centro-Sud col Movimento Sociale di Gianfranco Fini. in evoluzione verso Alleanza Nazionale.

Rottosi subito il rapporto fra Berlusconi e Bossi, basatosi sull’idea di trasformare in senso federale la Repubblica aumentandone le autonomie locali come antidoto alla secessione padana, quei geni della sinistra trascorsero il loro tempo, mentre Lamberto Dini guidava un governo simil-tecnico per portare avanti il più possibile una legislatura azzoppata, a studiare il modo in cui rendere la rottura nel centrodestra la più profonda e meno recuperabile possibile. Come? Facile: inseguendo Bossi sulla strada del federalismo, ciò promettendogli più di quanto Berlusconi avesse potuto e voluto fare.

Vinte le elezioni politiche anticipate del 1996 grazie alla rottura del centrodestra, provò la svolta federalista per primo Romano Prodi da Palazzo Chigi, ma “quell’altro geniaccio di Fausto Bertinotti lo fece cadere a metà legislatura. Ci provò allora non con uno ma con due governi Massimo D’Alemain persona, che era considerato il più abile, il più furbo, il più tutto della coalizione ulivista. Ma non ci riuscì neppure lui perché commise l’imprudenza di scommettere su un turno elettorale regionale che perse, dimettendosi con un sentimento di orgoglio di cui va ancora fiero. E passò la mano a Giuliano Amato, sfidando a suo modo quella parte dell’ex Pci e, più in generale, della sinistra che non perdonava allo stesso Amato di essere stato il braccio destro, il “dottor Sottile”, il grande consigliere dell’odiatissimo Bettino Craxi, nel frattempo liquidato giudiziariamente dalla scena politica e costretto alla fuga, o addirittura latitanza, o all’esilio, secondo le preferenze, nella sua casa delle vacanze in Tunisia, finendo lì i suoi giorni amari.

Toccò dunque al povero, sventurato Amato improvvisare una riforma costituzionale del titolo V per aumentare le competenze regionali, trattenere Bossi sulla strada che aveva già intrapreso di ritorno all’alleanza con Berlusconi, a dispetto delle resistenze di Fini, e rivincere le elezioni ordinarie del 2001, come quelle anticipate del 1996. L’operazione fu di tale spregiudicatezza politica e parlamentare che lo stesso Amato dopo qualche anno se ne sarebbe pubblicamente pentito, soffrendo soprattutto dei pochi voti di scarto con cui la legge passò soprattutto al Senato, alla faccia delle larghe convergenze auspicate a parole quando si mettono le mani sulla Costituzione.

Da quella legge, che superò lo scoglio referendario tra l’indifferenza generale, e col centrodestra nel frattempo tornato al governo, fece le spese a tal punto lo Stato che l’attività della Corte Costituzionale s’intasò con un’infinità di ricorsi, o di inseguimenti fra le regioni che volevano sempre di più e il governo di turno che voleva dare sempre di meno, pur con i leghisti e il loro federalismo dentro. Fu insomma un pasticcio, dal qale peraltro il povero Amato non era riuscito a ricavare nel 2000 neppure l’investitura a candidato, per l’anno dopo, a Palazzo Chigi. La sempre troppo composita coalizione di cosiddetto centrosinistra gli aveva preferito Francesco Rutelli. Che avrebbe poi avuto l’onore, orgogliosamente rivendicato, di perdere onorevolmente col Cavaliere, tanto preoccupato  in effetti della concorrenza del giovane “Cicciobello” da negargli alla fine della campagna elettorale un confronto diretto.

Ai guasti creati da quella sciagurata riforma voluta solo per motivi di concorrenza o inseguimento politico, non certo per definire con la necessaria chiarezza i nuovi, maggiori poteri delle Regioni e la sopravvivenza dello Stato, il centrosinistra cercò nel 2005-2006 di rimediare con una nuova riforma. Che ebbe la sola sfortuna, o il solo inconveniente di portare il nome di Matteo Renzi.Il quale  di suo aggiunse quel tantino di esuberanza e impazienza, volontà di sfida e quant’altro, da perdere il referendum confermativo. E così, oltre alla salvezza della già fallita riforma del titolo V si aggiunse quella dell’ormai quasi defunto Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. E fu perduta anche l’occasione di una riduzione dei parlamentari abbinata ragionevolmente ad una modifica del cosiddetto, paralizzante e ripetitivo bicameralismo perfetto, come lo definiscono i costituzionalisti.

Ora che con la pandemia i conflitti di ogni giorno, di ogni notte, di ogni ora e di ogni minuto fra il governo e le Regioni, sempre al plurale per carità, si sono rivelati rovinosi come più chiaramente non poteva apparire e avvenire, c’è anche chi vorrebbe addirittura non riformare davvero e finalmente il titolo V ma tornare ancora più indietro e chiudere l’istituto regionale, di cui tutti hanno peraltro scoperto i costi cresciuti a dismisura, assieme alle spartizioni partitiche, correntizie e quan’altro di ogni angolo di potere e sottopotere.

Speriamo che a pandemia sconfitta, chissà a quale prezzo, si capisca anche l’opportunità di rinunciare a Regioni e relativi governatori, ha titolato in prima pagina uno dei giornali più filogovernativi e filogrillini del mercato editoriale profittando del gigantesco errore -va riconosciuto- compiuto da Giovanni Toti in Liguria, Che è stato quello di proporre, pur a titolo “protettivo”, gli anziani anche perché “non produttivi” Un giornale di centrodestra come Libero, non di sinistra, ha tradotto l’idea nella rovinosa, drammatica immagine dei vecchi chiusi negli armadi, non si sa se più per allontanarli o avvicinarli alla destinazione finale delle bare.

 

 

 

 

Pubblicato sul Subbio, 3 novembre

 

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